“Malato, la fede m’ha salvato”
Maurizio Patriciello,
“Avvenire”, venerdì 8 maggio 2015

Ci sono cose che non riveleresti mai a nessuno. Che fanno parte del santuario della tua vita intima. Ho capito, però, che per venire in aiuto a un fratello debbo necessariamente aprirgli il cuore, anche se mi costa. È successo poco tempo fa. Una signora sconosciuta mi ha raggiunto in chiesa e, piangendo, ha voluto raccontarmi la sua vita. La signora soffriva molto per una forma di depressione. L’ho ascoltata con attenzione, intervenendo poche volte nel suo racconto.

Ma quando mi ha detto di essersi convinta che da quel tunnel non sarebbe mai uscita, ho avvertito il bisogno di raccontarle una storia. Una storia che conosco bene. Che è impressa nella mia carne e che le avrebbe dato un poco di conforto. Una storia che avrebbe potuto riaccendere in lei il fuoco della speranza. Una storia che conservo come un preziosissimo tesoro.

Accadde diversi anni fa. Ricordo il giorno, l’ora, l’anno, il luogo dove mi trovavo.

Era il 4 novembre e io, come ogni sera, stavo proclamando il Vangelo, durante la celebrazione della Messa. Accadde tutto all’improvviso. Inaspettatamente. Senza preavviso. Senza che potessi minimamente immaginare. È difficile da spiegare. Ebbi la sensazione che una pesantissima cappa di piombo nero mi calasse addosso. Tutto intorno a me si spense. Il cuore cominciò a battere all’impazzata. Credetti di morire. Non capivo che cosa mi stesse accadendo. Nel giro di pochi giorni se ne andò la fame. E con la fame il sonno. E la forza e la voglia di uscire di casa. Di leggere e studiare. Le notizie di ciò che avveniva nel mondo non riuscivano più a interessarmi. Tutto sembrava essere così lontano. Tutto così estraneo. Ascoltare le confessioni, visitare gli ammalati, parlare con la gente mi stancava. Celebrare la Messa era come salire il Calvario. Non percepivo più nemmeno il gusto dei cibi dei quali da sempre andavo ghiotto. Mangiare divenne un tormento. Riuscivo a ingoiare solo liquidi. Che cosa mai stava accadendo alla mia vita di uomo e di sacerdote? Chiesi aiuto ai miei confratelli più vicini e a qualche amico psicologo credente. Furono semplicemente meravigliosi. La mia riconoscenza per la carità che ebbero per me non può essere che eterna. Mi vergognavo terribilmente di questa strana malattia. Non volevo che gli altri si accorgessero di quanto fragile fosse il prete sulle cui spalle, da anni, erano abituati a deporre i fardelli che non riuscivano a portare.

Rino, lo psicologo, mi disse che si trattava di depressione. Ma aggiunse anche che non c’era niente di cui vergognarsi. Siamo tutti uomini. Quindi tutti fragili e mortali. Di quei giorni è vivo in me il ricordo di un dolore immenso. Credo che sia stato il dolore più grande che abbia mai provato. Passavo le notti sdraiato su una poltrona davanti a un grande Crocifisso nella mia camera da letto. Gli occhi stanchissimi, ma aperti come due voragini. Soffrii come non mai, ma feci anche l’esperienza di Dio più forte della mia povera vita di credente e di prete. Niente – dico niente – riusciva a interessarmi, a darmi un pizzico di gioia. La lettura, che da quando ho imparato a leggere, è parte di me stesso, divenne un fatica. I libri da sempre amati non venivano nemmeno sfogliati. Una stanchezza mortale, un tedio insopportabile mi accompagnavano per tutta la giornata. E l’avvicinarsi della sera mi faceva paura. Più insopportabile di tutto era il pensiero di non guarire più. La vita passata mi appariva un sogno.

Possibile? Possibile che abbia potuto fare tante cose? E con quale forza?

Sbaglierei di grosso se dicessi che la fede mi fu di aiuto. La fede in quei giorni fu tutto. Vivevo di fede pura. Di Dio. Senza, però, consolazione alcuna. Non leggevo il Vangelo, ma potevo richiamarlo alla memoria. Amavo ricordare soprattutto la passione di Gesù. Avevo la certezza di essere un cireneo sotto la croce. Non chiedevo a Dio di toglierla dalle mie spalle, la croce, ma almeno di sollevarla un poco quando mi schiacciava: «Fa quello che vuoi, Signore, ma, ti prego, dammi il tempo di respirare un poco. Fammi chiudere gli occhi un minuto. Un minuto solo, poi ricominciamo…». L’accompagnamento del mio padre spirituale fu fondamentale. Prezioso. Mi fidai. Mi affidai. A lui. Ai miei confratelli. A Rino. A Gesù. E come Gesù nel momento della morte non facevo che ripetere: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito…». Non pregavo in quei giorni. Tutto il mio povero essere divenne preghiera. Nulla mi attraeva. E Dio era diventato il mio tutto. Compresi appieno la preghiera di san Francesco: «Mio Dio e mio tutto… Deus meus et omnia… ». E la farfugliavo per tutta la giornata.

