“Opzione Benedetto”?

di Davide Vairani

Un libro negli Stati Uniti sta suscitando un forte dibattito attorno a questo  tema: “The Benedict Option” di Ray Oliver «Rod» Dreher. L’“opzione Benedetto” fa riferimento all’esperienza del monachesimo di San Benedetto da Norcia (480 circa – 547). Dreher  tenta sostanzialmente di proporre una maniera in cui i fedeli cristiani e le loro comunità possano non soltanto salvaguardare i loro princìpi e le loro tradizioni religiose, ma anche prosperare in una società molto secolarizzata.

Ne abbiamo parlato qui: “Qual è il compito dei cristiani nella società di oggi?”, 23 Gennaio 2017

Nel 1979 fu fondata la “Majorité moral”, la più nota organizzazione della “nuova destra cristiana” americana. Il nome scelto la definisce bene: questi gruppi sono convinti che la maggioranza degli americani siano in fondo conservatori e che sia necessario restituire loro un potere usurpato dai media “liberali”, attraverso un’alleanza tra diverse tradizioni religiose (evangelici, cattolici, mormoni …). In numero mai visto prima, i cristiani conservatori sono entrati nel gioco politico in nome dei loro ideali per influenzare gli orientamenti della società. Oggi, scrive Linker, questi gruppi non hanno più l’ottimismo degli anni ’80, non si sentono più attratti dal Partito Repubblicano, nel quale hanno cercato di trasmettere le loro convinzioni per farle entrare nei loro programmi elettorali. Si sono accorti che la maggioranza della popolazione accetta le unioni dello stesso sesso, si rendono conto che sono in realtà una minoranza e che la società adotta norme che, dal loro punto di vista, sono sempre più anticristiane.

Su questo sfondo, alcuni intellettuali conservatori ritengono che sia giunto il momento di ridefinire le priorità. In un articolo pubblicato a febbraio 2015 sulla rivista “First Things”, Rod Dreher scrive: “Credo che il pessimismo sia oggi semplicemente realismo, ed è meglio ripiegare su una posizione strategica che siamo in grado difendere “. Giunge quindi ad una conclusione senza autocompiacimento: “i gruppi cristiani stessi sono sprofondati in una religione vaga e insipida, adattata ad un ambiente culturale post-cristiano. “[…] Come possiamo produrre una vita civile cristiana quando non produciamo cristiani autentici?”

“Per dirla senza mezzi termini, alla luce delle dinamiche della nostra cultura in rapida evoluzione, penso che sarà sempre più difficile essere un buon cristiano e un buon americano. Per me è molto più importante conservare la fede che preservare la democrazia liberale e l’ordine americano. Idealmente, non dovrebbero esserci contraddizioni, ma le realtà dell’America post-cristiana sfida i nostri ideali antiquati”.

I cristiani americani devono ammettere che vivono in mezzo alle rovine, sostiene Dreher, e si devono attrezzare a mantenere viva la fede nelle buie epoche future. Non si tratta, sostiene Dreher, di rinunciare all’azione politica per coloro che hanno la vocazione a farlo, né di isolarsi fisicamente dal mondo esterno (sebbene ciò possa rappresentare in alcuni casi una possibilità), ma occorre concentrarsi principalmente su un progetto “contro-culturale”, al fine di preservare e trasmettere ciò che deve essere e resistere attraverso la cultura. Le comunità collegate a questi ideali possono essere organizzate attorno a centri spirituali (ad es. i monasteri), ma anche – più spesso – intorno a parrocchie, scuole o vari gruppi.

In una recente intervista, Dreher ha sostenuto che non possiamo permetterci il lusso del disimpegno e che dobbiamo “proteggere le nostre istituzioni nel miglior modo possibile”, ma che ciò non è abbastanza: “Restiamo coinvolti nel mondo esterno, ma procediamo contestualmente ad una ritirata strategica”, ad una presa di distanza dalla cultura secolarizzata” (“Rod Dreher explains the ‘Benedict Option’”, World, 3 giugno 2015).

