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Papa Francesco a Il Cairo: nel solco dei suoi predecessori

Papa Francesco a Il Cairo: nel solco dei suoi predecessori

di #DavideVairani

Il discorso di Papa Francesco pronunciato il 28 Aprile 2017 a Il Cairo ai partecipanti alla Conferenza Internazionale per la Pace al Conference Center di Al-Azhar si inserisce pienamente nel solco dei suoi predecessori.

“È un grande dono essere qui e iniziare in questo luogo la mia visita in Egitto, rivolgendomi a voi nell’ambito di questa Conferenza Internazionale per la Pace. Ringrazio mio fratello il Grande Imam per averla ideata e organizzata e per avermi cortesemente invitato. Vorrei offrirvi alcuni pensieri, traendoli dalla gloriosa storia di questa terra, che nei secoli è apparsa al mondo come terra di civiltà e terra di alleanze. Terra di civiltà. Fin dall’antichità, la civiltà sorta sulle rive del Nilo è stata sinonimo di civilizzazione: in Egitto si è levata alta la luce della conoscenza, facendo germogliare un patrimonio culturale inestimabile, fatto di saggezza e ingegno, di acquisizioni matematiche e astronomiche, di forme mirabili di architettura e di arte figurativa. La ricerca del sapere e il valore dell’istruzione sono state scelte feconde di sviluppo intraprese dagli antichi abitanti di questa terra. Sono anche scelte necessarie per l’avvenire, scelte di pace e per la pace, perché non vi sarà pace senza un’educazione adeguata delle giovani generazioni. E non vi sarà un’educazione adeguata per i giovani di oggi se la formazione loro offerta non sarà ben rispondente alla natura dell’uomo, essere aperto e relazionale”.

Giovanni Paolo II 19 agosto del 1985, rivolgendosi ai giovani musulmani a Casablanca disseIncontro spesso dei giovani, in generale cattolici. È la prima volta che mi trovo con dei giovani musulmani. Cristiani e musulmani, abbiamo molte cose in comune, come credenti e come uomini. Viviamo nello stesso mondo, solcato da numerosi segni di speranza, ma anche da molteplici segni di angoscia. Abramo è per noi uno stesso modello di fede in Dio, di sottomissione alla sua volontà e di fiducia nella sua bontà. Noi crediamo nello stesso Dio, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio che crea i mondi e porta le sue creature alla loro perfezione. È dunque verso Dio che si rivolge il mio pensiero e che si eleva il mio cuore: è di Dio stesso che desidero innanzitutto parlarvi; di Lui, perché è in Lui che noi crediamo, voi musulmani e noi cattolici, e parlarvi anche dei valori umani che hanno in Dio il loro fondamento, questi valori che riguardano lo sviluppo delle nostre persone, come pure quello delle nostre famiglie e delle nostre società, nonché quello della comunità internazionale. Il mistero di Dio non è la realtà più alta dalla quale dipende il senso stesso che l’uomo dà alla sua vita? E non è il primo problema che si presenta a un giovane quando riflette sul mistero della propria esistenza e sui valori che intende scegliere per costruire la sua crescente personalità? Da parte mia, nella Chiesa cattolica, porto la carica di successore di Pietro, l’apostolo che Gesù ha scelto per confermare i suoi fratelli nella fede. Dopo i papi che si sono succeduti senza interruzione lungo la storia, oggi io sono il vescovo di Roma, chiamato ad essere, tra i suoi fratelli del mondo, il testimone della fede e il garante dell’unità di tutti i membri della Chiesa. Pertanto, è come credente che oggi vengo a voi. È con molta semplicità che vorrei testimoniare, qui, quello in cui credo, quello che auspico per la felicità degli uomini miei fratelli e quello che, per esperienza, stimo essere utile per tutti. Credere in Dio”.

L’uomo è un essere spirituale – dice Papa Francesco oggi-. Noi, credenti, sappiamo che non viviamo in un mondo chiuso. Noi crediamo in Dio. Siamo degli adoratori di Dio. Siamo dei ricercatori di Dio. La Chiesa cattolica guarda con rispetto e riconosce la qualità del vostro cammino religioso, la ricchezza della vostra tradizione spirituale”.

