Mirò, sai cos’è la libertà?

di #DavideVairani 

“Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà”.
(Oswald Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”)

“I bambini sono maschi e le bambine sono femmine” . Il “Bus della libertà” di “Generazione Famiglia” e CitizenGo altro scopo non aveva che testimoniare pubblicamente l’evidenza. Un autobus arancione itinerante che ha fatto tappa in alcune città italiane per esprimere il dissenso alla “colonizzazione dell’idea gender”.

 

Questo fatto ha provocato un polverone di critiche e di condanne. “Provocazione omofobica“: a Napoli De Magistris ha provato a fermarlo, l’intellighentia progressista di certi media ha sparato a zero, appelli ai sindaci affinchè ne bloccassero la circolazione, centri sociali & compagnie cantanti a fare picchetti. Gli amici di Generazione Famiglia costretti a muoversi per le piazze in mezzo a cordoni di forze dell’ordine. Il pullman arancione ha attirato l’attenzione di nientepopodimeno che George Soros e la sua Open Society fondation, la lobby più potente del mondo a sostegno dell’agenda progressista, il quale ha scritto un twìt dedicato all’iniziativa di CitizenGo già svoltasi in Sud America, parlando di “falsa narrativa che ha preso piede”  e che “minaccia i diritti delle donne e delle persone lgbti” . Inoltre in un articolo redatto dalla fondazione di Soros, corredato da una foto del bus di CitizenGo, si ribadisce la tesi secondo cui l’ideologia gender non esiste, che è solo un “concetto pericoloso” che ha “il potere di mobilitare rapidamente gli elettori e dare nuova energia all’agenda socialmente conservatrice”.

Già alla vigilia del tour italiano critiche sono arrivate da Chiara Lalli, bioeticista e giornalista vicina alle istanze dei movimenti lgbt e autrice del libro “Tutti pazzi per il gender – Orgoglio e pregiudizio di genere” (Fandango 2016), la quale sentita dall’Espresso ha dichiarato: “Esistono gli studi di genere. Ma non l’ideologia gender, questa è una caricatura dei primi che dice ‘se sei femmina ti piace il rosa, se sei donna sei destinata a diventare moglie’ . Sono scemenze. Non è una legge di natura ma il risultato di un retaggio culturale. Il gender rientra in un universo meno rigido dove ognuno ha possibilità di declinare la propria personalità. Il livello di natura biologico è complesso. È scientificamente provato che non esiste un mondo binario in natura, figuriamoci a livello giuridico, morale”. “Il mondo è pieno di colori – ha aggiunto Lalli– Ci sono studi e ricerche che dimostrano come la natura biologica sia stata piegata e incanalata per scopi secondari, con concetti privi di fondamenti scientifici. Le semplificazioni ci servono come strumento puramente descrittivo ma illudersi che siano così netti è davvero ridicolo”. 

Insomma, nulla di nuovo.  Dietro al solito nobile scopo di combattere le discriminazioni viene portata avanti la necessità di introdurre il concetto di un’identità fluida, transitoria, che può cambiare nel tempo e a seconda delle culture (alcuni gender studies indicano oltre 50 tipi di generi a cui si può aderire). Molti però fanno finta di non capire che un conto è promuovere un sacrosanto rispetto verso le persone di orientamento omosessuale, un altro è avallare teorie bislacche secondo cui l’identità sessuale deve essere sostituita con l’identità di genere, in modo da eliminare ogni legame con le caratteristiche biologiche assunte fin dal concepimento. Vengono quindi strumentalizzati rarissimi casi clinici per sostenere la necessità di superare la “binarietà” maschile-femminile.  

 “Sono una ragazza di 18 anni e quello che sogno è un mondo libero, dove tra essere umani ci si tratti da essere umani e non sempre da nemici da combattere. Certo, quando incontro persone come voi mi verrebbe facile perdere le speranze, ma non lo farò.  Non mi farò abbattere da chi come voi strumentalizza degli innocenti (perfino i bambini!) per raggiungere i propri scopi, i propri obbiettivi. Obbiettivi ciechi, vuoti ed arroganti tipici di chi non combatte nessuno se non se stesso ed i propri limiti. Invece di sprecare inchiostro per questi tremendi cartelloni, fareste bene a vergognarvi e ad imparare cosa vuol dire amore e rispetto per l’umanità (soprattutto informatevi! “L’ideologia gender” non significa nulla!)”.

