W il femminismo, W le femmine (e i maschi)
#LaCroce quotidiano del 12 dicembre 2017

di Emiliano Fumaneri

L’autrice di “Osservazioni di una mamma qualunque” torna con un nuovo titolo composto di luci e ombre, gioie e dolori: messa a tema, questa volta, è la differenza sessuale, ma anche tutto ciò per cui essa esiste, ossia l’intesa, originaria ed escatologica, tra uomini e donne. Il deposito del femminismo storico viene così raccolto (in quel poco che pure ne va salvato) e superato all’insegna di una prospettiva personalistica pacificata e pacificante come un bacio

p06-page-001-450x597 W il femminismo, W le femmine (e i maschi)Dopo il successo di “Osservazioni di una mamma qualunque”, ritorna in libreria un’autrice che non ha bisogno di presentazioni per i lettori della Croce: la regina Paola Belletti con Siamo donne. Oltre la differenziata c’è di più” (ancora nella collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio” di Berica Editrice).

Anche questo secondo libro, arricchito dalla brillante prefazione di Annalisa Sereni, non è tanto un saggio quanto un insieme di prose filosofiche, poetiche, narrative, giornalistiche attraverso cui Paola, col suo inconfondibile stile, propone una lettura in chiave femminile di quella ecologia integrale a cui papa Francesco ha consacrato una intera enciclica. Ha preso così forma un manifesto (articolato in quattro sezioni: ecologia femminile, ecologia famigliare, ecologia pro-life, ecologia spirituale) per donne orgogliose della propria femminilità, le uniche vere femministe. Non c’è femminismo, sostiene la Belletti, senza una ecologia del “cuore” umano. Da qui discende tutto il resto: ecologia ambientale, economica, sociale, culturale, etc. Per l’ecologia integrale “tutto è connesso” (“Laudato si’”, 117). L’unico nemico, in una tale prospettiva, è quella metafisica della separazione che costituisce il nucleo stesso del peccato.

E così Paola ci ha regalato un altro scritto profondo nato da un’esperienza di vita, coi suoi chiaroscuri. Nulla viene risparmiato: le luci come le ombre, le gioie come i dolori. È un libro dove il sapiente uso dell’ironia non alimenta alcuna fuga dalla realtà. Proprio per questa ragione appare così autentico, così poco “convenzionale” per i canoni di certa letteratura devozionistica. Il dolore non viene negato o, peggio ancora, banalizzato: le tragedie sono vere tragedie, le sofferenze sono vere sofferenze, le perdite sono vere perdite. Ma questo libro bellissimo testimonia come pochi altri che la speranza cristiana è una disperazione patita e superata. Non con le nostre povere forze umane, quanto con l’aiuto misterioso e immeritato della grazia. Spira forte, tra le righe, il respiro della gratitudine.

Paola Belletti sa, sente con gli occhi del cuore ancor prima che con i lumi della ragione, che tutto è dono di un Creatore benevolente. Una testa pensante, dunque, ma soprattutto un cuore orante, grande e profondo come un lago, capace di schiudere i propri tesori incastonandoli in autentici esercizi di stile. Al fortunato lettore sfileranno così sotto gli occhi veri e propri gioielli. È il caso di “Siamo donne”, il primo capitolo di questa storia di un’anima dove sapienza e bellezza letteraria si uniscono in un prodigioso equilibrio.

Ma Paola non ha solo cuore. Mostra di saper onorare anche il logos. Come quando individua, con notevole acume, le contraddizioni del tardocapitalismo: un capitalismo della seduzione che se da un lato eccita senza posa il lato selvatico del consumatore – per spingerlo all’acquisto delle merci – dall’altro lo esorta a un maniacale disciplinamento quando si tratta di gestire gli scarti del consumo di quelle stesse merci. Con una mano si violenta la natura, con l’altra la si sacralizza. Si è imposta così una sorta di «mistica del cassonetto» con la raccolta differenziata elevata a nuova religione secolare coi suoi dogmi intoccabili e i suoi infiniti precetti. Siamo indotti a pensare che sia l’amore per l’ambiente a dettare l’imperativo della raccolta differenziata. Ma qualcosa non torna.

