Guardare Cristo e non ai patentini di ortodossia

Guardare Cristo e non ai patentini di ortodossia
Le Lettere di #Davide Vairani
BlogLettere
“Come Gesù” – Blog di Don Mauro Leonardi

Charles Péguy in “Véronique” ai primi del Novecento scriveva: “Voi siete i primi uomini, dopo Gesù, senza Gesù”. Così descrive la scristianizzazione di oggi:“I primi uomini dopo Gesù”. Non prima di Gesù. Prima di Gesù sarebbe evidente. Ma “i primi uomini, dopo Gesù, senza Gesù”.

Il cuore del convertito Péguy viveva come chi non ha patria: estraneo alla cristianità dell’inizio del secolo passato e più estraneo ancora alla cristianità di oggi. Péguy non era “uno di parte”: semplicemente voleva Tutto. Per questo motivo i suoi giudizi erano netti – eppure non capiti-, la sua libertà respirava l’Infinito – eppure lo si accusava spesso di non essere libero.

Di fronte ad una società sempre più nichilista e relativista, il rischio per tanti cattolici oggi è quello di reagire dividendo con un rasoio ciò che è buono da ciò che è cattivo, dando per scontato – ovviamente – che essi stessi siano i buoni.

L’aggettivo “cattolico” rischia di diventare una sorta di griffe da appendere sulla giacca, una griffe che ha l’unico scopo distintivo per identificare chi è cattolico da chi non lo è.

Mi rendo conto di andare giù tranciando grossolamente.

Ho come la preoccupante impressione che mai come in questi ultimi tempi i “cattolici” si sentano più impegnati a fabbricare patentini di “vera e autentica cattolicità”, l’uno contro l’altro armati. Una sorta di gara a chi ne sa più dell’altro, tra chi pensa di essere più ortodosso dell’ortodossia.

Chi bazzica spesso sui social e si sofferma su commenti, articoli e post non potrà che arrendersi all’evidenza dei fatti: più che catholicon (universali), i cattolici paiono fazioni opposte schierate come opliti tra guelfi e ghibellini, conservatori e progressisti, papisti e anti-papisti e via discorrendo. Sia chiaro e metto le mani avanti: non ne sono immune.

Lo gnosticismo è una tentazione che striscia e si insinua da sempre nella storia bimillenaria della Chiesa: una delle prime eresie contro la quale Agostino e Ambrogio scrissero più di un trattato per farne emergere tutte le contraddizioni con la fede cristiana. Lo gnosticismo non è altro che la pretesa (consapevole o meno) che solo chi più conosce di Dio più si salva.

Ci sono finito dentro per quarant’anni della mia vita e non ho più intenzione di tornare indietro.

Che fine ha fatto Gesù Cristo in tutto questo?

Nei giudizi a volte tremendi e taglienti che mi capita di leggere, la cosa più terribile mi pare essere lo smarrimento della dimensione storica dell’avvenimento cristiano. Gesù diventa così una bella figura da imitare sul piano etico, sul piano dei valori.

Se questo è il cristianesimo (un insieme di valori), bhè, vi dico con tutto il cuore che non so che farmene. Non perché i valori non siano importanti (tutt’altro), non perché il cristiano non sia chiamato a giudicare, ma perché o il cristianesimo è – anzitutto e prima di tutto – l’avvenimento storico di Gesù di Nazareth morto e risorto, presente qui ed ora nella sua umanità nella Chiesa (suo corpo misterioso) oppure rischia di esserne la rappresentazione etica che ciascuno di noi si costruisce.

La resurrezione di Cristo è un fatto che o mi interpella oppure non ha sapore. San Paolo dice: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra speranza”. Nel riconoscimento di questo sta o cade la possibilità di una testimonianza cristiana nel mondo di fronte ai fratelli che gridano confusamente l’esigenza di una risposta all’infinita fatica del vivere, cattolici e non.

Certo, l’epoca moderna ha preteso annullare questa fatica del vivere promettendo all’uomo la riuscita dei propri desideri a prescindere dal riconoscimento che il Mistero solo fa tutte le cose. E anche tra cristiani si è fatto strada il pensiero che una forte sottolineatura dell’etica sia sufficiente a vivere nella giustizia e nella verità, quasi resistendo al “mondo” con la risorsa della propria fragile volontà.

