I cattolici si sono arresi?
di Davide Vairani

I cattolici di Francia si sono arresi (definitivamente?) all’“ésprit du temp”, il materialismo laicista? La risposta parrebbe scontata. Lo rivelano i dati di un’indagine dell’Institut français d’opinion publique (IFOP) commissionata dal quotidiano cattolico “La Croix” in collaborazione con il Forum europeo di bioetica.

Secondo questo sondaggio, il 35% dei cattolici praticanti si dichiara favorevole all’apertura della procreazione assistita alle coppie di donne dello stesso sesso (di cui il 9% è “piuttosto favorevole” e il 22% “abbastanza favorevole”), rispetto al 60% dell’intero campione intervistato. Per quanto riguarda la procreazione medicalmente assistita per le donne single, l’adesione dei cattolici praticanti è del 34% (contro il 57% per il resto della popolazione). Contro la pratica dell’utero in affitto solo il 54% dei cattolici francesi si dichiara nettamente contrario, contro il 34% del resto della popolazione. Il 64% dei francesi in generale si dichiara favorevole alla maternità surrogata.Per quanto riguarda le tematiche relative al “fine-vita”, il 16% dei cattolici “praticanti” si dichiarano a favore del suicidio assistito (contro il 18% per tutti gli intervistati); il 34% favorevoli all’eutanasia (contro il 47% per tutti gli intervistati) e il 22% è a favore del suicidio assistito (contro il 24% per tutti gli intervistati); il 28% dei cattolici praticanti ritiene che la legislazione attuale sul “fine vita” non debba essere modificata, rispetto all’11% per tutti i francesi.

È questa in sintesi una fotografia della società francese pochi giorni prima del lancio degli Stati Generali di bioetica, il 18 gennaio 2017, da parte del presidente del Comitato consultivo nazionale per l’etica (CCNE), Jean-François Delfraissy, all’interno di un dibattito politico che vede seriamente intenzionato l’attuale governo francesce a rivedere pesantemente l’attuale legislazione sulla bioetica e sul fine-vita.

A sorprendere (e non poco) le posizioni dei cattolici “praticanti” francesi su questi temi, posizioni sempre più massicciamente appiattite al pensiero comune della società francese. Stupisce, perchè solo cinque anni fa la Francia fu invasa da imponenti manifestazioni contro “le mariage pour tous”. “Evidentemente – ha commentato il sociologo Alain Mergier – questi risultati attestano l’influenza molto limitata, in realtà, di un movimento come quello di ‘La manifest pour tous’. Non c’era una maggioranza silenziosa dietro a quelli che erano scesi in piazza in quel momento”. Non solo. Se i sondaggisti hanno da tempo definito la categoria dei “cattolici praticanti” in base alla loro partecipazione alla Messa domenicale, non è più così. Ifop definisce ora l’appartenenza ad una particolare “categoria” secondo quanto dichiarato dall’intervistato. Ogni intervistato è stato quindi libero di presentarsi come “cattolico praticante” o “cattolico non praticante”.

Il direttore dell’Ifop, Jérôme Fourquet, non ha dubbi sull’attendibilità dei dati ottenuti dal sondaggio: stima che i cattolici praticanti rappresentino tra 100 e 200 persone tra la popolazione totale intervistata, vale a dire un campione di 1.010 persone rappresentative della popolazione francese. Secondo il sondaggista, per un campione di 200 persone, il margine di errore può variare tra il 3,1% e il 7,1%, a seconda delle percentuali ottenute. “Anche se questo margine esiste, non possiamo dire che i cattolici siano totalmente contrari al pensiero della società francese” in termini di bioetica, afferma in conclusione Jerome Fourquet.

