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Scorrendo vinti e vincitori
di Mario Adinolfi, “La Croce” del 06 Marzo 2018

p02-page-001 Scorrendo vinti e vincitoriLe elezioni politiche del 4 marzo 2018 vanno in archivio con dei risultati di portata storica. Ci sono due vincitori che alzano le braccia al cielo senza che nessuno possa discutere: Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Il primo guida il movimento di gran lunga più forte del Paese, il secondo ha imposto il suo passo alla coalizione di centrodestra. Sono giovani, sono energici, sono spigliati e comunicativi: dureranno. La domanda che tutti si fanno ora è: si metteranno insieme, uniranno M5S e Lega in quel “governo dei populisti” che in campagna elettorale hanno sempre negato di voler costruire?

Logica dice che ora Salvini possa cercare di fare il premier del centrodestra senza spaccare la coalizione, ma è un dominus che Silvio Berlusconi accetterà? Il leader di Forza Italia è tra gli sconfitti, non arriva neanche al 15% e pure Giorgia Meloni inchiodata al 4% è finita cannibalizzata dal giovanotto milanese che togliendo la parola “Nord” alla denominazione della Lega è sbarcato prepotentemente persino a Roma, territorio di caccia personale della leader di Fratelli d’Italia. Altro problema verso la strada per Salvini premier: al centrodestra mancano alcuni parlamentari per avere la maggioranza assoluta e non si può ovviare solamente con il drappello dei fuoriusciti pentastellati.

A chi guardare per convincere Mattarella a dare al centrodestra e non a Di Maio l’incarico di formare il nuovo governo? Nodo da sciogliere nelle prossime settimane.

Potrebbero guardare a Matteo Renzi, ma il ragazzo esce davvero malconcio da queste elezioni. Sta sotto il 20%, al Nazareno vogliono fargli la pelle, irrealistico che la sua leadership resista. Renzi è il vinto per eccellenza di questa elezione, poco più di tre anni e mezzo fa aveva un Pd al 41%, ora tutto quel consenso è scomparso e il partito si è sfracellato. La sua arroganza, una infinita serie di errori, la rottura con i retroterra di riferimento (con i cattolici in occasione dei Family Day, con la sinistra storica per via del Jobs Act e della cancellazione dell’articolo 18) senza la costruzione di una credibile costruzione alternativa, lo consegnano ora ad un inevitabile passo d’addio. Tenterà di resistere, il gruppo parlamentare l’ha fatto eleggere a propria immagine e somiglianza, ma la lealtà non abita dalle parti del Pd. Quando il segretario va in sofferenza, i congiurati affilano le lame. Già è successo a Veltroni, Franceschini e Bersani. Ora toccherà a Renzi finire politicamente accoppato.

Nel girone dei vinti finiscono inevitabilmente anche i cugini separati di Liberi e Uguali, capaci di ottenere un 3% stiracchiato pur schierando contemporaneamente sia la presidente della Camera che quello del Senato, oltre a una impressionante serie di capi della sinistra storica, da Bersani a D’Alema. Sei senatori e una dozzina di deputati è quel che resta di quella solita macchina da guerra, che si inceppa sempre sotto elezioni, anche perché a guidarla c’hanno messo gente come Grasso e Boldrini, Civati e Fratoianni. Il deragliamento era garantito. Stessa brutta fine anche per Emma Bonino che ha speso i milioni di Soros per la sua Più Europa ed è finita fuori dai giochi. Piccola consolazione (per lei, tragedia per noi) è stata eletta in Senato nel collegio uninominale con sette punti di vantaggio sul rivale del centrodestra. Coalizione verso la quale si dimostrerà gentile per ottenere l’elezione a presidente del Senato, vogliamo scommettere?

E veniamo al derby dei cattolici che si presentavano con una serie di formazioni derivanti dalle posizioni di potere ottenute nell’ultima legislatura: i cattolici del centrodestra erano riparati sotto le insegne di Noi con l’Italia e tanto di scudocrociato, quelli del centrosinistra stavano nella Civica Popolare della Lorenzin e i più “adulti” avevano seguito le indicazioni di Prodi e votavano Insieme. Fuori dalle coalizioni c’erano il Popolo della Famiglia e alcuni indicavano come palingenetica il voto a Forza Nuova, per l’occasione sommata alla Fiamma tricolore con il marchio Italia agli Italiani (slogan coniato da CasaPound, sotto l’uno per cento anche loro).

Bene, il Popolo della Famiglia pur nel totale silenziamento mediatico ha ottenuto duecentomila voti, più della Lorenzin e dei prodiani, molto più di Forza Nuova, qualcosa in meno di Noi con l’Italia che però con Lupi e Fitto poteva contare su una rete di migliaia di amministratori locali, serviti a ben poco visto che la lista ha superato di poco l’uno per cento. Per il Popolo della Famiglia il battesimo alle elezioni politiche nazionali è un buon primo passo, il 22 aprile abbiamo subito da andare a votare per le Regionali in Friuli Venezia Giulia e in Molise, ci andremo con il nostro simbolo, gli altri citati si scioglieranno come neve al sole. L’unico simbolo che ha una prospettiva e un futuro come rassemblement di persone cristianamente ispirate a presidio dei principi non negoziabili è quello del Popolo della Famiglia che infatti tornerà subito in pista, partendo dai duecentomila voti ottenuti per crescere ancora.

Non siamo entrati in Parlamento ma siamo usciti dall’anonimato, ci siamo messi alle spalle oltre alle liste citate anche quelle di Ingroia e Verdini, più quelle raffazzonate di Dieci Volte Meglio e Partito del Valore Umano. Abbiamo preso molti più voti di Giuliano Ferrara e ripartiamo da là, da centinaia di migliaia di persone che ci hanno dato la loro fiducia nonostante il fuoco amico e nemico incessante, dimostrandosi dunque centinaia di migliaia di militanti.

Con l’arrivo dei dati definitivi forniremo poi una analisi ancora più accurata, intanto si cominci da questa, che si chiude con un grazie a tutti coloro che hanno votato Popolo della Famiglia in questa giornata in cui la storia d’Italia cambia.

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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