Caro #Fittipaldi, non tocchi i punti decisivi

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Caro #Fittipaldi, non tocchi i punti decisivi

#LaCroce del 20  Gennaio 2017

«Ecco a voi i 200 preti pedofili d’Italia», dice Fittipaldi. E cosa vuole dimostrare? «Avrete soldi e gloria – diremmo con Guccini – ma non avete scorza». Lordare il volto della Chiesa davanti al mondo mostrandone le più abbiette miserie non muoverà di un millimetro la posizione di chi ha fatto l’esperienza dell’incontro con Cristo, e non lo cambierebbe per nulla al mondo

La seconda parte di questo pezzo sarà pubblicata su #La Croce del 21 Gennaio 2017

di #DavideVairani

Il giornalista Emiliano Fittipaldi ha recentemente scritto un libro, intitolato ‘Ecco i 200 preti pedofili d’Italia’. Lo scrittore si è voluto soffermare su un fenomeno turpe e ha cercato di comporre un vasto mosaico avvalendosi di tasselli rappresentati, ad esempio, dalle recenti cronache locali o dai documenti processuali. L’autore ha messo sotto la lente d’ingrandimento molti casi di abusi sui minori commessi dai religiosi. Molti preti pedofili d’Italia, circa 200, sono stati condannati e indagati, nell’ultimo decennio, per atti di lussuria con teenagers. Contando solo i condannati e gli indagati, sono oltre 200 i sacerdoti italiani denunciati per atti di lussuria con adolescenti. Molti di più di quelli che hanno scoperto i cronisti del Boston Globe che diedero il via all’inchiesta Spotlight del 2002. “Eppure in Italia lo scandalo non è mai esploso, – scrive “Repubbllica”- a differenza che negli Stati Uniti, in Australia, in Irlanda o in Belgio in tutta la sua gravità. ‘Ciò che mi preoccupa qui è una certa cultura del silenzio’, disse monsignor Charles Scicluna quando faceva il promotore di giustizia della Congregazione della dottrina della Fede. Una tendenza all’acquiescenza che sembra coinvolgere le vittime, le famiglie dei credenti, le gerarchie e anche parte dei media: secondo alcuni osservatori non è un caso che siano proprio i paesi tradizionalmente più cattolici – come l’Italia, la Spagna e quelli del Sud America – quelli in cui il fenomeno della lussuria sui più piccoli sembra avere, nei pochissimi dati ufficiali disponibili, dimensione contenuta”.

Sarò sicuramente in contro-tendenza (ma non me ne preoccupo) nell’afermare che tutto questo non sposta di un millimetro il mio amore e fedeltà alla Chiesa di Cristo: Fittipaldi non fa altro che mostrare – infatti – che la Chiesa è il metodo che Cristo ha (e usa ancora oggi) quale compagnia per l’umano affinché sia reso evidente che è Lui a guidarla e a salvare l’umanità e non gli uomini. E che – soprattutto – con grande e drammatico realismo – tutti gli uomini (compresi gli “uomini di Chiesa”) sono peccatori e non super-eroi.

Peccato.Termine talmente i disuso oggi che ne è persa la memoria. Il peccato non è solo fragilità, debolezza, ma molto di più: è inscritto nel dna dell’umano. Cristo ha vinto il peccato e la morte trascinandolo su di sé: e chi ha la Grazia di seguirLo non è immune dal peccato su questa terra. Questo è lo scandalo per l’uomo, questo è l’Avvenimento che irrompe nella Storia per disegnare un cammino di vera liberazione. Nel già e non ancora.

Non so quali siano le vere intenzioni di Fittipaldi (e onestamente -anche di questo – poco mi frega). Sicuramente non è una operazione nuova, spesso mirata a delegittimare la Chiesa nel suo insieme, a denigrarla in modo da mostrare che essa (la Chiesa) non sia altro che una organizzazione al pari di qualsiasi altra sulla terra, con l’aggravante di una buona dose di ipocrisia e malaffare (vale l’adagio “predicare bene e razzolare male”). E – di conseguenza – una voce da non ascoltare.

