Legittimo punire l’appartenenza religiosa. Cortocircuitoculturale

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Legittimo punire l’appartenenza religiosa. Cortocircuitoculturale

#LaCroce del 16 Marzo 2017
di #DavideVairani

La Corte di Giustizia UE appoggia lo smantellamento della visibilità del fatto religioso nel pubblico

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea è uscita con una sentenza che forse in pochi hanno letto attentamente. Stiamo parlando della sentenza 14 marzo 2017, causa C–157/15 della Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, che i media nazionali hanno sloganato “niente velo islamico sul lavoro”.

In realtà, la Corte va ben oltre: il divieto, imposto dal datore di lavoro, di indossare segni visibili che esprimano qualsiasi ideologia politica, filosofica o religiosa, non rappresenta una discriminazione diretta.

Così si legge nella conclusione: “Per questi motivi,la Corte (Grande Sezione) dichiara: l’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi di tale direttiva. Siffatta norma interna di un’impresa privata può invece costituire una discriminazione indiretta ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2000/78, qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia, a meno che esso sia oggettivamente giustificato da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, e che i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari, circostanza, questa, che spetta al giudice del rinvio verificare”. “Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2000/78/CE – Parità di trattamento – Discriminazione basata sulla religione o sulle convinzioni personali – Regolamento interno di un’impresa che vieta ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili di natura politica, filosofica o religiosa – Discriminazione diretta – Insussistenza – Discriminazione indiretta – Divieto posto ad una dipendente di indossare il velo islamico» (clicca qui per vedere il testo)

La Corte di Giustizia europea si è pronunciata su due episodi (uno francese, l’altro belga) concernenti il diritto di indossare il velo islamico sul luogo di lavoro. Una delle due vicende giudiziarie vede quale protagonista una donna di fede musulmana, dal 2003 receptionist presso un’impresa privata. Una regola interna, non formalizzata, vietava ai prestatori, di indossare, sul luogo di lavoro, segni che manifestassero ideologie di natura politica, filosofica, ovvero religiosa. Nel 2006 la lavoratrice comunicava al datore l’intenzione di indossare il velo islamico sul luogo di lavoro, durante l’orario della prestazione. La direzione aziendale riscontrava che l’annunciata condotta non sarebbe stata tollerata, in quanto mettersi addosso segni che manifestassero ideologie collideva con la neutralità cui l’impresa improntava le relazioni coi propri clienti. Nel giro di poche settimane il comitato aziendale modificava il regolamento interno, formalizzando il citato divieto. All’indomani dell’entrata in vigore, e stante il perdurare della condotta, la donna veniva licenziata. La questione approdava dinanzi la giustizia belga e la stessa Corte di cassazione chiamava in causa la Corte europea ponendo il quesito se il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna, in un contesto imprenditoriale privato, potesse rappresentare una discriminazione di tipo diretto.

