Ma la famiglia è davvero più forte della politica

di #DavideVairani

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“Più forte la famiglia, più forte il Paese”: è lo slogan della Terza Conferenza nazionale sulla famiglia tenutasi il 28 e 29 settembre. Uno slogan rimasto tale per l’ennesima volta. Forte la delusione del Forum nazionale delle Associazioni Famigliari, Forum che l’aveva fortemente voluta. 

Le parole del presidente nazionale del Forum, Gigi De Palo, sono piene di amarezza. “Andava fatta, quantomeno per far prendere coscienza a governo, istituzioni e opinione pubblica di un tema che troppo spesso viene taciuto o messo in sordina – ha dichiarato a “RomaSette.it” (Famiglia, oltre la Conferenza nazionale. «Non ci accontentiamo di promesse») -.  I dati sono impressionanti: siamo tutti d’accordo sul fatto che la famiglia non è un problema ma una risorsa, e che la denatalità non è un problema ma il problema del Paese”.

Eppure “la politica a tutti i livelli non ha assolutamente dato risposte soddisfacenti. La sensazione è che non abbiano capito la domanda, e questo fa paura. ‘Non ci sono soldi’ è la risposta sbagliata. La domanda è molto più radicale: ‘Avete capito che fra un po’ salta tutto? Che è giunto il momento di investire sulla famiglia, non perché lo chiede il Forum, non perché lo chiede la Chiesa, ma perché a chiederlo è un Paese la cui tenuta è a rischio?’. La famiglia, che contribuisce alla formazione dei cittadini e allo sviluppo e alla crescita economica dell’Italia, non vuole mance, né tantomeno elemosine, bensì il riconoscimento del ruolo che le spetta. Non è solo questione di soldi o di riforma del fisco: c’è un gap culturale che va colmato ma la politica non lo ha colto”.

“Nel nostro Paese a nascita zero – prosegue De Palo -, la seconda causa di povertà, dopo la perdita del lavoro, è mettere al modo un figlio. Siamo a un punto di non ritorno. La risposta non è provvedimenti tampone una tantum, bensì interventi strutturali, investimenti veri e stabili perché è sulle famiglie che si gioca il futuro del Paese in termini di ritorno in Pil, tenuta del welfare e del sistema pensionistico. Il governo non ha finora dato risposte, come possiamo fidarci della promessa che il tema della natalità e delle riforme strutturali verrà affrontato nella prossima legislatura?”.

Negli ultimi dieci anni, sostiene il presidente del Forum, la situazione è andata progressivamente peggiorando, ma la distanza della politica dalla realtà “è rimasta siderale; chi ci governa – ma anche chi è all’opposizione perché il silenzio assordante è a 360° – sembra ritenere che, tanto, la famiglia continuerà a svolgere il suo ruolo sussidiario, anzi di supplenza dello Stato, ma fino a quando potrà reggere? I nodi sono venuti al pettine. Sta aumentando l’età degli anziani, i giovani rimangono a casa sempre più a lungo. Due categorie che stanno paradossalmente diventando un problema e questa è un’aberrazione che può portare alla rottura del patto intergenerazionale con il rischio di una grande conflittualità sociale”. Per De Palo, “la Conferenza non è un punto di arrivo ma il punto di partenza; il vero lavoro inizia ora. Faremo anzitutto un pressing asfissiante fino alla prossima legge di stabilità; successivamente convocheremo tutte le forze politiche intorno a un tavolo invitandole a fare un patto per la famiglia. Se questa legislatura non prenderà atto che la questione famiglia non è più rinviabile, come possiamo credere che la prossima metterà in campo riforme strutturali? Gli elettori devono sapere chi intende impegnarsi e chi no”.

Analisi della situazione delle famiglie italiane oggi pienamente condivisibile. Il punto è però: “E che fare ora?”.  E’ una questione di sostanza e di metodo. Di sostanza, perchè la situazione è ormai insostenibile. Di metodo, perchè – forse – è necessaria una riflessione radicale sulle modalità con le quali sino ad oggi si è deciso di negoziare volta per volta con i governi di turno.

Mi spiego meglio.