Non è così: la sottolineatura dell’etica finisce solo con l’avvalorare i principi via via definiti come morali dal Potere in una determinata epoca. Come ha detto san Paolo: “Vagliate tutto e trattenete ciò che vale” (cfr 1Ts 5,21).

Don Luigi Giussani commentava che questa è la più grande definizione di cultura che avesse mai sentito. E, secondo me, lo è ancora. Perché in questo vagliar tutto e trattenere il valore sta il giudizio, sta ciò che ci rende padroni della realtà, ciò che ci rende liberi e non di parte. C’è un valore che è più grande di noi rispetto al quale noi dobbiamo volgerci e dobbiamo imparare a trattenerlo, perché questo giudizio è ciò che fa crescere la libertà. La libertà cresce, non è qualcosa che è data una volta per tutte. O meglio, è data una volta per tutte come potenzialità, ma non come esperienza, come esperienza del bene. Il rischio della libertà sta nella confusione della vita. Invece, la libertà come realizzazione è l’esperienza in cui tu sperimenti ciò che è bene per te, ciò che è dato per te. E quanto più tu sai apprezzare questo e impari a riconoscerlo, tanto più si costruisce il giudizio e il protagonismo della vita, cioè si riesce a vivere non da schiavi. Perché il fattore della libertà è il giudizio, ma il giudizio nasce come riconoscimento di qualcosa a cui noi apparteniamo. Noi. Nessuno escluso. La fede cristiana esige un uomo ragionevole per poter esser accolta come risposta adeguata ed esauriente all’interrogativo del vivere.

Per questo motivo – personalmente – nutro una simpatia profonda verso tutti i tentativi liberi da schemi precostituiti, che partono per una risposta da una sincera attenzione ai veri problemi dell’uomo.

Odio “essere di parte” ed ogni volta che mi scopro ad esserlo mi maledico da solo: perché sto perdendo di vista il Tutto, cioè l’Altro da cui siamo stati generati e al quale apparteniamo per Grazia.

Occorre insomma uno sguardo libero sull’altro perché il nostro giudizio sia vero e non escludente. Possiamo – io e te – avere pareri diversi su tutto, ma se possediamo questo sguardo allora la strada per camminare insieme non è preclusa. La verità senza la misericordia porta ad essere come i farisei e gli scribi; la misericordia senza la verità rischia solo di essere buonismo annacquato che non serve a nessuno.

In una società sempre più scristianizzata non abbiamo bisogno di un surplus di etica e di morale, ma di persone rapite da Cristo, qui ed ora, adesso!

La moralità nasce da questo sguardo fisso alla Persona di Cristo, non dai patentini di ortodossia che troppo spesso ci lanciano contro l’un l’altro. Solo dentro una compagnia che tende al Vero, allora, è possibile che accada il miracolo del riconoscimento che un Altro ci ha fatto, che la vita non ce la siamo data noi, che la vita non si può interrompere quando si vuole, che il dolore e la sofferenza non sono vane ..

“Guardare l’altro, questo altro qui, e avvertire che vi è qualcosa di lui che non conosco, qualcosa che è più profondo di tutte le cose che so già di lui o che mi appresto a conoscere di lui. Guardare l’altro e sentire che porta dentro qualcosa di misterioso, qualcosa di inesauribile che lo muove, guardare l’altro e d’un tratto scoprire d’essere guardato, che chi sto guardando mi guarda e in questa reciprocità scoppia qualcosa di nuovo, di più di tutto quello che io ho pensato oppure ho immaginato, scoppia un’amicizia reale, un inizio di cammino, di compagnia in cui si mette in gioco la vita, in cui ci si fida totalmente dell’altro perché si sente che l’altro si fida di te. Incontrare un altro, qualcosa che accade portando dentro una sfida alla vita, tutto il resto non sono incontri ma incappare in qualcuno e rimbalzare via, rimanendo estranei, anche se si pensa di sapere tutto di lui. Incontrare un altro, anche l’amico più caro, quello che si frequenta ogni giorno, è avvertire di essere in presenza del mistero, di qualcosa che c’entra con il senso del mio vivere”.

(Don Luigi Giussani)

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