Gaber. Alla ricerca dell’Io
di Massimo Bernardini
da “Tracce – – Maggio 1999”, ripreso da: http://www.giorgiogaber.org

L’appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un’apparente aggregazione
l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

Uomini
uomini del mio passato
che avete la misura del dovere
e il senso collettivo dell’amore
io non pretendo di sembrarvi amico
mi piace immaginare
la forza di un culto così antico
e questa strada non sarebbe disperata
se in ogni uomo ci fosse un po’ della mia vita
ma piano piano il mio destino
é andare sempre più verso me stesso
e non trovar nessuno.

L’appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l’appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza
è assai di più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male
e non gli basta esser civile.
E’ quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale
con quell’aria più vitale che è davvero contagiosa.

Uomini
uomini del mio presente
non mi consola l’abitudine
a questa mia forzata solitudine
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto un luogo un posto più sincero
dove magari un giorno molto presto
io finalmente possa dire questo è il mio posto
dove rinasca non so come e quando
il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.

L’appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un’apparente aggregazione
l’appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza
è un’esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.

Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.

“Canzone dell’appartenenza”
di Gaber – Luporini
1996 © Warner Chappell Music Italiana

Alcuni amici, vedendo lo spettacolo “Un’idiozia conquistata a fatica – Gaber 98/99”, che sta toccando con grande successo i teatri italiani, sono stati colpiti, tra l’altro dalla Canzone dell’appartenenza di Giorgio Gaber, scritta nel ‘96 e tuttora presente nel suo ultimo spettacolo.

maxresdefault-1 Gaber. Alla ricerca dell’Io

Un tema, una parola, l’appartenenza, che non poteva non incuriosirci; fino al punto di far conoscere la canzone a don Giussani, anch’egli colpito dall’insolita “scoperta” dell’artista milanese, che ha da poco compiuto sessant’anni.

Ce n’era abbastanza per incontrarlo, indagare le sue ragioni e metterle a confronto con quanto suggeritoci da don Giussani in questi anni.

INNANZITUTTO PERCHÉ SCRIVERE UNA CANZONE SU UN TEMA COSÌ INSOLITO?
Sarà insolito, ma io e Sandro Luporini, con cui scrivo da decenni i miei spettacoli, è già la seconda volta che lo affrontiamo. Tutto è cominciato con la “Canzone della non appartenenza”, in cui indicavamo in questa mancanza la radice della falsa solidarietà oggi tanto di moda (“Quando non c’è nessuna appartenenza/la mia normale, la mia sola verità/è una parvenza di altruismo/magari compiaciuto/che noi chiamiamo solidarietà”; n.d.r.). Ma non ci bastava, quindi ci siamo tornati su con un’altra canzone.

PER LA CULTURA DOMINANTE LA PAROLA APPARTENENZA È UNA PAROLA SCOMODA: APPARTENENZA VUOL DIRE ESSERE INTRUPPATI, VUOL DIRE…
Vuol dire semplicemente essere parte di qualcosa.

FORSE È ESATTAMENTE QUESTO CHE ALLA CULTURA DOMINANTE FA PAURA.
Forse perché c’è ancora in giro un fastidioso residuo di collettivismo. Però per quanto ci riguarda, individualismo non è sinonimo di egoismo.

SI PUÒ DIRE CHE IL LAVORO SUO E DI LUPORINI IN QUESTI ULTIMI ANNI SIA STATO QUELLO DI TORNARE AD OCCUPARSI DELL’IO?
Direi proprio di sì, a partire forse dalla scoperta di Max Stirner (filosofo tedesco dell’Ottocento, seguace di Hegel e precursore dell’anarchismo individualistico; n.d.r.), fatta in anni in cui era considerato un inascoltabile, un reazionario. Ci ha interessato, in Stirner, la coscienza della propria unicità come risposta alla massificazione e a qualsiasi processo di collettivizzazione.

SENTA COSA SCRIVE A QUESTO PROPOSITO DON GIUSSANI: “IL SUPREMO OSTACOLO AL NOSTRO CAMMINO UMANO È LA TRASCURATEZZA DELL’IO”. E ANCORA: “NULLA È COSÌ AFFASCINANTE COME LA SCOPERTA DELLE REALI DIMENSIONI DEL PROPRIO IO”.
Io credo di averli sempre fatti i conti con l’io, in fondo già dai tempi di ‘Chiedo scusa se parlo di Maria’, canzone che riaffermava i diritti dell’io in anni in cui l’imperativo morale era occuparsi di tutt’altro: la rivoluzione, la politica…

PERÒ DA QUI COME SI ARRIVA ALL’APPARTENENZA?
Per noi l’appartenenza è considerare che dentro agli altri c’è un pezzo anche di sé. È un concetto nobile di individuo, che va oltre i bisogni primari; anzi che fa del rapportarsi con gli altri un nuovo bisogno primario. Perché fin da quando uno nasce dipende dall’altro.

TORNO A DON GIUSSANI: “IL BAMBINO VIENE EDUCATO E CRESCE CON UNA PERSONALITÀ BEN FORGIATA PER IL PURO FATTO DI APPARTENERE A SUO PADRE E A SUA MADRE”.
Assolutamente condivisibile. La prima appartenenza è la famiglia, non c’è dubbio. In qualche modo è il conforto di una prima appartenenza che poi si ripeterà chissà come nella vita.