De Palo è un uomo tenace e appassionato e che stimo personalmente: non è questo il punto, tanto per sgombrare il campo.  Marco invernizzi su “Alleanza Cattolica” (“Il fallimento della Conferenza sulla famiglia”) scrive un lungo articolo che – mi pare – ponga all’attenzione alcuni elementi che varrebbe la pena venissero presi sul serio.“Avendo partecipato alle due giornate di lavori come delegato di Alleanza Cattolica presso il Forum delle associazioni familiari  – scrive Invernizzi – posso dire che l’esito fallimentare della Conferenza e la relativa presa di posizione critica da parte del Forum hanno contribuito a eliminare un equivoco”.

Di quale equivoco parla Invernizzi? “Nel corso dei lavori – aggiunge-, i rappresentanti della politica e delle istituzioni hanno spesso declinato il sostantivo ‘famiglia’ al plurale alludendo all’esistenza e al riconoscimento di diverse tipologie familiari”. “L’equivoco si respirava partecipando ai lavori della Conferenza, notando la differenza fra quanto veniva detto nei cinque gruppi di lavoro coordinati dall’Osservatorio nazionale della famiglia (almeno per quello a cui ho partecipato e per quanto riferito nelle sintesi finali e seppure con alcune perplessità che mi sono state riportate a proposito degli altri quattro) e quanto invece veniva presentato dai relatori ‘politici’, in particolare dalla Presidente della Camera Laura Boldrini e dal sottosegretario Maria Elena Boschi. Se nei gruppi di lavoro si percepiva come la famiglia sia un bene messo in discussione da una cultura avversa che di conseguenza genera politiche che non la favoriscono, gli interventi ‘politici’ hanno invece mostrato come questa cultura avversa alla famiglia sia stata rivendicata dalle due relatrici”.

L’immagine plastica di questo “equivoco” è Maria Elena Boschi – Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con funzioni di Segretario del Consiglio e delega in materia di attuazione del programma di Governo e pari opportunità – che a latere della Conferenza nazionale va ad incontrare “Famiglie Arcobaleno”, “Rete Genitori Rainbow” e “Agedo” (vedasi su “Repubblica” il pezzo “Famiglie gay e adottive fuori dalla Conferenza nazionale: “Per il governo siamo fantasmi”). Marilena Grassadonia (Famiglie Arcobaleno), Alessandra Forani e Gabriele Faccini (Rete Genitori Rainbow) e Fiorenzo Gimelli (Agedo) così avevavo reagito con un comunicato stampa alla esclusione dalla partecipazione alla Conferenza nazionale: “L’esclusione delle associazioni rappresentative del mondo Lgbt è grave, e il solo fatto che si parli di ‘famiglia’, e non di di ‘famiglie’ come sarebbe più corretto, è altamente significativo. Il Governo non può farsi promotore di un evento che si rifiuta di prendere in considerazione le istanze sia delle famiglie omoparentali di nuova costituzione, cioè che hanno avuto figli all’interno della coppia omosessuale, sia delle numerose famiglie ricomposte in cui un componente della coppia omosessuale abbia avuto figli da relazione etero precedente, tutte realtà in cui sono presenti bambini e ragazzi che vanno tutelati”. Cosa si siano detti, non  è dato sapersi, ma l’“equivoco” di fondo mi pare inequivocabile ed evidente.

Invernizzi – però – mette sul piatto una questione di fondo e la pone anzitutto al variegato e vasto “mondo dell’associazionismo cattolico”: “Questo equivoco – aggiunge – è stato alimentato dalle posizioni prese negli ultimi mesi dal Forum delle associazioni familiari, ossia la rinuncia di un metodo che privilegi l’affermazione umile ma netta dei principi di verità relativi alla famiglia, che è soltanto quella fondata sul matrimonio per sempre di un uomo e di una donna.

La rinuncia di questo metodo ha portato il Forum alla non partecipazione ai due Family day del giugno 2015 e del gennaio 2016 e a dissociarsi dal modo di procedere, valoriale prima che economico, del Comitato Difendiamo i nostri figli che ha promosso i due eventi, privilegiando invece il dialogo con i governi con l’obiettivo di ottenere più soldi per le famiglie.

