Non facciamo più figli

di Davide Vairani

Italiani sempre più vecchi. E’ quanto rileva l’Istat nel suo bilancio demografico 2017. “La popolazione residente al 1 gennaio 2018 scende a 60 milioni 494mila, segnando una diminuzione di centomila persone (-1,6 per mille) rispetto all’anno precedente. Inoltre nel 2017 si é registrato un nuovo minimo storico per le nascite, che hanno toccato il picco del -2% rispetto al 2016 con solo 464mila nuovi nati. I decessi sono stati invece 647mila, 31mila in più del 2016 (+5,1%). Il saldo naturale della popolazione nel 2017 è dunque negativo (-183mila) e registra un nuovo minimo storico. L’anno scorso si stima siano venuti al mondo 464mila bambini, il 2% in meno rispetto al 2016 quando se ne contarono 473mila. Risulta battuto, pertanto, il precedente record di minimo storico dall’Unità d’Italia. Le nascite, peraltro, registrano la nona consecutiva diminuzione dal 2008, anno in cui furono pari a 577mila. La riduzione delle nascite rispetto al 2016 – riferisce l’Istat – interessa gran parte del territorio, con punte del -7,0% nel Lazio e del -5,3% nelle Marche. Soltanto in quattro regioni si registrano incrementi: Molise (+3,8%), Basilicata (+3,6%), Sicilia (+0,6%) e Piemonte (+0,3%)”.

“L’invecchiamento della popolazione – spiega l’Istat – è influenzato da molteplici fattori che comprendono i livelli di mortalità, di fecondità, i servizi per la salute e gli stili di vita degli individui. Fattori che non smettono di far sentire la loro azione anche in Italia e che, a ritmo lento ma regolare, stanno progressivamente mutando il profilo per età della popolazione. Come ulteriore conseguenza, i rapporti intergenerazionali si stanno anch’essi gradualmente modificando. L’indice di dipendenza degli anziani, per esempio, risulta oggi pari al 56,1%, registrando un incremento di quattro punti percentuali sul 2008. La popolazione in età attiva, rimasta per decenni stabilmente ancorata ai due terzi della popolazione totale, ha avviato da alcuni anni sia un percorso di regolare declino numerico sia un processo di invecchiamento al suo interno. Infatti, mentre la popolazione in età 15-39 anni scende dal 31,5% al 27%, quella in età 40-64, ovvero quella che ancora comprende al suo interno le generazioni nate negli anni del baby-boom, cresce dal 34,2% al 37,1%. Al 1° gennaio 2018, il 22,6% della popolazione ha età compiuta superiore o uguale ai 65 anni, il 64,1% ha età compresa tra 15 e 64 anni mentre solo il 13,4% ha meno di 15 anni. Rispetto a dieci anni fa le distanze tra le classi di età più rappresentative si sono ulteriormente allungate”.

La statistica fotografa la situazione. La demografia cerca di spiegarne le cause, partendo dalla fotografia. L’Istat e numerosi demografi da decenni vanno ripetendo inascoltati la necessità di invertire drasticamente la rotta se non si vuole arrendersi al futuro. Negli ultimi dieci anni in particolare il calo delle nascite ha assunto una accellerazione che raramente si è potuta riscontrare nella storia italiana, talmente accellerata da modificare strutturalmente la piramide delle classi di età di cui si compone il sistema sociale Italia. Si sta – insomma – arrivando vicino ad un “punto di non ritorno” oltre il quale sarà quasi impossibile semplicemente pensare a politiche strong capaci di invertire drasticamente la rotta in pochi anni.

Come siamo arrivati fino a questo punto?

Le cause e le motivazioni sono molteplici e di varia natura e su questo tema si sprecano tonnellate di analisi e studi che chiamano in causa numerosi fattori. C’è tuttavia un dato sul quale vale la pena soffermarsi. “Nonostante un livello inferiore di nascite, il numero medio di figli per donna, pari a 1,34, risulta invariato rispetto all’anno precedente – prosegue l’Istat -. Riduzione del contingente di donne in età feconda (15-50 anni) e progressivo spostamento in avanti del calendario riproduttivo sono tra i motivi per cui la natalità su scala nazionale è precipitata ai livelli sin qui osservati. Sono oggi circa 900mila in meno le donne residenti nella classe di età 15-50 anni rispetto al 2008 (1° gennaio), di cui 200mila in meno solo nell’ultimo anno. Nel frattempo, l’età media di queste donne è cresciuta da 33,8 anni nel 2008 a 35,2 anni nel 2018. Alla questione strutturale, meno madri potenziali e mediamente più anziane, si accompagna il tema del comportamento riproduttivo vero e proprio. In Italia, come in altri paesi del mondo occidentale, le donne rimandano la scelta di avere figli nella seconda parte della loro potenziale vita riproduttiva. Il che, generalmente, continua a comportare un aumento dei tassi di fecondità nelle età più avanzate, ma anche una riduzione di quelli in età giovanile e, di fatto, una condizione che conduce a ridurre il tempo biologico a disposizione per procreare. L’innalzamento della fecondità alle età più anziane e l’abbassamento tra quelle giovanili modificano, peraltro, l’età media al parto, in continuo aumento in Italia sin dal 1980 (27,5 anni) e pervenuta nel 2017 a 31,8 anni“.

