I Millennials non si perdono tutti dietro alle sirene

I Millennials non si perdono tutti dietro alle sirene

#LaCroce di 07 Settembre 2017
di #DavideVairani

«La tolleranza della precarietà umana proporrà il senso alla creatura di nuovo sottoposta (per contrasto) allo stupore, luogo in cui la “sensibilità è la definizione della vita”, motore di conoscenza. Un tipo d’uomo che sappia del limite sarà privo di risorse per poter soggiornare entro la stanza cieca del nichilismo, al quale le volontà sottratte priveranno lo spessore della fede; da qui l’individuo si prodicherà per fare ritorno ad una delicata scienza definita arcaica, perché al servizio dell’uomo e celebrativa della sua sostanza». Questi sono i giorni in cui «ai giovani vengono rivelate visioni».

“Ho quasi 26 anni e mi sento in cammino. Uno stimato professore, durante una lezione su identità, libertà e scelta, una volta ha esordito dicendo:’hai davanti un bivio? Prendilo!’ e aveva ragione. La decisione di iniziare gli studi in bioetica è stata un intenso istante di cambiamento durato poche ore, una parentesi senza tregua di turbolenze e confusione, i tipici sentimenti che incombono quando si è vicini a compiere una rivoluzione nella routine della propria vita a partire da dinamiche ai nostri occhi negative. Dalla sofferenza è nata una vocazione che ha unito la mia incondizionata passione per la filosofia e il bisogno interiore di non esaurirla in righe, pagine e parole, ma esteriorizzarla da me all’emergenza etica del campo bioetico. sentivo la necessità di riporre nella pratica quanto di più pratico esiste: il pensiero critico di sé. Cosa vi è di più tangibile della domanda in un crocevia di mondi ciascuno particolare e ugualmente generale per la vastità che comprende? Come l’accidentalità di questa svolta nella mia vita, anche l’idea della pratica filosofica e il conseguente percorso accademico sono giunti come lampi a ciel sereno quasi indipendenti da programmi studiati anticipatamente”.

Giulia Bovassi – classe 1991 – è una “Millennials”che sfugge alle facili categorizzazioni.

Studi e analisi ci mostrano lo spaesamento, le ansie e le paure del domani che annilichiscono intere generazioni nate e cresciute a cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo, per questo definite “Millennials”. Generazioni senza miti e senza ideali. Giulia è diversa. Lo si capisce fin dalle prime parole con cui si scorrono le pagine del suo libro intitolato “L’eco della solidità. La nostalgia del richiamo tra antropologia liquida e postumanesimo”, IF PRESS 2017.

Un libro che vede la luce al termine del Master di primo livello in Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

La vedi in foto così minuta e quasi timida. Le apparenze ingannano: si nasconde una ragazza capace di scelte difficili e in contro-tendenza.

Una ragazza che possiede – tra le tante – una dote sempre più rara oggi: l’umiltà di porsi le domande esistenziali dell’umano e al tempo stesso la tenacia e la competenza per avventurarsi nella ricerca di risposte convincenti.“L’eco della solidità” non è una passeggiata.

Non si può leggere come un romanzo per capire come va a finire. Occorre la pazienza e il lusso di ritagliarsi tempo per ruminare i capitoli. Si può anche saltare da una parte all’altra, leggerlo dalla fine all’inizio, anche solo un capitolo. Ci troverete una miniera.

“Chi è l’uomo e perché te ne curi?” (Sal 8).

La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito, affermava don Giussani ne “Il senso religioso”.

L’approccio di Giulia si inserisce in qualche modo in questa scia. Non propone soluzioni preconfezionate: costringe a ragionare e a mettere in discussione il pensiero dominante, a non dare nulla per scontato. Contro i falsi miti del progresso.

Il concetto di “modernità liquida” – coniato da Zygmunt Bauman – è in grado di comprendere davvero l’uomo nella totalità dei suoi fattori costitutivi?

Da qui parte l’avventura della Bovassi.

Una umanità liquida che ha rinunciato a porsi le domande di senso e che si ritrova sperduta, sempre davanti ad un bivio: scegliere tra realtà e desiderio. Il dramma dell’uomo che desidera troppo – tanto più quando riesce a realizzare tutti i propri desideri o gran parte di essi – è la perdita del senso dei suoi pensieri e delle sue azioni: diventa un uomo incapace di vera esperienza, quindi non ha sostanzialmente nulla da dire.