Rompendo con il mito della “nazione cristiana” che anima alcuni ambienti americani, Dreher si rifiuta di legare indissolubilmente la causa dello spirito dei cristiani tradizionalisti alle fortune o alle disgrazie politiche del partito repubblicano: egli sostiene che, anche se il matrimonio gay non ha riscontrato un’approvazione spropositata e anche se i repubblicani controllano tutti i rami del governo, l'”opzione Benedetto” resta necessaria, “perché la logica e il progresso della modernità laica hanno scavato la fede cristiana dal di dentro” (“The Benedict Option & Antipolitical Politics”, The American Conservative, 19 maggio 2015 – il concetto di “politica anti-politica” è preso in prestito da un testo di Vaclav Havel del 1984).

Non si tratta di diventare “l’ala conservatrice sociale e religiosa del partito repubblicano in esilio”. L'”opzione Benedetto” non vuole essere solo una reazione alle vicende politiche, ma la risposta alla percezione di un crollo spirituale, culturale e sociale. Le radici di questo sono più profonde delle evoluzioni degli ultimi cinquant’anni:

“Quello che molti, molti conservatori sociali e religiosi non riescono a capire è che cose come il matrimonio gay, il poliamismo o il transgender non sono perversioni dei classici principi liberali su cui è stata fondata l’America, ma sono estensioni logiche. Il giudice Anthony Kennedy ha espresso il sentimento di molti americani – probabilmente la maggior parte di loro – dicendo, in un incoerente passo della sentenza Casey del 1992: “Nel cuore della libertà c’è il diritto di definire il proprio concetto di esistenza, significato, universo e mistero della vita umana. “Questo è il risultato logico del liberalismo, il punto in cui si dissolve in atomizzazione e incoerenza” (in “Saving the Benedict Option from the Culture War”,The American Conservative, 5 giugno 2015).

Perché chiamarla “opzione Benedetto”?

dreamstime_s_53654594-e1516702155659 "Opzione Benedetto"?Dreher lo ha spiegato in un articolo pubblicato il 12 dicembre 2013 in “The American Conservative”. Di fronte al collasso dell’Impero Romano, nel sesto secolo, San Benedetto non si era semplicemente ritirato dal mondo: le comunità monastiche fondate da lui e dai suoi successori divennero luoghi di pace, pietà ed erudizione, a partire dalle quali la civiltà europea ha potuto gradualmente trovare una identità.

L’idea dell’opzione Benedetto gli è venuta dalla conclusione di un libro del filosofo Alasdair MacIntyre, “After Virtue” (1981), nella quale l’autore evocava la possibilità di “un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso”, per aiutare a costruire “forme locali di comunità in cui la civiltà e la vita intellettuale e morale potessero essere conservate attraversando le nuove epoche oscure”.

Dreher specifica che non si tratta di imitare l’impresa di San Benedetto, ma di prenderne alcuni aspetti dello spirito che animò San Benedetto. Nel suo articolo del dicembre 2013 cita i circa 100 laici cattolici americani che si stabilirono alla periferia dell’abbazia benedettina di Clear Creek, in Oklahoma, una fondazione monastica con uno spirito tradizionale. I figli di queste famiglie sono stati educati lontano dalla dominante cultura popolare americana. Un altro esempio è la comunità di Eagle River, in Alaska: negli anni ’80, questi evangelici sono entrati nella Chiesa ortodossa e oggi circa 70 famiglie vivono la propria vita in un villaggio vicino alla loro chiesa e alla loro scuola parrocchiale.

Per l’osservatore delle correnti religiose nel mondo contemporaneo, il progetto non può non ricordare il modello di “enclave” portato alla luce dai ricercatori dell’ambizioso Fundamentalism Project dell’Università di Chicago (1987-1995), i cui risultati sono stati presentati in cinque spessi volumi di contributi vari. Una delle caratteristiche dell’approccio “fondamentalista”, nel senso generico adottato dal Fundamentalism Project, è una “cultura dell’enclave”: “l’esterno è inquinato, contagioso, pericoloso” – in questi modi di pensare – con la modernità. Queste enclavi non sono sempre fisiche e mantengono collegamenti di varia intensità con il mondo esterno di cui diffidano” (Gabriel A. Almond, R. Scott Appleby e Emmanuel Sivan, Strong Religion: The Rise of Fundamentalisms in the World, University of Chicago Press, 2003, Capitolo 1).

