Utero in anima

Utero in anima

Utero in anima è “un taccuino di appunti e riflessioni” sul tema della gravidanza surrogata e già nel titolo promette un approccio pacato a un argomento molto controverso.

Le psicoterapeute Valeria Bianchi Mian, Silvana Graziella Ceresa e Simonetta Putti – voci fuori dal coro nel baillame di “verità” urlate e povere di chiaroscuri – affrontano l’argomento in ottica multidisciplinare, con mente aperta e scevra di pregiudizi.

Per approfondirne gli aspetti hanno preso in esame le opinioni sull’argomento diffuse dai principali mezzi di informazione.

L’analisi ha riguardato l’anno 2015 e sono stati presi in considerazione i giornali cartacei, i social network, la televisione e la radio. Particolare attenzione è stata riservata alle discussioni su Facebook da parte dei colleghi e delle persone a vario titolo interessate all’argomento.

Man mano che leggevano e riflettono tra loro, le Autrici andavano elaborando le loro personali opinioni, cercando di mantenere una posizione il più possibile neutrale e apartitica, distante da posizioni radicali e intransigenti, o dettate dall’emotività.

E’ sorprendente – e le Autrici lo fanno notare con ironia – che “non aver prontamente aderito ai diversi ‘partiti’ che andavano dispiegando le proprie armi di convinzione, l’aver esplicitato i concetti di cui sopra, l’averne richiesto la discussione possibilmente pacata e apartitica, ci ha paradossalmente esposte all’apposizione di svariate etichette, tra le quali ricordiamo (anche con un sorriso di inevitabile ironia) le più salienti: cattoliche, reazionarie, femministe, fasciste, omofobe… In totale diniego delle nostre costitutive individuali credenze e posizioni nel mondo.”

Quali aspetti vanno considerati, nel tentativo di cogliere tutte le implicazioni del fenomeno della Maternità surrogata, spesso sbrigativamente definita con la brutta espressione “utero in affitto”?

Lungi dal proporre definizioni, o prescrizioni comportamentali, le Autrici cercano di enuclearne le problematiche più salienti e – necessariamente – ancora aperte. In altre parole, preferiscono porre – e porsi – domande, piuttosto che dare risposte.

Prendono in considerazione gli aspetti psicologici del “dono” da parte della madre surrogata e le dinamiche messe in atto da questo atipico donare.

Non trascurano le ricadute etiche e biologiche legate alla medicalizzazione di tale dono, con le pratiche non certo innocue che tale medicalizzazione comporta.

Anche il contesto sociale e culturale va preso in considerazione e le Autrici fanno notare come i progressi della scienza e i profondi mutamenti nei modi di vivere l’affettività e la sessualità hanno portato alla sensazione che tutto sia possibile: “le rigide regole pre-sessantotto hanno ceduto spazio man mano a una liberalità che spesso è divenuta permissivismo e mancanza di limite: alla società che ha visto tramontare l’Edipo si è sostituita la società di Narciso.”

E i figli? Come osserva Francesco Montecchi nella prefazione, ciò che colpisce nelle discussioni sulla maternità surrogata è la sensazione di essere “spettatori di posizioni collettive contrapposte in una sorta di opposti integralismi, che poggiano su presupposti in cui è poco presente il bambino che dovrebbe nascere.”.

Che destino hanno i “figli surrogati”?

E’ troppo presto per rispondere, osservano le Autrici. La ricerca sull’argomento è appena agli inizi e mancano, per ovvie ragioni, ricerche longitudinali che diano conto di come queste persone vivranno le fasi significative della loro esistenza e quale maternità e paternità sperimenteranno a loro volta.

Chiude il libro la gradevolissima e colta appendice di Erika Czako, medico e psicologa, “La profezia di Goethe”, un articolo già pubblicato nel 2000, a testimonianza del fatto che le nostre Autrici già da tempo analizzano con attenzione e preoccupazione le tematiche relative al progresso della scienza nel campo della fertilità.