Su internet esistono da anni numerosi siti che si pongono l’obiettivo di raccogliere informazioni e testimonianze riguardo a sacerdoti accusati (anche se non sempre giudicati) come pedofili. Tra i tanti, c’è un sito (http://retelabuso.org/). Rete L’ABUSO nasce dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili, le quali, in occasione di un incontro internazionale a Roma, si rendono conto delle incredibili analogie tra i loro casi, tutti casi in cui l’abusatore è un sacerdote. “Come la chiesa gestisce la vittima, la famiglia, il pedofilo, le persone che erano a conoscenza dei fatti, tutto da manuale, come il trasferimento ad altra parrocchia del sacerdote pedofilo, o l’omissione di denuncia alle autorità. Un modus operandi della chiesa già visto negli Stati Uniti, in Irlanda, in Germania ecc. che emergeva chiaramente anche in Italia. Ci rendemmo conto che occorreva un deterrente, perché ancora oggi, tutto viene gestito a livello interno omettendo qualunque tipo di segnalazione alle autorità civili, qualunque tipo di supporto medico e non alle vittime, qualunque restrizione al pedofilo che viene sistematicamente spostato in un’altra parrocchia, permettendo così di continuare ad abusare. Per le vittime, la mancata denuncia non permette loro di ottenere il dovuto risarcimento, utile almeno a poter affrontare una terapia psicologica”. Aggiungiamoci – oltre a questo – i numerosi casi sbattuti in prima pagina di scandali degli uomini di Dio. L’ultimo -in ordine cronologico-: orge e giochi erotici in canonica, video hard che riprenderebbero gli incontri a luci rosse all’ombra del campanile, un’amante violentata e costretta a prostituirsi: la squallida vicenda di don Andrea Contin, ex parroco della comunità di San Lazzaro, a Padova indagato per violenza privata e favoreggiamento della prostituzione.

“Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato in mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo, è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, càvalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo che essere gettato con due occhi ‘nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue”. (Mc. 9, 37-47).

E cosa c’è di più scandaloso del violare l’infanzia? A maggior ragione se chi la viola è un uomo di Chiesa?

Ne parlo – ne voglio parlare non per una apologetica acritica della Chiesa di Cristo, ma molto più banalmente e semplicemente perché anche io sono stato una vittima degli abusi di un uomo di Dio. Per più di dieci anni. E so bene quanto faccia male. I dèmoni ancora oggi si affacciano. Non ho mai voluto denunciare. Forse per un misto di vergogna e di paura. Poi tutto – davvero tutto – è cambiato quando, sei anni fa’, ho avuto la gioia inaspettata eppure tanto attesa di incontrare Cristo Persona sulla mia strada. Allora ho capito (nel cuore prima che nella mente) che non esiste peccato (mio) che Dio non possa perdonare e lavare, se il mio cuore si presenta a Lui contrito e pentito, disarmato con tutte le sue ferite aperte. Cristo lava allora tutti – dico tutti! – i peccati ogni qualvolta – da allora – mi presento a Lui in confessione con nel cuore la pesantezza del mio cadere e ricadere, del male che faccio a me e agli altri nonostante voglia con tutto me stesso fare il bene. E allora davvero tutto passa in secondo piano, anche il male più atroce che ho subito dai 14 ai 26 anni della mia vita. E’ Dio il vero Giudice: e tutti a Lui dovremo rendere conto di ciò che abbiamo compiuto su questa terra. Tutto questo non giustifica (ci mancherebbe!) il male più abominevole, quello compiuto sui bambini innocenti.

