Ora che del gender non ci si vergogna più

Ora che del gender non ci si vergogna più
#LaCroce del 02 Febbraio 2017

di #DavideVairani

Fino a poco fa tentavano di negare, di dirottare l’obiezione, di precisare cavillosi distinguo. Il numero monografico del National Geographic mostra invece chiaramente che non c’è più bisogno di simili cautele: l’indifferentismo e la fluidità sessuale si possono propagare senza più neanche un velo di ipocrisia. La “Scienza”, che si è sempre orientata al vero, è sostituita così dalle “scienze”, che si accontentano dell’utile e del fattibile

Non esiste alcun studio scientifico dotato di un minimo di serietà capace di dimostrare che si nasca uomo, donna e X.

Tutto il resto è ideologia.

Un documentario, andato in onda il 31 gennaio alle 20,55 su “National Geographic” prova a dire il contrario: “Gender Revolution” il titolo. Il film affronta lo stesso tema del numero di gennaio 2017 della medesima rivista. In copertina c’era allora Avery Jackson, 9 anni di Kansas City. Avery ha passato i primi quattro anni della sua vita come un ragazzo, ma ha vissuto apertamente come una ragazza transgender dal 2012. Una bambina transgender in copertina e altre 80 storie dentro, tutte di bambini e bambine di 9 anni da ogni parte del mondo, dall’America al Medio Oriente, dall’Africa alla Cina. “Gender Revolution” fa lo stesso. La giornalista americana Katie Couric accompagna lo spettatore, in un viaggio di due ore, attraverso un concetto, quello di genere, che sta cambiando fisionomia. Agender, transgender, androgini, genderfluid, genderqueer, intersex, transessuali. Ogni definizione ha un significato e una spiegazione scientifica che la Couric – con l’aiuto di medici, scienziati, sociologi e famiglie – cerca di spiegare a chi è ancora convinto che il mondo si divida fra maschi e femmine”. “Tutti ci portiamo addosso etichette applicate dagli altri – scriveva Susan Goldberg, direttore di National Geographic Magazine, nel numero di gennaio – Quelle lusinghiere – ‘generoso’, ‘intelligente’, ‘divertente’ – le indossiamo con orgoglio. Quelle negative possono essere fardelli che pesano per tutta la vita, accuse da cui cerchiamo disperatamente di scagionarci. L’etichetta più resistente, e quella che probabilmente influenza di più la nostra vita, è la prima che ci viene assegnata: ‘è un maschietto!’ o ‘è una femminuccia!’. Anche se in un suo famoso aforisma usò la parola ‘anatomia’, in sostanza Sigmund Freud intendeva dire che il genere di appartenenza è il destino. Oggi però alcune delle convinzioni più radicate sui generi stanno cambiando rapidamente e drasticamente. Ecco perché abbiamo dedicato un intero numero all’esplorazione del concetto di genere, nella scienza, nei sistemi sociali, nelle civiltà umane nel corso della storia. Come scrive Robin Marantz Henig nell’articolo ‘Questioni di genere’, è in corso una ‘evoluzione del concetto di donna o uomo e [dei] significati di termini di parole come transgender, cisgender, non conforme, genderqueer, agender o una qualsiasi delle 50 opzioni che il profilo di Facebook offre ai suoi utenti. Nel frattempo gli studiosi stanno scoprendo una serie di nuove e complesse realtà riguardo la conoscenza biologica del sesso. Molti di noi hanno imparato alle superiori che il sesso è determinato dai cromosomi sessuali e da nient’altro: XX per una femmina, XY per un maschio. Ma la questione non è così lineare”. “Tutte le persone che ho incontrato in questo viaggio sono molto differenti da me – fa da contraltare la Couric -, cresciute in maniera diversa. Noi siamo spesso intrappolati nel nostro mondo, viviamo una narrativa dettata dalla nostra individuale esperienza, quindi per me solo uscire dalla zona comoda dove ero e imparare qualcosa di queste persone che hanno dovuto affrontare situazioni differenti dalla mia è stato molto educativo”.

Che cosa si vuole dimostrare? Che queste persone ci sono? Che scoperta! Che queste persone hanno il diritto di non essere discriminate e di poter vivere la propria vita serenamente? Che scoperta! Che queste persone sono così e che ciascuno di noi è libero di sentirsi e di essere come meglio crede? Sì. Questo si vuole dimostrare narrando storie di vite ai confini della normalità. Si chiama ideologia.

