‘pánta dokimázete, tò kalòn katéchete’, ovvero Riolo per me

di #DavideVairani

Ci sono andato a Riolo Terme, alla II Festa Nazionale de “La Croce” quotidiano. Nella festa del Popolo della Famiglia. Perchè ci sono andato e che cosa mi sono portato a casa? Più va avanti il tempo e più mi convinco a pensare che occorra cercare il buono laddove esso si trova. “Vagliate ogni cosa e trattenete il valore”, scriveva San Paolo. E qual’è il valore da trattenre? “Il bello, il vero, quello che corrisponde al criterio originale del vostro cuore”, commentava don Luigi Giussani.

Ho provato ad andarci con questo sguardo nel cuore. Ho ascoltato, parlato, meditato, osservato, agito.

“Lo sguardo cristiano vibra di un impeto che lo rende capace di esaltare tutto il bene che c’è in tutto ciò che si incontra, in quanto glielo fa riconoscere partecipe di quel disegno la cui attuazione sarà compiuta nell’eternità e che in Cristo ci è stato rivelato – scriveva don Giussani-. L’ecumenismo parte dall’avvenimento di Cristo, che è l’avvenimento della verità di tutto ciò che è, di tutto il tempo e lo spazio, della storia. È l’avvenimento della verità nel mondo: il Verbo si è fatto carne, la verità si è fatta presenza umana nella storia e resta nel presente. Questa Presenza investe – tende a investire – tutta la realtà. Dove c’è coscienza chiara della verità suprema che è il volto di Cristo, nel guardare tutto ciò che si incontra si rivela qualcosa di buono.

L’ecumenismo non è allora una tolleranza generica che può lasciare ancora estraneo l’altro, ma è un amore alla verità che è presente, fosse anche per un frammento, in chiunque. Ogni volta che il cristiano incontra una realtà nuova l’abborda positivamente, perché essa ha qualche riverbero di Cristo, qualche riverbero di verità. Nulla è escluso da questo abbraccio positivo: tale universalità è il risultato della missionarietà implicata nella scelta che Dio fa del battezzato e nel destino per cui lo sceglie.

Il compito del battezzato è la missione universale che Dio gli comunica come partecipazione alla grande missione di Cristo. Perciò, quanto più egli è proteso ad essa, tanto più è anche proteso a scoprire in ogni cosa il bene rimasto, il brandello o il riflesso di verità. Siccome io sono parte della realtà di Cristo, guardo le montagne, la mattina e la sera, tutta la realtà, innanzitutto cercando, in ogni cosa che vedo, la radice ultima. E la persuasione che la verità è in me, è con me, mi rende estremamente positivo davanti a tutto: non equivoco, ma positivo.

Se c’è un millesimo di verità in una cosa, lo affermo. Nasce così un approccio ‘critico’ alla realtà, secondo quanto esprime san Paolo: ‘pánta dokimázete, tò kalòn katéchete’ (1Ts 5,21); ‘vagliate ogni cosa e trattenete il valore’, il bello, il vero, quello che corrisponde al criterio originale del vostro cuore. L’avvenimento di Cristo è la vera sorgente dell’atteggiamento critico, in quanto esso non significa trovare i limiti delle cose, ma sorprenderne il valore. (…). I limiti, schiaccianti, balzano agli occhi di tutti, il valore vero delle cose invece lo trova soltanto chi ha la percezione dell’essere e del bene, chi fa emergere e fa amare l’essere, senza obliterare, tagliare, chiudere o negare, perché la critica non è ostilità alle cose, ma amore a esse. (…) C’è dunque un’unica sorgente di sguardo positivo a tutto. Chi invece è attaccato a una identificazione parziale, alla ‘sua’ verità, non può non stare di fronte a tutto difendendo quello che lui dice, a meno che sia completamente scettico o nichilista.

(…) L’ecumenicità cattolica è aperta verso tutti e tutto, fino alle sfumature ultime, pronta a esaltare con tutta la generosità possibile ciò che ha anche una lontana affinità col vero.  Ma è intransigente sulla equivocità possibile. Se uno ha scoperto la verità reale, Cristo, avanza tranquillo in ogni tipo di incontro, sicuro di trovare in ognuno una parte di sé. L’ecumenismo vero scopre sempre cose nuove, così che non c’è mai una totale ripetizione: si è trascinati da un totalizzante stupore del bello. È dalla bellezza che nascono continuamente immagini di possibilità insospettate per riparare le case distrutte e costruirne di nuove (cfr. Is 58,12). Questa apertura fa trovare a casa propria presso chiunque conservi un brandello di verità, a proprio agio dovunque.