Il comportamento riproduttivo delle donne italiane. Occorre essere chiari su questo tema. “Circola un messaggio sbagliato e cioè che la gravidanza si decide e si ottiene quando si vuole. I casi di donne di 48-50 anni che diventano madri vengono riportati con esaltazione. Viceversa manca ancora un corretto flusso di informazione rivolto alla donne sulle loro chance riproduttive“: lo ha dichiarato Filippo Maria Ubaldi, ginecologo, direttore clinico del Centro Genera della clinica Valle Giulia di Roma e componente della Società italiana di fertilità e sterilità e medicina della riproduzione (Sifes-Mr), in riferimento ai dati Istat sul calo record delle nascite in Italia.

“Oggi nei nostri centri l’85% dei pazienti ha più di 35 anni, ma sono moltissime le coppie con più di 40 anni. Dobbiamo spiegare loro che, ad esempio, a 43 anni la donna per ottenere un embrione sano da impiantare ha bisogno di produrre 30 ovociti, quando in un ciclo di stimolazione se ne possono ottenere 3-4 sani. Anche con le tecnologie più avanzate non si può invertire questa tendenza: la possibilità di concepire a quell’età è aneddotica. Insomma, è qualcosa di drammatico: possiamo mettere a disposizione tutta la scienza possibile, ma non siamo in grado di eliminare gli errori cromosomici degli ovociti“.

“A partire dalle ragazze più giovani tutte dovrebbero sapere che i figli si devono fare, idealmente, prima dei 30 anni, e che non si possono più fare, fisiologicamente, dopo i 42-43 anni. Una ragazza di 25 anni deve sapere che o fa un figlio subito, al massimo nell’arco di pochi anni, oppure dovrebbe scegliere di congelare i suoi ovuli per ottenere una gravidanza più in là con l’età, utilizzando in questo modo i suoi gameti, giovani. Purtroppo si deve ancora lavorare molto sotto questo profilo: andrebbero avviate iniziative di informazione e formazione a livello di scuole, per far capire che la gravidanza non si può procrastinare più di tanto“.

La scienza – quella onesta – è chiara e non fa che ribadire sul piano medico quello che per decenni le donne hanno sempre saputo e sentito ascoltandosi dentro. Non c’era bisogno di fare corsi particolari e nemmeno di campagne informative: bastava ascoltare il cuore e quello che possiamo chiamare “istinto di maternità”. L’orogologio biologico aveva una propria “autorevolezza” nel condizionare le scelte di vita di una ragazza e di una donna. Oggi – al contrario – per ideologia o per necessità si tende a fare finta di nulla e a cercare di fare tacere quella voce della natura che chiama alla generazione della vita. Per ideologia, in quanto nell’agenda delle priorità di una donna prima deve venire la carriera, il lavoro, l’auto-determinazione di sè (residui di un feminismo sessantottesco sempre in voga nel pensiero individualista contemporaneo). Per necessità, in quanto quale famiglia oggi può permettersi di scegliere che uno dei due genitori rimunci ad una occupazione lavorativa per restare a casa ed accudire i propri figli?

Mi ha colpito l’intervento del poeta e scrittore Davide Rondoni durante il convegno “Oltre l’inverno demografico”, su iniziativa di Alleanza Cattolica e del Comitato Difendiamo i nostri figli, qualche settimana fa’ a Roma. Quando Leopardi dice alla luna “Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore/ Rida la primavera”, invita a riscoprire quell’amore che permette alla primavera di andare oltre “il verno co’ suoi ghiacci” e di aprirsi alla vita. E quando, poco dopo, Leopardi si chiede “ed io che sono?” – non “chi” ma “che” – rifugge da una dimensione individualistica e spinge a riscoprire la propria identità (nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia). La risposta al perché oggi metà delle donne italiane in età fertile non mettono al mondo anche un solo figlio non dipende solo da aiuti carenti e da politiche orientate ad altro. Dipendono pure dal non sapere chi si è. Provoca Rondoni: che cosa vuoi generare se sei confuso sulla tua stessa natura (“ed io che sono?”)?

Ha ragione Rondoni a sottolinearlo. Ma non vale solo per le donne, ma in generale per la maggior parte delle coppie, maschi e femmine. Detto questo, resta evidente quello che da sempre sottolinea a più riprese il demografo Giancarlo Blangiardo quando spiega come non sia vero che gli italiani escludano di principio di fare figli: piuttosto sono indotti a ritardare e a rimandare, fino a quando l’età non induce a rinunciare. Chi è indeciso sulla via da percorrere di regola si ferma. Il quadro che descrive Blangiardo è terribile sia quanto all’oggi sia quanto alle prospettive: se il trend non muta, fra 30 anni ci saranno rispetto a ora 800.000 anziani in più, 1,6 milioni in meno di persone collocate nella fascia maggiormente produttiva, quella fra il 35 e i 44 anni, e 30.000 classi scolastiche in meno.

