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Istruzioni per l’uso sui social: silenzio, ascolto, dialogo, rispetto

Le Lettere di Davide Vairani – 15 Feb 2018  –  Blog “Come Gesù”

“Ma… se ho 350 amici di facebook, allora cosa ci faccio di sabato sera solo davanti al computer?”.

Così un cabarettista ironizzava, qualche tempo fa in una trasmissione televisiva, durante uno sketch sul “fenomeno” dei social network. Che fenomeno ormai non lo sono più da tempo…

images-1 Istruzioni per l’uso sui socialAlzi la mano chi non ha un profilo facebook, instagram o twitter (per citare solo i più diffusi)! Tutti noi siamo dentro una gigantesca realtà virtuale e – che ci piaccia o meno – fatichiamo assai a cedere alla tentazione di spegnere tutto e tagliare di netto con il “virtuale”.

Diciamocelo francamente: è complicato sopravvivere dentro i social. Negli ultimi tempi noto un aumento esponenziale di ringhiosità e rissosità, come se tutti quanti noi scaricassimo nel mondo virtuale le frustrazioni della vita quotidiana. Non ne sono affatto immune, sia chiaro. Spesso mi domando se sia possibile utilizzare i social per ciò che sono, cioè uno strumento per conoscere persone, stabilire discussioni e confronti, scrivere ciò che si pensa senza l’assillo di vedersi i post riempiti di commenti pieni di insulti. Sono convinto che non solo sia possibile, ma anzi doveroso.

Per cambiare il mondo è necessario cambiare anzitutto se stessi. E per poterlo fare mi sembra importante provare a “riscoprire” il significato di alcune parole-chiave andate un po’ in soffitta quando ci troviamo sui social (a partire dal sottoscritto).

La prima parola-chiave su cui vorrei soffermarmi è discutere o discettare.

index Istruzioni per l’uso sui socialL’etimologia della parola ci fornisce già alcune “istruzioni per l’uso”, anche sui social: discùtere [dal lat. discutĕre, comp. di dis-e quatĕre “scuotere”; propr. “agitare, scuotere in diverse parti”, nel lat. tardo “esaminare discorrendo”]; discettare [dal lat. disceptare “disputare”, propr. “ricercare, investigare”, comp. di dis– e captare “cercare di prendere”] – “Disputare, discutere, trattare a lungo di un argomento”.

Il dialogo è sempre ascolto attivo. Il dialogo tra due persone può essere genuino solo se l’intenzione di dialogare è innocente. Nei social come si può capire se l’altro vuole davvero dialogare? Occorre volere rischiare il dialogo, essere disposti a rischiare il credito di fiducia che in quel momento sto per dare ad una persona che sta dietro una immagine ed un account (che magari non ho mai visto in vita mia). Esattamente come per qualsiasi relazione inter-personale, questo rischiare presuppone il fatto che dobbiamo essere disposti al positivo nella lettura di un post o di un commento al quale vogliamo rispondere per intraprendere un dialogo e un confronto. Tenere giù le mani dalla tastiera mentre l’altro scrive, per esempio, non è sufficiente: bisogna essere attivi mentalmente. Quando c’è una vera disposizione al dialogo, l’ascolto sereno, comprensivo e curioso nasce da solo. Essere sereni significa anche scegliere un momento di dialogo in cui non ci siano emozioni troppo forti in corso. E, se lo sono, è importante assicurarci di essere in grado di controllarle prima di parlare. L’ascolto attivo è un ascolto curioso. Non si limita a restare in silenzio e ad accettare tutto ciò che l’altro scrive, ma ci richiede di domandare maggiori informazioni per chiarire o capire meglio ciò che l’altro sta dicendo. Le domande sono un ottimo modo di stabilire una connessione e rappresentano una dimostrazione del nostro ascolto per l’altro. L’ascolto comprensivo consiste nella capacità di mettersi nei panni dell’altro e di cogliere cosa prova quando si esprime mentre scrive. Un esercizio mentale non semplice quando si è davanti ad una tastiera: ricordiamoci sempre che sui social non riusciamo a vedere i canali non verbali della comunicazione (le sfumature e i toni di voce con i quali si comunicano le parole, i gesti, l’atteggiamento in generale del corpo, etc.). Spesso infatti cadiamo nel facile tranello di arrabbiarci per una frase letta di corsa o sopra pensiero semplicemente perché non ne cogliamo l’ironia che ci sta dentro …