Viene il sospetto che alla base di tutto vi sia una ideologia ambientalista che come tutte le ideologie serve a mascherare la vera natura dei rapporti economici. Più di un indizio concorre infatti ad indicare che quanto deve essere celato allo sguardo sia il cosiddetto “lavoro ombra”, costituito da tutte le attività che svolgiamo a titolo gratuito senza rendercene conto. Come fare benzina al self-service, utilizzare le casse automatiche al supermercato, montare i mobili dell’Ikea. La convenienza del lavoro ombra va tutta a vantaggio del venditore che in questo modo può scaricare sull’acquirente mansioni che rappresentano per lui un costo. Allo stesso modo non si può coltivare l’ossessione per la raccolta differenziata e poi restare indifferenti davanti alla strage che colpisce i cuccioli d’uomo con l’aborto.

Ogni capitolo del libro tuttavia va meditato con attenzione. Alcuni esempi. “Io e la mia vita” è una potente apologia della vita come dono di un Dio provvidente e creatore. Ogni vita è dono, ci dice Paola. Anche le vite considerate dai più come indegne di essere vissute. Paola che, come si sa, ha un figlio bellissimo ma seriamente malato, conosce a fondo, per esperienza diretta, il mistero del dolore nelle sue infinite e strazianti sfumature. Ma, come ci dice una delle tante schegge di luce del libro, «la fede è vedere senza vedere». Nell’oscurità, per grazia, Paola deve aver intravisto qualcosa: un mistero altrettanto innominabile, a cui accenna con infinita delicatezza attraverso poche semplici – ma incisive – parole che riproduco qui, con timore e tremore: la regola aurea consiste nel «lasciarsi amare e dipendere».

Un figlio malato è il testimone universale di un imperscrutabile disegno, un segno di carne posto lì, a ricordare che ognuno di noi è figlio, che ognuno di noi è bisognoso di essere amato, che ognuno di noi dipende dall’«amor che move il sole e l’altre stelle». È presenza viva che, interrogandoci senza posa, ci riporta alla nostra condizione di dipendenza originaria. Tutti infatti dipendiamo da qualcosa o da qualcuno: dall’aria che respiriamo come dai genitori che ci hanno messo al mondo.

La vera libertà, provvede a rammentarci Gustave Thibon, non sta nel rifiuto di ogni dipendenza. Giusto al contrario, siamo liberi quando dipendiamo da quanto amiamo. Pertanto dipendere da un Dio che ha l’amore come essenza è il vertice della libertà. La fragilità, con l’imperfezione, è il marchio della nostra condizione creaturale. Non a caso l’homo fragilis è scandalo e follia in un mondo alla disperata ricerca di una inaudita autocreazione. Dove regna il culto della performance va da sé che una vita non performativa è la peggiore delle bestemmie. È la cultura dello scarto più volte additata da papa Francesco, figlia di un antropocentrismo che divinizza la volontà umana al punto di non ammettere più alcuna fragilità.
Siamo agli antipodi delle terre dell’amore divino, nel pieno delle terre del nulla, in un mondo chiuso in se stesso, sanabile solo da un amore che accolga la vita senza condizioni, che faccia spazio alla vita ferita, che si chini sulla carne colpita dalla sventura.

Di questo amore così prossimo all’amore materno parla Paola. Con la sua nuda esistenza, la vita più inerme comunica una verità invisa al Narciso che alberga in ogni uomo. Implicitamente essa ci dice che l’unico insuccesso della vita consiste nel non lasciarsi amare. Si può essere falliti di successo. È il destino che attende l’uomo incapace di lasciarsi amare. Si trovasse pure ai vertici della scala sociale, egli avrà fallito nella sola competizione che davvero conti, estremo paradosso per cui il massimo successo di fronte al mondo corrisponde al massimo fallimento davanti a Dio. È sicuramente in questo senso che va interpretata la celebre frase di Léon Bloy: «Esiste una sola tristezza, quella di non essere santi».

