La morte euforica e disperata di David Goodall

di Davide Vairani ⌋ “La Croce” quotidiano ⌋ 12 maggio 2018

L’ha detto e l’ha fatto: lo scienziato ultracentenario è andato a farsi ammazzare a Basilea. Ha espressamente chiesto che il suo corpo venisse reificato il più possibile (sia donato alla “scienza” o, altrimenti, cremato e disperso senza alcuna cerimonia). Il macabro rito è avvenuto sulle note di Beethoven.

p03-page-001-1-450x607 La morte euforica e disperata di David Goodall”Basilea, 10 maggio 2018. Il professor David Goodall ha mantenuto fede alle sue intenzioni. Insieme ai suoi familiari è arrivato questa mattina in Svizzera, presso la Fondazione “Life Circe” / “Eternal Spirit” di Basilea per il suo ultimo appuntamento. David è stato accompagnato dai suoi nipoti e dallo staff di “Eternal Spirit”. Mentre veniva accolto per ricevere l’iniezione, il Dr. Christian Weber ha somministrato una cannula al braccio di David. David ha girato la rotella per permettere alla soluzione Nembutal di fluire nel sangue.David si è così addormentato in pochi minuti ed è morto poco dopo le 12:30 circa. Il Dr. Philip Nitschke era presente alla morte di David ed è stato orgoglioso di essere stato nominato ‘cerimoniere musicale’. David ha scelto di morire con sottofondo l’Inno alla gioia della nona sinfonia di Beethoven. Secondo il dott. Nitschke, David è morto proprio nel momento nel quale la musica ha smesso di suonare. ‘È stata un’esperienza meravigliosa conoscerlo ed essere così intimamente coinvolto nelle sue ultime settimane di vita,  soprattutto dopo 20 anni che David è iscritto ad ‘Exit International’- ha dichiarato Philip Nitschke. David ha chiesto che il suo corpo potesse essere donato alla medicina, oppure in caso contrario, che le sue ceneri possano essere sparse localmente. Non vuole non avere funerali, nessun servizio di commemorazione o cerimonia. David non crede nell’aldilà”.

Fine del comunicato stampa.

David Goodall ha raggiunto da poche settimane l’invidiabile età di 104 anni ed è diventato così il più anziano scienziato australiano. Londinese di nascita, classe 1914, il professor Goodall è un eminente botanico ed ecologista australiano. Un curriculum vitae davvero invidiabile: diplomato all’”Imperial College of Science and Technology” dove ha conseguito il dottorato di ricerca nel 1941, David è arrivato in Australia nel 1948 per assumere una posizione di docenza presso l’Università di Melbourne. David ha un dottore in scienze della stessa università e un dottorato onorario all’Università degli studi di Trieste in Italia. Ha ricoperto un certo numero di posizioni accademiche nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Australia prima di andare in pensione nel 1979. Ha al suo attivo più di cento pubblicazioni su blasonate riviste scientifiche.

“Sono molto dispiaciuto di aver raggiunto quest’età”, ha detto il botanico alla rete televisiva ABC nel giorno del suo ultimo compleanno, il 4 aprile scorso. “Non sono felice. Voglio morire. Non è particolarmente triste. È triste sentirsi il peso dell’età”, aveva specificato nell’intervista. “Il mio pensiero è che una persona anziana, come me, dovrebbe avere tutti i diritti, inclusa la possibilità del suicidio assistito”.

96d24be00df2ba0e110f2c1e107ea4a9-450x253 La morte euforica e disperata di David GoodallDavid Goodall non è un malato terminale. E’ semplicemente una persona anziana con gli acciacchi e le limitazioni di una persona anziana.“La qualità della sua vita è deteriorata, così ha deciso di prendere un appuntamento con un’agenzia per il suicidio assistito a Basilea”, hanno annunciato ai primi di maggio 2018 i suoi legali. Una lucida decisione quella di Goodall. Lucido fino alla fine. Ieri pomeriggio, prima di lasciarsi iniettare il Nembutal, potente barbiturico, Goodall ha tenuto una conferenza stampa durante la quale ha spiegato: “Ognuno dovrebbe essere libero di scegliere la morte, quando è il momento giusto”. Goodall non ha preso la sua decisione all’improvviso: essa, anzi, è stata frutto, come raccontato direttamente da lui, di una riflessione durata “circa due decenni”. L’uomo ha anche confessato di aver avvertito un “senso di pressione” a causa dell’attenzione che la sua decisione ha suscitato nei media. “Non credo che la mia scelta coinvolga quella di qualcun altro”, ha detto.