Sono duecento, anche trecento, anche quattrocento, i sacerdoti italiani pedofili secondo Fittipaldi? Numericamente lo 0,015% del totale dei sacerdoti diocesani (32.174 al 2015, secondo l’Annuario statistico del Vaticano). Una percentuale irrisoria, soprattutto se confrontata con altre “categorie” di persone. Non sono i preti gli orchi dai quali tutti i genitori devono stare alla larga. Dal rapporto “Eurispes” risulta che il 66% degli abusi sessuali si compiono in famiglia: ne sono responsabili il padre nel 35,8 % dei casi, la madre (30,8 %), fratello/sorella (2%), altri parenti (4,8%,) convivente con madre/padre (2,1%), amici/conoscenti (8,0%), insegnante (4,4%), estraneo (3,7) %. In Italia si registrano 21.000 casi di pedofilia ogni anno e non sono preti: un caso ogni 400 minori, un caso ogni 4 scuole, un caso ogni 500 famiglie (stime elaborate dal Censis e poi dal Prof. Vincenzo Mastronardi, titolare della Cattedra di Criminologia dell’Università “La Sapienza” di Roma).

Non è argomento sufficiente per dire “allora tutto va bene”: no. E nemmeno servirebbe ricordate i numerosi sacerdoti – come don Fortunato Di Noto dell’Associazione ‘Mater’ – che ogni giorno si battono contro la pedo-pornografia infantile.

Fosse anche uno solo, un sacerdote non può continuare ad esercitare il suo ministero impunemente con dentro una colpa così bestiale. Esiste una giustizia terrena alla quale deve essere consegnato come uomo, prima che come sacerdote.

Ciò che però si vuole spesso insinuare è che la Chiesa non faccia nulla e anzi copra i preti pedofili.

Altro stereotipo che continua come un refrain nelle convinzioni della gente comune.

Non corrisponde alla realtà. Se si avesse uno sguardo umile nel guardare la realtà, ci si accorgerebbe che così non è. Nei suoi due ultimi anni di pontificato, papa Benedetto XVI autorizzò le dimissioni dallo stato clericale di circa 400 preti, coinvolti in casi di abusi contro i minori. La notizia, che dimostra l’impegno di Joseph Ratzinger su uno dei problemi più dibattuti legati alla Chiesa nei tempi recenti, è stata ampiamente diffusa dall’agenzia di stampa Associated Press (AP), che ha ottenuto un documento del Vaticano in cui sono elencati i provvedimenti contro i preti accusati di pedofilia in Europa e non solo. Nel 2011 e nel 2012 furono quindi quasi raddoppiate le riduzioni a stato laicale rispetto agli anni precedenti. L’informazione data da AP è stata inizialmente smentita dal direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che ha parlato di errata interpretazione dei dati. Ma dopo avere effettuato alcune verifiche interne, Lombardi ha modificato la propria dichiarazione, confermando la correttezza dei dati diffusi dall’agenzia di stampa. Secondo il documento, preparato per un’audizione della delegazione vaticana presso le Nazioni Unite a Ginevra, nel 2011 furono dimessi dallo stato clericale 260 preti, mentre nel 2012 simili provvedimenti riguardarono 124 sacerdoti. Tra il 2008 e il 2009, per fare un ulteriore confronto, le riduzioni a stato laicale avevano interessato circa 171 preti. L’aumento fu in parte dovuto ad alcune modifiche nelle politiche del Vaticano per gestire i casi di pedofilia e per la raccolta delle testimonianze delle persone che, da bambine e adolescenti, avevano subito molestie. Il lungo articolo di AP spiega che a partire dal 2001 il Vaticano ha sensibilmente cambiato le proprie politiche per affrontare i casi di pedofilia, ordinando ai vescovi di inviare presso i suoi uffici tutti i casi credibili di pedofilia per verifiche e revisioni interne. Prima di diventare papa, Ratzinger assunse diversi provvedimenti dopo essersi reso conto che in molti casi i vescovi non seguivano le indicazioni date dal Vaticano per i preti pedofili. Invece di essere richiamati alle loro responsabilità, nella maggior parte dei casi venivano semplicemente spostati da una parrocchia a un’altra, cercando di insabbiare le loro vicende. Nel documento ottenuto da AP i dati più vecchi risalgono al 2005, anno in cui la Congregazione per la dottrina della fede, di cui Ratzinger fu prefetto tra il 1981 e il 2005, iniziò a dare informazioni più precise sui casi di pedofilia. Dopo i primi anni con un numero relativamente basso di processi autorizzati contro preti accusati di abusi sessuali, le cose cambiarono intorno al 2008, anno in cui Ratzinger diventato papa fece un viaggio negli Stati Uniti, paese dal quale iniziava ad arrivare un numero cospicuo di denunce e segnalazioni. Ai giornalisti Benedetto XVI spiegò di essere “mortificato” dall’alto numero di casi di pedofilia.

Papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato non ha mai smesso di denunciare i preti pedofili e di esortare tutte le Conferenze Episcopali a non coprire, ma anzi a collaborare pienamente con la giustizia terrena affinché i colpevoli vengano riconosciuti tali e puniti. Al punto che in data 4 Giugno 2016, ha promulgato una Lettera Apostolica in forma di “motu proprio” intitolata “Come una Madre amorevole” che vale la pena riportare in forma integrale. “Come una madre amorevole la Chiesa ama tutti i suoi figli, ma cura e protegge con un affetto particolarissimo quelli più piccoli e indifesi: si tratta di un compito che Cristo stesso affida a tutta la Comunità cristiana nel suo insieme. Consapevole di ciò, la Chiesa dedica una cura vigilante alla protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili. Tale compito di protezione e di cura spetta alla Chiesa tutta, ma è specialmente attraverso i suoi Pastori che esso deve essere esercitato. Pertanto i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che hanno la responsabilità di una Chiesa particolare, devono impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate. Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico ‘per cause gravi’: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto. Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette ‘cause gravi’ è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal MP Sacramentorum Sanctitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI. In tali casi si osserverà la seguente procedura”.

Papa Francesco – insisto, sulla scia dei suoi predecessori Giovanni Paolo II e benedetto VI° – scrive in maniera chiara ed inequivocabile. Il Vescovo diocesano o l’Eparca, o colui che, anche se a titolo temporaneo, ha la responsabilità di una Chiesa particolare, o di un’altra comunità di fedeli ad essa equiparata, può essere legittimamente rimosso dal suo incarico:
· se abbia, per negligenza, posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, sia che si tratti di persone fisiche, sia che si tratti di una comunità nel suo insieme. Il danno può essere fisico, morale, spirituale o patrimoniale.
· se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua. Nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave.
Al Vescovo diocesano e all’Eparca sono equiparati i Superiori Maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio. “In tutti i casi nei quali appaiano seri indizi di quanto previsto dall’articolo precedente, la competente Congregazione della Curia romana può iniziare un’indagine in merito, dandone notizia all’interessato e dandogli la possibilità di produrre documenti e testimonianze. Al Vescovo sarà data la possibilità di difendersi, cosa che egli potrà fare con i mezzi previsti dal diritto. Tutti i passaggi dell’inchiesta gli saranno comunicati e gli sarà sempre data la possibilità di incontrare i Superiori della Congregazione. Detto incontro, se il Vescovo non ne prende l’iniziativa, sarà proposto dal Dicastero stesso.In seguito agli argomenti presentati dal Vescovo la Congregazione può decidere un’indagine supplementare. Prima di prendere la propria decisione la Congregazione potrà incontrare, secondo l’opportunità, altri Vescovi o Eparchi appartenenti alla Conferenza episcopale, o al Sinodo dei Vescovi della Chiesa sui iuris, della quale fa parte il Vescovo o l’Eparca interessato, al fine di discutere sul caso. La Congregazione assume le sue determinazioni riunita in Sessione ordinaria. Qualora ritenga opportuna la rimozione del Vescovo, la Congregazione stabilirà, in base alle circostanze del caso, se:
1°. dare, nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione;
2°. esortare fraternamente il Vescovo a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni. Se il Vescovo non dà la sua risposta nel termine previsto, la Congregazione potrà emettere il decreto di rimozione.
La decisione della Congregazione deve essere sottomessa all’approvazione specifica del Romano Pontefice, il Quale, prima di assumere una decisione definitiva, si farà assistere da un apposito Collegio di giuristi, all’uopo designati.Tutto ciò che ho deliberato con questa Lettera Apostolica data Motu Proprio, ordino che sia osservato in tutte le sue parti, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga pubblicato nel commentario officiale Acta Apostolicae Sedis e promulgato sul quotidiano “L’Osservatore Romano” entrando in vigore il giorno 5 settembre 2016”.