Il cattolicesimo non ha più nulla di orginale e persuasivo da dire all’uomo moderno? Domanda legittima. Temo – infatti – che lo scenario dei cattolici italiani non si discosterebbe di molto rispetto alla situazione francese, se venisse fatto un sondaggio simile. E’ sintomatico il silenzio assordante degli intelettuali cattolici che ha accompagnato il dibattito politico-culturale attorno alla legge sul biotestamento, passata poi in Paramento anche con il voto di tanti “cattolici adulti” presenti in diverse formazioni partitiche. Così come – occorre essere onesti – il balbettio generale della Chiesa italiana, salvo poi stracciarsi le vesti l’indomani dell’esito del voto. Tutte le armi mediatiche e diplomatiche sono state utilizzate dalle gerarchie dei vescovi italiani per pressare la politica, il governo italiano e l’associazionismo sullo ius soli (o ius culturae) con una pervicacia che da anni non si vedeva.

E la Chiesa francesce? Mons. Jean-Luc Brunin, Vescovo di Havre ed ex  Presidente del Consiglio Famiglia e Società della Conferenza dei Vescovi di Francia ha così commentato i dati del sondaggio (in Bioéthique : pour Mgr Brunin, ‘ l’Église doit éviter le défaitisme et la croisade’”, “La Croix”, 03 gennaio 2017). Più fondamentalmente – dice -, vedo due interpretazioni: i risultati dell’indagine indicano come i cattolici siano immersi in una cultura comune, ma anche come la loro sensibilità alla sofferenza li faccia aderire alle proposte che sembrano incontrare la sofferenza degli altri”.

Aggiunge poi:È certo che non è da un discorso incantatorio o moralizzante che si cambieranno le mentalità delle persone. Ognuno a suo modo, Benedetto XVI e Papa Francesco, ci dicono la via da seguire. Il primo ci ha avvisato del fatto che ciò che dobbiamo affermare – questo senso dell’essere umano che il Vangelo reca – non è più noto: dobbiamo quindi situarci, per farlo capire, in termini di razionalità. Papa Francesco ci invita a fare un altro passo nell’evangelizzazione attraverso l’impegno per la vita concreta, l’accompagnamento delle situazioni e la testimonianza della gioia. Non è sufficiente parlare di matrimonio o di famiglia, dobbiamo occuparci delle coppie, accompagnare le famiglie in difficoltà, le donne che aspettano un bambino … Dobbiamo uscire da una posizione che sia di sudditanza o di un discorso puramente confessionale”.

E conclude:I vescovi che sono stati nominati dalla Conferenza parteciperanno al dibattito e al dialogo con altri esperti. Sottolineranno che ciò che la Chiesa dice su questi temi è ragionevole e rilevante per il divenire della nostra umanità. Dovranno anche fare affidamento sulle esperienze di accompagnamento dei cristiani: cure palliative per le persone alla fine della vita, sostegno ai genitori che sperano in un bambino, ecc. Queste esperienze mostreranno che non siamo qui per dare lezioni ma che siamo preoccupati da queste domande. A più lungo termine, abbiamo molto lavoro da fare sul campo educativo. Abbiamo bisogno di ricollegarci probabilmente con l’educazione popolare, individuare e valorizzare i luoghi dove sperimentare un’antropologia relazionale nella società (società sportive, varie associazioni) e nella Chiesa (scout, movimenti apostolici, scuola). Dobbiamo assolutamente evitare due insidie: il disfattismo e la crociata. In entrambi i casi, il pericolo sarebbe quello di ripiegare su noi stessi, per costituire ‘riserve di cattolici’. Questi dati devono essere letti come una sfida di mobilitazione, come un’opportunità per una nuova evangelizzazione, non per riempire le chiese, ma per servire l’umanità che cerca le vie del suo futuro”.

Ho l’impressione che da troppe parti del mondo cattolico si fatichi a comprendere appieno gli effetti devastanti della cultura individualistica in ogni settore della vita sociale dell’uomo europeo. Si fatica a comprendere che la posta in gioco è la scomparsa della libertà prima ancora che della cattolicità. Da qui la miopia nella reazione da parte dei cattolici ai contraccolpi della modernità: la riduzione della fede alla “via sociale”.