“Goodal, tessera numero # 1848, è l’associato di ‘Exit’ di più lungo corsoscrive Philip Nitschke, chiamato anche “Dottor Morte”, fondatore di “Exit International”-. E’ un membro attivo del capitolo ‘Exit Australia’, diretto da Carol O’Neil. Molto recentemente ha capito che le cose non sarebbero state così semplici come previsto. Ora è rimasto con poche alternative se non quella di recarsi in Svizzera. Con la collaborazione delle brave persone al ‘Life Circle’ di Basilea, ‘Exit’ è stato in grado di organizzare una pista veloce per David. Sarà accompagnato dalla sua vecchia amica, Carol O’Neil. Carol e David prevedono di lasciare Perth per Basilea all’inizio di maggio. Una campagna GoFundMe.com è stata creata per aiutarli entrambi con i costi, #UpgradeDavid: obiettivo 25.000 dollari, praticamente tutti raccolti”. Vietata in molti paesi del mondo, la pratica del suicidio assistito è stata vietata anche in Australia, fino alla scelta, lo scorso anno, dello stato di Vittoria di renderla legale. Una legge che entrerà effettivamente in vigore da giugno 2019 e che sarà applicata solo ai malati terminali capaci di intendere e volere con un’aspettativa di vita minore di sei mesi. Anche altri Stati australiani in passato hanno discusso della legittimità dell’eutanasia, l’ultimo il New South Wales, lo scorso anno.

La “Exit international” assiste coloro che scelgono il suicidio assistito e ha aiutato Goodall ad organizzare il viaggio direzione Basilea: combatte fin dalla sua nascita affichè il suicidio assistito diventi un diritto per chiunque decida liberamente di porre fine alla propria vita, indipendentemente dalle condizioni di salute. “È ingiusto che il più anziano e tra i più influenti cittadini australiani sia costretto a viaggiare dall’altra parte del mondo per morire con dignità”, ha dichiarato Philip Nitschke. 

La decisione di David Goodall di porre fine alla propria vita è il frutto di un lungo processo interiore maturato piano piano a seguito di un incontro: Philip Nitschke.

Nel 1996, Philip Nitschke è diventato il primo medico al mondo a somministrare un’iniezione volontaria legale e letale nell’ambito dei Diritti di breve durata del Terminally Ill Act 1995 (NT). Quattro dei malati terminali di Philip hanno usato questa legge per porre fine alla loro sofferenza prima che la legge venisse ribaltata nel marzo 1997 dal parlamento australiano. Lo stesso anno, Philip si ritirò dalla pratica medica per fondare la Voluntary Euthanasia Research Foundation (ora chiamata Exit International). La registrazione medica di Philip è stata sospesa dall’Australian Medical Board nel luglio 2014. Il 27 novembre 2015, Nitschke ha ufficialmente bruciato il suo certificato di registrazione medica. “Exit” ha accordi con 3 strutture (Life Circle-Eternal Spirit di Basilea, Ex-International di Berna e Dignitas di Zurigo) e una (Liberty Life) nel Canton Ticino, più vicino al nostro Paese e dove il personale parla italiano.Essere membri di una delle associazione, permette di beneficiare dei servizi offerti, tra cui la redazione e il deposito delle direttive anticipate e l’aiuto al suicidio. Se per Exit svizzera romanda e Exit svizzera tedesca, la nazionalità o la residenza svizzera sono una conditio sine qua non per diventare membri, ciò non è vero per tutte le altre associazioni. Dignitas, Ex-international, Life circle e Liberty Life accettano anche membri stranieri, ma il suicidio assistito non è compreso nella quota associativa. Il costo è variabile e oscilla tra i 6.000 e i 10.000 euro.

Da alcuni anni, Nitschke si è trasferito in Olanda, con l’obiettivo di sviluppare una rete europea per promuovere una legislazione che riconosca il diritto di chiunque all’auto-determinazione a morire. Ha scritto un manuale sul suicidio, The Peaceful Pill, la pillola della quiete. Da pochi mesi ne esiste anche una versione in italiano: con 80 euro si può acquistare la versione in e-book  tradotta e pubblicizzata dall’Associazione Luca Coscioni, con l’aiuto di Marco Cappato.

