Papa Francesco: “No alle colonizzazioni ideologiche”

di Davide Vairani

“La ‘modernità’ è una vera colonizzazione culturale, una vera colonizzazione ideologica” ha detto Papa Francesco. “Così va avanti sempre — ha proseguito — una persecuzione nata da una colonizzazione culturale, da una colonizzazione ideologica, che distrugge, fa tutto uguale, non è capace di tollerare le differenze”.

Papa Francesco non smette di ribadire con fermezza la posizione della Chiesa sui “valori non negoziabili”. Lo ha fatto con particolare insistenza e intensità in almeno tre interventi pubblici, tutti in una manciata di giorni. E – tuttavia – non ne abbiamo sentito parlare sui principali mezzi di informazione. Al contrario, si sono sprecati fiumi di inchiostro per tentare di dimostrare l’indimostrabile: Papa Francesco apre al “fine vita”. Ci riferiamo alle scomposte reazioni di molti benpensanti al Messaggio del Papa inviato a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita” (clicca qui per leggere il testo completo), ai quali non pareva vero di avere una ghiotta occasione per storpiare le parole del capo della Chiesa per arruolarlo a tutti gli effetti tra le fila del pensiero debole moderno (ne abbiamo scritto qui: “Papa Francesco: ‘non abbandonare mai il malato'”).

Tre interventi:

Contro lo scientismo e il relativismo. “Tutti questi sviluppi scientifici e tecnici  inducono alcuni a pensare che ci troviamo in un momento singolare della storia dell’umanità, quasi all’alba di una nuova era e alla nascita di un nuovo essere umano, superiore a quello che abbiamo conosciuto finora”. Ma non è così. Papa Francesco guarda la realtà. Se infatti è vero che “la medicina e la genetica ci permettono di guardare dentro la struttura più intima dell’essere umano e addirittura di intervenirvi per modificarla” e ci  “rendono capaci di debellare malattie ritenute inguaribili fino a poco tempo fa”, al tempo stesso “aprono  la possibilità di determinare gli esseri umani ‘programmandone’, per così dire, alcune qualità”. Lo stesso si può affermare delle neuroscienze: “offrono sempre maggiori informazioni sul funzionamento del cervello umano”, ma aprono al contempo il fianco al fatto che “realtà fondamentali dell’antropologia cristiana come l’anima, la coscienza di sé, la libertà” possano “essere persino da alcuni messi seriamente in discussione”.  I progressi incredibili delle macchine autonome e pensanti, che sono già in parte diventate componenti della nostra vita quotidiana, “ci portano a riflettere su ciò che è specificamente umano e ci rende diversi dalle macchine”.

Che fare di fornte a questi pericoli? “Per questo – aggiunge Bergoglio -, la Chiesa, che segue con attenzione le gioie e le speranze, le angosce e le paure degli uomini del nostro tempo, vuole porre la persona umana e le questioni che la riguardano al centro delle proprie riflessioni”. E’ l’uomo ad essere messo in discussione nella sua sostanza: “l’antropologia è l’orizzonte di autocomprensione in cui tutti ci muoviamo e determina anche la nostra concezione del mondo e le scelte esistenziali ed etiche. Ai nostri giorni, essa è diventata spesso un orizzonte fluido, mutevole, in virtù dei cambiamenti socio-economici, degli spostamenti di popolazioni e dei relativi confronti interculturali, ma anche del diffondersi di una cultura globale e, soprattutto, delle incredibili scoperte della scienza e della tecnica”.

Come reagire a queste sfide? “Anzitutto, dobbiamo esprimere la nostra gratitudine agli uomini e alle donne di scienza per i loro sforzi e per il loro impegno a favore dell’umanità. Questo apprezzamento delle scienze, che non sempre abbiamo saputo manifestare, trova il suo fondamento ultimo nel progetto di Dio che ‘ci ha scelti prima della creazione del mondo […] predestinandoci ad essere suoi figli adottivi’ (Ef 1,3-5) e che ci ha affidato la cura del creato: ‘coltivare e custodire’ la terra (cfr Gen 2,15). Proprio perché l’uomo è immagine e somiglianza di un Dio che ha creato il mondo per amore, la cura dell’intera creazione deve seguire la logica della gratuità e dell’amore, del servizio, e non quella del dominio e della prepotenza.