Utero in anima non propone linee guida, ma chiavi di lettura e stimoli alla riflessione. L’auspicio è che le voci autorevoli delle Autrici mettano in guardia dalle facili e frettolose conclusioni e spingano a una riflessione profonda e pacata.

(fonte: http://www.patriziabelleri.it/utero-in-anima.html)

Prefazione di Francesco Montecchi

Ho accolto con piacere l’invito di Simonetta Putti a scrivere la prefazione a questo prezioso libretto per l’interessante e attuale nodo della gravidanza surrogata, che ci fa essere spettatori di posizioni collettive contrapposte in una sorta di opposti integralismi, che poggiano su presupposti in cui è poco presente il bambino che dovrebbe nascere.

Non appartenendo a nessuna delle posizioni integraliste e avendo passato la mia vita a lavorare con e per i bambini, proporrò delle riflessioni e degli interrogativi dalla parte del clinico che deve osservare e lavorare senza giudizio e pregiudizio ma in una visione bambino-centrica e non adulto-centrica come sta accadendo in questo dibattito. Non posso fare a meno di considerare che con l’evoluzione delle nuove modalità di far nascere i bambini e con i nuovi modelli di famiglia , i clinici e ricercatori non possono far altro che osservare e studiare questi nuovi bambini che incontreremo.

Pertanto non darò l’ennesima opinione ma mi attesterò nell’informare il lettore delle domande che mi pongo come clinico, nella illusione e speranza che questi interrogativi possano arrivare alle posizioni integraliste e soprattutto permettano di far riflettere e dare risposte a domande che l’attuale fervore collettivo non si pone. Nel mio interesse di conoscenza, mi chiedo, nel bene e nel male, che bambini saranno questi nuovi bambini in rapporto a quelli che siamo abituati ad incontrare ?

Forse da clinici e da ricercatori faremmo bene a non schierarci con opinioni preconcette che si sostengono poggiandole su ricerche pomposamente enunciate fatte molto lontano da noi, ma non controllate nella loro indipendenza e affidabilità (come ricercatori sappiamo bene come si possono fare ricerche che a volte , avendone interesse , più che ricerche sono delle “ri-trovate” di ciò che si vuole dimostrare!).

Le domande che mi pongo poggiano su due filoni di pensiero: uno psicologico ed uno biologico.

Lavorando con i bambini e le famiglie, mi accorgo con sempre maggiore evidenza come siano attuali le affermazioni che già Jung e Freud hanno espresso all’inizio del secolo scorso e che sono riprese dalla attuale psicologia del trans generazionale: “L’uomo – dice C.G.Jung (1913) – è in possesso di molte cose che non ha mai acquisito, ma che ha ereditato dai suoi antenati. Quando nasce non è una tabula rasa: è solo inconsapevole”; e Freud (1912-14) evidenzia che “l’individuo conduce una doppia vita, quella specificatamente individuale e quella come anello di una catena generazionale di cui è strumento indipendentemente dal suo volere”.

Ovvero più semplicemente, derivandolo dalla mia osservazione clinica, sintetizzo il concetto in modo più grossolano “ i bambini non s’inventano niente”, ma il loro comportamento e il loro funzionamento mentale fino alla loro psicopatologia poggiano su contenuti consegnatigli dai loro genitori e progenitori, cioè dal corredo o bagaglio transgenerazionale. Ma questa consegna, questa trasmissione dove e quando avviene?. Nella teoria del transgenerazionale il momento nodale in cui avviene è la gravidanza , dal concepimento alla nascita. La psicologia prenatale, negli ultimi anni ha aggiunto che la relazione genitori / figlio non si sviluppa dalla nascita del bambino (Piontelli, 1987; Righetti, 1996; Janus, 1997; Della Vedova e Imbasciati, 1998) ma inizia dalla gestazione. In questa prospettiva l’attesa di un figlio si configura come un periodo delicato, carico di emozioni spesso conflittuali fra loro. La gravidanza, quindi, rappresentando un nodo evolutivo fondamentale, contiene in sé contemporaneamente una grande possibilità ma anche un grande rischio, sia per la gestante ma soprattutto per il bambino.