Non ho sempre ragione. Per discutere occorre avere qualcosa da dire su un argomento, una idea, una proposta. E perché sia una vera discussione occorre uscire dalla modalità “io ho sempre ragione”. Un dialogo deve essere uno spazio in cui poter comunicare in modo autentico. Si può essere se stessi sui social? Penso non solo che si possa, ma che si debba. Sforzarci di usare lo stesso linguaggio del nostro interlocutore virtuale serve per stabilire una connessione sincera, in modo da ottenere una vera comunicazione. Il fatto di essere “protetti” da uno schermo non può essere l’alibi per sputare giudizi e sentenze. Assumere il ruolo del giudice, come se l’altra persona fosse l’accusato chiamato a testimoniare in un processo, non è mai una buona idea. Questo atteggiamento spalanca le porte alla sfiducia, al timore, alla tensione e alla non-comunicazione e molto spesso solo ad incomprensioni e litigi inutili. Keep calm, please!

Devo mordermi le dita prima di scrivere. Occorre non cedere alla tentazione di dire la propria su qualsiasi argomento di qualsiasi post. Nella vita di tutti i giorni se usassimo questo atteggiamento passeremmo per degli intolleranti ficcanaso che si intromettono in conversazioni tra due o più persone che non abbiamo mai visto in vita nostra. Lo stesso dovrebbe valere per i social. Occorre insomma mordersi le dita certe volte e tenersi per se stessi (o per degli amici fidati sui social) commenti scritti tanto per fare vedere che “esisto anche io”. Non solo. Molte persone sentono un bisogno acuto di essere ascoltate. Per questo scrivono e scrivono post e tonnellate di commenti su post di altre persone, tanto che il loro comportamento può risultare fastidioso. Questo bisogno di comunicare in continuazione a volte nasce da un profondo egocentrismo, ma altre volte è semplicemente il riflesso di preoccupazioni profonde o della necessità di auto-affermarsi.

Il valore del silenzio. Non tutti sono in grado di cogliere il valore del silenzio né di capire che la comunicazione è un processo in cui entrambe le parti devono poter parlare e saper stare in silenzio, scrivere e sapere quando non scrivere. E’ una questione di rispetto per se stessi e per il nostro interlocutore social. Quante volte si scopriamo a scrivere lunghi monologhi anziché preoccuparci di dialogare e attendere le risposte (o le richieste)? Condizione essenziale per intavolare un dialogo sui social (così come nella vita di tutti i giorni) è quella di aver sviluppato la capacità di comprendere e dare valore al silenzio. Non a un silenzio sinonimo di assenza, ma al silenzio dell’ascolto, dell’attenzione e del riconoscimento di ciò che l’altro dice.

Lasciare scorrere il dialogo. Riuscire a stabilire una certa sintonia con l’altro è fondamentale anche nei social. Leggere attentamente, senza interruzioni o digressioni, è sano e conveniente. Eppure, molte volte interrompiamo il dialogo perché ci siamo dimenticati di qualche dettaglio che l’altra persona ci aveva scritto prima o perché qualcosa non ci convince. Che fare? In questi casi, è meglio lasciar scrivere la persona senza interromperla e fare uno sforzo di concentrazione per annotarsi nella mente questi dubbi. Quando l’altro avrà finito il suo scrivere, con attenzione riprendere passo passo la sua argomentazione con il copia e incolla e dategli così la propria opinione in merito. Ovviamente, senza trasformare il dialogo in un copione troppo rigido.

Bannare solo quando non se ne può più.  Di troll e  in generale “leoni da tastiera” sono pieni zeppi i social. Occorre alle volte anche difendersi da invasioni indebite e fastidiose.Un troll nel gergo di internet e in particolare delle comunità virtuali è una persona che interagisce con gli altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi. La regola tradizionale per combattere contro un troll cattivo consiste nell’ignorare i suoi messaggi. Don’t feed the troll (letteralmente: “non nutrite il troll”). Nel suo rifiuto di abbordare i soggetti, di privilegiare la forma e di discutere infinitamente sulla gestione dei forum, il troll ha una propensione inimmaginabile a piazzarsi nell’affettivo. I suoi messaggi diventano un gioco sottile di collusione, di divisioni, di ricerca di alleati e di nemici. Una volta ben identificato, e che ha finito gli argomenti di discussione, l’ultima risorsa dei troll è di pretendere di essere vittima di violazioni inammissibili alla sua libertà d’espressione. Soggetto, questo, che non sarà mai affrontato nel merito, ma sulla forma. Bannare in questi casi è molto sano. Ma attenzione a non abusarne!

Avete qualche altra “istruzione per l’uso” della parola discutere sui social?

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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