Se il direttore di Avvenire fa finta di non vedere

Condividi su:
0

Se il direttore di Avvenire fa finta di non vedere

#LaCroce del 21 Dicembre 2016

di #DavideVairani

Inspiegabile lettera aperta di Marco Tarquinio a Valeria Fedeli sul Quotidiano dei Vescovi italiani

Caro Direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio, le scrivo da queste colonne per applaudire con viva e vibrante soddisfazione il capolavoro che ancora una volta lei è riuscito a fare. Un capolavoro di informazione che riesce a pochi, Direttore.

Il botta e riposta tra lei e il Ministro Fedeli nella rubrica “Il direttore risponde” di ieri è da applausi. In un colpo solo, infatti, lei Direttore è riuscito a fare passare la Fedeli come la wonder-woman dei diritti di tutti e per tutti, la “Buona Scuola” come lo strumento efficace per “assicurare l’attuazione dei princìpi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dalla legge 119/2013 contro il femminicidio (sono parole della Fedeli)”e tutti coloro che si battono contro l’ideologia gender nella scuola come dei babbei pregiudiziali e ottusi.

Complimenti. Lei scrive che la Fedeli ha mostrato in questa lettera una “lineare chiarezza”. Bhè, io le dico che la Fedeli ha mostrato in maniera plastica ed evidente tutti gli inganni che si celano dietro a frasi come “contro la violenza di genere”, “pari dignità tra uomo e donna” e compagnia cantante. Lo andiamo dicendo e scrivendo da anni, smontando pezzo per pezzo questa neo-lingua che – ammantandosi di begli ornamenti – destruttura le parole dal loro vero significato, con lo scopo di fare passare come normali messaggi che tali non sono. Semplicemente perché non veri.

“Lei mi invita a tenere fede al mio giuramento sulla Costituzione – scrive il Ministro fedeli al Direttore di “Avvenire” – , ed è proprio da qui che intendo partire, perché il comma 16 dà attuazione ai princìpi di pari dignità e non discriminazione contenuti negli articoli 3, 4, 29, 37 e 51 della nostra Costituzione. Ma voglio essere ancora più chiara, sperando così di diradare alcuni dubbi. Non ho mai fatto riferimento a una supposta ‘teoria gender’, tanto meno a una ‘ideologia’, non solo perché il pensiero ideologico mi è strutturalmente estraneo, ma perché una simile ideologia, ammesso che esista, e non è mai stata d’ispirazione per l’operato mio, o del Parlamento o del governo. Vorrei che la parola gender uscisse dal nostro vocabolario in questa accezione minacciosa, e che tornassimo a parlare di uguaglianza tra donne e uomini, in linea con le normative nazionali e internazionali sui diritti umani. Mi riferisco, in particolare, alla Convenzione di Istanbul, ratificata nel 2013 dai due rami del Parlamento all’unanimità, secondo cui negli stereotipi di genere si annida il primo germe della violenza maschile contro le donne, e che per questo chiede agli Stati firmatari (art. 14) l’inclusione nei programmi scolastici di temi quali parità tra i sessi, ruoli di genere non stereotipati, rispetto reciproco. Non si tratta di abolire le differenze tra donne e uomini, ma di combattere le diseguaglianze. Non c’è nulla di naturale in stereotipi che escludono le donne dalla politica e dal mondo del lavoro. Non c’è nulla di naturale, per esempio, nel fatto che le ragazze siano descritte come inadatte agli studi scientifici, eppure questo stereotipo produce effetti reali: le ragazze si iscrivono troppo poco alle facoltà scientifiche. La legge 107 punta a rendere centrale l’educazione al rispetto e alla libertà dai pregiudizi, riconoscendo dignità a ogni persona, senza esclusioni, nell’uguaglianza di diritti e responsabilità per tutte e tutti. L’educazione alle pari opportunità, alla prevenzione della violenza, al contrasto delle discriminazioni, se ben intesa, non è destinata a produrre conflitti con le esigenze educative delle famiglie, perché si tratta di iniziative che danno attuazione ai princìpi costituzionali. Inoltre la ‘Buona Scuola’ ha rafforzato gli organi collegiali, coinvolgendo, in modo molto utile e opportuno, genitori e studenti. L’intervento educativo è lo strumento più efficace che abbiamo per restituire alla nostra rappresentazione del mondo e dei generi profondità e complessità, uguaglianza e differenza. Ed è la via migliore per promuovere relazioni basate sul rispetto tra le cittadine e i cittadini di domani”.