Due fogli scritti in stampatello grande appiccicati su uno dei manifesti pubblicitari del Bus della Libertà affissi su viale dell’Università, a Roma.

Raggiunta al telefono – si legge su Gaypost.it – , Mirò (così pare si chiami la giovane ragazza -ndr) – ha spiegato di essersi accorta del manifesto passeggiando su viale dell’Università.

Sono rimasta a fissarlo esterrefatta – dice -. Poi ho cercato su internet di cosa si trattasse e mi è sembrato assurdo che si potesse permettere l’affissione di manifesti del genere”. Così ha deciso di intervenire, a modo suo. “Dovevo fare qualcosa – continua la ragazza -. Quindi sono andata a casa, ho preso i fogli, li ho scritti e sono tornata ad attaccarli sul manifesto.  L’ho fatto soprattutto perché chi passa e lo vede almeno leggerà anche il mio messaggio e magari si porrà qualche domanda”. Mirò ha fatto la maturità lo scorso anno e tra poco inizierà a studiare a Roma Tre, per diventare assistente sociale.

Mirò, sei davvero convinta di essere libera nei tuoi giudizi? Sei sicura di essere te stessa e di non ripetere inconsciamente quello che hai assorbito?

Vedi, Mirò, la libertà è un bene prezioso e oggi tuttavia sempre più raro da trovare. Che cosa significa essere liberi? È nella verità della propria identità che risiede la libertà. Ma mi rendo conto, Mirò, che questa frase oggi suoni ambigua, perchè l’ideologia gender (che esiste, credimi) si è costruita una neo lingua per la quale le parole hanno perso il loro significato dettato dal reale e ne hanno acquistato uno nuovo, fatto ad immagine e somiglianza dell’idea che vogliono inculcare: siamo liberi di essere ciò che ci pare.

E allora, Mirò, non voglio fare come loro, che non smettono ogni giorno di inculcare parole d’ordine. La libertà è un cammino. Stà a te arrivarci Ti metto lì tre brani diversi tra loro. Leggili se ti va e riflettici su.

Il primo. Papa Francesco di ritorno dalle Filippine nel 2015 durante l’intervista ai giornalisti sull’aereo.

“Domanda. Grazie, Santo Padre. Vorrei ritornare un attimo all’incontro che ha avuto con le famiglie. Lì ha parlato della ‘colonizzazione ideologica‘ . Ci potrebbe spiegare un po’ meglio il concetto?

Papa Francesco. La colonizzazione ideologica: dirò soltanto un esempio, che ho visto io. Vent’anni fa, nel 1995, una Ministro dell’Istruzione Pubblica aveva chiesto un grosso prestito per fare la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo grado di scuola. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender. Questa donna aveva bisogno dei soldi del prestito, ma quella era la condizione. Furba, ha detto di sì e ha fatto fare anche un altro libro e li ha dati tutti e due, e così è riuscita… Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. Durante il Sinodo i vescovi africani si lamentavano di questo, che è lo stesso che per certi prestiti si impongano certe condizioni. Io dico soltanto questo caso che io ho visto.

Perché dico ‘colonizzazione ideologica’? Perché prendono proprio il bisogno di un popolo o l’opportunità di entrare e rafforzarsi, per mezzo dei bambini. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai “Balilla”, pensate alla Gioventù Hitleriana… Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza! I popoli non devono perdere la libertà. Il popolo ha la sua cultura, la sua storia; ogni popolo ha la sua cultura. Ma quando vengono condizioni imposte dagli imperi colonizzatori, cercano di far perdere ai popoli la loro identità e creare uniformità. Questa è la globalizzazione della sfera: tutti i punti sono equidistanti dal centro. E la vera globalizzazione – a me piace dire questo – non è la sfera. È importante globalizzare, ma non come la sfera, bensì come il poliedro, cioè che ogni popolo, ogni parte, conservi la sua identità, il suo essere, senza essere colonizzata ideologicamente. Queste sono le ‘colonizzazioni ideologiche’.

C’è un libro – scusatemi, faccio pubblicità – c’è un libro, forse lo stile è un po’ pesante all’inizio, perché è scritto nel 1907 a Londra… A quel tempo lo scrittore ha visto questo dramma della colonizzazione ideologica e lo descrive in quel libro. Si chiama Lord of the World. L’autore è Benson, scritto nel 1907, vi consiglio di leggerlo. Leggendolo capirete bene quello che voglio dire con ‘colonizzazione ideologica’ “.

