L’intesa libica rischia di saltare del tutto

di #DavideVairani

Mentre in Italia il dibattito sullo “ius soli” o “ius culturae” divide sempre di più in opposte fazioni, intanto l’eqilibrio apparente raggiunto dal Governo in Libia sugli sbarchi di profughi e clandestini sembra mostrare tutte le crepe.

Se la stampa italiana si schiera pro Minniti e le scelte del Governo, negli ultimi giorni due dei più importanti quotidiani americani e internazionali, il New York Times e il Washington Post, hanno pubblicato altrettanti articoli molto critici con l’Italia sulla gestione del flusso migratorio dalla Libia.  L’articolo del Washington Post è più puntale e cerca di spiegare perché la decisione dell’Italia di accordarsi con varie entità libiche per fermare i flussi migratori sarà rischioso nelle strategie di lungo termine. Gli articoli parlano delle misure prese dall’Italia in Libia negli ultimi mesi, responsabili di una sensibile diminuzione degli arrivi di migranti via mare dalle coste libiche (che a causa della prolungata instabilità del paese erano diventate l’unico punto di partenza dei migranti diretti in Italia). Fra luglio e agosto del 2017 sono sbarcati in Italia via mare circa 15mila migranti; nello stesso periodo del 2016 ne erano arrivati 45mila, tre volte tanto.

Il ministro degli Interni italiano Marco Minniti attribuisce il calo alla “visione” del governo italiano, che ha potenziato la Guardia costiera del governo di unità nazionale, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, ha stretto accordi con i sindaci di diverse città libiche interessate dal traffico di migranti e messo pressione ai paesi al sud della Libia per aumentare i controlli alle proprie frontiere. I critici di Minniti sostengono invece che il governo italiano si sia accordato con gli stessi trafficanti per fermare temporaneamente il flusso in cambio di soldi – come raccontato da una dettagliata inchiesta di Associated Press, che però il governo ha smentito – e lo criticano per avere osteggiato le ong che soccorrono i migranti e per il rafforzamento della Guardia costiera libica, formata da milizie locali che spesso sono mosse da interessi diversi dal soccorso in mare.

La redazione degli editorialisti del New York Times, composta da 16 persone di genere e orientamento diversi, ha detto la sua in un articolo piuttosto essenziale, intitolato “Italy’s Dodgy Deal on Migrants” (“Il losco accordo dell’Italia sui migranti”). Nella parte centrale dell’articolo, il New York Times dà per scontato che l’Italia abbia pagato i trafficanti o le milizie per interrompere il traffico – «è difficile pensare che i fondi europei per limitare l’immigrazione non abbiano raggiunto questi gruppi» – e ipotizza che questi soldi possano finire facilmente nelle mani sbagliate: «Parliamo di una scommessa pericolosa, che rischia di dare alle fazioni libiche nuovi soldi da spendere in armi. E che costringe l’Italia e l’Europa ad assumere come guardiani le stesse persone che ricattano, affamano, torturano, stuprano e vendono come schiavi i migranti, guadagnandoci sopra».

Il “Post” nell’edizione di oggi titola:“In Libia la milizia appoggiata dall’Italia ha perso”. “A Sabratha – si legge – , la città costiera libica da dove parte la maggior parte dei barconi di migranti diretti in Europa, da tre settimane erano in corso scontri fra le milizie armate locali per il controllo della città e delle sue risorse. Gli scontri sono finiti da qualche giorno. La milizia con cui l’Italia e il governo di unità nazionale di Fayez al Serraj si erano alleate per fermare il flusso di migranti è stata sconfitta e ha perso il controllo della città. Gli scontri sono stati vinti da una coalizione di forze fra cui spicca una milizia appoggiata dal generale Khalifa Haftar, che non riconosce il governo di Serraj e che controlla buona parte della Libia orientale”.

È una notizia importante. Perchè? 

“Per due ragioni. Primo: gli scontri rischiano di avere conseguenze sulle condizioni di migliaia di migranti presenti nei centri di detenzione della città, controllati fino a pochi giorni fa dalla milizia sconfitta. L’ufficio locale dell’agenzia ONU per i rifugiati ha scritto che seimila migranti hanno urgente bisogno di cibo, acqua e assistenza medica. Secondo: sostenendo questa milizia, l’Italia sperava di stabilizzare la zona per ridurre i flussi di migranti. Grazie a questo piano dalla metà di luglio gli sbarchi di migranti in Italia sono sensibilmente diminuiti, ma ora le cose potrebbero cambiare”.

La milizia sconfitta è quella dei Dabbashi, una delle più potenti della città. Dal 2015 si occupava della sicurezza dell’impianto di Eni per l’estrazione di petrolio nel vicino paese di Mellita, e in questi anni ha espresso sia il capo della divisione locale dello Stato Islamico (o ISIS) sia quello della Guardia Costiera. Prima di riciclarsi come milizia anti-traffico di migranti, la famiglia Dabbashi era anche molto attiva nel traffico di migranti. Qualche settimana fa era stata attaccata da alcune milizie fra cui spiccano “Operations Room”, una forza anti-ISIS dichiaratamente appoggiata da Haftar (che in passato si era anche dichiarata fedele a Serraj), e la “Brigata Wadi”, una milizia islamista molto radicale anch’essa legata ad Haftar. Secondo analisti e funzionari lo scontro è stato causato proprio dalla decisione del governo italiano di appoggiare e finanziare alcune milizie, fra cui quella dei Dabbashi, cosa che ha dato loro potere e legittimazione.

O l’Europa interviene tutta insieme oppure difficilmente l’Italia potrà – da sola – essere efficace nell’interrompere (o almeno ridurre drasticamente) gli sbarchi dala rotta libica.

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