LA VITA SCONOSCIUTA DI DENTELLO È UNA GRANDE OCCASIONE PERSA

LA VITA SCONOSCIUTA DI DENTELLO È UNA GRANDE OCCASIONE PERSA
#LaCroce dell’08 Settembre 2017

di #ElisabettaCipriani

Un libro ben scritto, ma non si saprebbe dire su cosa: si rimesta nel nulla di una situazione assurda e penosamente rianimata, ogni tot pagine, da qualche scena lubrica fine a sé stessa. Ci si aspettava di meglio da uno che viene considerato una delle migliori penne della sua generazione.

Il concetto di colpa che la cultura dominante lavora minuziosamente a espungere dalle coscienze (per tacere del senso di peccato) cacciato dalla porta rientra dalla finestra, attanagliando, in letteratura, personaggi che con quel tormento convivono e si baloccano, senza riuscire mai peraltro a incamminarlo su un sentiero di redenzione.

È il caso, tra gli altri, del protagonista de “La vita sconosciuta”, secondo romanzo di Crocifisso Dentello che, dopo l’esordio folgorante di “Finché dura la colpa” (titolo evidentemente sintomatico), torna con un’opera pubblicata per La nave di Teseo.

Il romanzo d’esordio, edito nel 2015 da Gaffi, aveva suscitato i consensi della critica e di una ristretta quanto affezionata cerchia di lettori, per cui forte era l’attesa nei confronti di questa sua seconda prova. Dentello è uno scrittore che non ha ancora quarant’anni, considerato uno dei migliori della sua generazione.
Se vogliamo registrare la temperatura di molta della narrativa attuale è tra pagine come le sue che bisogna cercare. Per prendere nota, infine, che la febbre è in corso ed è pure una febbre da cavallo. Perché il romanzo in questione, che forse si voleva spunto di riflessione su temi importanti quali il terrorismo, la vita soffocata degli umiliati e offesi metropolitani, il sesso mercenario e lo stesso matrimonio, si rivela come un’enorme occasione mancata. Non c’è tema che possa reggere se informato in una vicenda improponibile, e di questo purtroppo si tratta. Ma ecco qua, sommariamente: Ernesto, cinquantenne reduce dalla militanza in un gruppo della sinistra extraparlamentare, è sposato con Agata, sua compagna anche nella lotta politica di un tempo e ora moglie inacidita nonché collaboratrice domestica presso ricchi professionisti. Il loro rapporto è guastato irrimediabilmente dalla routine degradante, dalla povertà, dal disinganno, dal cinismo e la disperazione che li assediano. Ogni sera Ernesto esce con una scusa e trascina il cadavere della propria esistenza fino al primo parchetto, dove pratica fellatio a pagamento a ragazzotti immigrati: gli unici gesti assurdamente inebrianti della sua giornata. Una notte, rincasando, trova la moglie riversa sul divano, ormai senza vita. Quella morte, assieme al senso di colpa per i tradimenti compiuti, lo induce a ripercorrere per schegge e balzi narrativi tra presente e passato la storia della loro relazione, dall’impegno politico che li vide sfiorare l’eversione, fino all’emergere di un segreto rimosso che forse è il vero rovello del protagonista.

Un tetro vitalismo che sente la putrefazione, mutuato dal peggior Pasolini, fa da contraltare insomma a quel rimorso che assai vagamente, eppure con acre ostinazione, corrode l’intera trama, senza sgorgare mai in vero pentimento. In Stangerup il protagonista cercava un’assunzione di responsabilità che valesse da espiazione, in Dentello non si sa cosa si cerca: la vicenda è un dispositivo ben congegnato che mulina a vuoto.

Sarebbe eufemistico ormai sostenere che molti scrittori italiani vivano contemplandosi l’ombelico: qui si guarda più in basso e la pochezza di ciò che si racconta è disarmante. E il punto è che a Dentello non manca la parola. Stilisticamente, singoli termini lubrici lanciati come ordigni in una prosa forbita valgono ad accenderla, mentre la materia è distanziata mediante il ricorso a una lingua colta e puntigliosa.

Il ragazzo sa scrivere, ma non sa di cosa. Qualcuno gli faccia sapere che il pruriginoso è un banalissimo espediente di affabulazione, che scarso è l’eroismo che occorre a fare gli immoralisti in un secolo di morale liquefatta.