Per Tarquinio, questa lettera è di una “lineare chiarezza” al punto da sgombrare ogni dubbio: “Una risposta – scrive il Direttore di “Avvenire” – non solo e non tanto a me quanto a interrogativi legittimi (anche se non sempre lucidi nell’argomentazione e pacati nei toni) per le posizioni che aveva assunto o che le erano state attribuite sul tema che (per sintesi) ormai quasi tutti, comunque la pensino, richiamano con la parola-slogan ‘gender’, intendendo con essa la pretesa di decostruire la basilare differenza maschile-femminile e alludendo a un’offensiva (che ha avuto e ha organizzatori e sostenitori anche in Italia) per istruire in questo senso scolari e studenti. Credo perciò che sia molto importante ciò che lei dice e molto interessante l’impostazione che dichiara di voler dare al suo lavoro di governo della scuola italiana sulla cruciale frontiera educativa della non discriminazione e della effettiva parità dei sessi”.

L’unica cosa sulla quale sono in accordo con il Ministro Fedeli è la voglia di togliere per sempre la parola gender e tutti i suoi equivalenti. Sul resto, non condivido alcuna sillaba.

Se vogliamo fingere, fingiamo che tutto vada bene. Ma non è così.

La parola inglese “gender” non la troverà mai, Direttore Tarquinio, semplicemente perché in Italia i documenti del governo e le leggi vengono redatte rigorosamente in lingua italiana: la traduzione ufficiale della parola “gender” che il legislatore utilizza è “identità di genere”. Lo spiega bene, ad esempio, il documento governativo intitolato “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT”, redatto dall’U.N.A.R., Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, un ufficio del Dipartimento delle Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. A pagina 7, quel documento del Governo definisce l’identità di genere come “il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: ‘Io sono un uomo, io sono una donna’, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita”. Quel documento del governo specifica bene la differenza tra genere e sesso, precisando che mentre il sesso è costituito dalle “caratteristiche biologiche e anatomiche del maschio e della femmina, determinate dai cromosomi sessuali”, il genere è, appunto, “la percezione soggettiva di appartenere ad una delle categorie sociali e culturali di uomo e donna, indipendentemente dal sesso anatomico”.

E’ proprio l’erronea considerazione che uomo e donna siano semplici categorie sociali e culturali, unita all’idea che si possa scegliere di appartenere all’una o all’altra categoria indipendentemente dal sesso biologico, che sta alla base della teoria gender.

E che c’entra questo con la “Buona Scuola”? C’entra eccome.

Le faccio uno schemino, caro Direttore di “Avvenire”, per farle capire meglio di cosa davvero stiamo parlando. La “Buona Scuola” nel famoso comma 16 non è altro, infatti, che un intricato meccanismo di rimandi e rinvii ad altri documenti. E sono proprio questi rinvii a farci comprendere cosa nasconde la neo-lingua che il Ministro Fedeli vuole a tutti i costi attuare nella scuola. La Legge “la Buona Scuola” (Prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni) rinvia alla “Legge sul contrasto alla violenza di genere” con il “Piano per la prevenzione della violenza contro le donne e della discriminazione di genere”, il quale rinvia al Dipartimento Pari Opportunità e Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni razziali (UNAR) con gli Organi istituzionali per l’attuazione del piano, i quali rinviano alla “Strategia Nazionale LGBT”, la quale rinvia agli “Standard dell’OMS per l’Educazione Sessuale in Europa”. “Identità di genere” lo troverete ovunque insieme ai suoi derivati. L’art.5 della cosiddetta “Legge sul femminicidio”, articolo che porta il titolo di “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” viene infatti richiamato dalla legge sulla “Buona Scuola”: il piano triennale dell’offerta formativa deve “informare e sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate nel Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”. Ma cosa prevede quel Piano d’azione espressamente richiamato nel sedicesimo comma dell’art.1? Al punto 5.2 (Educazione), il Piano recita testualmente così: “(…) Obiettivo prioritario deve essere quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazzi e ragazze, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale (…) sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti, sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica”.