Al di là del linguaggio burocratese con cui è scritta, la sentenza parla chiarissimo. Se le aziende europee possono proibire ai dipendenti di indossare il velo islamico “e più in generale di indossare in maniera visibile simboli politici, religiosi o filosofici” abbiamo un problema di libertà. Il velo islamico – se integrale – è contrario alle elementari norme di ordine pubblico sulla identità di ognuno di noi, in quanto deve essere riconoscibile in ogni contesto, soprattutto ovviamente di tipo pubblico. Ma questo dato è lapalissiano e non ha nulla che fare con la mera dimensione del lavoro in una azienda privata: vale per chiunque in qualsiasi contesto pubblico. Una suora che avesse oltre l’abito anche un velo coprente tutto il viso quando si reca a votare deve farsi riconoscere de visu e alzare il velo. In una manifestazione pubblica è vietato presentarsi con passamontagna e con qualsiasi altro indumento atto a non rendere visibile la persona. Ma non possiamo nascondere il fatto che in questo (come in molti altri) la Corte di Giustizia Europea ci stia giocando dentro. Quello che di fatto la Corte ha stabilito è il fatto che sia proibito indossare simboli religiosi in un ambiente lavorativo privatistico. Appare un dettaglio il fatto che l’oggetto della contesa sia legato in questo caso al velo islamico. O meglio. E’ evidente a tutti che il velo per l’Islam abbia un valore identitario molto marcato, soprattutto in certi ambienti molto ortodossi e rigorosi, fino a travalicare in una forma di imposizione alla donna e al tempo stesso rimarcare un modello familiare e di società di natura pesantemente patriarcale. Così come è evidente a tutti che in un clima di allerta massima per il pericolo del terrorismo di matrice islamista gli occhi sono inevitabilmente puntati maggiormente sulle comunità islamiche europee. Ma tutto questo non può giustificare un abuso di potere rispetto alle credenze religiose delle singole persone. Non c’è nulla di laico né di razionale. Si tratta sul piano etico di un’intrusione illiberale che innesca un problema di libertà in una spirale che non combatte i fondamentalismi ma si fa fondamentalismo contro il tratto pubblico delle religioni incarnato dall’uomo religioso. Con la conseguenza pratica che chiunque indossasse cessò una grande croce al collo oppure una kippà sul posto di lavoro potrebbe essere anche licenziato.

Se si legge per bene il testo di questa sentenza, ci si accorgerà della follia ideologica con cui è stata costruita e – di conseguenza- della follia contenuta in molte Direttive UE. La Corte ha argomentato che la norma interna in questione dell’azienda privata si riferisce alla circostanza di indossare segni che esteriorizzano convinzioni politiche, filosofiche o religiose e, pertanto, concerne ogni manifestazione di dette convinzioni, senza distinzione alcuna. Allo stesso tempo, la stessa Corte rileva che questa regola veniva applicata indistintamente a tutti i dipendenti. Per cui – deduce la Corte -, la disposizione interna non implica una disparità di trattamento “direttamente” fondata sulla religione ovvero sulle convinzioni personali, ai sensi della Direttiva. Più in particolare, dalla decisione della Corte emerge che nella Direttiva UE si intende per “principio di parità di trattamento” l’assenza di ogni discriminazione diretta o indiretta fondata, peraltro, sulla religione. E anche su questo aspetto occorre sottolineare alcuni elementi. Sebbene la Direttiva non contenga definizione alcuna della nozione di “religione”, il legislatore europeo si è riferito alla CEDU (Convenzione europea dei diritti dell’uomo), nonché alle tradizioni comuni degli Stati membri, ribadite nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Pertanto, la nozione di religione deve essere interpretata nel senso che essa include sia la circostanza di avere convinzioni religiose, sia la libertà degli individui di esternarle pubblicamente. Al contempo, il collegio non esclude che il giudice interno possa interpretare la norma interna, nel senso che rappresenti, “indirettamente”, una disparità di trattamento fondata sulla religione o sulle convinzioni personali: in tal caso dovrebbe essere dimostrato che l’obbligo formalmente neutro, in essa contenuto, comporti, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia. Pur ribadendo che soltanto il giudice nazionale investito della specifica controversia risulta legittimato a stabilire se, ed in quale misura, la norma aziendale interna sia conforme ai sopra descritti requisiti, al contempo la Corte di Giustizia ha chiarito che risulta “legittima la volontà di un datore di lavoro di mostrare ai suoi clienti, sia pubblici sia privati, un’immagine di neutralità, in particolare qualora siano coinvolti soltanto i dipendenti che entrano in contatto con i clienti. Tale intenzione, infatti, rientra nell’ambito della libertà d’impresa, riconosciuta dalla Carta”.

Altro ennesimo segnale di una Unione Europea che non solo ha dimenticato la storia dalla quale proviene, ma che prosegue nella direzione di annullare ogni forma di religiosità in ogni contesto. Viva la libertà!

 

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