La scienza e la tecnologia ci hanno aiutato ad approfondire i confini della conoscenza della natura, e in particolare dell’essere umano. Ma esse da sole non bastano a dare tutte le risposte. Oggi ci rendiamo conto sempre di più che è necessario attingere ai tesori di sapienza conservati nelle tradizioni religiose, alla saggezza popolare, alla letteratura e alle arti, che toccano in profondità il mistero dell’esistenza umana, senza dimenticare, anzi riscoprendo quelli contenuti nella filosofia e nella teologia. Come ho voluto affermare nell’Enciclica Laudato sì’: ‘Diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi […] per una visione più integrale e integrante» (n. 141), così da superare la tragica divisione tra le ‘due culture’, quella umanistico-letteraria-teologica e quella scientifica, che conduce a un reciproco impoverimento, e incoraggiare un maggiore dialogo anche tra la Chiesa, comunità dei credenti, e la comunità scientifica.

La Chiesa, da parte sua, offre alcuni grandi principi per sostenere questo dialogo. Il primo è la centralità della persona umana, che va considerata un fine e non un mezzo. Essa deve porsi in relazione armonica con il creato, quindi, non come un despota sull’eredità di Dio, ma come un amorevole custode dell’opera del Creatore.

Il secondo principio che è necessario ricordare è quello della destinazione universale dei beni, che riguarda anche quelli della conoscenza e della tecnologia. Il progresso scientifico e tecnologico serve al bene di tutta l’umanità e i suoi benefici non possono andare a vantaggio soltanto di pochi. In tal modo, si eviterà che il futuro aggiunga nuove disuguaglianze basate sulla conoscenza, e aumenti il divario tra ricchi e poveri. Le grandi decisioni sull’orientamento della ricerca scientifica e gli investimenti su di essa vanno assunte dall’insieme della società e non dettate solo dalle regole del mercato o dall’interesse di pochi.

Infine, rimane sempre valido il principio che non tutto ciò che è tecnicamente possibile o fattibile è perciò stesso eticamente accettabile. La scienza, come qualsiasi altra attività umana, sa di avere dei limiti da rispettare per il bene dell’umanità stessa, e necessita di un senso di responsabilità etica. La vera misura del progresso, come ricordava il beato Paolo VI, è quello che mira al bene di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

Al centro l’uomo. “Nella Nuova Carta degli Operatori Sanitari è scritto che ‘il diritto fondamentale alla tutela della salute attiene al valore della giustizia, secondo il quale non ci sono distinzioni di popoli e nazioni, tenuto conto delle oggettive situazioni di vita e di sviluppo dei medesimi, nel perseguimento del bene comune, che è contemporaneamente bene di tutti e di ciascuno» (n. 141). La Chiesa suggerisce che l’armonizzazione del diritto alla tutela della salute e del diritto alla giustizia venga assicurata da un’equa distribuzione di strutture sanitarie e di risorse finanziarie, secondo i principi di solidarietà e di sussidiarietà. Come la Carta ricorda, ‘anche i responsabili delle attività sanitarie devono lasciarsi provocare in modo forte e singolare, consapevoli che ‘mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte dell’opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua porta, per una coscienza oramai incapace di riconoscere l’umano’ (n. 91; Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, 75).