Oggi, dopo la terza Conferenza sulla famiglia, questo metodo è fallito. Non ha portato alcun vantaggio economico ulteriore alle famiglie e ha favorito la confusione sul piano dei princìpi, alla luce anche degli interventi di Boldrini e Boschi che hanno entrambe dichiarato nei loro interventi di essere contente perché non si parla più di famiglia, ma bensì di famiglie, cioè di diversi modelli di famiglia, etero e same sex, finalmente messe sullo stesso piano. Un disastro culturale, dunque, unito al fatto che non è arrivata neppure l’elemosina richiesta allo Stato. Soprattutto, sono stati persi mesi importanti che hanno visto una parte significativa del mondo profamily sfilarsi dalle battaglie di principio per raggiungere obiettivi economici che invece sono stati negati.

E, inoltre, si è provocata una divisione interna al mondo profamily, confermata dal mancato coinvolgimento ai lavori della Conferenza del maggiore esponente dei Family day, Massimo Gandolfini, il Presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli”.

Non entro nel merito delle valutazioni e dei giudizi di Invernizzi riguardo alle posizioni tenute dal Forum nazionale delle Famiglia sui Family Day. Anche perchè (sia detto per inciso), sugli accadimenti del post-Family Day si dovrebbe aprire un dibattito serio e non a suon di miseri attacchi e contro-attacchi a sfondo personale. Sarebbe invece utile per tutti riflettere bene sulle attese dis- attese di centinaia di migliaia di famiglie italiane radunatesi a Roma che imploravano “unità” a chi stava su quel palco. Ma con il  “se, ma,  e forse se” non si va da nessuna parte e si rischia solo di accapigliarsi inutilmente e fare solo dietrologia.

Mi interessa invece stare sul pezzo: quanto ancora può reggere in queste condizioni il tessuto sociale italiano? Temo ancora per poco. Ha ragione De Palo quando dice che la politica non ha nemmeno capito la domanda: se non si investe sulla famiglia non c’è futuro. Non c’è futuro per nessuno. Ed è una questione sia culturale che politica. Se non si torna a fare figli non c’è speranza di futuro. Forse non è chiara fino in fondo la drammaticità che le famiglie vivono da troppi anni in Italia.  In 150 anni di Italia unita non era mai successo che in un anno venissero al mondo meno di 500 mila bambini. Nemmeno nel 1917, dopo tre anni di guerra, quando i nuovi nati furono 676 mila. Nemmeno durante la Seconda guerra mondiale, quando non si scese mai sotto gli 800 mila. Ebbene, nel 2015, dopo settant’anni di pace, le nascite sono state 486 mila. L’anno dopo si è scesi ancora.

“E nel 2017 sarà ancora peggio. A nulla sono servite iniziative un po’ maldestre come il bonus bebè o la possibilità accordata anche ai padri di assentarsi dal lavoro per accudire alla prole. Si è trattato di spot elettorali o poco più”, dice Giancarlo Blangiardo in una recente intervista a “Libero”.  Calano le nascite, aumentano i decessi (con picchi anomali in anni recenti: “per un peggioramento, temo, della qualità dell’assistenza sanitaria: a farne le spese sono i soggetti più deboli”), diminuisce inesorabilmente la popolazione italiana. Gli immigrati non suppliscono: il tasso medio di natalità delle donne d’origine straniera, pur superiore a quello delle italiane, scende con gli anni. “L’immigrazione ha compensato per un po’ il saldo naturale negativo fra nati e morti. Oggi non lo fa più”.

L’Italia è, in Europa, uno dei Paesi più deboli con Grecia, Spagna e Portogallo. In Europa ci sono casi in controtendenza? “La Francia e i Paesi del Nord: Svezia, Norvegia, Finlandia, in parte anche Olanda e Regno Unito. Non che vantino risultati eclatanti, ma lì la fecondità è più elevata” – spiega Blangiardo -. Perché? “Merito di servizi più efficienti, di leggi migliori sulla conciliazione tra famiglia e lavoro e di incentivi economici per chi fa figli. La Francia ha grosso modo i nostri abitanti, ma grazie a misure come il quoziente familiare registra ogni anno 200-300 mila nascite in più rispetto all’Italia”. I nostri politici sono più disinteressati o più impotenti? “Quando ero all’ Osservatorio nazionale della famiglia, dal governo ci si diceva: il ‘fattore famiglia’  (una sorta di quoziente familiare adattato all’ Italia) sarebbe una bellissima cosa, ma non possiamo investire tutte quelle risorse”.