“L’individualismo della post-modernità è a discapito dell’io pur idolatrandolo senza onori, motivo per cui annienta il suo valore camminando alla cieca tra un’individualità che non sa essere frammentata e l’ignoranza che la mancanza di compattezza sia, in realtà, la gigantografia della sua immagine scrutata da altri occhi in altre relazioni, diverse da quelle che l’io intrattiene con sé medesimo” – scrive la Bovassi-. E’ l’ottica dell’avere contrapposta con quella del dono. “In parte questa impostazione riflette quel soffocamento che vive la logica di un assoluto auto-centrismo senza che vi sia però un soggetto identificato a se stesso capace di definirsi, e le sfumature della libertà, abili nel porsi a distanze così ampie da sé tali da poter inglobare la libertà stessa finendo per dissolverla”. In fondo, la libertà post-moderna mette in crisi l’individuo, “oramai isolato da ogni passato che potesse fungere da baluardo e in un attimo circondato da tantissime altre solitudini che assieme hanno innalzato una muraglia nuova senza sapere né come né cosa circondare con essa”.

Lo affermava già Chesterton ne “Eretici” del 1905:

“[…] amiamo tanto parlare di “libertà”, di ’progresso’, di ‘educazione’, ma sono tutti espedienti per evitare di discutere di cosa sia giusto. L’uomo moderno dice: ‘dimentichiamo tutti questi criteri arbitrari e abbracciamo la libertà’. Che tradotto significa, naturalmente: ‘Non decidiamo che cosa sia giusto, ma consideriamo giusto non deciderlo’. Egli dice: ‘basta con i vecchi cliché morali; io sono per il progresso’. Che in altre parole significa: ‘Non stabiliamo che cosa sia giusto, ma stabiliamo se stiamo ottenendo sempre più cose giuste’. […] Cercavano di essere tutto, di avere l’intera forza del cosmo dietro di loro, di avere un’energia in grado di trascinare le stelle. Ma non comprendevano due grandi realtà: la prima è che nel tentativo di essere tutto, il primo passo è essere qualcosa; la seconda è che nel momento in cui un uomo è qualcosa, sta essenzialmente sfidando tutto”.

Don Giussani formulò la categoria della “esperienza elementare”, ovvero quel “complesso di esigenze ed evidenze originali con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste”.

In questo la post-modernità rivela tutta la sua mostruosa avversità per l’uomo.

“Post-umanesimo e trans-umanesimo – scrive la Bovassi -sono correnti molto più accreditate di quel che arriviamo a supporre: eliminazione della sofferenza, della malattia, della morte, della vecchiaia; potenziamento delle capacità umane, considerate non il termine ultimo dell’evoluzione, fino alla simbiosi uomo-macchina; miglioramento ed efficienza delle prestazioni fisiche e mentali per ottimizzare benessere, produttività, estetica; il superamento della mortalità mediante l’ipostatizzazione della mente a dominio esclusivo dell’uomo sull’uomo; gestione farmacologica delle emozioni a soppressione di debolezza e vulnerabilità; aggiustamento o definitiva rimozione di individui con disabilità psichiche e/o fisiche; conferimento d’identità e personalità a robot come prossimi destinatari dei legami affettivi; accentramento totale dei propri desideri. sommario di condizioni facilmente reperibili nei caldi dibattiti attuali grazie alle quali, questo futuro impensabile, diviene immediatamente prossimo”.

Di fronte alla coscienza della propria vulnerabilità l’uomo moderno fugge nella ricerca utopistica di una soluzione fai da te. Auto-bastante a sé.

“Cosa sottostà alla pratica oltreumana? – si domanda la Bovassi-. Caducità, contingenza sono vincoli morbosi dai quali, la creatura ontologicamente superiore, tenta ostinatamente una liberazione vittoriosa capace di restituire all’uomo l’indipendenza di poter giocare ad essere dio! Il terreno su cui poggiano moltissime offese alla vita è zeppo di supereroi transazionali, aspiranti umani (e non più il contrario): i mortali hanno smesso di credere alla loro contingenza perché gli è stato detto che i supereroi oggi camminano in mezzo a loro, perciò ammirarli è sforzo inutile se c’è la possibilità di raggiungerli e superarli. Per questo si dice che i il super-uomo è ciò a cui il vecchio supereroe tende: i frutti di questa decostruzione progressiva oggi li raccogliamo in una post-modernità sottomessa al dominio dell’artificio e dell’ideologia migliorativa: dal poter fare qualsiasi cosa si è giunti al poter essere qualsiasi cosa, dove ‘cosa’ è esattamente il mutamento chiave e il motore d’azione del giustificabile, dal momento che se vi fosse un coscienzioso mantenimento della persona, nessuna manipolazione costituirebbe un orizzonte legittimo così come nessuna lesione dell’integrità stessa della creatura concepita sotto lo stemma del sacrificio di sé e del dono, più che del desiderio”.