Se mettiamo insieme tutto quanto, non possiamo che arrivare alla conclusione che in atto ci sia un abile e meticoloso disegno che vuole smontare pezzo per pezzo un dato di evidenza: che si nasce maschio e femmina e si cresce educandosi a diventare uomini e donne. Mi spiace, ma è pura invenzione ideologica sostenere che uomini e donne siano del tutto equivalenti, che le differenze tra maschile e femminile siano ricollegabili a mere stratificazioni culturali e che dunque occorra abbattere gli stereotipi di genere (costrutti della società) perché uomini e donne siano uguali e abbiano uguale dignità e opportunità. E’ vero esattamente il contrario: più si valorizzano le differenze e le complementarietà tra essere uomo ed essere donna e più dignità, opportunità e libertà diventano davvero parole capaci di fare crescere persone vive e vere dentro una comunità.

E chi non è contrario alla violenza sulle donne? Ma dico anche chi non è contrario alla violenza sugli uomini. Non esiste la “violenza di genere”, esiste la violenza contro e tra le persone. E chi non è contrario alle pari opportunità tra uomo e donna nel scegliere cosa fare nella propria vita nella società? Nessuno sano di mente si sognerebbe di dire che una donna non possa – come donna – fare qualsiasi mestiere. Ma tutto ciò per motivi esattamente opposti al concetto di “identità di genere” che ci viene spacciato. Prova ne è che è proprio il dogma dell”identità di genere” a stare alla base delle leggi sulle unioni civili e sui matrimoni gay, con la conseguenza che i bambini possono essere tranquillamente inseriti in coppie dello stesso sesso senza subire alcun danno o svantaggio rispetto a chi cresce con un padre (maschio) e una madre (femmina). In questa accezione – infatti – “identità di genere” significa che l’io non è un dato di natura, ma una scelta. Per questo motivo, il mio io può sentirsi libero di sentirsi oggi uomo, domani donna e dopo-domani fluid, neutro.

Questo è il cuore della questione. Una questione che affonda le sue radici lontane nel tempo e che ha fatto parte anticamente anche di una parte della chiesa cristiano-cattolica, al punto da essere rifiutata come eresia: si chiama gnosi e gnosticismo. Come bene scrive Alessandro Benigni, l’ansia di disperdere la propria individualità, di rinunciare al proprio io individuato – un malessere che dà origine sia alla genofobia che all’eterofobia – ha radici lontanissime. Per rintracciarle occorre risalire alle origini del pensiero occidentale: nei miti e nella visione gnostica dell’esistenza. Quella che emerge dalla pseudo-cultura che oggi rischia di diventare dominante è solo superficialmente una distrazione nei confronti della salvaguardia e della protezione della vita: l’ansia della liberazione dal male – e prima di tutto dal proprio male – genera invece un’avversione profondissima verso il corpo e verso l’alterità complementare che resta ancora dietro le quinte, fino a quando non si manifesta appunto come genofobia ed eterofobia. Ma occorrono dei passaggi per collegarla alle sue radici, radici che sono molteplici e variegate: una delle quali è senz’altro la gnosi e lo gnosticismo”. Semplificando moltissimo, possiamo dire che per lo gnosticismo l’unica via di liberazione è la negazione del corpo, quindi la negazione della sessualità generatrice di una nuova vita: la negazione dell’alterità complementare. La concezione negativa dell’esistenza terrena e della vita condiziona profondamente anche i rapporti fra i sessi, tra maschio e femmina, tra uomo e donna. Il piacere dell’incontro con l’altro-da-sé, quindi anche il piacere sessuale, viene prima visto con un profondo sospetto e poi radicalmente svalutato: la carne è un carcere da cui si deve uscire, dal quale ci si deve liberare. Ecco allora che lo gnostico (soprattutto lo gnostico inconsapevole) o rifiuta del tutto l’incontro con l’altro-da-sé, quindi la relazione complementare con il sesso opposto, oppure separa la sessualità dalla riproduzione, per poter godere del piacere sessuale evitando però di procreare. Un modo di vedere il mondo e l’umano che non si è esaurito. Anzi. “Questa forma di reazione al dolore (che nell’ottica cristiana è originario tanto quanto il peccato) – scrive sempre Alessandro Benigni – nasconde un profondo senso di ribellione verso Dio ed un odio verso il Creato che si manifesta in molti modi. Se Dio è relazionalità, se il mondo e il rapporto di Dio col mondo appaiono come relazione, allora ne consegue che negare la relazionalità significa mettersi non soltanto contro Dio, ma anche contro l’uomo (e viceversa). La mentalità dello gnosticismo si collega perfettamente agli altri nemici dell’uomo. I suoi tratti caratteristici sono infatti: credere inconsapevolmente che il mondo e l‘uomo sono connotati dalla negatività, sostenere che la salvezza è possibile solo rifiutando l’ordine naturale, tramite la negazione di una verità assoluta (Protagora), una rivoluzione (Marx) o l’annientamento dei valori tradizionali per una transvalutazione di tutti i valori (Nietzsche) o ancora tramite la liberazione degli istinti (Scuola di Francoforte), pensare ad un uomo nuovo svincolato da ogni legge e da ogni vincolo relazionale, sostanzialmente irresponsabile e dedito esclusivamente al soddisfacimento delle proprie pulsioni, a costo di estirpare il diritto naturale e l’ordine morale socialmente condiviso”.

