Ripartire dal prepolitico

Ripartire dal prepolitico. Una riflessione da “Il potere dei senza potere” di Vaclav Havel

di #DavideVairani

 

Ha senso oggi riprendere alcuni spunti di riflessione da una storia che appare lontana? Crediamo di sì.

Ma chi è stato Havel?

Václav Havel (Praga, 5 ottobre 1936 – Hrádeček, 18 dicembre 2011) è stato uno scrittore, drammaturgo, politico e poeta ceco. È stato l’ultimo presidente della Cecoslovacchia ed il primo presidente della Repubblica Ceca.Nel 1948 il partito comunista prese il potere con un colpo di Stato appoggiato dall’Unione Sovietica. Il regime accusò la famiglia di Havel di simpatie filo-tedesche (il giornale del Partito Comunista Rudé Právo scrisse il 23 febbraio 1989 che gli Havel erano stati collaborazionisti durante il periodo dell’occupazione tedesca). Sull’onda della repressione seguita alla fine della Primavera di Praga nel 1968 fu bandito dal teatro e iniziò un’intensa attività politica, culminata con la pubblicazione del manifesto Charta 77, la cui scrittura prese spunto dall’imprigionamento dei componenti la formazione musicale ceca di musica psichedelica dei Plastic People of the Universe.

Il suo attivismo politico di dissidente gli costò cinque anni di prigione. In una delle opere che lo hanno reso celebre, “Il potere dei senza potere”, Havel ha brillantemente teorizzato il cosiddetto Post-totalitarismo, termine usato per descrivere il moderno ordine socio-politico che ha fatto sì che la gente potesse, per usare le sue parole, “vivere all’interno di una menzogna”. Sostenitore appassionato della non-violenza, è stato uno dei leader della cosiddetta Rivoluzione di Velluto del 1989, durante la quale fu arrestato di nuovo, il 28 ottobre. Il 29 dicembre 1989, nella sua qualità di capo del Forum Civico, fu eletto presidente dall’Assemblea Federale. Dopo le libere elezioni del 1990 mantenne la presidenza. Nonostante le crescenti tensioni interne, Havel si batté con vigore per evitare la suddivisione della Cecoslovacchia in Repubblica Ceca e Slovacchia, e per non firmare gli atti di divisione della stessa rassegnò le dimissioni.Dopo la creazione della Repubblica Ceca, Havel si candidò alla presidenza nelle elezioni del 26 gennaio 1993, risultando eletto. Nonostante le precarie condizioni di salute e tre interventi chirurgici è stato rieletto nel 1998. Nel gennaio del 2010 viene pubblicata per la prima volta in Italia l’intera corrispondenza vergata durante i ripetuti periodi di detenzione. Il libro s’intitola “Le Lettere a Olga” e manifesta distintamente la sua profonda fede religiosa e il fascino che la figura di Gesù Cristo ha esercitato su di lui.Nell’ultima parte del volume emerge la sua concezione filosofica, basata su una formazione fenomenologica nata dalla lettura di Heidegger e di Lévinas in un contesto di umanesimo cristiano. Morì a causa di problemi respiratori il 18 dicembre 2011 all’età di settantacinque anni, in suo onore si sono tenuti tre giorni di lutto nazionale in Repubblica Ceca e uno in Slovacchia.

Il testo di Havel, “Il potere dei senza potere”, risale al 1978. Eppure molte riflessioni debordano dalla specifica situazione storica e geografica vissuta da Havel per offrire spunti all’attualità.

Si parla di dittatura e ideologia e ci si riferisce a una forma specifica di dittatura, definita post-totalitaria. Essa nasce sul “terreno dello storico incontro fra dittatura e civiltà consumistica”, e in questo suo essere “caricatura” e disvelamento dell’Occidente diviene una forma storica che ci offre ancora stimoli e inquietudini.

Non viviamo forse oggi forme di totalitarismo non meno invasive (seppure in forme diverse) da quell’epoca? Non viviamo forse immersi in un mainstreaming del “love is love”, del desiderio e delle pulsioni elevate a metro di misura di ogni diritto esigibile? Non viviamo forse immersi in un brodo “culturale” che riduce tutto a prodotto acquistabile ad uso e consumo del sè (utero in affitto, aborto come diritto e non omicidio, etc.)? Che ne resta oggi di una visione antropologica dell’umano come “essere in relazione con e per” fin dall’origine?