Mortificata la natura razionale, edonisticamente l’io si compiace del possesso precario, idolatrandolo per il compiacimento di puro piacere che ne ricava. Il gap conflittuale è verificare che l’accesso a novità continue e circostanziate provochi nei fatti insoddisfazione cronica, perché un mare infinito di “possibili” altro non è che un cammino che, per essere percorso, pretendere pur sempre che si muova un primo passo concreto.

“In tal senso, cambiare è costantemente secondario rispetto ad un esserci necessario. L’individuo liquido, invece, parcellizzando instancabilmente qualsivoglia solidità presunta o tale, ha smascherato un sé vuoto e in questo soccombe vittima. Sostanzialmente, mortificando la propria identità attraverso uno smaltimento pressante e un riassestamento disorientato, è precipitato nel circolo vizioso dell’assenza di senso, pietra d’angolo di un auto-centrismo granuloso e solubile. La caccia al tesoro ha in premio la cessazione irreversibile della contingenza, usando le parole di Giuseppe Longo: ‘l’umanità è disposta a tutto pur di rendere meno dolorosa la consapevolezza della fine’”.

Il capitolo quinto merita una attenta lettura.

“La tana”. Una citazione di KafKa da “La meta e la via. Racconti scelti”. Il protagonista è un meticcio, un Simbionte metà uomo e metà animale che si fa ascoltare o si fa ascoltatore di se stesso mentre racconta che cos’è per lui la sua tana perfetta, barricata da nemici che nessuno riesce a vedere. Presenze esterne e interne al riparo del protagonista. La tana è ossessione, tensione verso la perfezione continua. La spensieratezza di una vera casa per questo mezzo insetto mezzo progettatore è un covo di inquietudini, labirinti, che dalla sua mente escono alla struttura complicata dell’edificio. Quella casa, che da sé aveva costruito su misura per i suoi bisogni era diventata, da immagine di libertà, a prigione di vicoli ciechi. I momenti di vera serenità erano tutti provenienti da quel mondo di cui aveva timore e, per quanto preda di fobie e ansie, quei tragitti fuori dalla tana erano tempi di pace. Le certezze del pensiero di un pericolo erano divenute il pericolo stesso, dal quale fuggiva con nuove strategie, cambiamenti edilizi, nuove teorie e tante scorte di cibo per non soccombere. “Tutto invece è rimasto immutato..”.

E’ l’esperienza che tocchiamo con mano nella quotidianità, osservando con sguardo attento ciò che ci circonda.

“La spinta a uscire da sé, a oltrepassarsi per incontentabilità è una crepa in questa struttura cementificata e, proprio la constatazione di questa rottura, è l’invocazione all’’oltreuomo’. Ostinatamente avversi all’ipotesi di non essere del tutto radicati nella materialità degli attimi scanditi da porte sempre aperte al nuovo, rigettano il pensiero di non potersi determinare e invece che ipotizzare un ripristino di valori precedenti l’ossessione del rimanere, gli omini mortali hanno girato il volto e fissato la loro autocreazione”.

Il sovradosaggio della cura per noi stessi ha inaspettatamente stravolto la plausibilità delle ferite.

“Associazioni come The Immorta- lity Institute, aventi l’obiettivo di sconfiggere il flagello della morte (“conquer the blight of involuntary death”) mediante la cosiddetta GNR Revolution (Genetica, Nano- tecnologia e robotica), dandosi uno scopo ad oggi irraggiungibile come scopo non ultimo, ma il più alto fra altri terreni, spingono altresì a domandarsi: e poi? Ipotizzandone la conquista, cosa avresti fra le mani oltre all’eterna giovinezza? Il ‘bipensiero’! Uso l’espressione di George Orwell perché esseri mortali prevedono la loro non- mortalità mentre la vivono giorno per giorno. L’angoscia che riempie lo stomaco è dovuta alla contraddizione di un ‘bipensiero’ della condizione effettiva che ci determina e contemporaneamente la sua negazione per la quale ostentiamo tentativi. Il soffrire e il timore del soffrire è tutto qui, a cavallo tra il bisogno di morire per definirci e l’illimitato restare. Potremmo configurare i due aspetti come l’uomo storico, che sa di morire e la persona che trascende principio e fine. La ‘riprogettazione della natura umana’ è un progetto attualmente in atto per dissipare la persona e fissare l’uomo storico entro la speranza di immortalità”.