Il problema non è – come afferma Mons. Jean-Luc Brunin “servire l’umanità che cerca le vie del suo futuro” attraverso un surplus di presenza della Chiesa nel “sociale” per evitare “due insidie, il disfattismo o la crociata”. Per dirla in maniera un po’ grossolana (me ne rendo conto) non è di più “umanità” che la Chiesa ha bisogno, ma al contrario di maggiore fedeltà alla radicalità della sequela di Cristo. Una fede che non si fa cultura è solo un insieme di valori e di buone regole, è un’etica. Ridurre il fatto cristiano all’etica significa di fatto modificare continuamente la propria natura nel rincorrere le mode della contingenza storica nella quale ci si trova a vivere, finendo paradossalmente per assumere lo stesso approccio della modernità: il relativismo.

Le opere di carità nella storia della Chiesa non sono mai nate con l’unico scopo di migliorare la qualità della vita, di aumentare il benessere delle fasce più povere del mondo, ma perchè “dalle opere vi riconosceranno”, perchè attraverso la condivisione e la carità si manifestasse la ragione dell’agire, cioè Gesù Cristo morto e Risorto. E’ da un surplus di presenza dei cattolici in ogni settore della vita pubblica che il cattolicesimo può tornare a parlare davvero al cuore dell’uomo. Da un surplus di ragione e di cultura anzitutto, da uno sforzo di comprendere che cosa sta accadendo davvero all’uomo di oggi può ri-nascere una presenza pubblica persuasiva ed attrattiva. Non è un caso – penso – che l’ultimo vero intellettuale cattolico capace di misurarsi ad armi pari con la modernità sia stato Augusto Del Noce. La secolarizzazione dell’occidente per Del Noce ha una radice filosofica e questa è da rinvenire “nella decomposizione necessaria cui va incontro il marxismo che ha generato come contraccolpo in occidente l’attuale esito nichilistico riguardo ai valori considerati permanenti e il conseguente sviluppo di una mentalità pantecnicistico-materialistica”. La secolarizzazione e il nichilismo della società del benessere nascono come conseguenza del fallimento della cultura che ha tentato di opporsi al marxismo conservandone il momento materialistico, e anzi, opponendo a esso un materialismo compiuto. Il nichilismo della “società opulenta” si spiega  a motivo del fatto che in Occidente è stato portato alle estreme conseguenze l’aspetto materialistico del marxismo: fenomeno, questo, che coincide con la massima espansione del libertinismo. “All’ascesa a Dio – scriveva Del Noce già nel 1967 – si sostituisce l’idea della conquista del mondo, ovvero l’affermazione del diritto che il singolo soggetto ha sul mondo. Diritto che non ha limiti, perché, chiamato al mondo senza il suo volere, egli sente di aver diritto, quasi a compenso di questa chiamata, a una soddisfazione infinita nel mondo stesso. Il risultato è la più totale e radicale spersonalizzazione della vita umana, la perdita della propria identità, il sentimento di vacuità e non senso della realtà: un’alienazione ben peggiore di quella descritta da Marx” (in “Il problema dell’ateismo”).

Il pensiero cattolico – secondo Del Noce – anzichè sfidare la modernità sul suo terreno mostrandone tutte le contraddizioni e le ferite irrisolte (una questione anzitutto di libertà dell’uomo) ha finito per rincorrerla sullo stesso piano. O rifiutandola come il peggiore dei mali (dunque rifugiandosi in un integrismo illudendosi di potere tornare ad una sorta di teocrazia) oppure riconoscendo l’esistenza di un materialismo “buono” da un materialismo “cattivo”, finendo in fondo per rinunciare alla fecondità eterna del pensiero cristiano.

E’ venuto allora il tempo per i laici di assumersi in prima persona una responsabilità tanto antica quanto straordinariamente nuova: accettare fino in fondo il “corpo a corpo” che la modernità pone all’umano perchè torni ad essere persuasivo ed attraente ciò che abbiamo di più caro di noi stessi: Cristo.

 

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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