Rino, lo psicologo, fu grande. Un giorno lo implorai: «Rino, ti prego, aiutami. Io voglio essere prete… voglio vivere da prete…». Rino mi lasciò parlare, alla fine mi chiese: «Padre, per favore, mi vuoi confessare?». «Lo fai per darmi fiducia, Rino, vero?». «No, padre, ne ho tanto bisogno…». E le parti si invertirono. Il professore divenne ‘paziente’ del suo paziente. E il paziente si accorse che Dio non ritira i suoi doni. Che mantiene sempre la parola data. Che non abbandona mai i suoi figli.

Non sapevo, non potevo immaginare che cosa il Signore stesse preparando per me. Ero convinto di aver terminato la mia corsa. Un giorno una persona di ritorno da San Giovanni Rotondo mi portò in regalo un paio di minuscoli sandali francescani con la foto di Padre Pio. Mi sembrò di udire la voce del frate cappuccino che nella nostra bella lingua mi diceva: «Guagliò, alzati e cammina, la strada è ancora lunga…».

Una volta presi con me il calice e andai a Pompei, a invocare la Vergine del Rosario. Il pensiero di non poter esercitare più il mio ministero sacerdotale mi faceva male. Arrivai in tempo per assistere alla Messa. Il celebrante si era recato a Pompei quella mattina per ringraziare la Madonna nel 50° anniversario della sua ordinazione. Durante l’omelia disse testualmente: «Prima di essere ordinato mi ammalai seriamente e i superiori erano in dubbio se ammettermi al sacerdozio. Io lo desideravo ardentemente e lo chiedevo alla Madonna. Come vedete, dopo 50 anni, sono ancora qui…».

Ebbi la sensazione che quelle parole fossero rivolte a me. La cappa di piombo nero rimase su di me per diversi mesi. Venne Natale. E come per incanto, lentamente, mi accorsi che la fame ritornava. E con la fame il sonno. E con il sonno, prepotente, fece capolino la voglia di uscire. E di leggere. E di scrivere. E di gridare al mondo che Cristo è vivo. E che ci ama alla follia. E che tutti gli uomini sono preziosi agli occhi suoi. Con l’anno nuovo ritornò a splendere il sole. La notte senza stelle si diradò. E ricomparve il cielo azzurro. E l’arcobaleno. E mi accorsi di nuovo di che cosa accadeva attorno a me. Fu un rinascere. Un risorgere. Un ritornare a vivere. Una seconda vita. Al lavoro della parrocchia si è aggiunta in questi anni l’estenuante battaglia per la mia terra avvelenata e tradita. Un lavoro faticosissimo per il quale non ero preparato, ma che ho accolto come una vocazione nella vocazione.

La depressione, la brutta bestia nera che mi morse all’improvviso, è ormai un ricordo. E, per quanto possa sembrare strano, sento di dover dire che è un ricordo del quale sento qualche volta nostalgia… È stato il momento di una esperienza di fede pura. Sono stato con Gesù sotto la croce. Ho sentito in me la sua carne squarciata dalla lancia. Ho potuto guardare negli occhi il soldato che gli percuoteva il viso. Sapevo che era necessario. Questa convinzione mi dava la forza di non cedere. Ho imparato che se divino è il dare, divino è anche il ricevere. Oggi, nella mia vita di cristiano e di prete, niente deve andare perduto di questo patrimonio accumulato. Occorre, ancora una volta, raccogliere i pezzi avanzati per sfamare prima di tutto i poveri. E anche il sentimento di legittimo pudore che mi ha portato a tenere a lungo per me questa esperienza intima e dolorosa, deve lasciare spazio all’amore. Non è giusto conservare il pane nella madia mentre mio fratello e mia sorella hanno fame. Sono convinto che coloro che in questo momento soffrono di questo male misterioso potranno ricevere anche da questa testimonianza un pizzico di speranza.

Chi sta pensando che sia inutile lottare ancora, può cambiare idea. Per voi, fratelli e sorelle, che amo, ho deciso di mettere a nudo la mia vita correndo anche qualche rischio. Che fa? Che importa? Se una sola persona tra i lettori in preda a questo male oscuro ritrova il coraggio di continuare a lottare, a vivere e a sperare sono felice di aver fatto questa scelta.

Tutti hanno diritto di bere alla fonte a cui io ho avuto accesso. Tutti devono poter sedere alla mia stessa tavola. La vita è bella. Sempre. Hai valore tu, sorella, non quello che fai. Sei prezioso tu, fratello, non quello che possiedi. Occorre ripeterlo mille volte al giorno. A te stesso e a chi ti sta accanto.

Dal tunnel si esce. Magari lentamente, ma si esce. È importante crederci. Accompagno questo scritto con la mia preghiera e la mia benedizione.

A Dio, unico Signore, ogni lode e gloria per i secoli eterni.

 

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Laureato per accide­nti in filosofia all­’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da vent’anni lavoro nel sociale. Se sono cattolico, apostolico, romano lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere. Perchè un Blog dal titolo “Direzione verso Est?” La nostra vita nasce ad Est e ritorna ad Est: è un cammino che non finisce qui. Per questo motivo, affermare che la trascendenza è un fattore costitutivo dell’uomo non è irrilevante rispetto alla dimensione sociale, culturale e politica della nostra esistenza. Vi invito a seguirmi su Facebook e su web al mio Blog “Direzioneversoest”

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