Caro Direttore di “Avvenire”, potrei andare avanti a lungo, ma mi fermo qui.

Un’ultima cosa le vorrei dire, a lei e ai tanti (cattolici e non) che ancora non vedono (o fingono di non vedere) quale disastro si nasconda dietro alle teorie gender preferendo cercare ponti, negoziazioni sempre e comunque.

Se qualcuno una notte decidesse di venire a casa tua per distruggere le fondamenta del posto in cui abiti, tu che cosa fai? Cerchi di parlargli per dissuaderlo? Forse. Anche. Ma se lui decide di andare avanti come un rullo compressore senza ascoltare, tu che fai? Cerchi di fermarlo, chiami le forze dell’ordine, lo denunci. Non stai lì fermo a subire la distruzione della tua casa.

Ecco. Io non ho alcuna intenzione di vedere annientato definitivamente l’umano. Per questo non mi accontento della superficie e cerco di scavare per vedere cosa davvero si nasconde dietro le parole, i fatti, le proposte di legge. E non posso cercare compromessi.

La Verità non può essere taciuta quando in gioco ci sono le cose più care cui tieni.

Condividi su:
0

One thought on “Se il direttore di Avvenire fa finta di non vedere”

  1. oggi, seconda puntata, che illustra (e spiega) anche la prima. Lettera della Centemero, responsabile scuola di Forza Italia, e della Colombo, vicepresidente del Forum delle famiglie. In un sol colpo, si toglie agli ostinati denigratori della teoria gender sia la sponda politica che quella ecclesiale, all’insegna del “il gender è termine estremista e ideologico, le norme di attuazione promuoveranno nella scuola la parità di genere. Smettiamo le contrapposizioni precostituite e valutiamo i fatti.”
    Come l’ombra di Banco a Macbeth riappaiono i fantasmi che in due giorni e una notte passarono dal parterre del family day all’approvazione della legge sulle unioni civili “perché si è impedita l’adozione”.
    E allo stesso tempo si depotenzia l’ipotesi della richiesta di sfiducia individuale. In questo clima, pensate che avrebbe possibilità di successo ?
    Ma una cosa va detta, secondo il mio povero giudizio. In questa Italia dissanguata economicamente dalla crisi, sull’orlo della povertà e, con il decreto salvabanche, anche in prossimità della bancarotta, attaccare a testa bassa senza porsi il problema del contesto e dello sbocco politico di azioni che vogliono essere politiche, rischia solo di essere controproducente. Se il consenso popolare, che c’è, non riesce a darsi un ruolo politico autonomo, e si disperde in mille rivoli tra simpatie grilline, allettamenti destrorsi e tentazioni di restarsene a casa schifati, di queste sceneggiate, in cui si dichiarano in pubblico cose che in parlamento ci si prepara ad affossare, ne vedremo ancora molte. E a rimetterci sarà l’Italia, e il futuro dei nostri figli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *