GIORNATA MONDIALE SULL’ABORTO: L’ABORTO NON E’ UN DIRITTO …
di #DavideVairani

Oggi 28 settembre è la data fissata per la surreale “giornata mondiale sull’aborto”.

Come scrive Mario Adinolfi oggi su #LaCroce quotidiano – “non bastano evidentemente i 56 milioni di aborti all’anno censiti dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Serve una giornata mondiale per chiedere ‘l’aborto libero’. Il modello che gli organizzatori hanno in mente è l’aborto a nascita parziale, procedura per fortuna illegale nella totalità degli Stati, ma praticato in alcune cliniche Planned Parenthood degli Stati Uniti sotto l’egida legale della storica sentenza Roe vs. Wade del 1973 della Corte Suprema, nonostante interventi normativi che dal 2003 hanno provato a limitarlo se non a vietarlo”.

Di che cosa stiamo parlando? Cos’è il “partial birth abortion”, la nuova frontiera dell’aborto “libero” che viene richiesta dalla giornata mondiale dell’aborto del 28 settembre?

“Semplice – scrive sempre Mario Adinolfi -, è la possibilità per la donna di prendere la decisione di abortire sino alle ultime settimane di gravidanza. Ad oggi le varie legislazioni nazionali permettono l’interruzione volontaria di gravidanza fino al quinto mese in genere, l’Italia è più restrittiva e si ferma al terzo mese, anche se con il trucco dell’aborto ‘terapeutico’ si finisce molto più in là. L’interpretazione della sentenza della Corte Suprema americana consegna però uno scenario infame secondo cui il nascituro non avrebbe diritti e sarebbe parte del corpo della donna che potrebbe farne quello che vuole fino al momento della nascita. In base a questa interpretazione la pratica dell’aborto a nascita parziale prevede l’induzione del parto anche al nono mese di gravidanza, un parto che viene indotto in posizione podalica stando attenti a mantenere la testa del nascituro all’interno del grembo della donna che non riesco a definire materno, per poi introdurre uno speciale forcipe e schiacciare la testa del bimbo per provocarne la morte completando poi il parto con l’espulsione del corpicino ormai senza vita”.

Occorre chiamare le cose per quello che realmente sono.

Parliamoci chiaro: aborto ‘libero’, in una condizione in cui tutte le altre modalità sono di fatto ormai praticate, significa via libera al partial birth abortion e all’idea che l’interruzione volontaria di gravidanza sia compiuta senza alcuna limitazione. Per questo sono in programma marcette di femministe, deliranti manifestazioni per abbattere il diritto all’obiezione di coscienza dei medici garantito dalla legge 194 (su questo fronte è vergognosamente attiva la Cgil, con dossier che falsificano i dati, non a caso bocciati in tutte le sedi compresa quella che doveva essere amichevole del Consiglio d’Europa) e vengono lanciati appelli come quello dell’associazione Luca Coscioni che chiede il via libera all’aborto farmacologico ambulatoriale: ‘La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza ha bisogno di un tagliando’, dice la prima firmataria che è Emma Bonino”.

Vorrei sommessamente sottolineare due questioni sul tema.

La prima. A chi -come Saviano e i tanti maitre a penser de i “falsi miti di progresso”- insiste nel sostenere che in Italia l’aborto sia un diritto, vorrei semplicemente che si andassero a leggere per bene la “Legge 22 maggio 1978, n. 194 ‘Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza (Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, n. 140)”

I primi due articoli sono sufficienti.

Articolo 1Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Articolo 2I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, fermo restando quanto stabilito dalla stessa legge, assistono la donna in stato di gravidanza:

  1. informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;
  2. informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;
  3. attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);
  4. contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita. La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori.

Lo spirito della Legge n. 194 non è primariamente quello di incentivare le donne a ricorrere alla pratica dell’aborto. Al contrario. L’enunciato dei primi due articoli – come abbiamo visto – non solo ribadisce il riconoscimento da parte dello stato delv alore sociale della maternità, ma addirittura impegna le istitutioni pubblche in primis a tutelarela  vita umana fin dal suo inizio. Che significa – allora – lche “lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile” attraverso i consultori famigliari (tra lefunz ioni dei quali rientra anche  il contribuire “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza” anche eventualmente dopo la nascita? Significa che per lo stato italiano una donna può ricorrrere all’aborto, che è legale l’aborto, ma che al tempo stesso occorre fare di tutto affinchè una donna possa generare la vita. Concordo allora con Emma Bonino quando dice a Vanity Fair che “La legge 194 ha bisogno di un tagliando”, ma per motivies attamente opposti. Domanda: concretamente, quanto lo stato italiano sta investendo su una cultura di vita, quanto sta investendo sulla famigliaquanto,  sta investendo sul’accompagnamento socio-economico alle donne?