Siamo dunque prigionieri inesorabilmente della tana che ci siamo costruiti? No.

“L’eco della solidità” di Giulia Bovassi si ferma qui.

“La tolleranza della precarietà umana – scrive nelle conclusioni – proporrà il senso alla creatura di nuovo sottoposta (per contrasto) allo stupore, luogo in cui la ‘sensibilità è la definizione della vita’, motore di conoscenza. Un tipo d’uomo che sappia del limite sarà privo di risorse per poter soggiornare entro la stanza cieca del nichilismo, al quale le volontà sottratte priveranno lo spessore della fede; da qui l’individuo si prodigherà per fare ritorno ad una delicata scienza definita arcaica perché al servizio dell’uomo e celebrativa della sua sostanza. Questa mia breve analisi vuole funzionare come lente dell’uomo sull’uomo nella speranza che, dopo averne usufruito, egli la getti per osservare autonomamente o che ne comprenda il coraggio”.

Giulia si ferma qui, ma in fondo semina tracce affinchè il lettore possa trovare la soluzione, la risposta.

Perché l’uomo moderno torni ad essere pienamente se stesso deve tornare ad indossare quegli occhiali che ha buttato via qualche secolo fa’. Diversamente, non riuscirà ad essere provocato ontologicamente dalla realtà.

L’uomo moderno non riesce più a comprendere nemmeno il significato pieno di parole come “struggimento” ed “inquietudine”. Solo Gesù Cristo può dare risposta, essendo la sua Resurrezione, “il primo e fondamentale avvenimento in cui il punto di fuga è diventato esperienza dell’uomo”, come scriveva don Giussani.

Poiché nella realtà “il punto di fuga è l’indice di un oltre, questo oltre è diventato carne ed ossa, perciò Cristo risorto è proprio la prima esperienza di Dio fatto carne e ossa”.

Se una barca, avvicinandosi all’orizzonte, diviene sempre più piccola, don Giussani spiegava come la novità del cristianesimo consiste nell’esatto contrario, ovvero l’orizzonte che, sorprendentemente, si avvicina all’uomo. È talmente prorompente il cristianesimo, l’infinito che si affaccia nella storia di ognuno di noi, che è impossibile ridurlo a pura esperienza soggettiva, confinata all’ambito personale, come pretenderebbero le scienze naturali e sociali odierne. Il cristianesimo deve dunque scontrarsi con le contestazioni della mentalità contemporanea su tre assunti fondamentali ed irrinunciabili: l’unicità dell’uomo in corpo e anima; la sua intrinseca costituzione sessuale come uomo e donna; la pienezza dell’uomo nella socialità naturale.

Possiamo conoscere Cristo, massima espressione umana dell’Infinito manifestatosi sulla terra, e possiamo conoscerlo al meglio nella mendicanza.

Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo medicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo. Nulla a che vedere “con la figura del viandante nomade mendicante di sé, straniero geografico di tutti i mondi, compreso il più impervio e inospitale di tutti – quello interiore”, come scrive la Bovassi parlando degli effetti della “modernità liquida”.

“Teme la sosta, perché ha orrore di appartenere forzatamente a qualcosa o qualcuno, così previene la malattia dell’attaccamento allontanandosi da ogni struttura, anche la più longeva. Lo stesso gironzolìo è assetato di esistenza, bensì da questa non trova mai soddisfazione in grado di dare calore al ricordo di casa e quando nel percorso scende il buio o le direzioni non sono ben specificate, lui capisce di aver dimenticato l’equipaggiamento per farcela da solo”.

“L’eco della solidità”
La nostalgia del richiamo tra antropologia liquida e postumanesimo
di Giulia Bovassi
Con prefazione e a cura di Claudio Bonito
Laboratori di filosofia, 1
2017, cm. 14×21, pp. 176, IF Press edizioni
http://www.if-press.com

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