Perché la politica italiana sembra dover insultare i suoi #giovani?

#LaCroce del 29 Marzo 2017

di #DavideVairani

mio-13-537x1024 Perché la politica italiana sembra dover insultare i suoi #giovani?Il ministro del Lavoro ci ricasca: un’altra frase infelice lascia trapelare disprezzo per i disoccupati

Pare che politica italiana non ami molto i giovani.

Bamboccioni, choosy, sfigati, sono gli aggettivi più nobili utilizzati da esponenti degli ultimi governi.

14_352-288 Perché la politica italiana sembra dover insultare i suoi #giovani?

Prima Tommaso Padoa-Schioppa, economista ed ex ministro delle Finanze nell’ultimo governo Prodi. E’ stato lui, in un’audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il 4 ottobre del 2007, a sorprendere tutti con una battuta infilata nel mezzo di una discussione sulla Finanziaria e i conti pubblici. “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa” disse. “Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi. E’ un’idea importante”.

michel-martone- Perché la politica italiana sembra dover insultare i suoi #giovani?Hai 28 anni e non ti sei ancora laureato? Allora sei uno sfigato. Parola del viceministro del Lavoro, Michel Martone, che alla sua prima uscita pubblica – ovvero un convegno sull’apprendistato organizzato dalla Regione Lazio – non usò mezze misure per esprimere il suo parere sulla situazione degli universitari italiani e sul loro rapporto con il mondo del lavoro. ”Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi – disse– dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato“.

Elsa-Fornero-Sono-stato-il-capro-espiatorio-Pd-incapace-di-prendere-posizione-1024x665 Perché la politica italiana sembra dover insultare i suoi #giovani?“Non bisogna mai essere troppo “choosy” (schizzinosi, ndr) – disse Elsa Fornero, Ministro del Welfare – meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale”. “Bisogna entrare subito nel mercato del lavoro”, aggiunse, sottolineando che occorre “attivarsi” e “mettersi in gioco” in un mercato del lavoro che deve essere “più inclusivo e dinamico”.

Ma il campione resta Poletti, attuale Ministro del Lavoro. Pure recidivo.

“Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum. I rapporti che si instaurano nel percorso di alternanza fanno crescere il tasso di fiducia e quindi le opportunità lavorative”. Parola dell’attuale Ministro del Lavoro durante un incontro con gli studenti di una scuola di Bologna il 27 marzo.

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Il tema dell’incontro era l’alternanza scuola-lavoro. Il ministro, rispondendo alle domande degli studenti, ha esordito con un esempio sull’importanza dei rapporti interpersonali nella ricerca del lavoro.

“Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”, aveva dichiarato lo stesso Poletti a dicembre 2016, provocando i giovani precari, emigrati all’estero alla ricerca di un lavoro. “Bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei pistola”.

Tralasciando le bufere mediatiche, le scuse posticce e il gran can can, resta il dato evidente del fallimento della politica italiana nell’affrontare la crisi che dal 2008 in avanti ha squassato come uno tzunami il già precario sistema sociale.

Nonostante governi di unità nazionale, governi tecnici, di larghe intese calati dall’alto, pare che di tutto ci si sia occupati tranne che di due cose: le famiglie e i giovani.

Che non esista una politica strutturale per la famiglia lo abbiamo scritto più volte anche da queste colonne. Che non esista una seria politica di investimento sui giovani è non solo una evidenza, ma un “effetto collaterale” derivato dall’idea che la famiglia e i figli siano un costo e non un investimento sul futuro di un Paese.

I giovani italiani oggi hanno smesso di sognare. Sognare un futuro, il proprio e quello del Paese in cui sono nati. E senza un sogno afferrabile e potenzialmente realizzabile, che cosa ti resta in mano?