Il canone del Codice di diritto canonico che già prevedeva la rimozione dei vescovi negligenti, ovvero il numero 193, esiste, infatti, dal 1983, ovvero da quando san Giovanni Paolo II riformò e approvò la legge della Chiesa cattolica tuttora in vigore. Ma evidentemente la norma non veniva sempre approvata e i vescovi che coprivano i preti pedofili non venivano rimossi dalle loro sedi. Padre Lombardi ha spiegato, inoltre, che “trattandosi di una normativa su procedure non si pone questione di retroattività o meno”. Oltre alle nuove norme contro la copertura della pedofilia, il Papa ha approvato “ad experimentum” lo statuto del nuovo dicastero per i Laici, la famiglia e la vita nel quale confluiranno, dal 1° settembre, gli attuali Pontifici Consigli per i laici e per la famiglia, attualmente guidati dal cardinale Stanislaw Rylko e da monsignor Vincenzo Paglia. In quella data ambedue i Pontifici Consigli cesseranno dalle loro funzioni e verranno soppressi. Con il nuovo dicastero sarà connessa anche la Pontificia Accademia per la vita, come pure diretto legame vi avrà il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

C’è un altro documento che Papa Francesco ha promulgato di recente: “Il Dono della vocazione presbiterale – Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis”, 08 Dicembre 2016. “Si tratta di custodire e far crescere le vocazioni – ha dichiarato il Pontefice – , perché portino frutti maturi. Esse sono un ‘diamante grezzo’, da lavorare con cura, rispetto della coscienza delle persone e pazienza, perché brillino in mezzo al popolo di Dio”. Sono trascorsi ormai trent’anni da quando – il 19 marzo 1985 – la Congregazione per l’Educazione Cattolica, allora competente in materia, ha provveduto ad emendare la Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, promulgata il 6 gennaio 1970, integrando soprattutto l’apparato delle note, alla luce della promulgazione del Codice di Diritto Canonico (25 gennaio 1983). Da allora numerosi sono stati i contributi al tema della formazione dei futuri presbiteri, sia da parte della Chiesa Universale che da parte delle Conferenze Episcopali e di singole Chiese particolari. Innanzitutto, occorre ricordare il Magistero dei Pontefici che in questo periodo di tempo hanno guidato la Chiesa: S. Giovanni Paolo II, al quale si deve la fondamentale Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), Benedetto XVI, autore della Lettera apostolica in forma di “motu proprio” Ministrorum institutio (16 gennaio 2013) e Francesco, dall’impulso e dalle indicazioni del quale è nato il presente documento.