La somiglianza con certe esperienze fondamentaliste, in particolare quelle del protestantesimo americano, è stata naturalmente segnalata dai critici di Dreher – i critici principalmente all’interno delle correnti cristiane conservatrici.

Dreher ribatte che il suo approccio è diverso e che non si tratta di demonizzare il mondo esterno o di fuggire da esso o di abbracciare un quietismo, ma di coltivare un’interiorità (“nuova e concentrata interiorità”), rafforzando la vita di comunità mentre si sviluppa anche una testimonianza per il mondo esterno. Va detto, tuttavia, che la lettura di diversi articoli di Dreher non sempre consente di cogliere chiaramente come vede l’equilibrio tra le due dimensioni: a volte il lettore ha l’impressione di una tensione irrisolta.

La principale critica rivolta a Dreher è la difficoltà di discernere cosa significherebbe realmente l’attuazione di una “opzione Benedetto”: nonostante gli esempi citati da Dreher, molti dei suoi critici ritengono che il concetto resti teorico, una costruzione astratta. Anche i suoi riferimenti all’ideale dell’approccio benedettino sono criticati da un punto di vista storico. In un’analisi che è allo stesso tempo critica e comprensiva (“The American Conservative”, 19 maggio 2015), Noah Millman ritiene che la natura un po’ vaga del progetto di Dreher derivi dal suo tentativo di presentarlo a cristiani di fedi diverse: lo stesso Dreher aderisce alla Chiesa ortodossa, ma la maggior parte dei suoi lettori sono probabilmente cattolici o protestanti.

Dreher intende sviluppare le sue osservazioni in modo strutturato in un libro, dal momento che sono, per il momento, riflessioni sparse in diversi articoli. Resta da vedere se ciò gli consentirà di sviluppare un progetto strutturato, sebbene questo non sia realmente l’obiettivo, perché non si tratta di creare un’organizzazione, ma piuttosto di incoraggiare una moltitudine di iniziative a livello di base, da un’osservazione che vuole essere lucida e intransigente.

Come un ricercatore ha commentato i risultati di un recente sondaggio del Pew Center sulla percentuale decrescente di persone che si identificano come cristiane nella popolazione degli Stati Uniti, molto più che il cambiamento demografico è il declino dell’influenza della religione nella società americana (come è già accaduto in Europa) l’elemento cruciale (Arthur E. Farnsely, “Forget the numbers. The big story is that religion has lost social influence”, Religion News Service, 26 maggio 2015). Dreher non solo condivide questo risultato, ma va molto oltre nel valutare l’indebolimento interno del cristianesimo americano.

A mio avviso, l’importante dimensione del dibattito di Dreher con l'”opzione Benedetto” non è tanto il modo in cui questo autore chiarirà la sua visione pratica: ciò che conta di più è che la sua analisi della situazione e le conclusioni da trarre da essa sono un punto delicato e mettono in luce le problematiche che i cristiani di sensibilità tradizionale stanno affrontando oggi non solo negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi di eredità culturale e religiosa cristiana, circa le priorità e le modalità di azione per promuovere società che sembrano allontanarsi dai loro ideali. Questo spiega perché gli articoli di Dreher suscitano discussioni e interesse tra i lettori: aprono la porta a impegni che sembrano più fruttuosi di un’azione politica nel senso partigiano del termine. Danno un significato a tali impegni a lungo termine anche quando le dighe sembrano cedere una dopo l’altra. Denominando questa ridefinizione delle priorità, Dreher offre un’etichetta attorno alla quale possono essere pensati vari progetti e un atteggiamento globale nei confronti dell’ambiente secolarizzato.

Linker ha indubbiamente ragione nel credere che l'”opzione Benedetto” e altre proposte simili attirino sempre più l’attenzione, anche se probabilmente sono destinate ad attirare solo una minoranza di gruppi cristiani conservatori: l’approccio di Dreher non solo mette in discussione gli orientamenti della società secolare, ma, più profondamente, la realtà del cristianesimo americano nelle sue espressioni più diffuse.

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Chi sono DirEst

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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