“Padre Nostro”: una inutile polemica

di Davide Vairani

“Ennesima rivoluzione di Papa Francesco: ‘Il Padre Nostro è sbagliato'”. Ma di che cosa stiamo parlando?

Il pontefice ne parla con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova, un dialogo versetto per versetto che TV2000 ha cominciato a trasmettere ogni settimana ed ora esce per intero nel libro “Quando pregate dite Padre nostro”, con le riflessioni inedite di Francesco alternate a quelle di Angelus e udienze.

71Y-agUSYL-450x693 "Padre Nostro": una inutile polemicaQuello che non va bene, dice Bergoglio, è la traduzione in uno dei passaggi più conosciuti e cioè quando si invoca Dio perché “non ci induca in tentazione”. Sbagliato. Perché a indurre in tentazione non è Dio ma Satana. Nella preghiera, spiega Francesco, Dio che ci induce in tentazione “non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice ‘non lasciarci cadere nella tentazione’: sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre – sottolinea Bergoglio – non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito”. “Quello che ti induce in tentazione – chiarisce il Papa – è Satana, quello è l’ufficio di Satana”.

E di quale “rivoluzione” si sta parlando? Nessuna. Una polemica innescata inutilmente dai media e (ahimè) ripresa e rilanciata sui social dai tanti (troppi) psedudo-cattolici sempre pronti a demolire il Papa tacciato di essere “progressista” e “modernista”. Francamente non capisco tutto questo stracciarsi le vesti.

Nella nuova traduzione della Bibbia CEI, ufficializzata nel 2008, la traduzione è: ‘Non abbandonarci alla tentazione’, una formula ritenuta più confacente con “l’azione globale di Dio nei confronti dell’uomo”. Allo stesso modo si è pronunciato anche Benedetto XVI nel suo volume “Gesù di Nazaret”, in cui aveva spiegato che la traduzione idonea è proprio ‘non abbandonarci nella tentazione’.

I Padri della Chiesa più volte si sono espressi su questo tema. Alcune citazioni a tal proposito.

“Alla completezza della preghiera, che era così adeguata, Cristo ha aggiunto che dobbiamo pregare non solo che i nostri peccati siano perdonati, ma anche che possiamo evitarli: non ci indurre in tentazione, cioè: non lasciare che siamo indotti, certo da colui che tenta; del resto lungi da noi che il Signore sembri tentare, come se non fosse consapevole della fede di ciascuno o cercasse di sviarlo! Questa debolezza e questo dispetto appartengono al diavolo. Anche nel caso di Abramo, Dio ha ordinato il sacrificio di suo figlio non per tentare la sua fede, ma per provarla, per dare per suo tramite un esempio del suo comandamento che presto avrebbe stabilito, cioè che nessuno deve amare i suoi cari più di Dio. Cristo stesso fu tentato dal diavolo e mostrò il capo e l’artefice della tentazione. Conferma questo passo con quello che segue: Pregate di non entrare in tentazione (Lc 22,46); essi furono tentati di abbandonare il Signore perché si erano abbandonati al sonno invece di pregare. Corrisponde a questo la sentenza finale che spiega cosa significhi: non ci indurre in tentazione, cioè: liberaci dal male“. Tertulliano – La preghiera 8,1-6

“Quando siamo intenti alla preghiera, egli ci comanda di dire: Non ci indurre in tentazione. Luca conclude la preghiera con queste parole, ma Matteo aggiunge: Ma liberaci dal maligno (Mt 6,13). C’è una certa stretta connessione nelle frasi, perché quando le persone non sono indotte in tentazione sono anche liberate dal maligno. Se qualcuno forse volesse dire che non esservi indotto è la stessa cosa che essere liberato da esso, questi non errerebbe lontano dalla verità”. Cirillo di Alessandria – Commento a Luca, omelia 77

“Qui Gesù ci fa comprendere chiaramente la nostra bassezza e reprime la nostra presunzione, insegnandoci che se non dobbiamo fuggire i combattimenti, non dobbiamo tuttavia gettarci da noi stessi in preda alle tentazioni. Sarà così per noi più splendida la vittoria e per il diavolo più vergognosa la sconfitta. Quando siamo trascinati alla lotta, dobbiamo resistere con tutta la nostra fermezza e con tutto il nostro vigore; ma quando non siamo chiamati alla battaglia, dobbiamo tenerci in riposo, attendere il momento dello scontro, mostrando insieme umiltà e coraggio. Dicendo liberaci dal male, intende: liberaci dal diavolo: ad un tempo, ci spinge a combattere contro lo spirito del male una guerra senza tregua, e dimostra che nessuno è malvagio per natura. La malizia non deriva dalla natura, ma dalla volontà. Chiama il diavolo il male, a causa della sua grande malizia: egli infatti, senza aver ricevuto da noi la minima ingiuria, ci fa una guerra senza quartiere; ebbene, il Signore ci invita a pregare, dicendo non liberaci dai malvagi, ma liberaci dal male, per farci intendere che non dobbiamo nutrire malanimo verso il prossimo anche quando costui ci fa del male, ma dobbiamo rivolgere il nostro odio verso il diavolo, quale causa di tutti i mali”. Giovanni Crisostomo – Commento al Vangelo di Matteo 19,6

“Dopo tutto questo, al termine della preghiera, viene la conclusione che riassume in breve tutte le richieste e le nostre preghiere. Proprio alla fine diciamo: liberaci dal male, includendo tutto ciò che il nemico ordisce contro di noi in questo mondo, da cui ci può essere difesa certa e sicura se Dio ci libera, se accorda il suo aiuto a noi che lo preghiamo e lo imploriamo. Quando perciò diciamo: liberaci dal male, non rimane nient’altro da chiedere, dato che in una sola volta domandiamo la protezione divina contro il male. Ottenuta questa, siamo al sicuro e protetti contro tutto ciò che il diavolo e il mondo compia. Quale timore può infatti avere colui che è protetto da Dio in questo mondo?” Cipriano – Il Padre nostro 27

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica promosso da San Giovanni Paolo II, c’è una bella e lunga sezione dedicata alla preghiera del Signore. Una sezione definita “le sette domande”, in particolare, prende in esame le singole parti del “Padre Nostro”.

VI. “Non ci indurre in tentazione”

2846 Questa domanda va alla radice della precedente, perché i nostri peccati sono frutto del consenso alla tentazione. Noi chiediamo al Padre nostro di non «indurci» in essa. Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa «non permettere di entrare in»«non lasciarci soccombere alla tentazione». «Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (Gc 1,13); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta «tra la carne e lo Spirito». Questa domanda implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.

2847 Lo Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell’uomo interiore  in vista di una  virtù provata, e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte. Dobbiamo anche distinguere tra «essere tentati» e «consentire» alla tentazione. Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente il suo oggetto è «buono, gradito agli occhi e desiderabile» (Gn 3,6), mentre, in realtà, il suo frutto è la morte. «Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere […]. La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all’infuori di Dio, ignorano ciò che l’anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere».

2848 «Non entrare nella tentazione» implica una decisione del cuore: «Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. […] Nessuno può servire a due padroni» (Mt 6,21.24). «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5,25). In questo «consenso» allo Spirito Santo il Padre ci dà la forza. «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10,13).

2849 Il combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul tentatore, fin dall’inizio e nell’ultimo combattimento della sua agonia. Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente.  La vigilanza è «custodia del cuore» e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo nome. Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza. Questa domanda acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale. «Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante» (Ap 16,15).

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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