Vorrei anche soffermarmi su un aspetto imprescindibile, soprattutto per chi serve il Signore dedicandosi alla salute dei fratelli. Se l’aspetto organizzativo è fondamentale per prestare le cure dovute e offrire la migliore attenzione all’essere umano, è anche necessario che non vengano mai a mancare, negli operatori sanitari, le dimensioni dell’ascolto, dell’accompagnamento e del sostegno alla persona. Gesù, nella parabola del Buon Samaritano, ci offre gli atteggiamenti attraverso cui concretizzare la cura nei riguardi del nostro prossimo segnato dalla sofferenza. Il Samaritano anzitutto ‘vede’, si accorge e ‘ha compassione’ per l’uomo spogliato e ferito. Non è una compassione sinonimo solo di pena o dispiacere, è qualcosa di più: indica la predisposizione a entrare nel problema, a mettersi nella situazione dell’altro. Anche se l’uomo non può uguagliare la compassione di Dio, che entra nel cuore dell’uomo e abitandolo lo rigenera, tuttavia può imitarla ‘facendosi vicino’, ‘fasciando le ferite’, ‘facendosene carico’, ‘prendendosi cura’ (cfr Lc 10,33-34). Un’organizzazione sanitaria efficiente e in grado di affrontare le disparità non può dimenticare la sua sorgente primaria: la compassione, del medico, dell’infermiere, dell’operatore, del volontario, di tutti coloro che per questa via possono sottrarre il dolore alla solitudine e all’angoscia.

La compassione è una via privilegiata anche per edificare la giustizia, perché, mettendoci nella situazione dell’altro, non solo ci permette di incontrarne le fatiche, le difficoltà e le paure, ma pure di scoprirne, all’interno della fragilità che connota ogni essere umano, la preziosità e il valore unico, in una parola: la dignità. Perché la dignità umana è il fondamento della giustizia, mentre la scoperta dell’inestimabile valore di ogni uomo è la forza che ci spinge a superare, con entusiasmo e abnegazione, le disparità.

Desidero infine rivolgermi ai rappresentanti di alcune ditte farmaceutiche che sono stati convocati qui a Roma per affrontare il problema dell’accesso alle terapie antiretrovirali in età pediatrica. Vi è un passaggio della Nuova Carta per gli Operatori Sanitari che vorrei affidarvi: ‘Se è innegabile che la conoscenza scientifica e la ricerca delle imprese del farmaco abbiano leggi proprie alle quali attenersi, come, ad esempio, la tutela della proprietà intellettuale e un equo profitto quale supporto all’innovazione, queste devono trovare adeguata composizione con il diritto all’accesso alle terapie essenziali e\o necessarie soprattutto dei Paesi meno sviluppati, e ciò soprattutto nel caso delle cosiddette ‘malattie rare’ e ‘neglette’, alle quali si accompagna il concetto di ‘farmaci orfani’. Le strategie sanitarie, volte al perseguimento della giustizia e del bene comune, devono essere economicamente ed eticamente sostenibili. Infatti, mentre devono salvaguardare la sostenibilità sia della ricerca sia dei sistemi sanitari, dovrebbero al contempo rendere disponibili farmaci essenziali in quantità adeguate, in forme farmaceutiche fruibili e di qualità garantita, accompagnati da un’informazione corretta e a costi accessibili ai singoli e alle comunità’ (n. 92)”.

No alle colonizzazioni ideologiche. Il cristiano deve dare la sua testimonianza di fronte alle “colonizzazioni ideologiche e culturali” che suonano come vere e proprie “bestemmie” e suscitano “persecuzioni” furiose. Introducendo “novità” cattive, fino ad arrivare a considerare normale “uccidere i bambini” o perpetrare “genocidi” per “annullare le differenze”, cercando di fare “piazza pulita” di Dio con l’idea di essere “moderni” e al passo coi tempi. Come esempio concreto per rispondere alle “colonizzazioni culturali e spirituali che ci vengono proposte”, Papa Francesco ha rilanciato la testimonianza di Eleàzaro, suggerita alla liturgia della messa celebrata a Santa Marta.

“Nella prima lettura — ha infatti osservato subito il Pontefice riferendosi al passo tratto dal secondo libro dei Maccabei (6, 18-31) — abbiamo ascoltato il martirio di un uomo che è stato condannato a morire per fedeltà a Dio, alla legge, in una persecuzione: ci sono parecchi motivi di una persecuzione ma possiamo dirne tre principali”.