“Questa edizione online del manuale ‘La pillola della quiete’si legge sul sito che lo commercializza viene aggiornata fino a 6 volte all’anno, in modo che i lettori siano sempre informati sugli sviluppi in materia di eutanasia e suicidio assistito”. “Il manuale La pillola della quiete descrive strategie pacifiche, tranquille e affidabili. Sia la versione stampata che quella digitale del manuale ha lo scopo di fornire informazioni su eutanasia e assistenza al suicidio per persone anziane o gravemente malate (per esempio di cancro o SLA), per famigliari e amici. L’età minima per abbonarsi al manuale è 50 anni. In taluni casi può essere richiesta copia di un documento d’identità”. Specifiche scritte per non incorrere in una violazione delle leggi. In realtà, “The Peaceful Pill” può essere acquistato da chiunque: con pochi euro, leggendo per bene le istruzioni che vengono indicate, ciascuno può trovare le dritte per una legale fabbricazione “fai da te” di una “buona morte”. All’inizio parlava dell’eutanasia come di qualcosa che riguardava solo i malati terminali, ma poi ha cambiato idea: ora pensa che non dovrebbe essere confinata a determinate situazioni e determinati criteri, ma che sceglierla sia un diritto di tutti. “La giurisprudenza svizzera per cui assistere un suicidio non è un atto criminale (purché il il motivo non sia sinistro e indipendentemente da chi aiuta) è il modello che dovrebbe essere adottato in tutto il mondo, piuttosto che il modello medico dove solo i più malati che sono malati terminali è permesso l’aiuto dei medici”.

Negli ultimi anni Philip Nitschke è stato impegnato a costruire Sarco, una macchina per il suicidio stampata in 3D che—secondo lui—permetterà alle persone di morire in pace. Grazie a questa invenzione, nel corso delle ultime settimane Nitschke e le sue idee hanno ricevuto ancora una volta un sacco di attenzioni. “Sarco” (abbreviativo di “Sarcofago”) con l’ingegnere Alexander Bannick nei Paesi Bassi, con l’obiettivo di renderlo disponibile in tutto il mondo. Ha dichiarato alla rivista australiana “The Weekend” che “il limite sarà la disponibilità delle nuove stampanti 3D”. Il suo team sta “guardando alla stampa 3d usando legno biodegradabile e plastica per la capsula”. I materiali di stampa sono facilmente disponibili, così come l’azoto liquido. Il costo di stampa si aggirerà molto probabilmente attorno ai 1.000 euro. Insomma, uno strumento facilmente accessibile a chiunque. Secondo Nitschke“Sarco non usa droghe e non richiede alcuna esperienza speciale come l’inserimento di un ago endovenoso … Chiunque possa superare il test di ingresso può entrare nella macchina e terminare la propria vita”. Il test d’ingresso cui fa riferimento è un questionario online, che ha lo scopo di valutare il benessere mentale dei potenziali utenti, al fine di giudicare se siano o meno candidati idonei a togliersi la vita. A questo punto, gli utenti ricevono un codice di accesso che funziona per 24 ore. Dopo che il codice è stato inserito e viene fornita un’ulteriore conferma, la capsula Sarco si riempirà di azoto liquido per portare il livello di ossigeno a circa il 5%. Entro un minuto l’utente sviene e pochi minuti dopo arriva la morte. La capsula può quindi essere rilevata e utilizzata come bara, mentre la base può essere riutilizzata da un’altra persona che voglia suicidarsi.

Da quando ha incontrato Philip Nitschke, David Goodall si è messo al servizio della causa di “Exit International”, diventandone non solo membro attivo, ma partecipando in qualità di relatore a numerosi seminari nei quali viene insegnato e spiegato nei dettagli come togliersi la vita legalmente senza incappare (per sè e per i propri cari e aiutanti) in accuse di omicidio.

C’è stato un fatto nella vita di Goodall che l’ha portato ad affermare definitivamente: “Non sono felice. Voglio morire”. Due anni fa’. Nel 2016, l’Università Edith Cowan con la quale collaborava da vent’anni aveva chiesto al grande botanico ed ecologista di impacchettare le sue cose e tornarsene a casa: troppo rischioso, vista la veneranda età e lo stato di salute, averlo lì in università. “Non è una decisione che abbiamo preso a cuor leggero”, spiegò il rettore Andrew Woodward. Ma Goodall non la prese bene. E fece ricorso. La sua battaglia è durata cinque mesi. Il professore aveva già dovuto rinunciare, qualche tempo prima, ad assistere alle prove degli studenti, a causa di un drastico calo della vista che gli aveva impedito di continuare a guidare. Goodall vinse il ricorso e  l’università gli dovette trovare un nuovo ufficio in un campus più vicino alla sua abitazione. “Sono grato all’universitàdisse in un’intervista al network Abc — , anche se continuo a pensare che tutta quella preoccupazione sulla mia sicurezza fosse esagerata. Spero di continuare a dare un utile apporto nel mio settore fino a quando la mia vista me lo permetterà”.A 102 anni compiuti, da oltre 70 impegnato in attività didattica e ricerca, Goodal cominciò a non sentirsi più lui. Le forze fisiche calavano. Non poteva più essere e vivere come aveva vissuto per tutta la sua vita.