Nel documento sopra citato, Papa Francesco si occupa al capitolo 19.9 delle “Persone con tendenze omosessuali” nei seminari diocesani. “In relazione alle persone con tendenze omosessuali che si accostano ai Seminari – scrive -, o che scoprono nel corso della formazione tale situazione, in coerenza con il proprio Magistero, la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate. Qualora si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l’espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un’adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell’Ordinazione diaconale. Per altro, occorre ricordare che, in un rapporto di dialogo sincero e di reciproca fiducia, il seminarista è tenuto a manifestare ai formatori – al Vescovo, al Rettore, al Direttore Spirituale e agli altri educatori – eventuali dubbi o difficoltà in questo ambito.In tale contesto, se un candidato pratica l’omosessualità o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale, così come il suo confessore, hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l’Ordinazione. In ogni caso, sarebbe gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all’Ordinazione. Un atteggiamento così inautentico non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale. In sintesi, occorre ricordare e, al contempo, non occultare ai seminaristi che il solo desiderio di diventare sacerdote non è sufficiente e non esiste un diritto a ricevere la sacra Ordinazione. Compete alla Chiesa […] discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel Seminario, accompagnarlo durante gli anni della formazione e chiamarlo agli Ordini sacri, se sia giudicato in possesso delle qualità richieste.

Don Maurizio Patriciello così scrive su “Avvenire” (“Il caso di Padova. Il peccato «organizzato» diventa menzogna. Chiediamo perdono”, venerdì 13 gennaio 2017):

“Importante è rialzarsi in fretta, fare marcia indietro, chiedere perdono. Pregare, confessarsi, fare penitenza. Riparare. Rimettersi in carreggiata. Riconoscere con immensa umiltà di essere stati fragili ma anche imprudenti. Di essere piccoli ma anche sprovveduti. Cosa del tutto diversa, invece, è volerlo, desiderarlo, inseguirlo, organizzarlo, il peccato. A danno proprio e degli altri. Inventare, mettere in piedi, sostenere una struttura di peccato. Il più delle volte questo modo di fare sfocia anche nel reato. Si pecca contro Dio, se stessi, i fratelli, ma anche contro le leggi dello Stato, che, finchè non contraddicono la nostra coscienza, siamo tutti chiamati ad osservare e rispettare. In questo caso non possiamo più parlare di un peccatore caduto, per fragilità o negligenza, in una trappola, ma di una mente lucida che il male lo desidera, lo cerca, lo predispone, lo realizza. Calpestando tutti e tutto. Quando a entrare in questo girone infernale poi è un prete la cosa si fa più triste, più angosciante, più dolorosa. Il male che si struttura. Con furbizia, malizia. L’ormai ex don Andrea oggi chiede di essere lasciato in pace, quella stessa pace che ha provveduto a distruggere nel cuore di tanta gente.

È tutto così strano in questa faccenda. Questo ex confratello entra in seminario da adulto, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza. Avrebbe potuto rimanere laico, lavorare e fare quello che meglio gli garbava, assumendosi le sue responsabilità.

Perché ha chiesto di diventare prete? Quale forza lo ha spinto? Quest’ uomo ha tradito.

Se stesso, innanzitutto. Poi la sua vocazione, la sua gente, la sua Chiesa, il suo Dio. L’inconcepibile suo modo di agire si ritorce oggi su tutti noi preti italiani. Saremo anche noi a dover scontare le sue follie. Che responsabilità! Gettare col proprio comportamento fango sulla Chiesa. Noi preti italiani, col volto rosso dalla vergogna, chiediamo perdono alla sua parrocchia, a chi ha creduto in lui, alle persone trascinate in questa storia penosissima e surreale. Siamo addolorati oltre ogni dire. Ma che cosa può essere mai accaduto? Il cuore dell’uomo è un guazzabuglio, un abisso, un mistero. È proprio vero. E quando Dio, il solo capace di riempirlo e consolarlo, viene accantonato, trascurato, può precipitare nel buio più profondo. Questi peccati, pensati, voluti, organizzati non possono rimanere in piedi da soli. Necessitano di essere sostenuti da apposite stampelle. Hanno bisogno della complicità della menzogna, del denaro, del cinismo, di altri uomini e donne. E si scende sempre più giù, sempre più giù. Fino a perdere il ben dell’intelletto. ‘Quando Dio non può far di noi degli umili fa di noi degli umiliati’ scriveva Julien Green. Ed è così. Oggi l’ ex prete dice di essere un uomo distrutto. Ci credo. Chi avrebbe dovuto risanare i cuori addolorati si è ritrovato ad affliggerli di più. Chi doveva ravvivare la fiamma smorta l’ ha spenta del tutto. A tutti coloro che si sentono smarriti per la condotta dell’ex parroco, chiediamo perdono. Davvero. Lo facciamo con le lacrime agli occhi e l’ angoscia nel cuore. Al Signore chiediamo la grazia che nessuno, a causa di questa storia, smarrisca la fede. ‘È inevitabile che avvengono scandali ‘ disse Gesù. Ma aggiunse: ‘Ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo’ Preghiamo. Preghiamo perché non accada più che nella Chiesa santa di Dio, giovani che non furono chiamati al sacerdozio riescano a ingannare i confratelli e i superiori e ritrovarsi a profanare i Sacramenti e il popolo che Dio si è acquistato col sangue della croce”.