La vita apparentemente inizia dal momento della nascita. In realtà, quando nasce biologicamente, il bambino porta già in sé un gran numero di informazioni ed esperienze emotive che ha ricevuto e accumulato sin dal momento del concepimento.

Queste esperienze gli sono trasmesse dalla madre attraverso canali sensoriali, vascolari e umorali. Ogni variazione dello stato fisico e soprattutto dello stato emotivo materno è recepita dal feto come un messaggio piacevole o angoscioso, come una comunicazione buona o distorta con la madre.

La madre, però, non comunica al figlio solo le proprie esperienze personali, ma svolge anche un ruolo di mediatore tra il feto e il “mondo esterno”. La comunicazione tra madre e figlio – come ho avuto modo di evidenziare recentemente – è permeata dal­l’intreccio delle storie personali dei genitori, dal momento evolutivo attraversato dalla gestante e dai rapporti che questa intrattiene con il tessuto sociale cui appartiene.

Ma nella gravidanza surrogata, con la nascita, queste esperienze emotive prenatali, subiscono una cesura in quanto il neonato passa nelle mani di chi ha prenotato la gravidanza.

Coloro che sponsorizzano la gravidanza surrogata potrebbero obiettare “ma queste sono psico-cose teoriche di cui non c’è certezza!”. Eppure è sorprendente ed emozionante, come la recente evoluzione degli studi sulla genetica, sviluppatasi dopo la scoperta del DNA, ci offre delle informazioni che danno una conferma di queste teorie psicologiche .

Se intersechiamo le teorie della trasmissione psicologica da una generazione all’altra, passando attraverso la trasmissione madrilineare, con la ereditarietà delineata dagli studi sul DNA, DNA mitocondriale e dall’Epigenoma (l’epigenetica), possiamo trarre le conferme, biologiche, delle intuizioni di Freud e Jung e della psicologia del transgenerazionale.

In modo semplificato ricordo che il DNA si trova all’interno di ogni cellula del corpo umano. E’ composto da cromosomi, che contengono tutte le informazioni genetiche che si trasmettono da un individuo all’altro. Ogni parte del DNA è formata da elementi più semplici, come se fossero gli anelli di una catena. Il DNA è la base fondamentale della vita. La funzione più rilevante del DNA è quindi quella di trasmettere le caratteristiche ereditarie da un individuo all’altro. Ma nella ereditarietà entra in gioco anche un altro DNA, il DNA mitocondriale (mtDNA) che si trova al di fuori dei cromosomi di una cellula, nei mitocondri, e il mtDNA si eredita unicamente dalla madre. Per questo tutti i figli di un soggetto di sesso femminile presentano lo stesso mtDNA, che viene tramandato unicamente da madre in figlio. Tramite l’analisi del DNA mitocondriale, si può scoprire la storia personale della famiglia ma in linea materna. E’ suggestivo come questa scoperta vada a sostenere la trasmissione madrilineare pocanzi descritta attraversi i meccanismi psicologici.

Dal DNA dipende il genotipo; con il termine di genotipo si indica il corredo genetico di un individuo, è ciò che è “scritto” nel DNA e quindi immutabile; mentre col termine di fenotipo, si intende l’insieme dei caratteri che l’individuo manifesta: dipende dal suo genotipo, ma anche dalle interazioni fra geni con fattori esterni; dunque può variare. Il nostro fenotipo (quello che siamo fisicamente e nelle nostre capacità, funzioni e comportamenti) anche se deriva principalmente dal nostro “programma” genetico è determinato anche dall’epigenetica.