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A margine del viaggio In egitto di Papa Francesco

A margine del viaggio In egitto di Papa Francesco

di #DavideVairani

“Il viaggio del Papa in Egitto è stato, da qualsiasi angolo lo si voglia giudicare, un successo”. E’il giudizio complessivo che ne da’ il Prof. Massimo Borghesi su “La Stampa” del 30 Aprile 2017 (“Dopo il viaggio in Egitto. Le critiche al Papa tra malafede e mistica). Stimo profondamente Borghesi e devo dire che personalmente sono sostanzialmente in accordo.

“Francesco ha intrapreso il suo viaggio, a tre settimane dalle stragi della Domenica delle Palme, a Tanta, a nord del Cairo, e ad Alessandria – scrive Borghesi-. Lo ha fatto perfettamente consapevole dei rischi per la sua incolumità. È stato ripagato da un’accoglienza calorosa, colma di gratitudine da parte dei cristiani copti ortodossi, cattolici, dagli stessi musulmani. L’incontro con il presidente Abdel Fattah al Sisi, il grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyib e il patriarca copto Tawadros, ha costituito un evento storico. Alla Conferenza internazionale sulla pace, promossa dall’Università islamica di Al-Azhar, il Papa ha parlato con forza contro la legittimazione della violenza da parte della religione. ‘Egli – ha affermato Francesco – è Dio di pace, Dio salam. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome. Insieme, da questa terra d’incontro tra Cielo e terra, di alleanze tra le genti e tra i credenti, ripetiamo un ‘no’ forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica’.

Collocate in terra d’Egitto queste parole, dette da un Papa che ha sempre distinto tra l’Islam e le sue patologie, sono risuonate come un sostegno a tutti coloro che, nel mondo musulmano, non si riconoscono nella brutalità del terrorismo religioso. Un sostegno, innanzitutto, al presidente Al Sisi e all’imam Al Tayyib nel loro sforzo di purificare, anche sul terreno dell’educazione, l’Islam dalle sue deviazioni. Appena un mese fa l’Università di Al-Azhar ha pubblicato una Dichiarazione sulla cittadinanza e la coesistenza, un documento di grandissima importanza in cui si dissociano, per la prima volta, i diritti di cittadinanza, eguali per tutti, dall’appartenenza religiosa.

Un documento che segue a quello, altrettanto importante, degli ulema del Marocco, sull’apostasia, nel quale viene riconosciuta la libertà di cambiare fede religiosa senza incorrere in pene di carattere civile”. Il mondo islamico, percosso dalla violenza del fondamentalismo islamista, è in movimento. Il viaggio del Papa in Egitto aveva certamente tra i suoi scopi quello di sostenere questo ‘movimento’, di incoraggiarlo al fine di ritrovare il volto del Dio della misericordia, l’unico che consente l’incontro, il dialogo, il rispetto tra tutte le comunità religiose, senza alcun sincretismo.

Allo stesso modo il Papa pellegrino ha voluto sostenere la Chiesa copto-ortodossa, vittima degli attacchi e delle persecuzioni. In modo particolare dopo la defenestrazione dei Fratelli musulmani dell’ex presidente Morsi. Il suo sostegno si colloca dentro l’’Ecumenismo del sangue’ che, dopo secoli di distanze, viene ora abbattendo i muri di indifferenza che separavano i copti ortodossi dai cattolici. Come ha detto Francesco: ‘Quanti martiri in questa terra, fin dai primi secoli del Cristianesimo, hanno vissuto la fede eroicamente e fino in fondo versando il sangue piuttosto che rinnegare il Signore e cedere alle lusinghe del male o anche solo alla tentazione di rispondere con il male al male. Ben lo testimonia il venerabile Martirologio della Chiesa Copta. Ancora recentemente, purtroppo, il sangue innocente di fedeli inermi ci unisce’. Questa comunione spirituale ha ora raggiunto un traguardo di grandissima importanza. Francesco e Tawadros II hanno firmato una dichiarazione congiunta che riconosce un unico battesimo per le due Chiese e sopprime l’usanza, invalsa nella Chiesa copta dei tempi moderni, di ribattezzare coloro che provenivano dal cattolicesimo. La via dell’unione fraterna è così realmente tracciata. In tal modo il viaggio di Francesco ha aperto lo sguardo del mondo su un modello possibile di coesistenza amichevole tra musulmani e cristiani e sulla comunione tra cattolici ed ortodossi. Una sorta di miracolo che ha preso piede in una terra, l’Egitto, che rappresenta da sempre un faro di civiltà per il mondo islamico e un esempio, di fatto, di coesistenza tra musulmani e cristiani”.