Leggevo i dati di una ricerca che se veri (come penso) devono fare riflettere. Tra il 2000 e il 2015 negli Stati Uniti la percentuale di disoccupazione tra i giovani di vent’anni senza laurea è aumentata del 10%. Tra questi il 22% non ha lavorato nei 12 mesi precedenti al 2015. Il 75% di questi, invece di perseverare nel tentativo di trovare un lavoro, preferisce rifugiarsi nei mondi virtuali dei videogiochi, minando seriamente i rapporti sociali e allontanandosi così sempre più dal mondo reale e dall’effettiva possibilità di ottenere una qualche opportunità professionale. Una situazione che pare non discostarsi molto da quella italiana, dove il fenomeno non è magari così marcato come negli Usa, ma che ha comunque le sue conseguenze. Nella penisola il tasso di disoccupazione giovanile a gennaio 2017 è pari al 37,9%. Come sottolinea l’Istat, dal calcolo sono esclusi gli inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro. Ebbene, l’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari al 10,1%. Tale incidenza risulta in calo di 0,6 punti percentuali rispetto a dicembre 2016. Il tasso di occupazione dei 15-24enni rimane stabile, mentre quello di inattività cresce di 0,6 punti. A questo si deve collegare un ulteriore dato: in Italia, solo il 22% delle persone tra 25 e 34 anni ha una laurea, rispetto al resto d’Europa che arriva al 37 per cento. Infatti, dal 2003 al 2015, gli atenei della penisola hanno perso nel complesso quasi 70 mila matricole (-20%): per il Sud la contrazione è del 30%, per il Centro è del 22%, per il Nord è del 3%. Numeri che, nel prossimo futuro, potrebbero portare anche i giovani italiani a vivere una situazione simile a quella dei loro coetanei americani e a vivere gli stessi problemi.

E tuttavia occorre essere onesti. Per anni ci hanno detto che per trovare un lavoro era necessario andare avanti a studiare, fare l’università e poi un master. Ci siamo ritrovati nel giro di dieci anni ad assistere invece ad un paradosso: tanti giovani che per trovare uno staccio di lavoretto part-time hanno dovuto togliere dal currilum vitae la propria laurea. “Profili troppo alti, ci spiace” si sono sentiti dire molti giovani laureati durante molti colloqui di lavoro.

E quindi? E quindi è evidente lo stato di confusione dei giovani oggi. Il Job Act è stato una piccola bolla che si sta già spegnendo dopo nemmeno due anni di sperimentazione, con lo spreco di un sacco di soldi pubblici dati come incentivi alle imprese per assumere i giovani.

Ma perché in Italia non si può avviare un serio dibattito sul tema del lavoro e i giovani?

“Se il dibattito sul lavoro, come dimostra la vicenda dei voucher, continua a essere incentrato quasi esclusivamente sui dispositivi di legge che lo regolano, minore attenzione si dedica ai mutamenti culturali. Li si snobba e invece è necessario monitorare costantemente gli slittamenti della cultura del lavoro per capire meglio come intervenire e orientare le scelte”. Ha ragione Dario Di Vico.

Sul “Corriere della Sera” Di Vico prova a sottolineare alcuni aspetti, utilizzando alcuni dati emersi da un’indagine commissionata da Manageritalia ad AstraRicerche che ha intervistato più di 800 ragazzi tra i 17 e i 19 anni (“Gli studenti e il lavoro che cambia”). “I ragazzi intervistati, con una maggioranza schiacciante del 75%, si attendono un incremento dei giovani che emigreranno per cercare lavoro – scrive Di Vico -, solo il 36,5%, però, si aspetta in parallelo un aumento della disoccupazione giovanile in Italia, mentre il 40% crede che diminuiranno in Italia i salari d’ingresso, le retribuzioni del primo lavoro. Di fronte a questi scenari, secondo i ricercatori, ci si sarebbe potuto aspettare che le scelte relative al percorso di studio fossero diventate più pragmatiche, più indirizzate a massimizzare la possibilità di trovare lavoro. E invece no, regna l’incoerenza”. Il percorso di studi è scelto in base alle proprie capacità e preferenze piuttosto che scommettendo sugli sbocchi professionali. “Il 54,7% si fa guidare molto dalle proprie passioni e solo il 37,2% guarda molto alla possibilità di trovare lavoro. Chiude il cerchio la percentuale bassa (27,1%) di coloro che confidano sulle esperienze lavorative fatte durante tutti gli studi grazie alla scuola”. Altro tasto dolente: la scuola italiana. Altro fallimento dei recenti governi: la Buona Scuola. “Pesa certamente nei giudizi dei ragazzi la mancanza di un orientamento — o di una tutorship — che sappia mettere in equilibrio passioni e capacità con il mercato del lavoro e che riesca ad arbitrarle motivando i ragazzi – continua Di Vico -. Il tema ovviamente non è nuovo e ha generato due fenomeni paralleli: a) l’addensamento di laureati in discipline che hanno pochi sbocchi e all’opposto la carenza di dottori nelle discipline scientifiche; b) il cosiddetto mismatch, ovvero un mercato del lavoro che chiede tecnici specializzati e una scuola che non ne produce. I ritardi nell’implementare le esperienze di alternanza studio-lavoro pesano molto e determinano la differenza (negativa) del nostro sistema formativo rispetto ad altri Paesi europei. Il campione degli intervistati si frammenta quando deve indicare le caratteristiche desiderate per il primo lavoro: si desiderano le sfide, l’impegno, la varietà di luoghi e tempi ma si chiede anche che il lavoro sia sereno, non stressante e lo stesso per molti anni, senza numerosi cambi di azienda. Un aspetto preoccupante, per Manageritalia, è la scarsa conoscenza di alcuni trend su cui si incentra il dibattito pubblico: il passaggio dal lavoro subordinato a quello autonomo, la retribuzione legata anche agli obiettivi raggiunti, la forte diminuzione della formula ‘una vita, una azienda’. Anche sulle competenze utili per stare nel nuovo mondo del lavoro c’è molto da monitorare e orientare: per metà del campione le conoscenze informatiche non sono fondamentali e nessuna soft skill (adattamento, soluzione di problemi, creatività) è ritenuta necessaria da più di un intervistato su due. E l’attribuzione a se stessi delle competenze proposte è anch’essa pessimista: i giovani ammettono di avere lacune ampie e diffuse”.