È il concetto di cattolicità non geograficamente inteso (come lo è stato a partire dal ’500 in poi), ma ontologicamente definito dal vero. Dice l’Imitazione di Cristo: ‘Ex uno Verbo omnia et unum loquuntur omnia, et hoc est Principium quod et loquitur nobis’ (‘Da una sola Parola tutto, e una sola Parola tutto grida. E questa Parola è il Principio che parla dentro di noi.’; cfr. Imitazione di Cristo, Libro Primo, 3,8)” – “La realtà non può non avere qualche riverbero del vero: il vero senso dell’ecumenismo”, da” Generare tracce nella storia del mondo, Rizzoli, Milano 2001, pp. 157-161″, di Luigi Giussani.

Mi porto a casa i volti che ho incontrato, le storie che ho ascoltato, i frammenti di dialogo tra un caffè e una tavola rotonda, tra un pranzo e una sigaretta nelle attese tra un evento e l’altro. Ho incontrato tante persone. Ho cercato di setacciare ogni cosa e di trattenene il valore. Forse – pensandoci bene – è proprio questo che mi sono portato a casa – per me – da Riolo Terme: l’essere riuscito fino alla fine della due giorni a non attendermi nulla prima e ad aspettarmi tutto. Ad aspettarmi che tutto mi travolgesse e si lasciasse entrare dentro di me senza aspettative pre-costituite di risposte ultimative ed esclusive.

Marco, Sabino, Katiyuscia, Paola, Maria Rosa, Ayton, Massimo e molti molti altri .. questo mi porto a casa: nomi e cognomi, volti precisi che mi hanno aiutato e mi aiutano a stare dentro le cose vagliandole e trattenendone il valore.

Il riverbero di questi volti è ancora forte in me.

Con le parole di Marco Fasulo voglio significare per me cosa è stato Riolo Terme.

“E’ stato bellissimo recitare l’Ave Maria con i tanti amici del Popolo della Famiglia all’interno del teatro di Riolo. Di seguito riporto il testo dell’intervento che mi ero preparato e che in realtà non sono riuscito a seguire del tutto. Un ultimo ringraziamento a Davide per avermi sostenuto, anche fisicamente”.

“Posso chiedervi una cortesia. Vorrei recitare insieme una Ave Maria, per i bambini che non riescono a venire alla luce, quelli ai quali la luce viene tolta per decisione di qualcuno, quelli che non sono ritenuti degni di alimentarsi, idratarsi e respirare?

Grazie. Abbiamo impiegato 12 secondi, per recitare il Padre Nostro occorrono in media 15 secondi, 20 secondi per la Salve Regina, una decina di secondi per i misteri e le formule che aprono e chiudono ogni decina di un Rosario. 10 minuti per 50 ‘Ave Maria’, poco più di un minuto per i 5 ‘Padre nostro’ e i 5 ‘Gloria’, poco meno di un minuto per il resto della preghiera. In tutto 12 minuti.
Ogni minuto noi respiriamo circa 12 volte e in 12 minuti respiriamo più o meno 144 volte. Ecco, a Charlie Gardsono stati tolti 144 respiri perché spirasse, 12 minuti di aria perché soffocasse, la durata di un Rosario perché si compisse la sua condanna a morte.

Con Sabino Sabini e le altre persone che collaborano al gruppo di preghiera del Popolo della Famiglia sosteniamo un’iniziativa politica che riteniamo di grande importanza.

Come diacono provo a dare un contributo a una battaglia della quale condivido finalità e modalità. Nel mio ministero diaconale, soprattutto in fase di formazione, ci è stato spiegato che un’omelia deve avere tre passaggi: un’idea, un’immagine, un messaggio.

Ecco, questa non è un’omelia, ma a un tavolo come questo, con un uditorio come questo, mi sarebbe stato difficile aggiungere cose che non fossero già state dette da altri e molto meglio di quanto potessi fare, approfondire argomenti che molti di voi professionalmente o per esperienza personale hanno vissuto o vivono, analizzare dinamiche dal punto di vista strettamente medico, giuridico, politico, essendo presenti rappresentanti di queste categorie di altissimo livello.

Allora l’idea che mi è venuta è stata quella di provare a raccontarvi qualche minuto della mia vita, l’immagine è quella di una mamma e di un figlio, il messaggio è che la morte non è bella.

Premessa: gli Hospice e le cliniche della morte sono gli uni l’opposto delle altre, la morte è un evento naturale che – per chi crede – separa ma unisce la vita terrena all’Aldilà, e anche nella storia recente, in molte piccole realtà, le società individuano figure che, tra virgolette, si occupano di questo momento e di quelli immediatamente precedenti, penso al libro di Michela Murgia, Accabadora, col quale ha vinto il Campiello.

Acabador, in spagnolo ‘finire’, è il verbo dal quale Accabadora, la persona sarda alla quale era deputato il compito di ‘accompagnare’ gli ultimi momenti della vita di un moribondo.