In una recente intervista a “SettimanaNews”, Blangiardo ha dichiarato.

D. – Quali sono le difficoltà specifiche della politica a prendersi carico delle nascite e delle famiglie? Qualche risultato è stato raggiunto in Francia e in Germania? È comunque un problema per l’intera Europa?

“La politica tende a non occuparsi di scelte, seppur importanti e doverose, che rischiano di scontentare nel breve periodo per dare risultati a medio-lungo termine. Poiché la “coperta è corta”, se oggi si aiutano le famiglie, anche economicamente, a compensare i costi dei loro figli – che pur sono un investimento della società nel garantirsi un futuro – ci sarà qualcuno (o qualche categoria) che dovrà perdere o non avere benefici”.

D. – In Francia dove, con una popolazione di poco superiore alla nostra, ci sono 300 mila nati in più, esiste da tempo una cultura che vede il sostegno alla natalità come necessario e normale.

“La Germania, che si illudeva di basare la tenuta demografica sull’apporto migratorio, sta cercando di correre ai ripari, mentre da noi continua a prevalere l’idea che ogni intervento di sostegno alla famiglia debba essere giustificato da condizioni di indigenze. I vecchi assegni familiari, dati a tutti coloro che avevano figli, sono stati trasformati nel tempo in bonus per combattere la povertà. Occorre un cambio di passo. Va capito che solo creando condizioni migliori alla “classe media” (e forse anche medio-alta) si potrà sperare di avere i numeri di nati che possono cambiare in modo significativo le tendenze in atto”.

D. –  È possibile indicare qualche specificità nei comportamenti procreativi da parte dei cattolici e dei credenti? Cosa risponderebbe a chi accusa i religiosi e le religiose di non aver parola in merito per la scelta di non essere fisicamente fecondi?

“Quest’ultima osservazione mi sembra demenziale. L’attenzione ai problemi della società e al bene delle famiglie va visto come un dovere irrinunciabile per i religiosi, e non solo. Poiché fare 2, 3, 4 figli è oggi sempre più una scelta eroica, credo vada preso atto (e vadano gratificate) quelle coppie di genitori che spesso, proprio a seguito di un’impostazione di vita nel segno della fede, sono aperte ad avere più figli. Danno, con gioioso sacrificio, un contributo preziosissimo alla società e ai loro fratelli”.

D. –  Ci sono nel paese “isole felici”, territori in cui la fecondità è ancora alta? E perché?

“Ci sono certamente alcune eccezioni al panorama di criticità che andiamo lamentando. Si tratta in genere di contesti locali in cui anche la politica – specie attraverso i sindaci e gli amministratori – può dare una mano. D’altra parte, alcuni grandi problemi – la casa, l’asilo, i tempi del lavoro, il costo dei figli, giusto per elencarne qualcuno – possono venir mitigati se li si affronta con intelligenza e senso pratico, cercando di non cadere nella trappola della burocrazia a valorizzando quelle forze che quasi sempre esistono nella così detta società civile.

D. –  Nel suo saggio “Sussidiarietà e crisi demografica” lei accenna ad alcune sfide. Potrebbe richiamarle?

“Innanzitutto, rimettere al centro la famiglia e aiutarla nella sua funzione di produzione/formazione del capitale umano. Poi si tratta di valorizzare i contributi esterni, l’immigrazione e la sua integrazione, e di contenere le “fughe” dei giovani che vanno all’estero, e che regaliamo alla concorrenza di altri paesi, dopo aver speso risorse per dal loro un’alta formazione. Riguardo alla formazione occorre anche migliorare i percorsi e le azioni di supporto per contenere lo scadimento della qualità e gli abbandoni. Infine, si dovrebbe sensibilizzare sempre più il mondo delle comunicazioni per far sì che si formi un’ampia coscienza sui temi demografici. La consapevolezza della gravità dei problemi e delle loro conseguenze è l’indispensabile premessa per avere consenso nel dar vita alle azioni e alle politiche di governo di questa difficile nuova realtà demografica”.

printfriendly-pdf-email-button-md Non facciamo più figli
🔥42
8cab945d9047c88c71d548c38aa2c456?s=100&r=g Non facciamo più figli

Chi sono DirEst

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

http://www.communitylacroce.it/wp-content/uploads/2018/02/IndicatoriDemografici2018-01-580x411.jpghttp://www.communitylacroce.it/wp-content/uploads/2018/02/IndicatoriDemografici2018-01-150x150.jpgDirEstArchivio Società#demografia,#fertilità,#natalitàNon facciamo più figli di Davide Vairani Italiani sempre più vecchi. E' quanto rileva l'Istat nel suo bilancio demografico 2017. 'La popolazione residente al 1 gennaio 2018 scende a 60 milioni 494mila, segnando una diminuzione di centomila persone (-1,6 per mille) rispetto all'anno precedente. Inoltre nel 2017 si é registrato un...COMMUNITY2 Non facciamo più figli

Comments

comments