La branca della genetica che sta letteralmente rivoluzionando la nostra tradizionale visione, è epigenetica (l’epigenoma), essa studia i cambiamenti che influenzano il fenotipo senza alterare il genotipo, e descrive tutte quelle interazioni con l’ambiente che determinano modificazioni ereditabili e che variano l’espressione genica pur non alterando la sequenza del DNA.

L’epigenetica studia i numerosi fenomeni ereditari in cui il fenotipo è determinato non solo dal genotipo ereditato in sé, ma anche dalla sovrapposizione di modifiche apparentemente secondarie; la ricerca ha dimostrato come queste modifiche siano indotte da fattori ambientali e il massimo impegno di questo funzionamento avviene durante la gravidanza. Alle cellule embrio­fetali è affidato il compito di definire il proprio assetto epigenetico in risposta alle informazioni provenienti dalla madre / gestante e, attraverso di essa, dal mondo esterno. Potremmo sintetizzare tutto questo, dicendo che il programma genetico specifico di un dato individuo è il prodotto di nove mesi di interazione epigenetica, con finalità adattativa e predittiva, tra miliardi di cellule e ambiente. L’ontogenesi embrio­fetale, (cioè l’insieme dei processi mediante i quali si compie lo sviluppo biologico) rappresenta la fase della vita di gran lunga più sensibile alle informazioni provenienti dall’ambiente e in particolare dalla relazione emotiva materno­fetale, (oltre ad altri fattori, alle esperienze nutrizionali, agli agenti inquinanti ecc.), proprio perché le cellule in via di differenziazione sono estremamente plastiche sul piano epigenetico. Ogni fenomeno epigenetico interagisce con altri fenomeni epigenetici, aggiungendo complessità al sistema.

Ma allora, se la vita non inizia con la nascita ma durante la vita embrio-fetale e tra madre e feto ci sono un turbinio di processi biologici ed emotivi, cosa succede nella gravidanza surrogata ? Il bambino ha il dna mitocondrale della madre , l’attivazione epigenetica della famiglia biologica che poi perde, dopo la nascita, in quanto va in un’altra struttura familiare in cui non trova corrispondenza e continuità al processo evolutivo psicologico e biologico iniziato durante la gravidanza.

Sarà molto interessante osservare e studiare questi bambini confrontati con le teorie del trans generazionale e dell’epigenetica.

Alcuni mi obiettano “ma allora nei bambini adottati ?”; è vero, ma nel caso di bambini adottati i genitori adottivi debbono essere consapevoli che nella loro missione non c’è un bambolotto al servizio dei propri bisogni narcisistici ma si dovrà essere disposti ad affrontare immancabili problemi: questi bambini portano iscritta nella memoria inconscia del loro corpo le loro origini non cancellabili. Analogamente dobbiamo chiederci: ma nei bambini che nascono, e nasceranno, con la gravidanza surrogata come si intersecheranno le influenze strutturanti della madre surrogata con la realtà familiare in cui il nato dovrà vivere?

È vera l’analogia con gli adottati, ma mentre i bambini adottati hanno subito un abbandono (che è un reato) e poi sono stati adottati, nella gravidanza surrogata è già programmato un abbandono (attualmente si dibatte se “legalizzarlo”) ed una adozione.

Nel prossimo futuro ci sarà un bell’impegno su cui riflettere!

Francesco Montecchi, neuropsichiatra, è analista junghiano, membro didatta dell’AIPA (Associazione Italiana di Psicologia Analitica) e dell’AISPT (Associazione Italiana Sand Play Therapy) e dell’ITRI (Istituto di Terapia Relazionale Integrata). Fondatore e presidente della Onlus “La Cura del Girasole” (www.lacuradelgirasole.it). Già primario di Neuropsichiatria infantile all’Ospedale “Bambino Gesù “di Roma. È autore e curatore di quindici libri attinenti la psicopatologia e la psicoterapia infanto-adolescenziale nonché autore di numerosi articoli scientifici.
montecchif@hotmail.com

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