Havel insiste – ad esempio – nel sottolineare come le forme di totalitarismo rendano i propri leader, “nonostante l’enorme potere che la struttura centralizzata depone nelle loro mani”, “niente più che una cieca funzione della regolarità del sistema”. Uno svuotamento cui corrisponde la de-responsabilizzazione individuale, che porta ciascuno a essere vittima e supporto del regime. Uno svuotamento che è riempito dai rituali dell’ideologia come costruzione di una pseudorealtà che fa da paravento alla coscienza.

E ancora: “Il sistema post-totalitario è ossessionato dal bisogno di legare ogni cosa con un regolamento. La vita in esso è percorsa da una rete di ordinanze, avvisi, direttive, norme, disposizioni e regole (non per niente lo si definisce un sistema burocratico). Buona parte di queste norme sono lo strumento diretto della globale manipolazione della vita, tipica del sistema post-totalitario: l’uomo è solo l’insignificante ingranaggio di un meccanismo gigantesco; il suo valore è limitato alla funzione che in esso svolge; impiego, alloggio, movimenti, espressioni sociali e culturali, tutto deve essere il più possibile abbottonato, codificato e controllato. Ogni deviazione dal percorso prestabilito è bollata come errore, arbitrio e anarchia. Dal cuoco del ristorante che senza il permesso dell’apparato burocratico, difficilmente ottenibile, non può cuocere per gli ospiti qualche specialità che si discosti dalle norme statali, al cantante che senza l’autorizzazione dello stesso apparato non può cantare in un concerto la sua nuova canzoncina, sono tutte persone legate, in ogni manifestazione della loro vita, dal filo burocratico delle ordinanze che nel loro insieme sono il regolare prodotto del sistema post-totalitario il quale sempre più saldamente incatena tutte le intenzioni della vita nello spirito del proprio intento: gli interessi dell’’automatismo’ ben lubrificato”.

Cosa rompe le regole del gioco?

Un gesto che, nella sua ‘politicità’, si situa però prima di ciò che normalmente si intende per politico. Un gesto di “vita nella verità” – come lo chiama Havel-, che può nascere da terreni non politici e che però diviene pericoloso perché implicitamente rompe le regole del gioco smascherandole come tali, ossia costruite. Questo campo politico potenziale nasce dal “bisogno elementare che l’uomo ha di vivere almeno in una certa misura in sintonia con sé stesso”. Proprio a questo bisogno elementare possiamo guardare oggi come alla leva principale di una azione politica che vada oltre il momento storico immediato.

Il lato debole del sistema post-totalitario – infatti – è il suo fondamento instabile, la menzogna. Ciò significa che ogni tentativo di vita nella verità è percepito come un pericolo in quanto, svelando le fondamenta illusorie del potere, mette in crisi il sistema. La menzogna infatti, giustapposta alla verità, appare come tale, almeno a chi non si rifiuta di percepirla. Nel sistema post-totalitario la vita nella verità ha non solo “una dimensione esistenziale (restituisce l’uomo a se stesso), noetica (rivela la realtà com’è) e morale (è un esempio), ma ha anche un’evidente dimensione politica” (Havel 2013, p. 55). La vita nella verità — il tentativo di vivere in accordo alle reali esigenze materiale e spirituali della vita — è quindi il punto di partenza di ogni vera opposizione e il nocciolo duro del dissenso. Ciò significa che il confronto tra il potere costituito e l’opposizione non avviene innanzitutto sul livello politico ma su quello esistenziale.
Se ciò è vero il dissenso ha un potenziale assai vasto in quanto coinvolge in linea di principio tutta la società. La vita della verità è fatta di “ogni libera espressione della vita” (Havel 2013, p. 59), di ogni parola e atto che si connette alle intenzioni della vita, sia esso un gesto di solidarietà o un’espressione di cultura popolare. Se la vita nella menzogna si manifesta come “crisi morale”, come demoralizzazione, la vita nella verità presuppone l’esercizio della responsabilità.

Ciò significa che ogni atto responsabile – oltre a una dimensione morale – possiede una rilevanza politica.

Siamo ancora oggi in un sistema politico in cui la leadership sembra essere una funzione acefala al servizio di qualcosa che mira a replicare sé stesso. Il cittadino è pervaso da sfiducia: è “demoralizzato”, direbbe Havel, espressione che rende bene l’abdicazione alla morale come capacità di rispondere dei propri atti, ma anche la delusione che questa maschera mostra.

