Teggi: quattro chiacchiere con una letterante

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Teggi: quattro chiacchiere con una letterante

#laCroce del 15 Dicembre 2016

di #DavideVairani

Jeux de mots e poker per definire il proprio mestiere, paradossi e arguzie sparse sul contatto coi bambini. È Annalisa Teggi, traduttrice italiana di Chesterton e apprezzata firma su più testate di “varia umanità”. Con Berica ha pubblicato una rassegna chestertoniana divulgativa dal titolo “Siamo tutti fuori”, e con lei abbiamo parlato di quest’ultimo lavoro, della passione per la lettura e di quella per la scrittura. E di come ci si imbatte nel suo amico Gilbert

“Alla tenera età di 32 anni ho cominciato la scuola elementare. Sono trascorsi otto anni da allora e la sto ancora frequentando, se Dio vuole spero di rimanerci fino all’ultimo istante di vita”.

Non si tratta di una eterna ripetente senza voglia di studiare. Annalisa Teggi, una bacheca piena di diplomi e lauree, si racconta fin dall’introduzione nella maniera tanto amata da Gilbert Keit Chesterton: il paradosso. Annalisa ha appena sfornato – non a caso – un libro dal titolo “Siamo tutti fuori”. Sottotitolo: Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton. Ultima uscita della collana di Berica Editrice “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”. La stesa collana – per intenderci – che ha pubblicato tra gli altri sia “Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti che “Le nuove lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri.

Nel suo blog Capriole Cosmiche (nato dopo la pubblicazione dell’omonimo libro), la Teggi ci accompagna passo passo fra i libri a cui ha lavorato. Di se se stessa scrive: “Non c’è un nome per il mestiere che faccio, e quindi gliel’ho dato io: letterante. Ante è una parola che dice molto di me. Innanzitutto è formata dalle sillabe iniziali del mio nome e cognome. In latino ante significa ‘prima’ e anche ‘davanti’. Non sono una che ama stare davanti o in prima fila, ma mi muovo sempre in anticipo. Questo è sia un pregio sia un difetto. Sono solerte, ma talvolta fin troppo apprensiva. Nel poker l’ante è un puntata che tutti i giocatori fanno prima di sapere che carte hanno in mano, per creare un piccolo ammontare per cui ‘valga la pena giocare’. Scommetto molto sul fatto che vale la pena giocare con le carte che mi trovo in mano di giorno in giorno.
Poi, ante è quel suffisso un po’ dispregiativo, che si usa in parole come ‘teatrante’ per indicare uno che bazzica nell’ambiente del teatro, ma fuori da qualsiasi categoria ufficiale. A me ricorda il dilettante, qualcuno che – tendenzialmente – si diletta di ciò che fa. Lo stesso vale per me, vivo di letteratura in modo vario ed eterogeneo: sono traduttrice letteraria, docente a contratto, blogger, sceneggiatrice teatrale”.

Il libro di Annalisa Teggi è uno di quei doni da prendere in mano, riprendere, rileggere, meditare. Non solo perché Chesterton è uno dei pochissimi autori capace di sorprendere e meravigliare ad ogni parola scritta, ma perché qui c’è di più. Leggendolo, si respira anzitutto una compagnia, una frequentazione intima che Annalisa fa trasudare navigando tra le parole dell’autore inglese.

Compagnia mi sembra una cifra che possa rendere bene lo spirito del tuo libro.
“Direi che Chesterton per tutta la sua vita ha sempre avuto a cuore chi non ha una compagnia. Chi non è cristiano può trovare nei suoi libri un amo, un gancio che lo prende e lo porta fuori dalla solitudine; chi è cristiano ne trova conferma del fatto che in fondo da soli non ci si salva. Il vero pericolo dell’uomo è la solitudine, è il pensare che tutto il mondo sia costruito su un senso negativo delle cose. Lo ha vissuto anche Chesterton durante la sua adolescenza. La solitudine – diceva – è il regno del diavolo”.

Annalisa è schiva nel parlare di sé e lo fa quasi in punta di piedi. Ma le sue parole sono davvero potentemente vive.

Nell’introduzione scrivi: “mi occorreva imparare da capo un metodo e uno sguardo per vedere l’esenziale presente in tutto e, perciò, perennemente invisibile. Dovevo tornare alla scuola elementare”. E il maestro di questa scuola per te è stato ed è ancora oggi Chesterton. Come ti sei imbattuta in lui?
“Imbattuta è la parola giusta. Non l’ho cercato, è davvero lui che mi è arrivato. In un momento della mia vita davvero negativo. Da poco sposata, con in mano una laurea in lettere e da pochissimo un dottorato in letteratura comparata. Nessuno sbocco lavorativo. Ho provato a fare di tutto. Poi un giorno un editore mi chiese di lavorare su Dante. Mi ci sono buttata a capofitto (adoro Dante) e a un certo punto alt. Lo stesso editore mi chiede di lavorare ad una traduzione del ‘Cavallo Bianco’ di questo G.K. Chesterton. Mai sentito nominare. E da lì, un po’riluttante, ho scoperto un compagno di vita dal quale imparo ogni giorno come essere una donna viva”.

