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L’uomo propone e Dio dispone
di Filippo Savarese

Riflessioni personali e spesso incerte sull’esito elettorale e sulla prospettiva della nostra rilevanza sociale e rappresentanza politica. Inevitabilmente non brevissimo.

Il polo di centrodestra – balzato al 37% dal 29% del 2013 – si conferma l’unico capace di far fronte alla marea grillina in modo sostanzialmente compatto e coerente in termini di prospettiva politica, al netto di rilevanti ma ovvie e fisiologiche differenze. È anche l’unico in cui poter sostenere apertamente opinioni difformi dal regime totalitario del politicamente corretto sui temi della vita, della famiglia e della libertà educativa (ma anche dell’Europa e dell’integrazione). L’unico in cui poter provare a trasformare queste opinioni in Leggi dello Stato e in ordinaria amministrazione della Repubblica. L’unico, quindi, capace di sostenere a livello politico un’inversione della radicalizzazione avaloriale di massa in stadio avanzato. La vera domanda è quanto reggerà questo polo, e cosa accadrà quando non ci sarà più Berlusconi, che ormai ha già ceduto il passo.

Tutto ciò non era un esito scontato. In tutte le nazioni dell’Europa occidentale il centrodestra è da tempo vittima di un processo di drastica deriva laicista e relativista. Inghilterra, Francia, Spagna, Germania. In questi Paesi si stenta a notare differenze valoriali nette tra socialisti e conservatori. Anzi direi che differenze di questo tipo ormai non ci sono proprio più. Durante la nostra ultima Legislatura abbiamo visto in modo chiaro come la situazione rischiasse di precipitare anche in Italia – non dobbiamo aver paura di dire la verità: anche per la scelta della Chiesa Cattolica istituzionale di fare, non uno, ma tre passi indietro nelle relazioni (quelle alte) con le istituzioni politiche. Scelta che qui non discuto. Tuttora ci sono dentro il centrodestra italiano componenti fortemente ostili ai nostri valori che cercano di farsi spazio.

Ed è proprio per questo che il Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Massimo Gandolfini e tanti di noi hanno ritenuto prioritario tentare di fissare certi paletti in questa coalizione per evitare un crollo generalizzato che oggi avrebbe visto come unica notizia la vittoria schiacciante dei grillini. Su tutti, indistintamente.

Certo, avremmo voluto svegliarci con nuovi Parlamentari molto più che amici, come sono tantissimi di quelli eletti. Avremmo voluto svegliarci con Parlamentari con cui collaborare, finalmente, in modo fraterno. Non è successo, e il buon Dio saprà senz’altro il perché.

Ma non è possibile trovare un’altra campagna elettorale come questa in cui il centrodestra abbia così frequentemente messo sul piatto i temi che ci stanno più a cuore, dall’inverno demografico alle DAT, dalle unioni civili alle adozioni gay passando per utero in affitto e propaganda Gender nelle scuole. Questo è un successo storico reso possibile da tutto ciò che è letteralmente esploso dal Family Day del 2015 in poi, grazie a milioni di semplici cittadini che hanno sentito il dovere di agire in tutti i modi in cui fosse possibile dare il proprio contributo.

Dobbiamo tenere alta l’attenzione (e la tensione) ad ogni costo. Molti tra gli eletti di oggi nel centrodestra avevano firmato il Manifesto del Comitato che li impegna a lavorare per difendere e promuovere i nostri valori. Ovviamente, adesso è il momento di controllare che questo avvenga. Di più: è il momento di lavorare affinché avvenga.

La mia personale e marginale opinione sulla questione della rappresentanza cattolica in politica, che a mio avviso sarebbe meglio declinare nei termini di rappresentanza delle “istanze cattoliche” in politica, è che sia necessario – finalmente – un momento di grande confronto pubblico, aperto, senza schemi né preconcetti rigidi, tra tutti coloro che, semplicemente, hanno un’opinione in merito. Un momento in cui fare il punto della situazione in modo trasparente: anche se il punto della situazione fosse prendere atto di eventuali irrimediabili divisioni strategiche e persino valoriali. Che sia tutto chiaro e chiarito.

Verso quale prospettiva? Un partito cattolico autonomo?

Non ci ho creduto fino a ieri, e non ci credo nemmeno oggi.

Direi ancor più oggi. Per tanti motivi che potrei riassumere brevemente con la categorica spiegazione data dallo stesso Papa Francesco nell’aprile del 2015: “non avrà capacità convocatoria”. Punto. Ovviamente, massimo rispetto per chi la pensa diversamente. Il futuro della rappresentanza delle nostre istante in politica – secondo me – passa, prima, dal rafforzamento della nostra rilevanza compatta a livello sociale e civico. Se non siamo coesi come semplici cittadini, come potrà essere coesa la nostra rappresentanza politica? Dobbiamo tornare a essere e agire il più possibile come un blocco sociale. Il peso popolare su certe dinamiche economiche, commerciali e mediatiche conta, spesso, cento volte più del peso politico. Soprattutto quando la politica è governata da economia, mercato e media.

Quanto alla rappresentanza politica, a mio avviso è necessario costruire un luogo (fisico) in cui innanzitutto riunire i rappresentanti politici, nazionali e locali, che nei fatti già oggi difendono i nostri valori nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche. Non sto ovviamente parlando di un partito. Un luogo associativo in cui irrobustire conoscenze e amicizie, scambiare informazioni e buone prassi, organizzare strategie comuni. Soprattutto, uno spazio in cui fare formazione politica per una nuova e giovane classe dirigente d’ispirazione popolare. Il vero tallone d’Achille di qualsiasi speranza di rinascita. È un progetto complesso, ma che ha già una base solida da cui partire. Ci sono già oggi centinaia di rappresentanti pronti a mettersi in gioco. Sono più di quanti immaginiamo, ma nessuno si è mai preso la briga di unire i puntini. Banalmente, direi che bisogna costituire la corrente cristiano-popolare della coalizione di centrodestra. Presente e futura. In fin dei conti non è niente di molto diverso da ciò che hanno fatto i Radicali e la Lobby Lgbt per anni, con i successi che abbiamo tutti tristemente davanti agli occhi.

Voglio chiudere dicendo chiaramente che queste mie impressioni non hanno la minima presunzione d’esattezza. Rivendico senz’altro il diritto di avere un’idea abbastanza sicura di sé. Nella consapevolezza, però, che la complessità della Storia ci supera enormemente. E questo perché la Storia non è il prodotto di laboratorio delle nostre idee. Quella si chiama ideologia e genera illusioni ottiche micidiali. A noi possono spettare, tutt’ al più, i progetti. La Storia, quella appartiene a Dio. Ed è solo lui che la “fa”. Sarebbe bene ricordarselo prima di promettergli vittorie senza averne mandato.

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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