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Vincent #Lambert: in fondo ciascuno di noi

di Davide Vairani ⌋ “La Croce” quotidiano ⌋ 12 giugno 2018

p03-page-001-1-450x607 Vincent #Lambert: in fondo ciascuno di noi“Signor Presidente, la mia lettera del 16 aprile è rimasta senza risposta. Le chiedo di ricevermi per parlarle di mio figlio, Vincent, che si trova in stato di ipo-coscienza all’ospedale di Reims. Oggi, signor Presidente, le rinnovo la mia richiesta, perché sono molto preoccupata. La nuova perizia medica richiesta dal Tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne è stata respinta, dopo che i nostri avvocati hanno depositato una richiesta di ricusazione. Mio figlio rischia di essere condannato a morte, anche se non è oggetto di alcuna ostinazione irragionevole, ma è semplicemente alimentato e idratato con una piccola sonda. Vincent è handicappato ma è vivo. Vive costretto nella sua camera d’ospedale senza cure adatte alla sua condizione: non viene mai alzato, non fa sedute di fisioterapia, non viene rieducato alla deglutizione. Ora che la legge sull’agricoltura è in discussione all’Assemblea nazionale, si è parlato molto di salute degli animali, di trattamento degli animali nei mattatoi e del divieto di tenere i conigli in gabbia. Non ho potuto fare a meno di pensare a mio figlio, che è meno protetto di tanti animali. Quasi 100 mila persone hanno firmato fino ad ora l’appello in favore di Vincent sul sito del Comitato di sostegno dei suoi amici. Queste persone mi spingono a scriverle ancora una volta per sollecitare un incontro. Signor Presidente, le chiedo di ricevermi il più presto possibile, accompagnata da medici specializzati che conoscono Vincent perché l’hanno visto e che potranno spiegarle il suo reale stato di salute”.

Firmato: Viviane Lambert, 07 giugno 2018.

Il calvario di Vincent Lambert sembra non potere avere una parola fine. Il suo destino terreno è in mano a giudici e medici fin dal 2008: dieci anni di perizie mediche, di valutazioni cliniche, di udienze nei tribunali di ogni ordine e grado non sono riusciti a stabilire se Vincent debba morire o vivere. Non ci sono riusciti anzitutto i familiari, schierati su posizioni diametralmente opposte: la moglie Rachel, nominata tutore del marito Vincent, chiede invano la dignità di una morte che è già in essere da almeno cinque anni, perché a suo parere Viincent è già morto. Viviane e Pierre, i suoi genitori, non fanno che cercare invano di mostrare a chiunque i video del loro figlio che muove gli occhi, deglutisce e reagisce agli stimoli. Vincent è un vegetale ed è uno strazio per tutti lasciarlo in vita così: questo è solo accanimento terapeutico. Fratelli e sorelle divisi tra una parte e l’altra. Vincent è disabile, “semplicemente alimentato e idratato con una piccola sonda”: toglierli significa eutanasia, significa ucciderlo. In mezzo c’è Vincent. Non può parlare né scrivere, non può dire che cosa prova, se soffre, se vuole vivere o morire. Non ha lasciato nulla di scritto, nemmeno un pezzo di carta appuntato da qualche parte prima di quell’incidente in macchina che lo ha costretto prima a lottare tra la vita e la morte, in coma, e poi a restare su quel letto d’ospedale.

Gli (ultimi?) atti giudiziari di queste settimane non sono che i residui di una storia che appare in qualche modo già scritta e che si consumano quasi per inerzia. In attesa che per sfinimento o per improvvisa convinzione qualcuno si prenda la responsabilità di pronunciare un “sì” oppure un “no”.

Nella sua ordinanza del 20 aprile, la corte del Tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne aveva richiesto che fosse fatto un “quadro clinico” del paziente, prima di decidere sulla legittimità della cessazione dei trattamenti decisa dal collegio dei medici dell’ospedale di Reims. Per questo, aveva nominato tre medici. La decisione della corte era stata chiara: “il tribunale, avendo respinto tutti i motivi procedurali invocati dai ricorrenti, ha ritenuto necessario, al fine di pronunciarsi sul merito della loro richiesta, di ricorrere ad una perizia che dovrà determinare se il quadro clinico di Vincent Lambert si è evoluto dal 2014, data dell’ultima valutazione di esperti richiesta dal Consiglio di Stato. Gli esperti dovranno anche dire, nel caso in cui dovessero constatarne un’evoluzione, se essa sia positiva o negativa. Una seconda udienza per decidere in via definitiva in merito alle richieste del quale è stato investito il tribunale amministrativo avrà luogo dopo che gli esperti hanno presentato la loro relazione”. Nell’ordinanza, il tribunale si premurava di indicare espressamente una metodologia precisa che il collegio dei medici avrebbe dovuto rispettare: i medici avrebbero dovuto raccogliere tutte le evidenze mediche prodotte in questi anni, incontrare l’equipe medica di Reims, nonchè tutte le parti coinvolte nell’affaire Lambert, cioè i genitori da una parte e la moglie Rachel dall’altra. Tempo massimo concesso: 30 giorni.