Quel che invece vorremmo chiedergli, su un piano prettamente filosofico e senza alcun intento polemico, è pressappoco questo: di fatto, quale Weltanschauung sottende la vicenda di un rivoluzionario disilluso che crede di sentirsi vivo offrendo piccoli orgasmi mercenari?

Il messaggio sarebbe che non c’è nulla da portar via dalla vita, se non attimi di piacere depredati di straforo? È proprio tutto qui, non si saprebbe trovare altro? Magari si allude al fatto che la svirilizzazione dell’uomo occidentale va di pari passo con la sconfitta del suo progetto di palingenesi politica.
Ma perché mai oltre quell’allucinazione palingenetica non ci sarebbe altro? Chi l’ha stabilito una volta per tutte, e perché? Possibile non avere il coraggio di vagliare altre ipotesi? Oppure Dentello si appella all’assenza assoluta del messaggio, perché quella del messaggio sarebbe una fanfaluca tipica del vetusto romanzo ottocentesco. Epperò commetterebbe un errore madornale. Qui non si vuole affatto, si badi bene, costringere l’arte a un ruolo ancillare rispetto all’etica.

Qui non si fa la morale a nessuno. Si vuol far notare piuttosto che ogni fatto estetico nella sua specificità veicola sempre una visione del mondo, è portatore di una morale in senso etimologico di “costume”, di modo di pensare e d’agire, di rappresentazione della realtà. Anche un prodotto artistico amorale veicola una morale, in questo solo senso: la morale dell’amoralità, per l’appunto. La morale dell’indistinguibilità di bene e male. Dell’indifferentismo e dell’estraniazione. Dell’assoluta frigidità spirituale, che è poi ciò che caratterizza questi personaggi.

Noi a Dentello vorremmo chiedere perché la storia della letteratura, che fino a pochi decenni fa era un florilegio variopinto di poetiche dove ogni autore portava la propria, innestandola sulle altrui, ma sempre aggiungendo anche una parola nuova, si è ridotta ultimamente alla sola poetica dell’ornitologismo.

Perché d’ornitologia s’occupa gran parte della narrativa attuale, al punto d’averne fatto l’oppio dei letterati: letterati che su tutto il resto risultano spesso afasici. È trascorso un quarantennio dagli anni di piombo, ma nessuno tra gli intellò della vecchia guardia, men che meno tra i nuovi, ha saputo scrivere un’opera che li legga e interpreti con la profondità, con l’oltranza non dico dei “Demoni” di Dostoevskij, ma almeno de “I giusti” di Camus. Si salvano “Adesso viene la notte” di Ferruccio Parazzoli e “Buongiorno, notte” di Bellocchio (che è un magnifico film e non un libro). Per il resto siamo ancora a queste cronistorie di erezioni e al sentimentalismo nostalgico per un comunismo irreale.

Possibile che ancora oggi, nel lavoro di uno scrittore promettente, si faccia riferimento all’estremismo marxista come a un sogno magnifico che, non si sa come né perché, di colpo si trasformò in incubo, lasciando i sognatori svuotati d’ogni senso e ragione di vita? Potrà mai essere che gli orfani della rivoluzione cambino una buona volta i propri paradigmi rivoluzionari? Se invece di guardare vanamente da Che Guevara a Curcio levassero gli occhi alla Rosa bianca dei fratelli Scholl e a Etty Hillesum, a Solidarnosc e Siniavskij e Vaclav Havel, forse una speranza concreta ricomincerebbe a innervare il loro discorso.

Del resto, in Dentello si avverte una sofferta autenticità che potrebbe non lasciare inevase certe domande, mentre in altri simili nostalgie appaiono opportunistiche, quasi il lasciapassare per la conventicola letteraria di turno, mantra che vanno ripetuti senza convinzione. Resta il fatto che uno scrittore in possesso di una prosa tanto invidiabilmente sicura finisce poi per ridursi a propinarci una storia anacronistica e asfittica, imbarazzante non certo perché susciti chissà quali moralistici scandali, quanto per lo squallore della sua insignificanza.

Crocifisso Dentello, “La vita sconosciuta”, La Nave di Teseo 2017

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