C’è anzitutto “una persecuzione soltanto religiosa: io vado contro la tua fede perché la mia fede dice di no e col potere che ho faccio la persecuzione” ha spiegato Francesco. “Un’altra persecuzione, un altro motivo è un motivo religioso, culturale, storico, politico, religioso-politico, quando si mischia il religioso col politico” ha aggiunto, invitando a pensare “alla guerra dei trent’anni, alla notte di san Bartolomeo: queste guerre religiose o politiche”.

E ancora, “un altro motivo di persecuzione — ha fatto presente il Papa — è puramente culturale: viene una nuova cultura che vuole fare tutto nuovo e fa piazza pulita delle tradizioni, della storia, anche della religione di un popolo: quello che accade nella lettura di oggi, il martirio di Eleàzaro, è proprio di questo stile culturale”.

“Ieri è incominciato il racconto di questa persecuzione culturale” ha spiegato Francesco facendo riferimento ai passi biblici proposti dalla liturgia. “Alcuni — ha continuato — vedendo il potere e anche la bellezza magnifica di Antioco Epìfane, anche la cultura che veniva da quella parte, hanno detto: ‘Andiamo e facciamo alleanza con le nazioni che ci stanno attorno, siamo moderni, questi hanno una modernità più grande, questi sono proprio ‘al giorno’; noi andiamo con le nostre tradizioni, che non servono a niente'”.

A questo proposito il Pontefice ha voluto ripetere proprio le parole della Scrittura: “Parve buono ai loro occhi questo ragionamento e quindi alcuni del popolo presero l’iniziativa, andarono dal re che diede loro facoltà di introdurre le istituzioni pagane delle nazioni”. E così, ha aggiunto Francesco, non chiesero di “introdurre le idee o introdurre gli dei, no: le istituzioni, cioè questo popolo che era nato, che era cresciuto attorno alla legge del Signore, all’amore del Signore, tramite i suoi dirigenti, fa entrare nuove istituzioni, nuova cultura che fanno piazza pulita di tutto, di tutto: cultura, religione, legge, tutto. Tutto è nuovo”.

“La ‘modernità’ è una vera colonizzazione culturale, una vera colonizzazione ideologica”, ha rilanciato il Papa. E “così vuol imporre al popolo d’Israele questa abitudine unica, tutto si fa così, non c’è libertà per altre cose”. Ma “alcuni accettarono perché sembrava buona la cosa: ‘No, ma è vero, dobbiamo essere come gli altri'”. E “questa gente che arrivava alle nuove istituzioni — ha affermato Francesco — caccia via questo, toglie le tradizioni e il popolo incomincia a vivere in modo diverso”.

Ecco che proprio “per difendere la storia, per difendere la fedeltà del popolo, per difendere le tradizioni, le vere tradizioni, le buone tradizioni del popolo, si fanno resistenze, alcune resistenze”. La prima lettura odierna, ha spiegato il Pontefice, ci dice che “Eleàzaro non vuole: era un uomo dignitoso, molto rispettato e lui non vuole farlo”. E come lui “tanti altri, nel libro dei Maccabei si racconta la storia di questi martiri, di questi eroi”.

“Così va avanti sempre — ha proseguito — una persecuzione nata da una colonizzazione culturale, da una colonizzazione ideologica, che distrugge, fa tutto uguale, non è capace di tollerare le differenze”. In particolare, ha affermato Francesco, — “c’è una parola chiave nella lettura di ieri tratta dal primo libro dei Maccabei — quando incomincia questo racconto: ‘In quei giorni uscì una radice perversa’”, e “cioè Antioco Epìfane”. Dunque, ha insistito il Papa, “si toglie la radice del popolo di Israele e entra questa radice, qualificata come perversa perché farà crescere nel popolo di Dio queste abitudini nuove, pagane, mondane e lo farà crescere col potere, col dominio”. E “questo è il cammino delle colonizzazioni culturali che finiscono per perseguitare anche i credenti”.