Il secondo. La storia di Francesca:” Vi racconto l’inganno del nuovo femminismo”- sabato 28 settembre 2013 (la Voce del Popolo di Brescia). “Ho scoperto di essere lesbica quando lavoravo negli ambienti universitari. Mi occupavo di scienze sociali perciò, un po’ per lavoro, un po’ per interesse, iniziai a frequentare movimenti femministi. Provenivo da un ambiente sociale e famigliare segnato da un forte clima di individualismo (ognuno deve sapersela cavare da solo e bene), perciò non fu difficile per me sposare ciò che il femminismo radicale insegna: la donna basta a se stessa e l’uomo rappresenta un nemico. Nei numerosi circoli culturali che frequentavo, notavo che i dibattiti, l’arte, le presentazioni librarie, la moda, la comunicazione, gli eventi avevano un filo comune che tesseva l’immagine della donna di oggi: difenditi e aggredisci per sopravvivere al maschio dominatore e trova solidarietà e protezione nelle donne.

Eppure la quotidiana battaglia che vedevo non era verso il maschio conquistatore dipinto in passato dal femminismo tradizionale. In realtà, mi confrontavo sempre più con uomini profondamente in crisi con la propria mascolinità, intimoriti dall’aggressività della donna e incapaci di gestire e prendere decisioni. Conoscevo donne stanche (tra cui io stessa) di condurre relazioni con uomini simili a bambini impauriti e immaturi. Conoscevo uomini a metà, che dovevano tener testa all’aggressività della donna nella società e sul lavoro. In questo scenario, la complementarietà uomo-donna si stava trasformando in divergenza prima e ribaltamento poi della mascolinità e femminilità. Io stessa ero un meccanismo inconsapevole di questo ingranaggio.Con il tempo, iniziai a provare sempre più sfiducia verso gli uomini, mentre cresceva una forte complicità con le donne che fece emergere la mia omosessualità. Mi sentii realizzata e credetti finalmente di aver trovato una completezza interiore.

Ne ero pienamente sicura! Ero certa che solo un’altra donna potesse comprendermi e darmi quella protezione che io come donna desideravo. Poco alla volta, però, iniziai a sentirmi svuotata. Quel vortice di condivisione emotiva mi consumava. Se quella era la libertà, perché mi sentivo morta? Oggi rispondo: perché venivo da una realtà mossa da interessi politici ed economici che speculava sulla sofferenza dell’altro. Al minimo dubbio sulla condizione omosessuale, mi sentivo rispondere: ‘Tu sei così, è la tua vera natura, non fare domande inutili e vivi, la colpa è dell’altro che non sa accettarti’ . Un vero inganno. Ero un’anticlericale favorevole alla laicità della società, finché qualcosa si mosse in me. Dopo tanto tempo, mi avvicinai alla fede a seguito di un pellegrinaggio a Medjugorje. Iniziai così un percorso cristiano nel quale incontrai sacerdoti e associazioni cattoliche che accolsero la mia sofferenza e con i quali cercai di comprendere la verità della mia identità alla luce dell’onestà intellettuale, scientifica e della dignità umana, aiutata anche da alcuni psicoterapeuti. La presa di coscienza di quanto fosse alterata la realtà femminista nella quale vivevo, mi permise di iniziare un percorso che mi ha portato a riconnettermi con la mia identità di donna. Oggi so che la mia omosessualità è stata la conseguenza di un modo di percepire falsamente la mia identità, secondo una realtà artificiale nella quale mascolinità e femminilità assumono caratteri indistinti, liquidi, sostituibili e ribaltabili. Mi sono sposata e al mio fianco cammina un uomo integro nella sua mascolinità. È nella verità della propria identità che risiede la libertà”. 

Il terzo. E’ un frammento dell’introduzione al libro “Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità” (Arianna, Bologna 2014). Chi la scrive si chiama Diego Fusaro, un giovane filosofo che forse avrai sentito nominare. Non è cattolico: si dichiara “marxiano”.

