A #SCUOLA DI MIO FIGLIO DECIDO IO

#LaCroce del 21 Febbraio 2017
di #GianfrancoAmato

Il caso dei coniugi Martens di Eslohe mette con le spalle al muro l’ipocrisia dell’attuale CDU tedesca. Povero Adenauer

amato2-275x1024 A #SCUOLA DI MIO FIGLIO DECIDO IO“I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai propri figli”. Così recita il terzo comma dell’art. 26 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, stipulata nel 1948. Prima di tale data, questo principio non era contenuto in nessun documento giuridico né nazionale né internazionale, semplicemente perché lo si considerava pacifico e scontato.

Solo dopo la seconda guerra mondiale, infatti, l’esperienza dimostrò al mondo quanto fosse stato devastante, distruttivo ed esiziale l’indottrinamento dei giovani attraverso il “Volksaufklärung”, il sistema statale dell’istruzione pubblica nel Terzo Reich.

La denominazione completa del Ministero competente, per essere precisi, era quella di Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda, ossia Ministero della Pubblica Istruzione e Propaganda. Non è un caso che quelle due competenze – istruzione e propaganda – fossero unite in quell’unico ministero. E non è un caso che il Ministro della Pubblica Istruzione tedesco, dal 13 marzo 1933 fino alla fine del Reich, fosse il dottor Joseph Goebbels. Indottrinare i giovani attraverso il sistema educativo è un vizietto tipico di tutti i regimi totalitari.

Bisogna ammettere che i tedeschi, grazie all’impegno e alla precisione teutonica che li contraddistingue, quando decidono di fare qualcosa riescono sempre a raggiungere con successo l’obiettivo. Nel bene e nel male. Oggi che l’ideologia nazionalsocialista nelle scuole è stata sostituita dall’ideologia gender e omosessualista, con la disinvoltura di cui parlava Hannah Arendt nel suo “Le origini del totalitarismo”, le cose sembrano non essere cambiate di molto. Con l’indottrinamento i tedeschi non scherzano.

Vi ricordate i coniugi Eugen e Luise Martens di Eslohe, il piccolo comune della Renania Settentrionale-Vestfalia?

Sì, quelli che furono arrestati per essersi rifiutati due volte di mandare la propria figlia al corso di educazione sessuale presso la scuola elementare da lei frequentata. La notizia di quel caso fece il giro del mondoper la modalità in cui fu eseguito l’arresto e il particolare accanimento della polizia. Eugen Martens fu arrestato l’8 agosto 2013. Solo lui, perché la moglie Luise, mamma di nove figli, era incinta. I poliziotti tornarono alla carica il 24 ottobre 2014, ma anche quella volta non riuscirono ad eseguire il provvedimento cautelare perché la signora Martens stava allattando la piccola. Furono costretti, obtorto collo, a lasciare casa Martens con queste parole: «Non finisce qui! L’ufficio del procuratore farà applicare la decisione del giudice». Tedeschi senza cuore.

Purtroppo il caso Martens è tutt’altro che isolato. Nel marzo del 2011 erano ben cinquantatré i genitori condannati per lo stesso motivo, e la situazione negli ultimi anni è andata peggiorando, al punto che si è costituito un movimento denominato “Besorgte Eltern” (Genitori preoccupati), che ha organizzato diverse manifestazioni in Germania con migliaia di partecipanti.

Per avere il polso della situazione basta considerare che il piccolo gruppo dei genitori della città di Paderborn, che conta centocinquantamila abitanti ha scontato negli ultimi anni complessivamente 210 giorni di galera. I “Genitori preoccupati” chiedono che «si discuta pubblicamente del gigantesco scandalo dell’educazione sessuale nelle scuole tedesche e che e si impedisca la corruzione dei propri figli». In effetti non devono andare molto per il sottile nell’insegnamento di questa delicata materia in classe, visto che, ad esempio, nella città di Borken la lezione di “Sexualkunde“ ha turbato così tanto i
bambini che sei di loro sono svenuti.