Di più: il rifiuto della morale diviene nel caso italiano paradigma ostentato che bolla di ipocrisia o bigottismo i tentativi di riferirsi a principi etici condivisi.

La categoria di vita nella verità è il perno su cui ruota la pars construens del discorso haveliano. Nel sistema post-totalitario la politica non è fatta di piattaforme alternative o di rivoluzioni ma della “tensione continua e lacerante fra le pretese monopolistiche del sistema e le intenzioni della vita” (Havel 2013, p. 71). La nascita di un nuovo modello politico ed economico può essere solo la conseguenza della ricostituzione di un rapporto autentico dell’uomo con se stesso, con gli altri e con il mondo intero. Ciò che è essenziale è che la posizione che l’uomo assume non si lasci dialetticamente definire da ciò a cui si oppone. La dissidenza è innanzitutto una posizione esistenziale, non un mestiere o una condizione sociale.

Nel momento in cui la vita nella verità comincia ad articolarsi creativamente attraverso libere organizzazioni di interessi, proteste pubbliche, essa diviene una vita relativamente indipendente caratterizzata da una certa emancipazione interiore, senza la quale non ci può essere alcun autentico dissenso. Il programma dei dissidenti — se si può chiamare tale — ha quindi un carattere innanzitutto difensivo delle intenzioni reali della vita, una strada solo apparentemente minimalista in quanto riporta al cuore della questione, alle esigenze umane concrete.

Nell’esperienza del dissenso gioca un ruolo importante il principio di legalità. Non si tratta di una preoccupazione formale, bensì di una conseguenza dell’analisi del sistema post-totalitario, il quale, come s’è detto, si caratterizza per una forte stabilità e per l’assenza di una chiara polarizzazione sociale — fattori che rendono inefficace ogni tentativo di rivolta violenta. Ma la violenza è in ogni caso rigettata a motivo del suo implicito presupposto, vale a dire che la vita umana sia sacrificabile in nome di un cambiamento sociale. La violenza rimane cioè all’interno della logica autotelica del sistema post-totalitario. Il principio di legalità serve inoltre per smascherare il ritualismo giuridico che serve le intenzioni del sistema e richiamare il reale contenuto della legge. Di fronte a tale provocazione il sistema è costretto a dar conto dei propri provvedimenti con la conseguente limitazione del suo arbitrio.

Nel momento in cui la vita nella verità conquista una certa indipendenza si ha la nascita di ciò che Václav Benda ha chiamato polis parallela, la quale si sviluppa innanzitutto attraverso strutture culturali e poi anche educative, sindacali, economiche e politiche come espressione non di un progetto aprioristico ma delle intenzioni della vita. La polis parallela non è da intendersi come un rifugio ma come la manifestazione di una responsabilità verso il tutto e come il luogo dove questa diviene possibile.

Attraverso le forme che essa liberamente genera, la vita nella verità rappresenta una sfida ineludibile per il sistema post-totalitario. Certo essa non è il solo fattore di cambiamento del sistema ma ha la caratteristica di essere l’unico con un carattere riflessivo e quindi culturalmente rilevante. La risposta del sistema si muove sempre lungo due estremi, quello della repressione e quello dell’adattamento. Quest’ultimo può indurre alcune strutture del sistema a una parziale auto-riforma, con tutte le ambiguità del caso, oppure a una differenziazione interna nel tentativo di rispondere alle intenzioni della vita. Havel non esclude una possibile fase finale caratterizzata dallo sfaldamento e dall’estinzione delle strutture ufficiali — prefigurando inconsapevolmente ciò che poi effettivamente avvenne.

L’analisi del rapporto tra l’uomo e il sistema post-totalitario deve però raggiungere un livello più profondo, quello che vede questo come una versione della “civiltà della tecnica”. L’essenza della tecnica è per Havel di carattere metafisico e ciò è piuttosto paradossale, visto che una delle principali caratteristiche di tale forma di vita sta nella negazione di ogni dimensione che eccede quella dei problemi affrontabili e risolvibili tecnicamente. In tale prospettiva la crisi della civiltà tecnica è più profonda nei paesi occidentali a motivo dell’abbondanza delle risorse finanziarie rivolte agli investimenti tecnologici da parte del settore pubblico e di quello privato. L’ossessione che a ogni problema si possa dare una soluzione tecnica priva l’essere umano della sua responsabilità, generando alienazione e demoralizzazione. L’uomo occidentale è vittima di un automatismo sociale ancora più pericoloso perché meno consapevole ed evidente: il sistema post-totalitario è davvero lo specchio convesso della civiltà moderna.