Spesso quando si legge un libro ce se esce con questa frase: “Mi ha cambiato la vita”. E’ un modo di dire esagerato o cosa? Ci puoi fare un esempio?
“No no. Per me la frequentazione di Chesterton davvero ha cambiato la vita. Molto della mia famiglia sta in piedi grazie a Chesterton. Stavo traducendo ‘L’uomo che fu Giovedì” composto nel 1908. L’impresa che, nella trama Gabriel Syme deve compiere, è quella di confrontarsi con un nemico spietato, che sparge terrore e disordine nel mondo: l’anarchia. La sua discesa agli inferi assume, innanzitutto, la forma della discesa nel covo di una congregazione di anarchici, la cui sede sotterranea è stipata di fucili, rivoltelle e bombe Il paradosso che prende corpo in tutta la produzione di GKC è che l’uomo si accorge davvero della luce (vita) solo mettendola a fuoco sullo sfondo del buio (morte). La mente dell’uomo può essere una bomba distruttiva – quando rivolge eccessivamente gli occhi verso l’interno – ma essa può anche generare un’esplosione benefica, se rivolge lo sguardo alla sua relazione con il mondo esterno e vivente. Si tratta, attraverso un percorso audace, di mettere a fuoco questa risorsa buona che giace nel profondo di ogni uomo. E, come insegnava la fotografia di un tempo, affinché in un’istantanea emergano i colori, si deve passare dalla camera oscura. Ecco. In quel periodo mio marito se ne va a lavorare all’estero per un lungo periodo. Intanto io rimanevo a casa con i nostri figli piccoli. Bhè, più leggevo le avventure di Gabriel Syme e più capivo che la bellezza del nostro rapporto matrimoniale passava anche da quell’allontanamento, da quel sprofondare in un apparente buio. Guardarsi da lontano ogni tanto aiuta a riconoscersi, vieni provocato, e quindi il viaggio all’estero di mio marito è stata una opportunità per ritrovarci ancora più coscientemente innamorati”.

Ne “L’uomo che fu Giovedì” c’è un aforisma che tu riporti: “Il male è così malvagio da farci pensare che il bene sia solo un caso; ma il bene è così buono da darci la certezza che dev’esserci una spiegazione per il male”.
“Chesterton è il maestro dei ma. Un uomo che dentro la Grazia dell’Incontro con Cristo si converte al cattolicesimo e sa usare la ragione fino in fondo. Don Giussani, grande appassionato di Chesterton, scriveva: ‘Che cosa succede quando mi accade l’avvenimento cristiano? La fioritura dell’umano. Il cristianesimo è un avvenimento in cui l’io si imbatte e che scopre essergli ‘consanguineo’, è un fatto che rivela l’io a se stesso’ (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana). Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo. Questa frase dal sapore chestertoniano esprime bene quel che avviene quando la fede è un’esperienza reale. In questa esaltazione dell’umano risiede tutta la ragionevolezza della fede cristiana. L’avvenimento di Cristo riconosciuto fa vivere tutto in modo diverso. E proprio questa modalità nuova, ‘sovversiva e sorprendente’ di vivere il quotidiano che diventa la verifica della verità dell’incontro fatto: Cristo esalta la ragione, Cristo esalta l’affezione, Cristo esalta la libertà! ‘Qual è la ragione che ha la fede? La ragione che ha la fede è che essa realizza la mia umanità con le sue esigenze, muta in meglio, fa camminare la mia umanità’, esalta tutto il mio umano. E chi non desidererebbe per sé una simile esaltazione? Ecco in Chesterton tutto ma proprio tutto è all’insegna dell’esaltazione della ragione”.

Chesterton è anche un autore che spiazza spesso. A te Annalisa è successo quando ti sei messa a “litigare” con avverbio: badly. Ci puoi raccontare questa cosa, che mi sembra davvero interessante?
“In ‘Cosa c’è di sbagliato nel mondo’ scritto nel 1910 c’è un celebre aforisma che in inglese recita: ‘if a thing is whort doing, it is worth doing badly’, che di solito viene tradotto così: ‘quando c’è qualcosa che vale la pena fare, vale la pena farla male’. Pensai fosse un errore di stampa. E’ un passo in cui Chesterton parla del compito educativo delle madri e mi pareva assurdo affermare che le mamme fanno male i loro doveri. In quel periodo stavo vivendo una forte depresione post-parto dopo la nascita del mio secondogenito. Ero incapace di guardarmi, pensavo di non essere capace di fare nulla, che stessi sbagliando tutto. Insomma, ero davvero uno straccio. Ma rimuginai su quello strano significato della frase. In effetti, il primo periodo della maternità è un momento delicato in cui la donna è molto provata. Sebbene se ne parli poco, la depressione post-parto esiste. E’ stato grazie a quel badly che sono riuscita a recuperare una visione positiva della mia depressione: Chesterton intendeva dire che le madri fanno male le cose che vale la pena di fare, cioè sono prostrate, eppure sono in grado di adempiere un compito gigantesco. Ci sono, anche se deboli, A volte sbagliano clamorosamente, ma (salvo casi patologici), tirano su dei figli sani, fisicamente e mentalmente”.