Per alcune cure a mio figlio, eravamo di casa nel reparto di pediatria dell’Ospedale di Potenza. Nella sala giochi, un piccolino in un giubbotto enorme, dalle maniche appena spuntavano due braccia, piccolissime, ossute. Mi sposto di due passi, e scorgo una testolina seminascosta da un cappellino di lana. Appoggiato su una sedia a rotelle Stefano (nome di fantasia), 6 anni, dall’età di 2 anni in lotta con un tumore al fegato. Accanto a lui Lena (nome di fantasia), la mamma, magra, emaciata, pallida. In mano ho il videogioco di mio figlio che mi aveva affidato, mentre era entrato a fare le terapie nello studio medico. La mia mano si allunga verso la sua per passargli il gioco, e gli sguardi si incrociano, lui quasi a volermi chiedere se potesse usarlo, io quasi a chiedergli se volesse usarlo.

Stefano soffriva eppure sorrideva mentre muoveva con grande abilità i tasti.

Prima di andare via, vedo Lena tirare uno schiaffo sul braccio del figlio, dicendogli: “Se sorridi i dottori pensano che stai bene”. Quanto dolore in quello schiaffo, quanto dolore nelle lacrime di Stefano mentre mi restituiva il videogioco, quanto era stanca Lena.

Mi fermo, parliamo e, da allora l’abbiamo fatto altre volte fino al giorno del funerale di Stefano.

Qualche giorno più tardi, l’ultimo giorno nel quale vidi Stefano prima di pregare davanti alla sua piccola bara bianca, mentre era su un fianco sul lettino, l’enorme ascite gli consentiva solo quella posizione, Lena mi disse che avevano deciso di portarlo a un hospice pediatrico.
Non ce la facevano più. Vedere soffrire un figlio così piccolo non credo si possa spiegare a parole. Continuare a sottoporlo a cure molto pesanti, ripetuti interventi ambulatoriali, fronteggiare crisi continue per 4 anni, 1.500 giorni, ogni giorno, è lacerante.

Il giorno del funerale, parlando col papà di Stefano mi descrisse il penultimo giorno, che avevano trascorso in un parco accanto all’hospice, a Stefano erano state tolte le flebo e, per alcuni momenti, tutti e 4 insieme, papà, mamma, Stefano e il fratello più grande erano stati bene. Poi passò agli ultimi istanti: “Ero fuori che fumavo, l’infermiera mi chiamò, entrai, lo baciai e mentre lo abbracciavo lo vedevo agitarsi, voleva respirare, non voleva morire, cercava l’aria”.

Il tutto è durato meno di mezzo minuto. Stefano non è morto a causa dell’eutanasia, in ogni caso la sua avrebbe dovuto essere una dolce morte.

Ecco: è durato meno di 30 secondi eppure è stato eternamente lungo.

Le dolci parole, le dolci atmosfere, le dolci carezze il giorno prima al parco.

Sì perché la morte non è bella, la morte, parte della vita, non è un passaggio, è il passaggio.

Per Stefano sono stati 30 secondi di disperata ricerca dell’aria, per Charlie Gard sono stati 12 minuti di soffocamento.

Poi facciamo i discorsi sulla dolce morte che dolce non è, sulla pietà, sull’accanimento terapeutico, sulla plausibilità, sulla futilità, sulle cure palliative, sul confine tra vita dignitosa e meno dignitosa, sul diritto a scegliere se, come e quando morire, sul dovere di morire, ma facciamoli poi.

Prima proviamo a recitare un Rosario, la preghiera che all’inizio del suo pontificato San Giovanni Paolo II ci disse essere la sua preferita, la preghiera che sempre Papa Wojtyla 15 anni fa ci disse avere un cuore cristologico.

Il vedere chi Lo tradirà intingere con Lui il pane nello stesso piatto, il sudare sangue nel Getsemani, il chiedere di allontanare da Lui quel calice, non è bello, non è piacevole, non è dolce.

Ecco Cristo prende coscienza pienamente della Sua umanità mentre muore sulla Croce.

Noi prendiamo coscienza pienamente del nostro essere fatti per la Vita Eterna nel passaggio segnato dalla morte.

Non sta a noi decidere né l’ora né il giorno della morte e, se lo facciamo, dobbiamo sapere che quel giorno, quell’ora, quei 12 minuti saranno una sofferenza fisica per chi la subirà, ammesso pure che l’abbia scelta, e dell’anima e dello spirito per chi avrà permesso che quella scelta fosse fatta.

Tornando all’idea, all’immagine, al messaggio, a due mesi di distanza della nascita al cielo di Charlie Gard, l’idea è quella di non dimenticarlo, l’immagine è quella della Madonna che accoglie lui e i tanti bambini che vengono uccisi, il messaggio è che ognuno di noi, ogni volta che reciterà un Rosario, preghi perché la vita sia difesa sempre”.

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