Insomma: nella società del XXI secolo il concetto di identità sessuale ha mille riconosciute sfaccettature, non è più così netto e il mondo sta facendo i conti con la crescita di una generazione diversa, che ha voglia di essere accettata e compresa nonostante le opposizioni dei conservatori ancora lontani dall’accettare questo cambiamento sociale. E’ il progresso che ci vogliono vendere come l’inevitabile liberazione dell’uomo dai tabù di una società ancestrale e castrante.

Il gender – che è alla base di questa devastazione antropologica senza precedenti nella storia dell’umanità – viene mascherato allora dietro valori autentici e condivisibili in sé, come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, lotta alla discriminazione, e via dicendo. In realtà, nel suo delirio di volontà di potenza e nichilismo radicale, pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano, un post-umano in cui l’uomo appare spossessato di sé, come un nomade privo di meta ed in-definito nella sua identità. Un perfetto oggetto, da controllare e manipolare, vendere e rivendere, consumare come si vuole. Piaccia o meno, ma il risultato oggettivo dell’ideologia gender è esattamente questo: se ciascuno di noi è libero di scegliere chi essere, quando e come esserlo, cambiare il proprio sé e il proprio corpo in relazione a come ci si sente in quel momento, allora davvero l’uomo è riducibile ad un oggetto. E se è riducibile ad un oggetto allora può di conseguenza essere comprato e venduto (utero in affitto), ucciso quando soffre (eutanasia). Che ne resta dell’umano? Che ne resta del farsi carico dell’altro, del bene comune, di qualsiasi cosa che non porti direttamente beneficio al singolo individuo? Sto portando alle estreme conseguenze un ragionamento logico.

Non è un caso che tutti i difensori del gender si affidino ad alcune branche specifiche della scienza moderna per tentare di dimostrare le loro teorie: la sociologia e la psicologia, anzitutto. Discipline, cioè, che non fanno altro che studiare alcune dimensioni dell’uomo nel contesto esterno ad esso (la sociologia) oppure la dimensione del sé (la psicologia). Scienze che – per loro intrinseca natura – non hanno il compito di dimostrare che 2+2 fa 4, ma semplicemente di guardare ad una parte dell’umano formulando teorie che necessitano di una verifica empirica. Studiano atteggiamenti e comportamenti, non dicono “questo è buono e questo è sbagliato”. I cosiddetti “studi di genere” non sono altro che il risultato di queste branchie della scienza. Narrare storie di vite di per sé non significa affatto dimostrare alcunché, come invece fa il “National Geographic”. L’ideologia è “il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale” (Treccani), ed è in tal senso che qui utilizziamo il termine.In questo senso e con questo valore semantico noi utilizziamo qui il termine ideologia: una serie di convinzioni sociali, che si tramutano o rischiano di tradursi presto in pratiche, senza il supporto di una solida base logico-argomentativa, ma accettate per lo più come valori rappresentativi, in cui le persone si riconoscono.

Perché? … “perché sì”, “perché – secondo me – è giusto che”, “perché tanti fanno così”, e via dicendo. E’ diventato ormai necessario porre questa puntualizzazione iniziale, come dire, preventiva, nella misura in cui gli stessi “ideologi del gender”, tatticamente, sempre più spesso negano l’esistenza stessa di questa teoria, oltre che dell’ideologia che ne deriva, accusando i critici di confondere i gender studies con teorie o ideologie inesistenti, per lo più inventate dai cosiddetti “fondamentalisti cattolici”. C’è da dire che fino ad un certo punto i teorici del gender hanno pure ragione: un conto è il complesso di ricerche e di studi sul genere e sulle problematiche che ne derivano, un’altra cosa sono i cambiamenti sociali che derivano da un’accettazione acritica ed infondata di ciò che questi studi vorrebbero mettere in discussione o peggio stabilire in modo vincolante.

Dico “vorrebbero”, perché il valore e la portata scientifica di questi “studi” è più che discutibile ed è chiaro a molti che la fumosità e la liquidità con cui si presentano costituiscono la base più sicura per un loro utilizzo in vista di altri scopi, a partire da finalità di controllo sociale e di mercato economico.

Ammettiamolo: è la moda del momento. Fino a dieci anni fa’ neppure se ne parlava. Chi ha il coraggio di proclamare la differenza, la bellezza ed il valore della diversità tra uomo e donna viene immediatamente ed inconsapevolmente tacciato di arretratezza culturale, di ottusità, chiusura mentale, e, immancabilmente di omofobia.È così che oggi dobbiamo annuire quando i bambini vengono chiamati all’asilo con un pronome neutro, “perché devono ancora scegliere il loro genere”.