PERÒ DON GIUSSANI NE DESUME UNA LEGGE PIÙ GRANDE E DECISIVA. SCRIVE: “DIVENTARE SEMPRE PIÙ VERI, AUTENTICI, SIGNIFICA CAMBIARE LA NOSTRA FALSA COSCIENZA DI ESSERE PADRONI DI NOI STESSI E ARRIVARE ALLA CONSAPEVOLEZZA DI APPARTENERE TOTALMENTE A UN ALTRO”.
Al mistero, come lo chiamo io, anche se magari con la m minuscola. Mi pare che nella natura umana sia presente una ferita che l’uomo cerca continuamente di rimarginare, pur sapendo che non ci riuscirà mai.

PERCHÉ LA DEFINISCE UNA FERITA?
Che la nostra vita sia dominata dal mistero è una ferita. La nostra ragione non basta a capire quello che ci succede.

E SE INVECE LA RAGIONE FOSSE UN’ULTIMA PORTA, UN’ULTIMA POSSIBILITÀ VERSO IL MISTERO?
Una ragione che non rispetta il mistero non è ragione, ma irrazionalità.

QUINDI SI PUÒ ESSERE UOMINI RAGIONEVOLI, CHE USANO FINO IN FONDO LA PROPRIA RAGIONE, E CONTEMPORANEAMENTE ACCETTARE LA FERITA DEL MISTERO?
È necessario essere così, uomini ragionevoli e proprio per questo coscienti della impossibilità di svelare il mistero. La ricerca continua, non esistono risposte, il mistero ne verrebbe svilito. È questa pretesa di soluzione del mistero che ci allontana da qualsiasi atteggiamento religioso.

E SE INVECE IL MISTERO AVESSE DECISO LUI DI RIVELARSI? NESSUNO PUÒ COMANDARE IL MISTERO.
Non riesco a vedere nel mistero questa volontà di rivelarsi, non ne sono capace.

TORNIAMO ALLA CANZONE DELL’APPARTENENZA. A UN CERTO PUNTO SI RIFERISCE AGLI UOMINI DEL PASSATO CHE AVEVANO “LA MISURA DEL DOVERE E IL SENSO COLLETTIVO DELL’AMORE”.
In effetti la nostra sopravvivenza si è affrancata da quello per cui i nostri avi hanno combattuto, hanno lottato, hanno faticato e fatto figli. Risolto il problema della sopravvivenza, anche la prosecuzione di sé nei figli ci sembra superflua. Però così l’uomo finisce per disgregarsi.

MA NON È CHE PER UN POPOLO COME IL NOSTRO L’AGGREGAZIONE, E DUNQUE L’APPARTENENZA, COINCIDEVANO CON UNA RADICE CRISTIANA? PASOLINI DICEVA…
Ma questo lo dico io: se in qualche modo questi principi cristiani vengono a mancare, si disgrega il senso stesso della civiltà occidentale, che è sostanzialmente civiltà cristiana. Su questo ci siamo legati, su questo abbiamo costruito il nostro mondo. Tutte le opere d’arte che abbiamo davanti da secoli, queste grandi costruzioni, queste cattedrali, sono impossibili persino da pensare senza un luogo in cui tutti sentono che è importante farle. Quando uno parla di valori, di che valori parla? Sì, di valori civici, ma i valori civici da dove nascono?

INSOMMA LEI, DA LAICO, DICE CHE I NOSTRI FONDAMENTI CRISTIANI CE LI DOBBIAMO TENERE ANCORA STRETTI.
Io da laico ritengo che bisogna paragonare i propri principi a quelli di Cristo, perché i nostri valori nascono da lì. Non credo che la civiltà sia molto solida, credo sia un velo sottile che possa saltare da un momento all’altro, la barbarie è a portata di mano. Per questo mi vien quasi da dire che i Balcani sono abitati da gente che ha un diverso rapporto con la vita e la morte. Ma diverso da cosa, da chi? Diverso da una concezione cristiana che sentiamo ancora comune. Credo che quando auspichiamo con leggerezza l’avvento della cosiddetta società multietnica, non ci rendiamo bene conto di cosa comporti in termini di scontro culturale.

A CHI APPARTIENE GIORGIO GABER, CON LE SUE CANZONI, COI SUOI SPETTACOLI?
Esistono due modi di far spettacolo: o vai sul palcoscenico per farti vedere (e quindi affermi te stesso), o ci vai perché cerchi una comunicazione col pubblico. Non dico che con noi in teatro si formi un’appartenenza, ma certo nasce qualcosa che ne fa parte. Sa perché alla fine io grido, faccio queste smorfie, ho queste reazioni? Perché mi vergogno, e mi vergogno perché sono stupito di questo riconoscimento che avviene tutte le sere su cose che io e Luporini abbiamo in qualche modo scoperto per noi stessi. È questo che rende il mio mestiere uno dei più belli che si possano fare. Cosa volere di più, per 120 sere all’anno? Anche gratis.

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Laureato per accide­nti in filosofia all­’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da vent’anni lavoro nel sociale. Se sono cattolico, apostolico, romano lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere. Perchè un Blog dal titolo “Direzione verso Est?” La nostra vita nasce ad Est e ritorna ad Est: è un cammino che non finisce qui. Per questo motivo, affermare che la trascendenza è un fattore costitutivo dell’uomo non è irrilevante rispetto alla dimensione sociale, culturale e politica della nostra esistenza. Vi invito a seguirmi su Facebook e su web al mio Blog “Direzioneversoest”

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