Mettiamo tra parentesi i Paesi del Nord Europa – come la Svezia – sulla cui (della Svezia) qualità della vita ci sarebbe molto da obiettare (leggasi questo articolo de “Il Fatto Quotidiano” (‘La teoria svedese dell’amore’ ovvero di persone sempre più sole. Parola di Zygmunt Bauman”).

Prendiamo la Francia – e qui arrivo  al nocciolo della  questione -. Il totale delle tasse che paghiamo in Italia ammonta al 65,4% ed è uno dei più alti al mondo. Eppure non per questo quello italiano è un sistema che ridistribuisce ai poveri, ma al contrario è una struttura che incrementa le diseguaglianze. Guardiamo quello che accade in Francia da alcuni anni. La Francia è “una nazione non certo tenera con i propri cittadini, che li spreme con una pressione fiscale nel complesso addirittura leggermente superiore alla nostra (66,6%). Lì – giusto per fare alcuni esempi – l’Imu è addirittura sdoppiata in due imposte, la tax foncière e la tax d’habitation, le tasse di successione vanno dal 5 al 60% in base all’entità dell’eredità e al grado di parentela di chi eredita (da noi oscillano fra il 4 e l’8% con una franchigia di un milione di euro) e in generale tutte le proprietà e i patrimoni sono tassati in modo sproporzionato” – tratto da Se le famiglie parlassero il francese”di  Matteo Borghi per “La Nuova Bussola Quotidiana”.

“Se però hai una famiglia con figli, Oltralpe te la cavi molto meglio che da noi. Per rendersene conto basta fare un rapido confronto fra i due sistemi. “In Francia una coppia con due figli che nel 2014 ha guadagnato nel complesso 40mila euro lordi da lavoro dipendente paga, dopo una complessa serie di deduzioni fiscali, appena 72 euro (clicca qui); con un reddito complessivo di 25mila euro, invece, l’Irpef (Impôt sur le revenu) addirittura si azzera (clicca qui). In Italia la prima coppia pagherebbe ben 9.077,75 euro di Irpef (clicca qui), mentre la seconda 2878,57. Facendo un rapido calcolo possiamo dire che, nel primo caso, le imposte sulle famiglie sono 126 volte più alte in Italia che in Francia. In generale, in Italia è molto più alta la disparità fra le imposte sulle famiglie e quelle su persone celibi e nubili. In Francia un single con un reddito lordo di 40mila euro ne paga 5.161 euro, mentre con 25mila ne paga 1.800; in Italia con 40mila ne paga 10.976,72, mentre con 25mila euro ne paga 5.036,7. A conti fatti in Italia sul reddito più basso una famiglia paga il 43% in meno di un single, su quello più alto risparmia appena il 18%. Al contrario in Francia sulla fascia più alta il risparmio in senso assoluto è di ben 71 volte, ovvero 165 volte di più di quello italiano”.

Conclusione.“Senza tediare ancora coi numeri possiamo concludere ribadendo che il sistema fiscale italiano non incentiva le famiglie che decidono di mettere al mondo dei figli. Si tratta di una vera e propria scelta regressiva (“prociclica” direbbero gli economisti) in un periodo in cui la natalità è già ai minimi storici e la recessione economica è sempre più forte a causa dell’inverno demografico (clicca qui). Certo, sul calo della natalità incidono forse di più fattori come la secolarizzazione e la progressiva perdita di valori, ma il compito dello Stato dovrebbe essere quello di favorire la famiglia”.

Andiamo al sodo. Secondo voi, la Francia ha adottato queste misure pro famiglia perchè è cattolica oppure perchè ha capito che la famiglia è un investimento sul futuro di tutti, comprese tutte le persone che una famiglia non la vogliono, comprese tutte le persone che non vogliono avere figli, comprese le persone omosessuali e di orientamenti sessuali differenti da quelli etero?

Domanda retorica. Insomma, la Francia ha fatto una scelta politica chiara, precisa e continuativa pro famiglia: una scelta che indipendentemente dal colore dei governi è andata avanti e sta andando avanti senza che tutto questo venga percepito come in contraddizione con il tema dei cosiddetti “diritti” delle persone lgtbx, matrimonio gay, utero in affitto, adozione alle coppie gay, etc. 