Dopo due anni da qui fatti, al compimento del suo 104mo compleanno, Goodal decide di farla finita. “A peaceful death is everybody’s right”: una morte pacifica è un diritto per tutti, può a ben ragione essere definito il motto della vita di Goodall..

“Non credo che la mia scelta coinvolga quella di qualcun altro”, ha dichiarato poco prima di morire con la pratica del suicidio assistito.

Perché narrare fin nei contorni più minuti la scelta di questo anziano scienziato di ricorrere alla pratica del suicidio assistito per porre fine alla propria vita terrena? Perché non è affatto vero che la sua scelta non abbia nulla a che fare – oserei dire – con il mondo intero, con ciascuno di noi.

Se rileggiamo le  parole dello scienziato australiano anche alla luce degli apparati di morte ai quali si è liberamente legato, ci accorgiamo di una cosa preoccupante: è la vecchiaia la sua malattia incurabile. E – prendendo una scorciatoia semantica tanto illogica quanto priva di contenuto realistico (“sono libero di morire quando voglio”) – Goodall giunge, con astuzia, alla fine della gara: oltre la superficie non vi è nulla nelle affermazioni pro-omicidio, poiché ciò che è intrinsecamente un male, tentando la redenzione dalla sua natura, trova rigoroso appellarsi a qualsiasi mal di vivere per esplicitarsi. Un mal di vivere privatizzato, percepito, solo, illuso, che fa di ogni desolazione una fuga irrisolvibile.

Come acutamente ha osservato Giulia Bovassi  sul suo Blog (autrice di un bel libro intitolato “L’eco della solidità. La nostalgia del richiamo tra antropologia liquida e postumanesimo”, If Press, 2017), qui “manca la verticalità metafisica, manca la libertà di non essere onnipotenti, per non cedere alla disperazione. L’uomo post-moderno che si dà la salvezza nei brandelli relativistici, è prodotto di una cultura audace, abile nel compiere meraviglie sofisticate per guarire un uomo, ma che non riesce a fermarsi quando la morte gli ricorda che non è Dio. Ecco il motivo per il quale l’onniscenza contemporanea non sa rispondere alla domanda ‘chi è l’uomo?’ ed è problematico, senza una precedente volontà di ricerca, approssimarsi ai titoli di coda della propria vita privi del coraggio di poter dire che nulla è stato vano, se quel nulla è stato il puro niente orizzontale” (Giulia Bovassi, in “L’età del paziente cambia la percezione sull’eutanasia? 23 mesi o 104 anni, un male resta un male”, su “Kairos”, 03 maggio 2018)

complessocolpa La morte euforica e disperata di David GoodallE conclude: “Attenzione che il caso di David sarà emblematico poiché se si concede il suicidio assistito ad un uomo sano, stanco di vivere, ogni sofferenza effettiva o presunta sarà abbastanza per uccidere un essere umano che ‘liberamente’ lo voglia), vale la pena soffermarsi su un dato di fatto: l’era del progresso medico e della genialità tecnologica hanno i mezzi per agire sul dolore che spetta loro alleviare, eppure proprio quando la fiducia nella tecnica è somma, quasi a concretizzarsi, a detta di alcuni, come nuova religione, si ripresentano con maggiore intensità spinte oppressive aperte al suicidio e all’eutanasia.

Probabilmente perché sul fine vita si giocano tutti i ‘perché’ irrisolti della nostra identità corporale, psichica e spirituale, una questione di senso e di educazione al senso della sofferenza, della morte, del dolore e della malattia. Finché sarà comodo evitare di relazionarci con la nostra natura finita, vulnerabile, perché considerarla sporcherebbe l’insaziabilità del benessere, allora ogni risposta ricercata sarà esclusivamente una pezza da cucire sullo strappo prodotto dalla ribellione di ciò che sfugge all’abiezione del trattenere dispotico, figlio dell’avere, che si traduce nell’odierno “dovere di uccidere” per asservire banalmente.

Quanti eserciti si scontrano nella coscienza tormentata di chi ha paura! Se procurare intenzionalmente la morte fosse la soluzione eticamente e legalmente lecita, si dovrebbe ammettere che, anche al di fuori del contesto sanitario, ogni sofferenza gravosa potrebbe logicamente e legittimamente trovare ristoro nell’eliminazione di un essere umano dalla sua vita, che poi è anche la vita di chi si accorge di lui. L’esausto è il disperato non senso di sé: subentra quando in noi stessi non troviamo più ragioni sufficienti per considerarci un prodigio e quando, allo stesso tempo, nessuno vede più in noi un dono affidato alla custodia di ciascuno”. 

Quindi, chi sono io?

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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