In memoria di Carlo Caffarra

In memoria di Carlo Caffarra
di Renato Farina

E’ morto, a 79 anni, d’infarto, il Cardinal Carlo Caffarra.

E’ stato arcivescovo di Bologna fino al 2015, ed un grande intellettuale italiano, prima che cattolico.

Proprio come il predecessore, Giacomo Biffi, si sentiva una cosa sola con la Chiesa e con il popolo italiano.

Lo hanno fatto passare per nemico di Francesco, ed è morto papista.

Il fatto è che era amico della verità e non si rassegnava che potesse essere velata dall’ambiguità.

Per questo con altri tre cardinali (Brandmüller, Burke e Meisner, quest’ultimo deceduto nello stesso modo improvviso alcuni mesi fa) aveva scritto al Pontefice, e, secondo la libertà che vige nella Chiesa, aveva diffuso la lettera.

Egli diceva, per fugare ogni equivoco sul suo animo: «Preferirei mi dicessero che ho un’amante, sarebbe meno infamante che dirmi di essere contro il Papa».

Eppure, per un destino strano, e io direi assurdo, ci tocca partire da qui.

E dalla fama che da questo gli è giunta, insieme a una caterva d’insulti, e alla richiesta di alti prelati di punizioni staliniane.

Incredibilmente, l’arcivescovo della Sacra Rota, Pio Pinto ha vagheggiato gli strappassero le spalline come al capitano Dreyfus, per alto tradimento.

Mi dovrei costringere all’aridità, proprio perché è stato per me un padre e un amico. In me gioca però, come si sarà notato, una certa arrabbiatura perché non ha avuto il dono di essere ricevuto dal Papa prima di morire.

Glielo aveva chiesto umilmente.

Voleva spiegargli, appunto, i famosi “dubia” a proposito dell’interpretazione di un testo di Francesco, l’Amoris letitiae, al 99 per cento da lui giudicato splendido, ma con un paio di note suscettibili di incrinare non il rigore della dottrina, come i cretini hanno inteso, ma la realtà dei sacramenti e dell’amore coniugale.

Non dottrina sulla realtà, ma la realtà poteva essere contraddetta da un insegnamento male inteso.

Questa digressione può apparire teologica, dunque repulsiva per il lettore.

Allora descrivo chi era.

Quando, pochi anni fa, dopo una conferenza in Brianza mi volle a cena con lui mi raccontò – a proposito di amore ai poveri – che aveva ricevuto in eredità una fabbrica di grande valore, quella dei cancelli automatici, presumibilmente un miliardo di euro.

Mi raccontò che gli operai saputa la notizia festeggiarono. Erano comunisti? In buona parte sì. Ma sapevano che li avrebbe trattati come carne della sua carne. Non li avrebbe messi sulla strada per realizzare un gruzzolo con le multinazionali pronte a trasferire la ditta altrove.

Eppure quando nel 2015 il Papa accettò le sue dimissioni, e fu nominato il successore, i giornaloni accreditarono la versione: finalmente arriva il vescovo Zuppi, un prete di strada, è di Sant’Egidio, uno che ama i poveri.

Non era colpa di monsignor Zuppi, che circondò anzi di affetto il predecessore (e viceversa), ma per dire com’è oggi lastricata la piazza ecclesiastica.

Caffarra voleva bene al suo popolo, per questo pensava che il miglior modo di evitarne la rapina, fosse di preservarne la fede e la ragione. Soprattutto la ragione, che ce l’hanno o dovrebbero avere tutti.

Così appena arrivato a Bologna, nel 2003, prima ancora che Ratzinger lo facesse cardinale (2006), si mise contro l’aristocrazia intellettuale.

Biffi aveva accusato la “Bologna sazia e disperata”. Caffarra prese di petto il Papa laico di Bologna, Umberto Eco.

Doveva parlare di sport, ci si aspettava dal neo arcivescovo un discorso sulla bellezza e la socialità dell’agonismo e del gioco di squadra.

Disse altro.

Come si fa a educare la gioventù, se i maestri teorizzano che la verità non c’è? Come possono i ragazzi fare scelte serie e definitive, sul matrimonio, sul lavoro, nell’amicizia se non esiste la realtà, ma solo interpretazioni?

Fulminò il nostro tempo: «La soggettività dei giovani è stata devastata. Hanno perso il gusto della ricerca della verità, delle scelte definitive, della bellezza di sposarsi e dire sì per sempre».

Caffarra citò don Luigi Giussani: «L’educazione è introduzione alla realtà».

Ma l’ambiente culturale – constatò – nega che la realtà abbia significato.

Ha vinto il “nichilismo gaio”, secondo un’espressione del filosofo cattolico Augusto Del Noce.I l “gulag rosé” di cui parlava Giovanni Testori dove i ragazzi sono prigionieri dell’assenza di senso e di amore. La noia teorizzata da Moravia.

E così Caffarra si lanciò in tackle scivolato su cattivi maestri contemporanei discendenti da Nietszche e Heidegger.

L’elenco? Fece i nomi, scoprendosi il fianco. Eco, appunto, che proprio da Bologna insegnava che il mondo è un gioco di segni. Gianni Vattimo con il suo pensiero debole. Jean Paul Sartre e la sua idea per cui l’altro è l’inferno.

Per Caffarra la realtà era (è) positiva, per lui bisognava tornare a Sant’Agostino e a Pascal, alle domande di Rilke e alle risposte di Dante.

Alla provocazione di Caffarra, replicò sprezzantemente Massimo Cacciari accusandolo di non afferrare la complessità del mondo e della filosofia. Giovanni Reale invece difese a spada tratta il monsignore.

Di certo Caffarra da allora ha lasciato il segno.

Era “in uscita” dalla Chiesa, come chiederà poi Francesco: ma non per andare a pettinare la barba ai potenti, bensì per difendere la ricchezza dei poveri: la speranza.

Lui a nome della Chiesa diceva: sì, la verità c’è, si può fare esperienza di un significato e di un gusto. Gli altri? La questione è aperta.

Passava per un moralista.

Balle.

Era uno dei massimi teologi e filosofi di etica. Proprio per questo sapeva che essa viene dopo.

Mi scuserete la citazione un po’ lunga, ma avevo a suo tempo ritagliato e depositato nella cassaforte del cuore un suo discorso sull’eucaristia, del 2011.

«…la proposta morale e quindi la riduzione del cristianesimo a morale, non cambia la condizione umana: non è realista.

Perché?

Precisamente perché tu dici che cosa deve fare ad uno che è incapace di farlo…

Abbiamo bisogno che la nostra libertà sia liberata dalla sua congenita incapacità di fare il bene.

La proposta cristiana consiste precisamente nel dare notizia all’uomo che è accaduto un fatto che ha precisamente guarito, rinnovato l’uomo.

Quale fatto?

“Dio inviando il proprio Figlio nella condivisione della carne del peccato e mirando il peccato, condannò il peccato nella carne”.

Questo è il cristianesimo!».

Subito dopo consegnò le dimissioni a Benedetto, che le rifiutò.

Le rifiutò anche Francesco, al compimento dei 75 anni di Caffarra.

Ha mostrato di volergli bene, di stimarlo.

A Carpi, nella scorsa primavera, lo ha abbracciato in pubblico.

Ma poi non ha voluto riceverlo.

Credo che non avesse tempo, e deve aver delegato Dio ad ascoltarlo.

Misteri.

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