Il 26 maggio la perizia finale dei tre medici sarebbe dovuta andare in aula. E invece no. Gli avvocati dei genitori di Vincent Lambert e di due tra i suoi fratelli e sorelle hanno presentato giovedì 24 maggio una mozione per ricusare i tre esperti nominati dal presidente della corte di Châlons-en-Champagne.

vincent-lambert-famiglia-450x251 Vincent #Lambert: in fondo ciascuno di noiIl 06 giugno, dopo un dibattimento tra le parti, il tribunale respinge la mozione di ricusazione. Il tribunale ha ritenuto che, secondo il parere del relatore pubblico, nessuno dei motivi addotti mettesse in dubbio l’imparzialità degli esperti. La corte ha anche ricordato che non spetta al giudice che ascolta una richiesta di ricusazione nominare nuovi esperti o modificare la missione di esperti: “le argomentazioni avanzate non mi sembrano fondate” perché “non vi sono motivi seri per dubitare dell’imparzialità degli esperti”, si legge nel testo.

Ma agli occhi dei genitori di Vincent Lambert, Viviane e Pierre, il lavoro dei tre esperti non è stato altro che “una mascherata”, una carnevalata. “E’ necessario guardare la vera evoluzione di Vincent e non il suo stato una volta sola e in sole due ore di tempo”, ha detto Jérôme Triomphe, il loro avvocato, alla stampa locale. “Questi tipi di pazienti sono molto particolari, perché la loro condizione è fluttuante“: quindi “devono essere osservati per un tempo di almeno tre settimane”, ha dichiarato il Dr. Catherine Kiefer, uno dei medici consulenti dei genitori di Lambert, capo di un’unità dedicata ai pazienti con coscienza minima all’ospedale di Villeneuve-la-Garenne (Hauts-de-Seine). “Questa decisione non denota, da parte del tribunale, un reale desiderio di conoscere il vero stato di salute di Vincent Lambert “– commentano gli amici di Vincent sul sito www.jesoutiensvincent.com“confermando tre medici che non hanno alcuna competenza nell’analisi comportamentale delle persone in uno stato alterato di coscienza e che hanno dimostrato la loro volontà di inviare la propria valutazione clinica basata su un solo giorno di visita a Vincent in ospedale e in sole due ore e che – infine – si rifiutano di ascoltare i migliori esperti francesi in materia. La loro valutazione, condotta su queste basi, sarà molto probabilmente una mascherata (“une mascarade”). Perché mantenere questi esperti? Qual è la ragione del rifiuto da parte del tribunale della nostra ricusazione?”.

Non so quale sarà l’epilogo di questa lunga e dolorosa vicenda. Ma so che la storia di Vincent e della sua famiglia (tutta la sua famiglia) è in fondo la storia di ciascuno di noi.

Quando la vita ti mette davanti a muso duro tutta la fragilità e l’inconsistenza dei progetti sul domani e ti obbliga a fare i conti con la vita e la morte è lì che si gioca tutto. Si gioca non solo il senso del tuo vivere, ma il destino di una comunità, di una società, di un Paese.

Lucio-Fontana-concetto-spaziale-attese-450x364 Vincent #Lambert: in fondo ciascuno di noiOgni volta che vedo il dolore – e soprattutto il dolore innocente– sono attraversato da una ribellione. Pretenderei spiegazioni, vorrei poter vedere il senso di tanta sofferenza. Ma al tempo stesso sono pervaso da un tremore di fronte a ciò che questo dolore rivela: la vulnerabilità. Possiamo immaginare una società dove solo i forti abbiano un futuro, ma presto ci renderemmo conto che usando questo metro di misura ci costruiremmo una società abitata solo nella nostra mente o nella nostra fantasia.

Tutti siamo vulnerabili e lo siamo strutturalmente. Possiamo scappare dalle nostre ferite oppure possiamo in qualche modo essere disponibili a consegnarle nelle mani di qualcuno che ti aiuta a vedere come ogni passo, anche sbagliato, sia parte di un disegno più grande, buono e positivo, di cui facciamo parte e che ci tiene uniti per sempre. Che ne è del vivere assieme, se non un incontro tra vulnerabilità che tentino per quel che possono di camminare a volte a tentoni? Due vie si aprono: la ricerca scientifica, con la capacità di rimediare domani a ciò che è irrimediabile oggi; e un’etica capace di coesistere con il limite e con l’impossibile. L’umanesimo si sforza di curare l’handicap attraverso il progresso scientifico e con un sostegno sociale responsabile e personalizzato. Ma è incapace di sostenere questo impegno di cure sulla lunga distanza con una filosofia in grado di integrare la vulnerabilità endogena degli esseri viventi in generale e dell’essere umano in particolare. In realtà, al crocevia tra psiche e soma gli uomini sono al tempo stesso più esposti, rispetto a tutti gli altri esseri viventi, agli imprevisti del processo biologico, ma anche alle catastrofi del legame sociale, e meno capaci di trasformare tale squilibrio costitutivo in creatività psichica e fisica.

Solo avendo il coraggio e il tremore di imboccare questa seconda via avremo la possibilità di riscoprirci uomini. “In questa ferita che ciascuno porta in sé, c’è la salvezza”, Jean Vanier.

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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