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“E’ vero: l’ha detto il telegiornale!”

di Davide Vairani

“E’ vero: l’ha detto il telegiornale!”. Prima della globlizzazione virtuale, di internet e dei social (cioè nell’era protozoica), il metro di misura insindacabile della attendibilità o meno di una notizia o di una informazione era il tiggì. La televisione fino a qualche decennio fa’ era investita da tutti noi di una sorta di autorevolezza superiore in termini di informazione, non fosse altro perchè a pochi era dato di vedere e toccare con mano quanto accadeva dall’altra parte del mondo.

E le “fake news”? Tutti si sapeva che il tiggì ci avrebbe potuto raccontare quello che voleva, ma forse tutto sommato non ce ne preoccupavamo più di tanto. Almeno per quanto riguardava notizie e informazioni a basso impatto sociale. I giochini di partito, i misteri delle stragi rosse e nere, il buco dell’ozono. Su questo ciascuno di noi si faceva una sua idea personale fatta di “dicunt”, “tradunt” e “ferunt”, su leggende più o meno metropolitane dei sentito dire e del “me lo ha detto uno che conta”e in una sorta di ancestrale atmosfera da cantastorie si tramandavano così di bocca in bocca vulgate spesso ai confini della realtà. Sul resto, le discussioni da bar sport venivano tacitate nel fatidico momento nel quale qualcuno entrava d’improvviso e nel riportare per filo e per segno ciò che aveva appena ascoltato e visto al tiggì chiudeva con la fatidica frase: “l’ha detto il telegiornale!”.

Quid est veritas?, ce lo domandavamo anche allora. Oggi in maniera più sensibile di ieri, al punto da coniare il termine che terrorizza molti, le “fake news”. Un fenomeno che con i social diventa sempre più strutturale e virale: real o fake news?

Oggi ciascuno di noi, milioni e milioni di persone, può smontare e rimontare una notizia e farla diventare virale, lobby di ogni tipo possono manipolare gli spazi dell’informazione virtuale creando un cortocircuito informativo per loschi affari o per le più bieche o strampalate motivazioni. La politica può più facilmente di un tempo manipolare e drogare i canali informativi facendoci vedere ciò che loro vogliono che noi vediamo, non ciò che realmente accade dietro le quinte. C’è chi sta pensando da più parti nel mondo di istituire veri e propri marchingegni capaci di controllare tweet dopo tweet per decretarne la veridicità o meno. Con quale metro di misura, non ci è dato da capire, visto che oggigiorno anche la banalità più banale come “le foglie sono verdi d’estate” viene contestata, manomessa, manipolata a seconda delle ideologie e degli scopi che chi controlla i mezzi di informazione vuole che noi usiamo per guardare la realtà (“i bambini sono maschi e le bambine sono femmine”, andate avanti voi, si è capito il ragionamento, no?).

Che oggi sia complicato e faticoso arrivare alla verità (almeno dei fatti) è indubbio. Lo scenario è certamente profondamente differente da “E’ vero: l’ha detto il telegiornale!”: al passaparola si è sostituita la realtà virtuale, i canali di informazione aumentano giorno dopo giorno, le notizie si affastellano e si sovrapppongono con una velocità fino a qualche anno fa’ impensabile.

Eppure.

Il gruppo del Massachusetts Institute of Technology (Mit), coordinato da Soroush Vosoughi, ha effettuato il più ampio studio mai condotto sin’ora sulla diffusione delle notizie false online, pubblicato sulla prestigiosa rivista “Science”: hanno analizzato il destino di 126 mila notizie in inglese su Twitter. E  studiato il comportamento di 3 milioni di utenti per dieci anni, dal settembre 2006 al dicembre 2016.

Risultato? Una fake news raggiunge in media 1.500 persone in maniera sei volte più veloce di una informazione vera. E mentre le false storie sovraperformano la verità su ogni argomento – inclusi affari, terrorismo e guerra, scienza, tecnologia e intrattenimento – le notizie false sulla politica non hanno eguali. Una sorta di invincibilità a cui sembra doversi quasi arrendere.

Da che dipende questa viralità? Uno potrebbe attribuirne la responsabilità ai bot, cioé a quei profili finti di utenti Twitter che sono gestiti tramite algoritmi (così come per Facebook).

E invece la straripante vittoria delle notizie false rispetto a quelle vere dipende da noi esseri umani. “Siamo noi che crediamo alle bufale – scrivono gli autori dello studio-. E non per ingenuità. Ma perché crediamo più volontieri a qualcosa che conferma un nostro pregiudizio, una nostra visione del mondo. Anche se è falsa. E poi perché spesso le notizie false sono eclatanti, sorprendenti. Ci colpiscono di più. Le notizie false in rete sono associate alla sorpresa e al disgusto, due stati d’animo che ci invitano a condividerle subito con i nostri amici; le notizie vere sono associate con la fiducia e la tristezza. E spesso la noia”. Per questo è molto più probabile che una storia falsa diventi virale rispetto ad una storia vera. Gli utenti di Twitter sembrano quasi preferire la condivisione delle falsità (cito sempre frasi contenute nell’abstract dello studio del Mit). Anche quando i ricercatori controllavano i resoconti che facevano poi nascere le informazioni virali – ad esempio, se quella determinata persona avesse più follower o la notizia fosse stata verificata – le fake avevano ancora il 70% di  probabilità di essere ritwittate rispetto a notizie accuratamente verificate. E la colpa di questo problema non può essere affidata ai nostri fratelli robotici. Dal 2006 al 2016, i bot di Twitter hanno amplificato le storie vere tanto quanto hanno amplificato quelle false. Le notizie false prosperano, scrivono gli autori, “perché gli umani, non i robot, hanno maggiori probabilità di diffonderle”. Sui social network le persone possono ottenere maggiore attenzione se sono le prime a pubblicare informazioni precedentemente sconosciute, proprio perchè le persone che condividono notizie nuove sono viste come più informate e dunque più autorevoli e quindi con più like o amici.

Sta insomma a noi usare più testa e responsabilità e meno egocentrismo. I robot saranno anche più veloci di noi umani, ma non possono sostituire libertà e verità (almeno fino ad oggi). E nemmeno egoismo, complotti, affari lobbistici. Quid est veritas?

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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