Cosa è sacro e cosa no. Il problema non è il “femminicidio”
di Pier Paolo Bellini

“Il Foglio” del 26 Settembre 2017

Così in nome dell’autodeterminazione abbiamo ucciso le nostre relazioni. E Le rivendicazioni di genere rischiano di non farci capire veramente qual è il marcio che sta alla radice

Che il futuro sia legato alla figliolanza lo intuiamo tutti. Che questa intuizione comporti una cura speciale nel salvare la mente dei giovani dalla confusione colpevole degli adulti è invece un’onestà intellettuale che pochi hanno il coraggio, oggi, di far propria.

Domina il politically correct che può avvalersi di una violenza coercitiva straordinaria, da cui è difficile sottrarsi, soprattutto quanto più si sale nelle gerarchie della fabbrica del pensiero dominante e delle istituzioni.

La categoria di “femminicidio” è ormai diventata una sorta di panacea nella quale viene posta (o meglio “deve porsi”) la speranza per cancellare la violenza di genere nel nostro paese. E così la si applica in maniera indifferenziata e anche a sproposito, non facendo veramente il bene delle vittime, ma soprattutto non trovando strumenti adeguati per arginare questo male sociale (antico), cioè il sopruso del più forte sul più debole.

Il caso della povera Nicolina, a cui l’ex compagno della madre ha sparato in faccia, è emblematico e suggerisce una strada per andare coraggiosamente alla radice del problema.

Una cosa è evidente: il fatto che si trattasse di una quindicenne invece che di un quindicenne è insignificante. Quel disgraziato demente avrebbe sparato allo stesso modo a un figlio maschio: voleva solo (nella sua riflessione malata) “ricambiare” quello che aveva fatto la madre.

Come ridurre la violenza? Risposta facile: inasprendo le pene. E anche qui è sensato chiedersi: ma se uno, dopo aver ucciso una donna, uccide se stesso (come spesso avviene), potrà essere trattenuto per timore delle conseguenze penali del suo gesto? È ridicolo. Così ci si condanna a non capire. Chi arriva a questi gesti non ha più nulla da perdere, ha già perso tutto. Le rivendicazioni di genere rischiano di lasciarci in superficie senza arrivare mai a capire veramente qual è il marcio che sta alla radice: è come curare il morbillo dando il fondotinta alle bolle sulla pelle. Ma, soprattutto, quelle rivendicazioni sono spesso più interessate al genere che non alle donne o agli uomini, quelli concreti, quelli che si fanno male senza avere neppure la consolazione di capire perché.

Questo è il punto: cercare di capire il perché, lasciando ai nostri figli la grande opportunità di scegliere, dopo aver loro dato gli strumenti per farlo.

Dov’è il marcio? Se vogliamo trovare il marcio a livello sociale (tralasciando momentaneamente la sua origine antropologica) dobbiamo individuare ciò che la cultura dominante identifica come “sacro” e come “profano”: senza questa distinzione (tra ciò che è gestibile, disponibile alla scelta individuale e ciò che invece non lo è) una società implode. Il primo comandamento dell’attuale religione sociale è l’autodeterminazione. Beninteso, l’indipendenza è una grande conquista. Ma quando la si considera “il” bene assoluto, essa entra in collisione con altri beni, altrettanto se non maggiormente essenziali.

La malattia non sta “nei” maschietti piuttosto che “nelle” femminucce: così si fa una guerra tra poveri. La malattia è al livello della “relazione”: è lei la grande malata della modernità. Non è “in”, è “tra”: la relazione tra uomo e donna, la relazione tra padre e figlio, la relazione tra chi momentaneamente guida e chi momentaneamente segue. A morire e a essere uccise sono quelle relazioni che, per la loro stessa natura, non ammettono ombre di strumentalità, quelle relazioni in cui la donna e l’uomo hanno la speranza (oserei dire il diritto) di non essere usati, di poter poggiare i piedi gratuitamente, di poter essere sicuri, perché si tratta di terra sacra, non disponibile al tiramento del partner, del padre, della madre. E’ a questo livello che, inseguendo il sogno dell’autodeterminazione, uccidiamo la vera urgenza: quella di una relazione che ci permetta un respiro sicuro e al tempo stesso sacrificante, a tratti anche mortificante. Quando tentano di liberarsi da questo ineludibile sacrificio, le relazioni diventano strumentali, transitorie, eventuali, liquide, immorali, rinnegabili appena uno voglia “rifarsi una vita” altrove.

In primo luogo vanno difesi i deboli, cioè i figli: hanno il diritto di essere sicuri di essere tali, hanno il diritto di non essere considerati amici, confidenti, complici, oggetti del desiderio, motivo di orgoglio, ostaggi, ma figli. Hanno diritto a essere sicuri di essere figli, a essere certi che nessuno potrà toccare la sacralità di questa relazione, neanche chi l’ha generata. Per l’uomo e per la donna (per entrambi) questa è la premessa a una relazione sana, non violenta: il riconoscimento di una dimensione sacra della loro relazione, non disponibile a nessuno dei due, da rispettare, da non usare, soprattutto quando genera qualcosa di nuovo, sommamente sacro.

E’ ripartendo di qui che anche i padri e le madri (gli uomini e le donne) potranno ritrovare se stessi, di riflesso, sacrificando a ciò che è sacro, vedendo così rifiorire forse, un giorno, ciò che non riuscirebbero a recuperare in nessun altro modo.

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