I dati sopra evidenziati li sanno benissimo le famiglia italiane con figli. Che consigli può dare un genitore nella scelta della scuola oggi? Scegliere ciò che ti appassiona, tanto del domani non c’è certezza sul piano lavorativo. Tanto vale che almeno studi per qualcosa che ti piaccia, che piaccia a te.

E intanto i giovani che fanno? Emigrano in cerca di fortuna, esattamente come negli anni del dopoguerra. Con la differenza che allora c’era la speranza di ricostruire un Paese, di scommettere che la ripresa potesse essere alla portata, anzi, che fosse doveroso per tutti lottare per un futuro migliore.

Oggi no. Oggi prevale la rassegnazione, la frustrazione: non si può più sognare.

Se negli ultimi tempi il ritmo fisiologico era di circa 40-50mila partenze l’anno, più recentemente sono stati superati i 100mila emigrati l’anno. E così oggi i nostri connazionali che vivono all’estero sono quasi cinque milioni. 4.811.163, secondo gli ultimi dati disponibili. Una migrazione continua: basta pensare che fino al 2006 nell’anagrafe degli italiani residenti all’estero erano iscritti poco più di tre milioni di concittadini. Le mete preferite? Circa la metà degli italiani che hanno deciso di lasciare il proprio paese si sono trasferiti in Europa. Ci sono poi un milione e mezzo di residenti in America meridionale. Poco meno di mezzo milione (437.710) hanno scelto l’America settentrionale e centrale. Solo 270mila, invece, vivono tra Asia, Africa e Oceania. Difficile tracciare un identikit dell’emigrato italiano. Ma è evidente che nelle ultime migrazioni si registrano importanti differenze rispetto Nel 2015 i cittadini italiani che hanno trasferito la loro residenza all’estero sono stati 101.297. A questi si aggiungono i connazionali che si spostano per lavoro, non sempre in maniera definitiva, senza lasciare tracce anagrafiche. La maggior parte di chi se ne va è un uomo (56 per cento) e celibe (59,1 per cento). Giovani, in gran parte. Del resto un emigrato su tre ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni. Soprattutto, si tratta di persone preparate e istruite. Rispetto al passato sono più elevati il grado di scolarizzazione dei migranti e il loro retroterra sociale, nonché il numero di coloro che hanno una specializzazione di tipo accademico. Secondo il recente Report Istat sulle “migrazioni internazionali e interne della popolazione residente”, i laureati che nel 2015 hanno lasciato l’Italia per cercare fortuna altrove sono cresciuti del 13 per cento rispetto all’anno precedente.

Se diventa proibito sognare, una società non ha futuro. In Italia si è smesso di sognare.

 

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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