La travolgenza di un uomo appassionato

di Renato Farina

Travolgenza. Se non avete ascoltato la voce o non provate a leggere (adesso, stasera) certe pagine di don Luigi Giussani, questa parola vi parrà comprensibile, ma inedita, in fondo fuorilegge.

Questo termine in italiano non c’è, non si trova nei dizionari di nessuna lingua, ma - come scrisse Gabriel García Márquez - i vocabolari sono i cimiteri delle parole, ci finiscono lì sepolte. E questa parola così viva non può essere soffocata lì, non ora almeno. Meglio se ne stia fuori.

Anche don Giussani dovrebbe essere abbastanza sepolto, visto che è deposto in una tomba al Monumentale di Milano da tredici anni e passa: ma lì c’è appena il suo corpo, tutto è pieno di fiori e biglietti, e gente in ginocchio. Il resto di don Giussani, cioè il suo io, sono certo lavori per noi, anche per te che forse non ci credi, ed insieme ormai facciamo parte di un’immensa maggioranza che non sa più che cosa sia il cristianesimo. Non perché faccia tanti peccati più di una volta. Quelli l’umanità li ha sempre rovesciati sui propri figli a catinelle. La differenza è che non sono più peccati cristiani.

Travolgenza. Don Giussani non è stato uno travolgente secondo canoni consueti. Ce ne sono di personalità e poeti che ti afferrano e travolgono per una frase, un timbro della voce evocatore di nostalgie e suscitatore di imprese epiche: no, lui era (ed è) il tramite di un impeto cosmico, di un rovesciarsi di mondi, insomma di una travolgenza altrui che però non ci fa rintanare nella paura, ma tocca, come nel quadro di Matisse, il punto rosso nel petto di Icaro, che siamo tutti noi. Dio che si fa carne, ma non in generale e nel passato. No, Gesù Cristo adesso e qui, nell’umiltà della nostra stalla.

Capisco che si possa commentare: "ah be’, tutto qui, dovevamo capirlo che alla fine c’erano stupidi dogmi cattolici, già ascoltati, riverniciati, ma persino più ridicoli". Il fatto è che siamo gente sperduta, un cambiamento d’epoca ha smagnetizzato la bussola esistenziale, siamo tutti abitatori delle periferie senza centro, in un mondo esterno e interno dove ogni pietra angolare del tempio si è sbriciolata. Magari conserva i cimeli cristiani, ha persino simpatia per la croce e la figura del Nazareno, ma poi la vita scorre nelle sue rive scoscese, e quel Cristo lì, quello che dice la Chiesa, “non conviene”. Nel senso proprio molto pratico di convenienza: non pare qualcosa o qualcuno che faccia essere le giornate davvero migliori. Ma anche in senso etimologico: questo Cristo non viene con noi, non è compagno e tramite di una pienezza, di un assaggio di felicità mentre “sono sballottato sul tranvai”.

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“Sballottato sul tram” è una frase che traggo dall’ultimo volume postumo di don Giussani (“La convenienza umana della fede” con prefazione di Julián Carrón, Bur, pagine 295, € 14). E qui, in questa immagine, sta a mio giudizio l’umanità del mistero cristiano, che nessuno come don Giussani sa comunicare persino in pagine dissepolte da trascrizioni di conversazioni, discorsi, omelie: uno sconquasso universale, inaudito, eppure l’incarnazione della Bellezza si è fatta minuscola, quotidiana. E’ passata e passa dal “sì” inerme e potentissimo di una ragazza di quindici anni: “Nel ventre suo si raccese l’Amore”, come scrisse Dante nell’Inno alla Vergine.

I testi dicono questo, hanno la pretesa di farci incontrare una persona divina, non sono la rievocazione di un fantasma. Mi rendo conto, questo volume appare quanto di meno appetibile possa apparire a un animo laico, che ha un sacco di cose da fare: raccoglie le parole pronunciate dal prete di Desio agli esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione (1985-86-87). Di pretesco non ha nulla però: è il caso di affrontare una sfida strana, che può persino cambiare la vita. E’ impressionante come don Giussani si rivolga alle persone più mature del movimento che ha fondato nel 1954, come se fosse la prima volta, quasi parlasse a gente che si fosse dimenticata di Gesù Cristo come amico, vivesse di codici morali, consuetudini sociali, magari battaglie politiche, ma senza più familiarità con il Nazareno. Io c’ero alla Fiera di Rimini. Ci trattava da assetati che nemmeno sanno di esserlo, ed ecco che induceva me, che ero un sasso, a rotolare, a correre al fragore della cascata.