La salvezza per l’uomo moderno può venire solo da una “nuova esperienza dell’essere”, da un rinnovato rapporto dell’essere umano con se stesso, con gli altri e col mondo intero fondato sulla fiducia, sulla solidarietà e soprattutto sulla responsabilità. Una responsabilità che è pensata — secondo il senso etimologico della parola — come risposta a un’istanza che si manifesta come assoluta, incondizionale e quindi trascendente il livello della mera immanenza degli enti fungibili. Solo sulla base di questa esperienza morale e religiosa è possibile fondare un sistema politico ed economico che Havel chiama “post-democratico”.
Tale nuova esperienza dell’essere è pensata da Havel sulla scorta della figura della cura dell’anima. Si tratta di un lavoro teorico e pratico su di sé che va nella direzione opposta a quella imboccata dalla modernità, la quale, in nome dell’ideale dell’oggettività, ha reso il mondo delle evidenze ed esigenze soggettive qualcosa di meramente privato, di “idiota”. Nel suo rifiuto di ogni automatismo sociale la cura dell’anima si esplica come riabilitazione delle evidenze ed esigenze personali sul piano politico, come primato della morale sulla gestione del potere e della responsabilità sull’utilità, come fioritura della lingua naturale al di fuori dei limiti posti dalle “lingue di legno” burocratiche e ideologiche. In tal modo il punto focale dell’azione sociale diviene l’io capace di responsabilità in quanto in rapporto con qualcosa al di sopra di lui, un io disponibile al sacrificio perché la vita abbia senso.

La cura dell’anima genera una prassi politica paradossale, una “politica antipolitica” che, pur non prendendo parte alla politica intesa come gestione del potere, per la consapevolezza morale che è capace di produrre ha tuttavia una dimensione civile e un innegabile effetto politico, seppur nascosto, indiretto e difficilmente quantificabile. Ma l’aspetto più importante che l’esperienza del dissenso evidenzia è che il percorso che sviluppa una condotta dissidente coincide con la dinamica di costituzione di una soggettività non alienata, una soggettività dissidente.
E l’aspetto costitutivo di tale soggettività sta nel rapporto con un’alterità la quale viene comunque — per dirlo con Paul Ricoeur — a svolgere sempre la funzione di interdire al sé l’occupazione del posto del fondamento (Ricoeur 1993, p. 431). Il modo dell’alterità più rilevante nel caso del dissenso è quello della coscienza. Ora, ciò che Ricoeur evidenzia è che la coscienza come l’alterità è in grado di risvegliare una risposta nell’io se e solo se questo è capace di accoglienza, discriminazione e riconoscimento e quindi di riflessività. La coscienza appare quindi costituirsi come il luogo di una peculiare dialettica tra il sé e l’altro attraverso la quale questi due polarità dell’esperienza si costituiscono in un rapporto ineludibile. Allorquando l’ethos è profondamente corrotto — come nei regimi post-totalitari o nelle società liquide contemporanee — c’è allora necessità di figure morali capaci di resistere alla desolazione e alla demoralizzazione in nome di una responsabilità ultima che abbiamo chiamato cura dell’anima.
Ma chi si dedica a essa non può non scoprire che l’anima è un luogo imprendibile in quanto è costituito dall’opera di un’alterità inesauribile, che una soggettività riflessiva non può prescindere dalla percezione affettivamente tonalizzata del mondo, vale a dire della passione.

Ripartire dal prepolitico significa, insomma, dare spazio al bisogno di verità degli individui. Verità nella prassi come nei pensieri.

“Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono felice l’uomo. L’individuo, che a prima vista è l’essere più impotente di fronte alle proporzioni dei meccanismi che governano la vita politica, ne è invece il protagonista necessario.”

Così non si può eludere quella dimensione micro, di lavoro individuale (a partire da sé) o con gruppi ridotti, che sembra offrire poche speranze per un mutamento radicale del panorama sociale e politico. Eppure la dimensione della testimonianza, sempre più dimenticata dalla politica ufficiale, sembra da un altro punto di vista la più promettente per guardare con speranza al futuro, perché “gli uomini che vivono in un sistema post-totalitario sanno fin troppo bene che ciò che conta non è se al potere c’è un partito o più partiti e il nome che essi hanno, ma se si può o non si può vivere umanamente” (V. Havel).

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