Del resto, ha affermato il Pontefice, “non dobbiamo andare troppo lontano per vedere alcuni esempi: pensiamo ai genocidi del secolo scorso, che era una cosa culturale, nuova: ‘Tutti uguali e questi che non hanno il sangue puro fuori e questi… Tutti uguali, non c’è posto per le differenze, non c’è posto per gli altri, non c’è posto per Dio'”.

Ecco “la radice perversa”, ha proseguito il Papa. “Davanti a queste colonizzazioni culturali che nascono dalla perversità di una radice ideologica — ha fatto notare — Eleàzaro, lui stesso, si fa radice: è interessante, Eleàzaro muore pensando ai giovani”. Difatti, ha detto Francesco, “per tre volte, alla fine del racconto di oggi, si parla dei giovani”. Eleàzaro afferma: “Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani un nobile esempio perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente”. E ancora, “due volte in più parla dei giovani”. Insomma “Eleàzaro, il martire, quello che dà la vita, per amore a Dio e alla legge, si fa radice per il futuro: cioè dà vita, fa crescere, fa crescere il popolo e davanti a quella radice perversa che è nata e fa questa colonizzazione ideologica e culturale, c’è quest’altra radice che dà la propria vita per far crescere il futuro”.

“È vero, questo che è arrivato dal regno di Antioco era una novità” ha aggiunto il Papa, invitando a domandarci se “le novità sono tutte cattive, tutte”. La risposta è “no”. Del resto, “il Vangelo è una novità, Gesù è una novità, è la novità di Dio”. Dunque “bisogna discernere le novità: questa novità è del Signore, viene dallo Spirito Santo, viene dalla radice di Dio o questa novità viene da una radice perversa?”. E così “prima, sì, era peccato, non si poteva uccidere i bambini; ma oggi si può, non c’è tanto problema, è una novità perversa”.

Di più: “Ieri le differenze erano chiare, come ha fatto Dio, la creazione si rispettava; ma oggi siamo un po’ moderni: tu fai, tu capisci, le cose non sono tanto differenti e si fa una mescolanza di cose”. E “questa è la radice perversa: la novità di Dio mai fa una mescolanza, mai fa un negoziato; è vita, va di fronte, è radice buona, fa crescere, guarda il futuro”.

Invece, ha affermato il Papa, “le colonizzazioni ideologiche e culturali guardano soltanto il presente, rinnegano il passato e non guardano il futuro: vivono nel momento, non nel tempo, e per questo non possono prometterci niente”. E “con questo atteggiamento di fare tutti uguali e cancellare le differente commettono, fanno il peccato bruttissimo di bestemmia contro il Dio creatore”. Perciò, ha ricordato Francesco, “ogni volta che arriva una colonizzazione culturale e ideologica si pecca contro Dio creatore perché si vuole cambiare la creazione come l’ha fatta lui”.

Comunque, ha avvertito il Pontefice, “contro questo fatto che lungo la storia è accaduto tante volte c’è soltanto una medicina: la testimonianza, cioè il martirio”. Ci sono alcuni, come Eleàzaro che danno “la testimonianza della vita, pensando al futuro, all’eredità che darò io con il mio esempio. Nella maggioranza la testimonianza di vita: io vivo così, sì, dialogo con quelli che pensano altrimenti, ma la mia testimonianza è così, secondo la legge di Dio, secondo quello che Dio mi ha offerto”.

Francesco ha suggerito di guardare l’esempio di Eleàzaro: “In quel momento lui non pensò: ‘lascio questo denaro a questo, lascio questo’, no, pensò ai giovani, pensò al futuro, pensò all’eredità della propria testimonianza, pensò che quella testimonianza sarebbe stata per i giovani una promessa di fecondità e davanti alla radice perversa lui stesso si fa radice per dare vita agli altri”. Perciò, ha concluso il Pontefice, “questo esempio ci aiuti nei momenti forse di confusione davanti alle colonizzazioni culturali e spirituali che ci vengono proposte”.

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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