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Come Salvini e la Lega sono riusciti a farsi votare da così tanti italiani

di Leonardo Bianchi, 07 Marzo 2018

Il boom di voti della Lega di Salvini spiegato nei dettagli: strategie di marketing politico abilmente giocate. Un interessante articolo di Leonardo Bianchi offre interessanti spunti per cogliere che cosa sta dietro un successo elettorale. Una ricostruzione minuziosa che parte da lontano.

Ve ne voglio proporre una parte, invitandovi a leggerlo per intero, perchè – indipendentemente dal giudizio che si può dare sui contenuti e proposte della Lega – aiuta a focalizzare l’attenzione sui processi e i meccanismi che stanno dietro e che spesso motivano una proposta politica o l’altra.

“In un certo senso, la situazione era ben delineata già quattro anni fa: “il bacino dei potenziali elettori della Lega,” afferma il CISE, “va dunque al di là del recinto tradizionale del centrodestra.” Per sfondare a livello nazionale, pertanto, Salvini e la Lega si mettono a martellare in maniera forsennata—giorno per giorno, post su post, rissa televisiva su rissa televisiva—su immigrazione, euroscetticismo, protezionismo economico, identità, tradizione, religione e sicurezza. Se si riavvolge il nastro degli ultimi anni, ci si accorge subito che Salvini e i suoi hanno messo il cappello praticamente ovunque: dalle barricate a Gorino alla legittima difesa, passando per i casi di cronaca in cui sono coinvolti migranti e l’ossessione per l’“ideologia gender.”

In tutto ciò, il leader leghista è aiutato moltissimo—volontariamente o meno—dai media mainstream; e non solo per l’impressionante volume di apparizioni, ma anche per come sono trattati certi argomenti. Prendiamo l’immigrazione: secondo il rapporto Notizie da paura dell’associazione Carta di Roma, dal 2015 al 2017 i telegiornali nazionali hanno raddoppiato il tempo dedicato a “flussi migratori” (o meglio: le “ondate di sbarchi”) e aumentato lo spazio a “criminalità e sicurezza”—un atteggiamento totalmente funzionale alla retorica dell’“invasione” e al discorso Legge&Ordine.

In parallelo a tutto ciò, il vero obiettivo della Lega salviniana è portare a termine l’opa sull’intero centrodestra—in primis contro Silvio Berlusconi, con il quale il rapporto non è mai stato facile. Tra il 2011 e il 2013 Salvini ha preso regolarmente di mira l’ex Cavaliere, scrivendo su Facebook che “la nostra gente non ne vuole sapere di un ritorno in campo di Berlusconi. Basta, basta per sempre: se Berlusconi corre, lo farà senza di noi.”

Chiaramente, non erano parole a caso: si inserivano in quella corrente leghista che dal lontano 1994 ha sempre mal sopportato Berlusconi. Dematteo—la cui prima ricerca sul campo si colloca tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila—mi dice che il passaggio tra secessionismo e il ritorno nel centrodestra “è stato un momento molto particolare e anche drammatico, perché questa alleanza è stata vissuta male all’interno della Lega. Tanti militanti ci credevano davvero, e il fatto di tornare a Roma insieme al ‘mafioso di Arcore’ era problematico.”

Da segretario, tuttavia, Salvini a un certo punto fa un ragionamento diverso. Appurato che la sua Lega ha una forte attrattività per l’elettorato forzista, e che con il “fascioleghismo” (pur tornando utile a livello retorico per recuperare le parole d’ordine più estreme) non sarebbe andato da nessuna parte, dal 2015 a oggi si riavvicina a Berlusconi—un riavvicinamento poi culminato nel patto per queste elezioni.

Il punto fondamentale è che i rapporti di forza erano parecchio sbilanciati rispetto al passato, e il voto del 4 marzo lo ha sancito una volta per tutte. Secondo le prime analisi dei flussi dell’istituto SWG, la Lega ha preso il 29,5 percento degli elettori dall’astensionismo e più di un quarto (il 25,5 percento) da Forza Italia; e mentre quest’ultimo ha perso il 38,1 percento dei consensi rispetto al 2013, il Carroccio li ha triplicati.

Oltre ad aver fatto il pienone in Veneto e Lombardia, la Lega ha sfondato nelle (ormai ex) “regioni rosse” ed è avanzata persino nel sud Italia (in Calabria, ad esempio, è passata dallo 0,25 al 5,61 percento), dove però ha dovuto riempito le liste di personaggi improbabili e/o impresentabili.

Di fronte a questi dati, insomma, si capisce come il “grande ritorno” di Berlusconi fosse prima di tutto una suggestione mediatica. La realtà è che la Lega non solo ha prosciugato Forza Italia, ma l’ha in qualche modo “salvinizzata.” Ed era proprio questa—stando a un retroscena dell’Huffington Post—la grande preoccupazione di Gianni Letta: rimanere schiacciati sulla Lega e farsi cannibalizzare.

L’impressione che gira in Forza Italia, infatti, è che a Salvini non importi davvero #andareagovernare. “Si vuole giocare la carta di un mandato, massimizzando la sua visibilità e il suo ruolo di leader,” si legge sempre sull’Huffington, “ma vuole stare all’opposizione di un accrocco fatto da Di Maio e altri, per poi sfidarlo al prossimo giro da leader incontrastato del centrodestra. Centrodestra che nel frattempo si è sbranato.”

Paradossalmente, e qui sta la sublime ironia del tutto, è proprio l’ex Cavaliere ad aver creato le condizioni per questo ribaltamento epocale. “Il vero problema,” mi spiega Lynda Dematteo, “è che Berlusconi ha fatto il vuoto a destra. Ed è quindi normale che uno come Matteo Salvini, onnipresente sui media, riesca ad andare al di là dei voti tradizionalmente leghisti; perché si fa portavoce di valori e sentimenti comuni di questo segmento di elettorato.”

Già nel 2001, del resto, nel libro Destra plurale iI giornalista Guido Caldiron parlava di uno “spazio di senso comune” alle destre italiane—di qualsiasi tipo: vecchie e nuove, conservatrici e post-fasciste, e così via—fondato “su nodi tematici quali l’identità, regionale o nazionale, l’immigrazione, la famiglia, e la cosiddetta ‘questione sicurezza’.”

Nel 2018 la Lega sembra aver conquistato l’egemonia su questi nodi tematici, imprimendo una svolta nettamente più radicale rispetto all’epoca berlusconiana ed estendendo quello “spazio di senso comune” ben oltre il suo recinto elettorale.Dematteo avverte comunque che “bisogna vedere se questi nuovi elettori hanno votato solo per protesta, o perché sono preoccupati dall’immigrazione, o per altre ragioni.” La storia della Lega, in effetti, è una storia di ondate elettorali—a ogni successo è corrisposto, prima o poi, un tonfo abbastanza rilevante su base nazionale.

Ma ora il contesto è completamente cambiato, e resta da capire dove andrà il nuovo leghismo e quanto sono profonde le sue radici. Mettiamoci comodi (si fa per dire): abbiamo i prossimi anni per scoprirlo.

Leggi l’articolo completo: clicca qui

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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