Lavoro: stabile meno del 10% dei nuovi occupati
I dati Istat certificano una volta di più che il Jobs act non ha incentivato il lavoro stabile

Dei nuovi contratti di lavoro, solo una quota inferiore al 10% è stabile. Dei circa 326mila contratti sottoscritti negli ultimi 12 mesi, da settembre 2016 a settembre scorso, quelli a tempo indeterminato sono appena 26mila pari a circa l’8% del totale. L’Istat rileva che per la prima volta nell’anno 2017 sono in calo di 17 mila unità, a settembre, i lavoratori dipendenti e tra questi in particolare quelli permanenti. Se si considera il trimestre, l’andamento viene confermato: l’occupazione sì cresce, ma quasi esclusivamente per i contratti a termine (+103 mila) perchè quelli permanenti sono aumentati solo di 6 mila unita’. Anche su base annua la crescita dei lavoratori dipendenti (+387 mila) riguarda più quelli a termine: il rialzo in questo caso è del 14,8% (+361 mila) contro i lavoratori permanenti, saliti solo dello 0,2% (+26 mila).

Il tasso di disoccupazione intanto è fissato all’11,1%, invariato rispetto ad agosto. Aumenta al 35,7% a settembre il tasso della disoccupazione giovanile (+0,6 punti percentuali su base mensile): cresce tra i 25-34enni (+0,7 punti), cala tra i 35-49enni (-0,3 punti) e rimane stabile tra gli ultracinquantenni. Sul fronte degli inattivi, il tasso di inattivita’ cresce tra i 25-34enni (+0,2 punti), rimane stabile tra i 35-49enni e cala tra gli over 50 (-0,1 punti).

Secondo Giovanni Ferrara, presidente di Unimpresa, “siamo di fronte a un altro, pericoloso effetto della crisi e della recessione: le imprese non hanno fiducia nel futuro, mancano le prospettive e quindi le assunzioni sono solo a tempo determinato”.

Secondo il Corriere della Sera , le  motivazioni di questo andamento sono da ascrivere alla qualità pessima delle politiche attive del lavoro che non riescono a rendere fluido il meccanismo di reimpiego. Il secondo tema è la diversità intrinseca dell’economia post-crisi, che vede crescere il Pil ma non i salari né l’inflazione. Nonostante il lavoro, gli imprenditori restano così nell’incertezza. Infine, c’è la sfiducia delle aziende nei confronti dei giovani, tale da non invogliare un imprenditore a rischiare nemmeno per tre anni di concedere un contratto a tempo indeterminato: meglio tanti contratti a termine per vedere più profili. 

Secondo “Businnes Insider”, “una grande scommessa del Jobs Act era quella delle politiche attive: il nostro paese ha storicamente avuto un basso livello di investimento in formazione sia sul posto di lavoro, sia in caso di licenziamento e ricollocamento. L’implementazione di questo capitolo resta purtroppo ancora oggi in secondo piano, anche a causa della mancata unificazione delle competenze sulle politiche per il lavoro (oggi gestite a livello regionale) in seguito alla vittoria del no al referendum costituzionale dello scorso dicembre.

“Per concludere, riformare il mercato del lavoro italiano nella direzione di una maggiore competitività, quindi maggiore occupazione, è un’impresa a cui il Jobs Act ha contributo in parte positivamente secondo alcuni indicatori, ma resta il fatto di un tasso di occupazione che insegue la crescita di quello europeo. Per il lavoro è quindi una ripresa parziale, che sarebbe urgente incoraggiare diminuendo il costo del lavoro (per esempio confermando o estendendo la decontribuzione) e soprattutto implementando al meglio le politiche attive”.

E il Governo che fa? Ora la manovra  propone nuovi sgravi per l’assunzione degli over 35 per quest’anno e per gli under 30 fino al 2020. Insomma, si continua sulla linea del Job Act,  nonostante i conclamati fallimenti e l’ingente utilizzo di risorse economiche pubbliche.

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Laureato per accide­nti in filosofia all­’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da vent’anni lavoro nel sociale. Se sono cattolico, apostolico, romano lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere. Perchè un Blog dal titolo “Direzione verso Est?” La nostra vita nasce ad Est e ritorna ad Est: è un cammino che non finisce qui. Per questo motivo, affermare che la trascendenza è un fattore costitutivo dell’uomo non è irrilevante rispetto alla dimensione sociale, culturale e politica della nostra esistenza. Vi invito a seguirmi su Facebook e su web al mio Blog “Direzioneversoest”

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