Scriveva Paolo VI, nel settembre 1964:

“Innanzitutto voi non troverete più nel linguaggio della gente perbene di oggi, nei libri, nelle cose che parlano degli uomini, la tremenda parola che invece è tanto frequente nel mondo religioso, la parola ‘peccato’. Gli uomini nei giudizi odierni, non sono più chiamati peccatori. Vengono catalogati come sani, malati, bravi, buoni, forti, deboli, ricchi, poveri, sapienti, ignoranti, ma la parola ‘peccato’ non si incontra mai. E non torna perché, distaccato l’intelletto umano dalla sapienza divina, si è perduto il concetto di peccato”. Pio XII affermava: ‘Il mondo moderno ha perduto il senso del peccato’, che cosa sia, cioè, la rottura dei propri rapporti con Dio. Il mondo non intende più soffermarsi su tali rapporti. Cosa dice a volte la nostra pedagogia: ‘L’uomo è buono: sarà la società a renderlo cattivò. Viene adottata, come norna, una indulgenza molto liberale, molto facile, che spiana le vie ad ogni esperienza, come se il male non esistesse. Ma come a contraddire tutto questo, guardate se c’è un filo ottimista nella produzione moderna; guardate se nei premi letterari, c’è un solo libro presentabile, che dichiari essere l’uomo buono, che esistono ancora delle virtù. Dilaga, al contrario, l’analisi del tanfo, della perversione umana, con la tacita, ma inesorabile sentenza che l’uomo è inguaribile. Ma Gesù vede e guarda a noi, che siamo povera gente, con tanti malanni, pronto a guarirci e ridarci quella veste del ‘bambino’ che è la vera grandezza nostra”.

Lo scandalo è un vero trauma dell’anima di chi lo riceve: un trauma che a volte incide nel profondo del cuore, dando un corso diverso e sbagliato ad un’intera esistenza. Un vero attentato all’anima. Chiunque di noi abbia conservato un retto giudizio della vita, sa che è sopportabile e meno dannoso un incidente, che in qualche modo mutila il nostro corpo, di uno scandalo che intacchi l’integrità del cuore.

Ma non cediamo alla mentalità che ci fa scandalizzare di chi offre scandalo, ma – proprio per questa tendenza – stupiamoci di chi vive con coerenza la propria vocazione alla santità: è il salutare ‘scandalo evangelico’, inteso come verità di vita. Quanta gente buona incontro ed ogni volta è sentire che Dio è con noi meravigliosamente.

Scrive Mario Luzi in Nostalgia di Te:
“Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra: ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto,
tra gente povera, amabile e tante volte esecrabile.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni, ma neppure un istante mi sono allontanato da Te.
La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa…
Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o troppo poco?
Sono venuto sulla terra per fare la Tua volontà eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente, Ti prego, con la mia debolezza.
Ma da questo stato umano d’abiezione, vengo a Te, nella mia debolezza. Comprendimi!
Quando saremo in Cielo ricongiunti, sarà stata grande prova ed essa non si perde nella memoria dell’eternità”.

 

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