La Grazia nel fango. Perché dico grazie al prete di Bologna
don Marco Pozza Sabato, 11 Novembre 2017

È assediato dappertutto don Lorenzo Guidotti, il parroco di Bologna autore di un infelice post in merito alla vicenda di una ragazza che ha sporto denuncia per una violenza sessuale. Il concetto è da pelle-d’oca, lo stile da scaricatori-di-porto. Certo, anche un sacerdote fa la pipì: elegante quel sacerdote che, com’è dell’uomo, fa la pipì dentro il water. Accortosi, ha corretto il tiro. Il web, però, non conosce misericordia: una volta che gli affidi una parola, lui moltiplica per x che tende all’infinito. La parola, che nasce per essere letta e ascoltata, viene fotografata. Anche se la memoria dimentica e l’autore cancella, rimane la foto.

Dannazione eterna è lo screenshot di una schermata. Una foto-lapide. Lo condannano quasi-tutti, pur sapendo che ha dato voce alla pancia della gente: “Guarda chi frequenta, hai visto quanto beve, osserva come va vestita: ha il coraggio di lamentarsi?”.

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Penso a lui e, pur infastidito assai, sento l’obbligo di dirgli-grazie. Non per la stupidità ma perché, essendo lui sacerdote, la Grazia è riuscita a stare in piedi dentro la vergogna di quel post. Insudiciata, si è celata nella profondità di una domanda: «Ma dovrei provare pietà? No!» Che, tradotto, vale l’eterna domanda che abita il cuore del sacerdote: “Perché dovrei provare pietà per te, che sei una peccatrice?”

E’ pazzesco Dio: anche quando il prete, che è Dio-in-miniatura, s’allontana dalla sua chiamata, non perde l’ispirazione di Dio: riesce a dire cose maestose, a pronunciare domande-ultime, pure senza la volontà di farlo. Dunque devo un grazie a questo sacerdote per avermi dato una possibilità gigantesca: quella di celebrare messa avvertendo la pelle d’oca nella mia anima.

Ho iniziato l’eucaristia con l’eco addosso – “Perché dovrei provare pietà per te” – e subito la liturgia mi ha condannato all’evidenza, invitandomi alla pronuncia di un’orazione stupefacente: «Pietà di noi, Signore, (perché) contro te abbiamo peccato». L’avevo pronunciata a vanvera per un’iradiddìo di volte, ogni volta che celebro la messa. Stavolta, però, quell’orazione era l’evidente risposta a quella domanda del post: “Perché dovresti avere pietà? Perché io ho pietà di te, ogni giorno”. Parole chiare, chiare-lettere: abbiamo conti in sospeso con Dio.

Non si celebra messa senza-pietà: arrischiarsi a farlo, è come per uno che è allergico al pomodoro ordinare una pizza-margherita, chiedendo del sugo al pomodoro in aggiunta. «Signore, pietà. Cristo, pietà. Signore, pietà»: cisterne di pietà chiede il sacerdote all’inizio dell’eucaristia. Cristo gliela concede: è credito di restituzione! Quella ragazza può aver bevuto, aver addosso vestiti succinti, le sue amicizie possono essere le più sgarbate: anche un prete, pur sapendo la faccia di Satana, ogni tanto ama frequentarla, stuzzicarla, provocarla. Non per questo Dio gli nega la salvezza. Anzi, più cade più s’innamora dell’uomo. Pietà, dunque, per il più semplice dei fatti: senza pietà – è il vangelo di Enea, figlio di Anchise, ancor prima dell’avvento di Cristo – l’uomo e la donna non si riuscirà a capirli, ad intravederli nelle loro misere storture.

L’originalità del cristianesimo è tutta qui: non capire-per amare, ma amare-per-capire. “Ti amo, brutta come sei, perchè sogno di renderti più bella”. Che, a pensarci, è quello che si ostina a fare Cristo coi suoi preti, con me: “Sei una frana, don Marco, ma io ho tanta pietà di te: ti voglio mio a tutti i costi, costi quel che costi”. Perché dovrei provare pietà per quella ragazza? Perché Dio ha pietà di me: non mi hai mai svergognato sul palcoscenico di nessuna storia. A quattr’occhi, avendo pietà, mi ha spogliato.

Ringrazio quel post-lurido, pur condannandolo. Mi ha ricordato chi sono io come prete, quando mi dimentico che senza-Dio non sono nessuno: un misero uomo che gioca con la tastiera come un tempo giocavano con la ghigliottina. La grazia di Dio, però, batte tutti, batte-tutto: anche nei nostri fuori-onda linguistici, è capace d’infilarci dentro una ballata delle sue, perché nessuna porta sia chiusa per sempre, neanche quella dell’anima di un sacerdote. Rileggete la domanda di quel post: «Ma dovrei provare pietà?» È diamante di zaffiro in fiume di fango.

(da Il Mattino di Padova, 12 novembre 2017)

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Laureato per accide­nti in filosofia all­’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da vent’anni lavoro nel sociale. Se sono cattolico, apostolico, romano lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere. Perchè un Blog dal titolo “Direzione verso Est?” La nostra vita nasce ad Est e ritorna ad Est: è un cammino che non finisce qui. Per questo motivo, affermare che la trascendenza è un fattore costitutivo dell’uomo non è irrilevante rispetto alla dimensione sociale, culturale e politica della nostra esistenza. Vi invito a seguirmi su Facebook e su web al mio Blog “Direzioneversoest”

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