E la questione non riguarda solo i bambini delle elementari. Basta leggere l’articolo pubblicato sul quotidiano “Die Welt” il 19 giugno 2016, intitolato “Kinder sollen Analsex in der Schule spielen”, tradotto: «I bambini a scuola dovrebbero fare giochi anali». Il titolo non pare lasciare dubbi di sorta. Nell’interessante articolo si parla anche di Elisabeth Tuider e Stefan Timmermanns, i due autori del manuale “Sexualpädagogik der Vielfalt” (Educazione sessuale alla pluralità), che si prefigge di illustrare ai giovani le «possibili diverse identità» e le «possibilità di nuove esperienze». A questo scopo, tra le altre cose, il libro consiglia agli insegnanti di presentare in forma di spettacolo ai ragazzini a partire dai 13 anni pratiche come il sesso anale. Per lezioni ai ragazzi a partire dai 14 anni viene consigliato di avvalersi anche di materiali didattici come «falli artificiali» o «palline vaginali». Di rilevanza pedagogica sarebbe anche un progetto in cui gli scolari realizzare un “Puff für alle” (bordello per tutti), in cui ognuno dovrebbe trovarsi a proprio agio nella pratica di qualsiasi preliminare, comprese pratiche sessuali quali la fellatio
o il cunnilinguo. Nella Renania Settentrionale- Vestfalia il manuale continua a venir promosso dal gruppo LGBT SchLAu in quanto appartenente alla letteratura consigliata dall’iniziativa “Queerformat”. Questo testo viene presentato come «una raccolta della miglior pedagogia sessuale effettuata dagli autori».

Ad un’espressa interpellanza rivolta all’ Ufficio scolastico regionale del Renania Settentrionale-Vestfalia sull’opportunità o meno di considerare questo manuale consigliabile, l’ufficio ha dichiarato la sua non competenza in merito, sottolineando che «la scelta del materiale didattico e la responsabilità di questo compete agli insegnanti». Sorprende la posizione neutrale tenuta nel Renania Settentrionale-Vestfalia dalla CDU, Unione Cristiano-Democratica di Germania, il partito politico tedesco di orientamento democristiano e conservatore, fondato nel giugno 1945 da personaggi come Konrad Adenauer, che di quel partito è stato primo presidente fino al 1966. Ad un’espressa domanda in merito, la portavoce CDU della scuola, Petra Vogt, ha risposto che «al momento non può esprimere una posizione del CDU in quanto all’interno del partito non si è ancora trattato di queste tematiche».

Nella Renania Settentrionale-Vestfalia la CDU sembra non voler assumere una posizione sulla delicata materia.

Roba da far rigirare nella tomba il povero Adenauer e mandare in frantumi quello che è considerato il principio cardine del partito: «Concezione cristiana dell’essere umano e della sua responsabilità davanti a Dio». Ecco, di cristiani come quelli della CDU della Renania Settentrionale-Vestfalia in politica non se ne sente proprio il bisogno. Li conosciamo anche noi in Italia, ed è per questo che è nato il Popolo della Famiglia

Piccola nota di cronaca a margine:

Il 24 ottobre 2014 un ufficiale di polizia si è presentato alla porta della famiglia Martens a Eslohe, piccolo comune della Renania Settentrionale-Vestfalia, in Germania. Mentre apriva la porta, Eugen conosceva già lo scopo di quella visita: l’arresto della moglie e madre dei suoi nove figli Luise. Sapeva tutto in anticipo perché per lo stesso motivo lui stesso era già stato arrestato l’8 agosto del 2013. Che cosa hanno fatto dunque i due coniugi di 37 anni di così grave da meritare l’arresto? Non hanno ucciso, non hanno rubato né danneggiato alcuno. La loro unica colpa è di essere padre e madre di una bambina che si è rifiutata di partecipare due volte ai corsi di educazione sessuale previsti per le elementari. L’anno scorso Luise non è stata portata in carcere insieme al marito perché era incinta. Quest’anno, l’ufficiale di polizia non l’ha «prelevata con la forza come dovrei» perché sta ancora allattando l’ultimo figlio. «Purtroppo però non finisce qui. L’ufficio del procuratore farà applicare la decisione del giudice», afferma il poliziotto nel video che vedete qui sotto.

 

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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