In Italia accade esattamente il contrario (e non da oggi). La miope politica della sinistra (o meglio, del Pd di Renzi) gioca a mettere gli uni contro gli altri: fa delle unioni civili, del divorzio breve e – in generale – dei diritti indivuali da esigere un punto di orgoglio. Non si rende conto – al contrario – che il Paese di tutto questo ne risente pesantemente. Nulla è stato fatto per la famiglia, se non briciole una tantum oppure di dimensioni economiche talmente risibii da non incidere pesantemente sulla realtà. E’ questa la società che vogliamo, la società dei diritti individuali a scapito degli interessi di tutti? Questa è la miopia che ha pesanti ricadute sul culturale e sociale.

E – me lo permetta Invernizzi – pretendere politiche per la famiglia è una questione dei cattolici, è una questione di religione e di fede?

No. E’ una questione di realismo.La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose” non lo scrive il Papa in un’enciclica, non lo scrivono i cattolici  e basta, ma la Costituzione italiana all’articolo 31. L’equivoco di cui parla Invernizzi  allora non appartiene forse anche ad altre larghe fette del mondo cattolico italiano, sia esso impegnato nel volontariato, sia esso impegnato inpolitica, sia esso impegnato in ogni settore della vita pubblica?<b

Invernizzi conclude così il suo articolo: “Adesso, alla luce di quanto accaduto, sarebbe ragionevole ricominciare daccapo, riconoscendo la centralità della battaglia culturale senza la quale anche eventuali aiuti economici alla famiglia sarebbero ininfluenti sul lungo periodo e ricostruendo rapporti di unità e di collaborazione con chi questa battaglia culturale non ha mai smesso di combatterla. In particolare, sarebbe bene ricordare come la scelta di difendere i nostri figli dalla penetrazione dell’ideologia gender nelle scuole, anche attraverso una battaglia pubblica, si stia rivelando una scelta profetica, alla luce della pervicacia delle dichiarazioni di Boldrini e Boschi, che hanno scelto di confermare le loro convinzioni gayfriendly addirittura davanti a un pubblico convocato per aiutare la famiglia. Non una scelta divisiva, dunque, al contrario l’unica scelta capace di mettere in luce la vera portata dello scontro antropologico in corso, che riguarda la verità sulla famiglia molto prima e molto di più che quanto e come assisterla economicamente. È un bene che il Presidente del Forum lo abbia riconosciuto su Avvenire (30 settembre) nella stessa intervista in cui manifestava la sua delusione per l’esito della Conferenza sulla famiglia. Prego e spero che questo comporti un ritorno alla completa unità del mondo profamily nella prospettiva di una battaglia di principio a sostegno dell’unica famiglia possibile, quella prevista dal progetto d’amore di Dio sull’uomo. So perfettamente come le famiglie non vivano di soli princìpi e come abbiano bisogno di essere aiutate economicamente e socialmente, ma credo anche che il rischio peggiore sia quello di non comunicare più a chi verrà dopo di noi l’importanza e la bellezza del valore-famiglia senza aver ottenuto un soldo per aiutarla”.

Il Forum delle Associazioni Famigliari nasce nel 1992 con l’obiettivo di portare all’attenzione del dibattito culturale e politico italiano la famiglia come soggetto sociale.Da allora ha riunito movimenti ed associazioni del mondo cattolico che hanno nei loro interessi statutati la difesa della famiglia. Ad oggi il Forum è composto da 47 associazioni e da 18 Forum regionali che a loro volta sono composti da Forum locali e da 564 associazioni.Si stima che complessivamente siano coinvolte quattro milioni di famiglie per un totale di 12 milioni di persone.

Bene. Io non ho le ricette in tasca, ma più va avanti il tempo e più mi convinco che oggi più che mai ci sia bisogno nel perimetro di ispirazione cattolica di una profonda riflessione rispetto ai metod e alle modalità con le quali ci si misura con una società sempre più scristianizzata, relativista e nichilista. Per lo stesso identico motivo che accennavo sopra: perchè decidere di investire o meno sulla famiglia è un problema che riguarda tutti, riguarda il futuro del nostro Paese.

 

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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