Dobbiamo plaudere ad un barbutissimo cantante maschio che si presenta vestito da donna, con tanto di trucco, tacchi e calze a rete. Dobbiamo complimentarci con il nuovo vento che spira dalle passerelle, dove risalire all’identità maschile e femminile dei modelli e delle modelle è operazione ormai difficilissima. Modelli e modelle, appunto.

E’ così che oggi dobbiamo plaudire quando in un asilo (ripeto, in un asilo) i bambini e le bambine vengono scientemente coinvolti in “progetti educativi” che prevedono che in alcune attività essi siano senza vestiti, usando schiuma da barba per ‘insaponare’ i compagni. E’ accaduto all’Asilo Monumento di Siena il 10 ottobre scorso, stando a ciò che riporta “La Nazione” di Firenze.

“In una bacheca dell’Asilo Monumento a Siena, che si trova accanto a Palazzo di giustizia, si parla di bambini ‘senza vestiti, su un grande telo di plastica’. E ancora: ‘Abbiamo scelto un compagno e, a turno, ad occhi chiusi, abbiamo sperimentato, spalmando la schiuma sul suo corpo, la gentilezza, la delicatezza ed il piacere delle conoscenza reciproca’. Così l’iniziativa di fine anno scolastico diventa materia di un’interrogazione in consiglio comunale presentata da Andrea Corsi (L’Alternativa) e Marco Falorni (Impegno per Siena). Si chiedono chiarimenti al sindaco. ‘Quali sono le finalità – il quesito – nelle scuole dell’infanzia comunali sono state intraprese iniziative analoghe?’”. “Il progetto –ha spiegato l’Assessore all’Istruzione Tiziana Tarquini in Consiglio Comunale l’altro giorno– si è articolato in una serie di attività. Tra queste i giochi di gruppo volti a favorire l’espressione della propria ‘aggressività naturale e positiva’; modulazione del volume e dell’intensità della voce; disegni su carta anche a occhi chiusi; laboratori teatrali alla scoperta del fuoco; uscite didattiche alla Caserma dei Vigili del Fuoco (il fuoco che distrugge) e ad una vetreria (il fioco che crea); giochi corporei e di drammatizzazione, anche con l’uso di particolari materiali come tempera e schiuma, volti a rappresentare i movimenti della fiamma: dall’esperienza sensoriale al riconoscimento dell’impronta personale impressa sulla superficie, in un percorso di scoperta della propria identità, in linea con quanto indicato nel documento ministeriale di riferimento: ‘i bambini giocano con il loro corpo, comunicano, si esprimono con la mimica, si travestono, si mettono alla prova, anche in questi modi percepiscono la completezza del proprio sé, consolidando autonomia e sicurezza emotiva (…). Il bambino vive pienamente la propria corporeità, ne percepisce il potenziale comunicativo ed espressivo, matura condotte che gli consentono una buona autonomia nella gestione della giornata a scuola (MIUR, Decreto 16.11.12, n. 254)’”. “Dalla risposta dell’assessore – ha controbattuto Andrea Corsi – mi sembra di aver capito che le cose scritte in bacheca sono vere, e mi sembra anche che iniziative analoghe, con bimbi senza vestiti che si spalmano la schiuma reciprocamente, non siano state effettuate in altre scuole per l’infanzia. Non ho ben capito le finalità di questo gioco. Mi dichiaro, quindi, insoddisfatto per i contenuti esposti dall’assessore”.

Ciò che in tutto questo ragionare pare drammaticamente assente è una parolaccia: etica.

Guai a parlare di etica oggi. Mai come in questo secolo l’etica è scomparsa dal vocabolario sia degli accademici che della gente comune. Etica richiama a verità (altra parolaccia). E la verità è una sola: non si nasce uomo, donna o x, non esistono tre generi in natura. L’etica è il modo con il quale l’umano definisce il suo essere in relazione con il mondo, con il tutto, alla luce di un insieme di valori, di evidenze e di ragionamenti capaci di indirizzarlo dentro un cammino per il quale valga la pena vivere. L’etica parte da un dato di fatto: che ciascuno di noi è un essere in relazione con e per, strutturalmente.

Fin dal primo giorno nel quale un ovulo viene fecondato nell’utero materno, ciascuno di noi si trova ad essere in relazione. Anzi. Ancora prima. Perché si generi una vita è necessario l’incontro carnale tra un uomo e una donna.

E la vita non si fabbrica, viene generata. E se viene generata, la vita deve rispondere a ciò che l’ha generata in primis. Se non ci fosse altro che l’uomo non avremmo bisogno di etica.

Sarebbe sufficiente un patto sociale, una convenzione negoziata per stabilire rapporti di non belligeranza. Ma nel mondo non c’è solo l’uomo.

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