La seconda. Perchè una donna decide di abortire? Quanto l’aborto è – davvero – una scelta convinta? Perchè di questo mipia cerebbe che si discutesse con serietà. L’aborto non è mai una scelta, ma spesso e troppe volte una dolorosa costrizione. Che lascia segni indelebili nel cuore di ogni donna.

Se su 1.265 donne incerte o intenzionate ad abortire, ben 955 (ossia il 75%) hanno poi dato alla luce il bambino grazie a un supporto psicologico, morale, ma anche a un aiuto economico, allora la strada per combattere l’aborto, e in qualche modo anche la denatalità del nostro Paese, non è poi così difficile.

Sono i dati presentati nei mesi scorsi alla Camera dei Deputati sull’attività svolta nel 2016 dai 349 Centri di aiuto alla Vita sparsi su tutto il territorio nazionale.

Ebbene. Che cosa ci dicono questi dat?

“La prima causa d’aborto è la crisi economica (49%), il dato sale al 75% se si sommano le difficoltà per mancanza di lavoro o di alloggio. Eppure, se le donne vengono ascoltate, aiutate e supportate, il trend si inverte: grazie ai Cav, nel 2016 sono nati 8.301 bambini, 13mila sono state le donne gestanti assistite durante il periodo della gravidanza, e oltre 17mila le mamme aiutate con varie tipologie di servizi. Le donne in difficoltà hanno per lo più tra i 25 e 34 anni (55%), sono prevalentemente casalinghe (40%) o senza lavoro (35%)”.

Questi dati – spiega Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per Vita italiano – testimoniano come, attraverso la semplice azione dei nostri volontari, sia possibile diminuire il dramma dell’aborto. Un fenomeno che ogni anno segna la scomparsa di circa 87mila persone, tante quante ne vivono in una città come Udine”.

 

I Centri di aiuto alla Vita negli ultimi 20 anni (dal 1997 al 2016) sono aumentati del 49% e operano ormai su tutto il territorio nazionale. La densità maggiore è al Nord: 187 i centri, uno ogni 174mila abitanti; nel Centro ne sono presenti 65, mentre al Sud e nelle Isole sono attivi 97 Cav.

La Lombardia si conferma la regione con il maggior numero di bambini nati grazie ai Cav (38 ogni 100mila abitanti) e di mamme assistite (66 ogni 100mila abitanti). Le donne ricevono assistenza ma anche sostegno economico: grazie al Progetto Gemma, che permette l’adozione temporanea a distanza di madri in difficoltà, dal 1994 al 2016 ben 22mila donne hanno avuto un contributo mensile per 18 mesi.

L’alternativa all’aborto dunque esiste, manca però una reale sinergia tra le istituzioni. “Solo il 5% delle donne che si rivolge ai Cav – denuncia Gigli – è inviato dai consultori pubblici: il segno del fallimento della legge 194″. Il 61% delle donne contatta il Cav nel secondo trimestre della gravidanza. A spingere le donne a chiedere aiuto sono per lo più gli amici (25% dei casi), oppure le parrocchie (17%) e le associazioni (7%). Sul tema della vita, le forze politiche non riescono a fare fronte comune. “Spesso le donne rinunciano all’aborto già dopo il primo incontro – racconta Mario Sberna, deputato del gruppo Des-Cd, e marito di una volontaria del Cav di Brescia –. Purtroppo questa non è una legislatura pro vita. C’è un continuo e sistematico lavorìo contro la famiglia. I bonus sporadici, per esempio, non hanno a che fare con la maternità, ma noi dobbiamo riportare nel nostro Paese speranza e futuro”.

Senza una strategia comune a favore della natalità, però, le possibilità di riuscirci scarseggiano. “Nei prossimi vent’anni le donne in età feconda si ridurranno di circa 3 milioni – puntualizza Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca –. Questo determinerà, a fecondità invariata, circa 60 mila nati in meno rispetto a oggi. Occorre recuperare il patrimonio demografico perduto rimettendo al centro la famiglia e rilanciando la natalità come investimento della società. È importante non disperdere il giovane capitale umano e raccontare la crisi demografica sui media, sensibilizzando la popolazione”.

Per chi non lo sapesse, i Cav non ricevono alcun aiuto economico statale. Stanno in piedi con i volontari e le donazioni.

 

Per i casi urgenti esiste il servizio nazionale SOS VITA, che risponde alnumero verde 800813000 gratuito, attivo 24 ore su 24, che registra e smista le richieste ricevuto smistandole ai CAV di competenza territoriale.

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