Una lettura che condivido, indipendentemente dagli effetti reali che che questo viaggio potrà portare concretamente all’interno del mondo islamico (solo la storia ce lo potrà dire).

Quello che mi convince meno dell’analisi di Borghesi è il passaggio successivo.

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Francia, Fusaro: ”Le Pen e Melenchon parlano di popolo. Da Fillon o stupidità o tradimento”

Francia, Fusaro: ”Le Pen e Melenchon parlano di popolo. Da Fillon o stupidità o tradimento”
di Stefano Ursi per “IntelligoNews”

La Francia si prepara al secondo bivio, quello decisivo, il ballottaggio: lo scontro è, come molti avevano previsto, fra Emmanuel Macron (En Marche) con il 23,75% e Marine Le Pen (FN) con il 21,53%.

Con Fillon (Les Republicaines) e Hamon (Parti Socialiste) che hanno già manifestato la propria intenzione di voto per Macron. Ma non Melenchon (LFI) che ha lasciato libertà assoluta ai propri sostenitori. Chi la spunterà e soprattutto quale dato emerge dalla prima tornata elettorale francese?

Così a IntelligoNews il filosofo Diego Fusaro: ”Dicotomia netta fra élite mondialiste, che vogliono il proprio personaggio Macron e dall’altra parte il partito nazional-populista, sostenuto dalle classi popolari, lavoratrici, subalterne, gli sconfitti dell mondializzazione, che è quello di Le Pen”.

Quale dato dal primo turno delle presidenziali francesi?

”E’ evidente come si sia creata una dicotomia netta fra élite mondialiste, che vogliono il proprio personaggio Macron e dall’altra parte il partito nazional-populista, sostenuto dalle classi popolari, lavoratrici, subalterne, gli sconfitti dell mondializzazione, che è quello di Le Pen”.

Si può riassumere il momento con questa frase di Gramsci: ”Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda ad arrivare. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”?

”Certamente e io userei ancora un’altra categoria di Gramsci: ‘Il vecchio fatica a morire e il nuovo fatica a nascere’. Questa è la sofferenza che stiamo provando, perché l’élite sta facendo di tutto per far in modo che non avvenga in Francia quanto avvenuto con Brexit e Trump, e per evitare che prevalga il voto di quelli che la Clinton ha definito ‘la massa dei deplorevoli’, cioè lavoratori e classi popolari, che nel loro sogno non devono vincere mai”.

In molti dicono che nella scelta di Fillon di sostenere Macron al secondo turno ci sia anche, in parte, il peso della propria vicenda giudiziaria. Secondo Lei?

”Forse anche quello. La domanda da porsi nel caso specifico, però, è quella storica: stupidità o tradimento?”

Stupisce il risultato di Melenchon?

”La cosa interessante di questo candidato è che segna una svolta anche in quella che un tempo si chiamava la sinistra, perché ha iniziato a tirare fuori parole che non si sentivano più: come popolo, per esempio. Una parola per la quale, negli ultimi venti anni, in quel campo c’è stato orrore, tanto da darne la definizione di populista, razzista e xenofobo. Ora, invece, si è capito che con quella parola si gioca la partita, fra élite e popolo, nel quale ci sono i lavoratori ma anche i ceti medi in fase di disgregazione. Mi pare sia oggettivamente provato che ogni qualvolta pronunciava la parola popolo i consensi salivano, mentre quando usava le categorie classiche della sinistra radical chic i voti scendevano”.


A Parigi e nell’hinterland Le Pen si piazza solamente quarta. Francia profonda e popolare contro Francia cosmopolita e multiculturale?