“Nell’affrontare il tema – spinoso e controverso – dell’ideologia gender occorre preventivamente segnalare che esso è, allo stato attuale, appannaggio del pensiero unico politicamente corretto e della fabbrica dei consensi. La nostra posizione – lo diciamo subito – va esattamente nella direzione opposta rispetto a quella del pensiero unico politicamente corretto e, per ciò stesso, non potrà da esso essere né accettata, né razionalmente discussa. Il pensiero unico ha infatti questo di proprio: sottrae preventivamente alla libera discussione critica i temi, innalzandoli a tabù su cui non è legittimo disputare. Si pensi anche solo alla questione della memoria o dello Stato nazionale, o, ancora, dell’odierna Europa. Compito di un pensiero autenticamente critico è, allora, riportare alla discussione razionale ciò che il pensiero unico ad essa sottrae. Ed è quel che proverò a fare nelle righe che seguono.

Sul tema dell’ideologia gender vorrei prendere le mosse da un libro recentemente apparso, che merita di essere letto. È lo splendido testo di Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta, “Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità” (Arianna, Bologna 2014). Tutti dovrebbero leggerlo, per chiarirsi le idee intorno a uno dei problemi del nostro presente che vengono puntualmente presentati dal clero giornalistico e dal circo mediatico, gestori unici del “si dice” di heideggeriana memoria: l’ideologia gender, in nome della quale non esisterebbero più maschi e femmine, ma un pulviscolo anonimo e senza nessi comunitari di individui atomistici unisex.

In accordo con l’ideologia gender (da qualche tempo insegnata anche nelle scuole), uomini e donne non esisterebbe per natura, ma sarebbero (sic!) un prodotto sociale. Come ben argomentato da Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta, si sta oggi diffondendo su scala planetaria l’immagine di un essere umano ibrido, manipolabile infinitamente, puramente funzionale al rito del consumo e dello scambio di merci. A tal punto che sempre più spesso il semplice presupporre l’esistenza di sessi differenti viene visto come atteggiamento discriminatorio. “Omofobia” è l’etichetta in voga con cui si mette a tacere chi osa ancora pensare che esistano uomini e donne e che, pur essendo infiniti gli orientamenti sessuali, due soltanto siano i sessi esistenti. Condannati come omofobici, infatti, non sono soltanto coloro che usano violenza (in questo caso, naturalmente, è giusta la piena condanna dei violenti, come del resto è giusto condannare e punire ogni violenza), ma anche quanti pensano che, come poc’anzi dicevo, per natura i sessi esistenti siano due.

Come efficacemente mostrato da Perucchetti e Marletta, l’ideologia mondialista gender mira alla creazione e all’esportazione di un nuovo modello antropologico, pienamente funzionale al capitalismo dilagante: l’individuo senza identità, isolato, infinitamente manipolabile, senza spessore culturale, puro prodotto delle strategie della manipolazione. L’ideologia mondialista gender – appoggiata da tutti i poteri forti – fa ampio uso della “rielaborazione del linguaggio comune” (p. 24): non si può più dire sesso, ma solo genere; non si può più dire padre e madre, ma genitore 1 e 2, ecc.

Orwellianamente, la creazione della neolingua è funzionale alla desertificazione del pensiero e alla possibilità di immaginare realtà altre rispetto a quella propagandata urbi et orbi dall’ordine simbolico dominante. Il libro merita davvero di essere letto e meditato, discusso ed esplorato in tutte le sue pagine: è una vibrante e appassionata denuncia dell’ideologia mondialista gender; una denuncia che si inscrive idealmente in una più ampia denuncia degli errori e degli orrori del capitalismo finanziario globalizzato. La famiglia odierna, quando ancora esista, è disordinata e stratificata, priva di un nucleo e strutturata secondo le forme più eteroclite: dalle gravidanze affidate a una persona esterna alla coppia alle adozioni nelle coppie omosessuali, dalle separazioni sempre crescenti all’inseminazione artificiale. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile.

L’ideologia gender si inscrive appunto in questa dinamica. La chiamo volutamente “ideologia”, in ciò facendo esplicito riferimento a uno dei termini-chiave della galassia concettuale marxiana: se – Marx docet – “ideologia” è santificazione simbolica dell’esistente presentato come destino naturale-eterno, allora quella gender è a tutti gli effetti ideologia di legittimazione di un “capitalismo assoluto-totalitario” (cfr. il nostro Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo, Bompiani 2012, cap. V) che mira alla distruzione dell’identità umana, di modo che possa imporsi, tramite una “mutazione antropologica” (Pasolini), la nuova figura del consumatore senza sesso e senza identità, integralmente plasmato dai flussi desiderativi governati ad arte dal mercato”.

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