“Ci sono cose che ci stanno strette” si sofferma sui guasti derivati da una visione del corpo ridotto a cosa di cui disporre oppure a merce da esibire. Al rifiuto del corpo come dono corrisponde una astratta corporeità vissuta come strumento da potenziare (il corpo come “vestito senziente”). Al contrario, avverte Paola, «dobbiamo di corsa ricordarci che siamo umani e che il corpo non è una prigione né una macchina sportiva. Una res più o meno extensa della quale crederci ostaggi né uno status symbol da esibire per entrare nella lista». “Davvero il mestiere più difficile del mondo” contrasta, come già aveva fatto Chesterton, la professionalizzazione della madre, sempre più coinvolta in un ingiusto corpo a corpo con le innumerevoli figure di “esperte in maternità”, chiamata a competere per aggiudicarsi il primo posto nella fornitura di “servizi familiari” di maggiore qualità.

“L’anima è intera” è invece un pezzo venato di lirismo. Nel mezzo di una meditazione sulla eccezionale forza d’animo di Bebe Vio, la giovanissima campionessa paralimpica di fioretto mutilata di gambe e braccia, Paola si slancia in un inno a quell’impasto di carne e spirito che è l’essere umano. Vale la pena di leggerne un estratto: «Quanta forza c’è nelle persone. Quanta magnifica bellezza c’è in noi, così carnali, corporei, sublimi. Quanta meraviglia. E il dolore, la malattia, la mutilazione sono come un accento di fuoco proprio sulla nostra povera carne; che allora grida forte e fa rizzare in piedi spiriti gagliardi. Oppure resta muta e nel suo ostensorio silenzioso lo stesso fa intuire che lì, nella carne di un bambino ammalato, nei pezzi di arti che non ci sono più brilla, brilla la nostra vera effigie, che è anche la Sua effigie».

“Attenzione ai prodotti editoriali pensati per (corrompere) le giovanissime” è una messa in guardia contro i guasti della maligna alleanza tra un certo femminismo e una certa “educazione all’affettività” che con la scusa di trincerarsi dietro i tecnicismi di un linguaggio solo apparentemente neutro finisce per veicolare una concezione degradante della persona umana.

“Ma per parlare di moda ci tocca ripartire da Adamo ed Eva? Meglio di sì” contiene un invito a non considerare l’abbigliamento attraverso due lenti egualmente distorte. La prima lente deformante si esprime nella vetrinizzazione del corpo – in particolare di quello femminile – propagata dalla pubblicità; la seconda lente alterata può essere rintracciata in quella soffocante precettistica che pretende di commisurare la modestia del vestiario ai centimetri di pelle coperta. Cosa scegliere tra la fiera delle vanità e la moda modesta? tra la frivolezza e la moralina? Entrambe, per un verso o per l’altro, avviliscono la bellezza della persona umana. Paola perciò propone una terza via invitando a riscoprire la magistrale lezione data da Karol Wojtyla in “Amore e responsabilità”. Bisogna ripartire da una visione integrata della persona umana, dove corporale e spirituale risultano fusi in una misteriosa unità. E soprattutto indica un approccio che esalta il pudore come «segnalatore di qualcosa di prezioso che vuole restare nascosto per via del suo valore e della sua bellezza».

Un libro, in buona sostanza, dove la dignità della persona umana è difesa in tutte le sue forme.

Paola stimola, fa pensare. La sua penna invita a meditare, in forma discreta e garbata, ma in maniera perentoria.

Come sempre succede quando le domande non girano intorno alle questioni ma vanno dirette all’essenziale con cuore, intelligenza e coraggio.

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Chi sono DirEst

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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