”E’ evidente come Parigi sia più soggetta ai processi sradicanti della mondializzazione rispetto ad altre città, al ritmo glamour e cool della mondializzazione capitalistica, e dunque voti quasi in maniera irriflessa i suoi esponenti di riferimento. Le metropoli in genere sono quelle più facilmente permeabili da questi meccanismi, nelle campagne dove c’è ancora il radicamento ai valori della terra o nei luoghi dove la mondializzazione più difficilmente riesce ad arrivare, è meno facile che prevalga immediatamente”.

Il voto della popolazione immigrata è già determinante?

”Difficile dire, visto che la Francia ha una vicenda tutta sua in tema di immigrazione. Se parliamo dei nuovi ancora non è dato sapere, se si parla delle generazioni precedenti mi pare, salvo errore, che votino Le Pen principalmente, in quanto classi perlopiù subalterne”. Macron dice: ”A chi si unisce a me non chiedo da dove viene”.

Come lo commenta?

”Come un’affermazione elettorale, per acchiappare qualche altro voto. Non chiede ad altri da dove vengano però non dice loro nemmeno dove li vuole portare: nella pentola del mondialismo sradicante e classista. Questo è il vero non detto”. Pronostico sul secondo turno: chi la spunterà? E poi sarà europeisti contro antieuropeisti? ”Sì, ma il vero discrimine per me sarà élite e popolo. Vedremo chi la spunta: se la spunta l’élite, vuol dire che il popolo è ancora impreparato a tutelare i propri interessi”.

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Don Giussani e quella “strana compagnia”

Don Giussani e quella “strana compagnia”

In questi giorni in libreria, il primo volume di una nuova collana, “Cristianesimo alla prova”. Raccoglie gli interventi di don Luigi Giussani agli Esercizi spirituali della Fraternità di CL.

Eccone alcune pagine, in anteprima.

L’uomo che incomincia a capire che il suo essere, la sua personalità è appartenere a un Altro è un uomo diverso. Ci potrebbe essere un’analogia lontanissima, però attraente e patetica: quando una ragazzina è sbandata, smarrita, depressa e inquieta, e incontra il ragazzino che le dice: «Io ti voglio sposare», quella stessa ragazzina – quanti casi, amici miei, ci sono noti – da un giorno all’altro è un’altra, è un altro essere, è un’altra persona; da quando percepisce che la sua vita appartiene a un altro, la sua vita, la sua personalità cambia, cioè manifesta la potenzialità che prima era come bloccata nel profondo.

Bene, è una lontanissima analogia di quello che capita all’uomo che ha coscienza d’appartenere a Cristo, a Dio: «io» vuol dire «appartenenza a Te», perché Tu sei tutto di me, sei il Signore, io Ti appartengo anche con tutto il seguito doloroso dei miei errori e dei miei tradimenti, e questo si chiama misericordia e perdono, perché Tu li bruci continuamente e li distruggi e io sono continuamente nuovo in questo riconoscimento di Te, mio Signore, cui appartengo, tutto, anche dunque nei miei errori. Ora, è talmente diverso un uomo sul cui orizzonte c’è l’albore e l’aurora di questo sole, è talmente un essere diverso, che Gesù, discutendo con un professore d’università dei suoi tempi, un pezzo grosso, un “barone” molto importante, gli ha detto: «Se uno vuole entrare nel regno di Dio», cioè se uno vuole capire la verità – era un professore universitario, la verità doveva interessarlo -, se uno vuole entrare nella verità, «deve nascere di nuovo».

Nascere di nuovo! E l’ha detto in un modo così deciso, che quello, che si chiamava Nicodèmo – terzo capitolo di san Giovanni -, gli ha detto: «Oddio, ma come faccio a nascere di nuovo? Debbo forse rientrare nel ventre di mia madre per nascere di nuovo, adesso poi che sono vecchio?». E Gesù non dice di no, dice soltanto che non è quello il modo, l’espressione unica della realtà, c’è una realtà più profonda: «Quel che nasce dalla carne è carne, ma quel che nasce dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se ti dico: bisogna nascere di nuovo. Guarda il vento: tu non sai donde venga, né dove vada, ma ne odi la voce.

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