La libertà è dipendenza

La libertà è dipendenza

di #DavideVairani

La vera libertà non consiste mai nel rifiuto del vincolo, ma nella sua accettazione”, scrive il noto psichiatra Massimo Recalati.  

Così come si può generare perché si è stati generati. 

La libertà è il cuore dei problemi della modernità. In questo mondo – che è stato così ben descritto dall’autore non credente Aldous Huxley quando, già prima della Seconda guerra mondiale, ne previde lo sviluppo descrivendolo come una stanza in cui sempre di più si alza il pavimento dei diritti e si abbassa il soffitto dei doveri – la prima necessità è educare alla libertà, riconquistare questa parola che tutti usano e tutto ormai giustifica, senza però rendersi più conto di che cosa significa.

E senza rendersi conto, soprattutto, di che cosa significhi educare alla libertà.

È come se fossimo bulimici di libertà e d’un tratto ci scopriamo anoressico, svuotati. 

“L’ideale di una indipendenza assoluta si ribalta, come spesso accade nell’adolescenza patologica, in una dipendenza rovino sa – scrive sempre Recalcati – . Non mangiare non libera dal cibo ma fa del cibo una vera e propria ossessione che occupa i pensieri dell’anoressica giorno e notte. In questo dobbiamo vedere un insegnamento profondo: la vera libertà non consiste mai nel rifiuto del vincolo, ma nella sua accettazione”.

E’ un vincolo ciò che ci libera, è da un legame, un rapporto che origina la vera libertà.

La libertà non c’entra nulla, dunque, con la possibilità di scegliere, quello è il libero arbitrio.

Anzi, la capacità di scelta è propria di una libertà in cammino, non di una libertà compiuta.

La scelta non appartiene alla definizione della libertà: la libertà è soddisfazione totale. L’errore, la possibilità dell’errore nello scegliere, appartiene a una libertà che non è ancora libertà, che non è ancora libertà, che non ha raggiunto la soddisfazione totale.

La libertà di scelta non è la libertà: è una libertà imperfetta. Perché la libertà sarà compiuta, piena, quando sarà di fronte al suo oggetto che la soddisfa totalmente: allora sarà totalmente libera, totalmente libertà. 

La libertà la si gode, dunque, solo se si è paradossalmente legati in un rapporto, con Dio. Si è più liberi in proporzione al legame con Lui.

Si tratta di una logica molta diversa rispetto al mito dell’individuo assoluto, autosufficiente e autonomo, oggi dominante.

Come ha scritto Massimo Recalcati, ‘”l fantasma della libertà rifiuta, insieme all’esperienza del limite, la discendenza, l’esperienza stessa della filiazione, rifiuta il nostro essere figli’”. 

Ma “divenire genitori di se stessi ė una follia pari a quella che sostiene l’Io come padrone in casa propria” (Il complesso di Telemaco, Feltrinelli Editore, Milano, 2013, pp. 46-47).

Se pensiamo di essere i creatori dell’essere, i ‘padroni’ dei nostri figli, o delle nostre aziende, inventori assoluti di un supposto nuovo, cadiamo in quell’atteggiamento violento e tracotante, e anche un po’ grottesco, così diffuso oggi, che gli antichi chiamavano hybris: essere pieni di sé, disprezzare gli altri, agire affermando con prepotenza il proprio punto di vista, senza nessuna consapevolezza dei propri limiti.

Tratto che, nella tragedia greca – ma anche nella cronaca contemporanea – porta l’uomo alla rovina.

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