In quegli anni – ma anche adesso! – il dibattito intra-cattolico verteva su questo: visti i risultati devastanti del referendum sull’aborto (soltanto 32 italiani su 100 avevano votato nel 1981 per l’abrogazione della 1981), che si fa? Si riparte da questo numero, riconquistando la società scristianizzata, che ha smarrito la strada: ipotesi uno. Oppure si accetta il mondo, sciogliendosi in esso, rimodulando la morale specie quella sessuale in modo più accettabile ai tempi, partendo dai valori comuni: ipotesi due. Tendenzialmente “i ciellini” erano propensi alla strada numero 1, di certo meno molliccia, più audace: una forte presenza sociale per spostare l’asse su cui ruota il mondo. Fui io a scrivere uno slogan che ebbe molto successo, dominò la copertina del settimanale “Il Sabato”, e fu elogiato persino dal “nemico” Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità: «Si ricomincia da 32». Don Giussani mi spiegò: va benissimo per un partito politico, per un movimento sociale, ma è sbagliato esistenzialmente.

E’ così. Lo scandalo è ancora lo stesso. Don Giussani non fa analisi, da cui ricavare strategie: fa il cristianesimo. Disse: «Si ricomincia da Uno». Uno, Cristo, è accaduto e accade, incontrare Lui colma il bisogno di significato, dà gioia, pace, libertà. Non meno di un Dio fatto uomo può. Noialtri, questa nostra specie, siamo un abisso di desideri infiniti, e impossibili. E questa è una fame che non si sazia con valori, codici morali, battaglie culturali da promuovere con la forza della volontà. La via coincide con la verità e la vita, e la via è lasciare che quell’Uno che ci viene incontro colmi il cuore, dia un respiro di pienezza anche ai conti della spesa, «al ventisette del mese, al risotto sul fuoco». E la politica? Anche. Certo che sì, non siamo mica gente che si pasce del minimalismo intimista. Cristo conviene a tutto, anche alla riorganizzazione dell’Onu. Ma evitando di proporre ideologie che pretendano di realizzare la formula cristiana della società perfetta. Guai a disprezzare i valori cristiani, ma essi vanno lasciati fluire quasi per distrazione da un Altro che ci viene incontro, e, senza la fede viva, prima o poi si ossidano, marciscono, ci lasciano soli.

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E’ possibile all’uomo di oggi - a me, a te - che si ripeta la medesima avventura raccontata al capitolo 19 del Vangelo di Luca e che capitò a Zaccheo. Questo non solo dice, ma con la sua travolgenza consente accada don Giussani. Una parte decisiva del volume è proprio dedicata al capo dei “mafiosi”di Gerico. Un delinquente. Noi siamo Zaccheo, tutti siamo un nulla, impanati di meschinità.

Qui trascrivo e chiudo con le parole di “don Gius”.

«Cristo, Gesù di Nazareth. Ne parlavano tutti: quello che faceva e quello che diceva e quello che era stupiva la gente al punto che ne mormorava, ne riparlava, con indignazione o con un’attrattiva che non aveva paragone nell’esperienza della vita. E così quell’uomo, molto noto nella sua città, quell’uomo che tutti rifuggivano come un truffatore, un delinquente, uno al servizio degli oppressori del popolo, volle vederlo e corse avanti alla folla tra cui Cristo camminava parlando. Corse avanti, dice il Vangelo, e salì, si appollaiò su una pianta di Sicomoro. Ed ecco la folla che si approssima e arriva lì davanti; Gesù si ferma e guarda lui, lo chiama per nome: “Zaccheo!”. “Zaccheo”, ve lo ripeto (...) perché è il mio nome, (...) è il tuo nome. Come mi è facile, come ci è facile comprendere che cosa ha rappresentato quell’istante per tutta la vita di quell’uomo. Aver visto una volta qualcosa, aver sentito una cosa tanto grande, tanto magnifica... “Zaccheo, vengo a casa tua”. Ma era la faccia, era lo sguardo, era tutta la persona di quell’uomo che investiva la povertà, la meschinità di Zaccheo, quella smemoratezza infinita della propria dignità che aveva squalificato tutta la sua vita, riempiendola di istintività, di ingordigia; e in un istante, in quella parola: “Zaccheo!”, egli si è sentito totalmente liberato, liberato dal giogo del male. Oh, non ha certo pensato tutte queste cose allora (...) Ognuno se lo immagina correre a casa: e chissà come sua moglie l’avrà visto, come i suoi figli l’avranno visto così improvvisamente, così totalmente diverso, eppure era lui! (...) Cristo redentore dell’uomo, mi ha liberato!» (Pag. 216-218).

Travolgenza!

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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