E qui – a mio avviso – tocchiamo uno dei punti nodali del pensiero di Chesterton. Che posiamo riassumere così: un ideale è ciò che massimamente sostiene l’uomo nella sua vita privata e sociale, ed è perciò la cosa più pratica che esista.La famiglia è l’unica istituzione che custodisce un ideale sano e pienamente umano.
“Verissimo. Sempre in “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”, Chesterton scrive: ‘Un ideale chiaro è di gran lunga la necessità più urgente e pratica per l’attuale problema inglese, più di qualsiasi piano immediato o proposta. Perché il caos attuale è dovuto a una generale dimenticanza di tutto ciò a cui originariamente gli uomini aspiravano. Nessun uomo domanda più che desidera, ogni uomo chiede quello che si figura di poter ottenere. C’è solo una cosa nuova che si può fare sotto il sole ed è guardare il sole. Se ci si prova in un’azzurra giornata di giugno, si capirà perché gli uomini non guardano in faccia gli ideali. C’è solo una cosa davvero sorprendente che può essere fatta con un ideale ed è realizzarlo. Affrontarlo nella sua ardente logica e con le sue spaventose conseguenze’. Nulla di più attuale. Siamo stati persuasi che un uomo felice non è una presenza di valore in sé e per sé, ma lo è solo se produce quei frutti che i criteri economici, civili, psicologici giudicano adeguati. Lo stress è la malattia della modernità, un’ansia di prestazione che invade ogni cellula del nostro corpo e della mente. Chesterton lo diceva un secolo prima di Barman. E’ accaduto un rovesciamento malefico che ha ribaltato la prospettiva attraverso cui giudicare i fatti umani e Chesterton ne segnalò le conseguenze nella crisi di tre grandi pilastri della società: la politica, la famiglia e l’educazione. Chesterton parlava già della fragilità dei rapporti usando l’immagine delle bolle di sapone per descrivere la facilità con cui stava diffondendo l’idolo dell’amore libero: ‘Se tutti galleggiassimo in aria come bolle, liberi di andare qua e là in ogni momento, il risultato sarebbe che nessuno avrebbe il coraggio di cominciare una conversazione Sarebbe così imbarazzante cominciare sussurrando una frase e poi dover urlare per finirla perché l’interlocutore è svolazzato altrove, nell’etere inconsistente e vasto. Due persone devono stare attaccate per essere giuste l’una verso l’altra’”.

Per Chesterton la madre è e deve rimanere un “irresponsabile”, nel senso letterale del termine: il suo compito la rende una creatura che non risponde a nessuno. Il suo impegno è così totalizzante da non tollerare vincoli di sorta. La casa è il luogo che difende questa sua libertà eccedente e sacrosanta, laddove ogni istituzione esterna del mondo le proporrebbe solo anguste gabbie, travestite da civiltà, buon senso, salute. La madre è custode di quel criterio umano che non si limita al “valore produttivo” o al “contributo civile” di un essere umano, ma tutela la presenza stessa di ogni essere umano come un bene immenso.

“Io sostengo che dobbiamo immediatamente cominciare tutto da capo, e cominciare dalla parte opposta. Comincio con i capelli della bimba. Che sono in ogni caso una cosa bella. Qualsiasi altra cosa può essere cattiva, ma l’orgoglio di una brava madre per la bellezza della propria figlia è una cosa buona. Questa è una di quelle tenerezze purissime ce sono le pietre angolari di ogni epoca e razza. Se ci sono altre cose che si oppongono a ciò, queste altre cose devono sparire. Se i grandi padroni, le leggi e le scienze si oppongono a ciò, i grandi padroni, le leggi e le scienze devono sparire”.

Insomma, il libro di Annalisa Teggi va comprato, regalato, usato fino a farlo scolorire. Perché è un toccasana per la mente e il cuore dell’uomo, di ogni donna e uomo che non si rassegnano al pensiero dominante del “love is love”, dell’uomo come merce e prodotto da acquistare e vendere, della libertà intesa come fare ciò che si sente dentro. Dentro questo libro si attraversa la memoria sempre viva di cosa significa essere persone: in modo ironico, pungente e umile.

“Siamo tutti fuori. Viaggio nel paese delle meraviglie di G.K. Chesterton” di Annalisa Teggi è acquistabile da qui, sia in formato cartaceo che epub: CLICCA

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