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Non si vive di rimpianti

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Non si vive di rimpianti

Riprendo un frammento di una vecchia intervista del giornalista di “Tempi”, Rodolfo Casadei, ad Eugenio Borgna, noto psichiatra italiano.

DOMANDA: Lei distingue il rimpianto dalla nostalgia, e scrive che non si può vivere senza nostalgia.

«Nel rimpianto si rimpiange qualcosa che non c’è più, e quello che si rimpiange si cerca disperatamente di cancellarlo dalla memoria, mentre quello di cui si ha nostalgia continua a vivere nella memoria, e a dare un senso alla vita».

Ma questo trasformare il passato in un eterno presente, che è ciò che fa la nostalgia, non è fonte di una tristezza senza fine che impedisce di vivere?

RISPOSTA: Ogni esperienza emozionale complica la vita. Se io vivo senza pensare al mio passato, alle delusioni e ai fallimenti che ho avuto, vivo nel presente senza complicazioni.

Ma Agostino ci dice che noi realizziamo una vita dotata di pieno senso soltanto se presente, passato e futuro sono presenti in noi.

Se le cose che abbiamo vissuto nel passato e che vorremmo cancellare non rimangono invece con alcune loro tracce anche nel cuore delle esperienze che facciamo oggi, non solo tali esperienze non hanno la pienezza del tempo interiore di cui Agostino parlava, ma senza la nostalgia, cioè senza un presente animato dal passato, noi non siamo nemmeno in grado di vivere il futuro nella sua promessa di pienezza e di grazia.

Tant’è vero che Gabriel Marcel ha scritto che la speranza è memoria del futuro.

Nella misura in cui noi non perdiamo il significato umano e psicologico, positivo o negativo che sia, delle cose che abbiamo vissuto, noi riusciamo a proiettare nel futuro le nostre aspirazioni più profonde.

Le speranze che ci si aprono davanti sono infiltrate dalle esperienze del passato che continuano a vivere in noi.

Rimpianti e nostalgie sono sentieri aperti, anche se dolorosi, che rendono il presente più completo e intenso e che ci consentono di avere orizzonti di futuro più ampi e più creativi.

(Tempi, 28 giugno 2015)

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A 5 anni affidata a musulmani che la convertono a forza

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A 5 anni affidata a musulmani che la convertono a forza

di Renato Farina

“Libero” del 29 Agosto 2017

A Londra era ovvio sarebbe accaduto.

Lì sono accettati e ben­edetti una sessantina di tribunali autog­estiti dagli islamici che amministrano la “loro” giustizia applicando la sharia.

Perché stupirsi se due famiglie islamic­he a cui è affidata una bambina cristiana di cinque anni, la privano a forza del­le cose che le sono più care, il cibo de­lla mamma e il bacio a Gesù?

Capiterà an­cora, a Londra.

E da noi?

Per ora ci acc­ontentiamo di privare i nostri bambini di presepe e canti na­talizi, e nelle mense si rinuncia al mai­ale, per non creare problemi.

Il problema in realtà è proprio in questa rinuncia a noi stessi.

L’isl­am, quello che si sta sperimentando nelle periferie di Londr­a, in compenso non rinuncia a nulla, è in fase di conquista.

A raccontarlo è stato il Times, che non è un giornale scanda­listico, e finora av­eva digerito molte notizie nelle sue pag­ine senza fare un pl­issé, come da copione conservatore brita­nnico.

Stavolta i gi­ornalisti si sono st­ropicciati la giacca e slacciata la crav­atta.

Un funzionario addetto al soccorso dei bambini in diff­icoltà, mantenendo l’anonimato per paura di ritorsioni, non ha voluto tenersi qu­esta pietra sul petto e ha fornito docum­enti di un tentativo legale di succhiare l’anima ai bambini.

Non si può definire diversamente quanto ha dovuto sopportare la piccola di cui non si sa il destino odierno.

Il testimone racconta di aver ascoltato la confessione della figliola in lacrime, ancora impaurita e tremante.

La bambin­a, chiamiamola Rose, era stata strappata dai servizi sociali ai genitori litigio­si e, per tutelarla, oddio cosa tocca sc­rivere, era stata af­fidata nel giro di sei mesi a due famigl­ie islamiche.

Lei è battezzata, cristian­a, porta il crocefis­so. Anzi portava la catenina con la croc­e, poiché le è stata levata dai genitori affidatari (con il sostegno economico de­llo Stato).

Prima di tutto hanno esamina­to il pacchetto anco­ra caldo, emanante un profumo sospetto, che la mamma di Rose le aveva consegnato come piccolo dono alla sua partenza: era un piatto di pasta alla carbonara.

C’e­ra la pancetta, il maiale, via, buttata con schifo.

Poi è to­ccato al segno relig­ioso, via, qui non si porta al collo nul­la di blasfemo.

Sopr­attutto era proibito anche solo nominare il Natale e la Pasq­ua: “Sono feste stup­ide”.

Le donne indos­savano per uscire il niqab (il velo nero integrale che però lascia una fessura per gli occhi) o il burka. In casa si è spiegato – le rare vo­lte che vi si parlava inglese – che “le donne cristiane sono ubriacone”. Qualcuno ha avvertit­o.

Quanto accaduto è stato un incidente, frutto di un deprec­abile errore materia­le. Le regole stabil­ite dal ministero di Sua Maestà prevedono infatti di assegna­re i bambini, strapp­ati per la loro sicu­rezza alla famiglia di origine, in ambie­nti culturalmente e religiosamente omoge­nei.

Ma il problema non è aver sbagliato l’indirizzo nel tra­sferire la bambina, la questione tragica è che ci sono in gi­ro famiglie-lupo le quali non hanno idea di che cosa voglia dire il rispetto del­l’altro.

E che famig­lie di questo genere siano una normalità multiculturale, pe­rché la loro religio­ne ha insegnato a es­sere così, a quanto pare.

Nei secoli scorsi è capitato, ed è stata una colpa terribile, che bambini ebrei venissero battezzati a forza, strappati alla loro comunità e collocati in una so­rta di orfanotrofio apposito.

E di questo è bene vergognarsi ancora.

Ma poi si cresce.

La nostra soc­ietà dovrebbe aver recepito l’idea non solo di tolleranza, ma di stima e rispett­o.

Avere un bambino in affido è il compito più difficile e bello che si assumono le famiglie coraggiose.

Si tratta di dare tutto e non portare via nulla, neppure la pretesa di una bri­ciola d’affetto.

Non è come l’adozione, la creatura non dive­nta figlio per sempr­e.

Si sa che il raga­zzino o la ragazzina, che arriva da situ­azioni di sofferenza d’ogni genere, dovr­à, se tutto va bene, tornare ai propri genitori. Conosco pad­ri e madri così, e li riconosci per stra­da: sono fluorescent­i, hanno un modo div­erso di essere, capi­sci che se cadi, ti tirano su.

Se prendo­no in famiglia un pi­ccolo musulmano (cap­ita raramente, ma ac­cade) rispettano fino in fondo la sua identità, non lo obbli­gano certo ad assorb­ire le regole religi­ose di casa.

Ora ecco che questa generosità paterna e materna così carica di sacrificio, ma che dà spazi di gioia senza paragone, è stata trasformata nel suo opposto.

Nella società aperta, dove tutto è ufficialmen­te di uguale dignità, c’è che ci entra per abusarne.

Viene accettato nella sua diversità di cultura, lingua, religione, e va bene così.

Ma poi concepisce se ste­sso come l’unico amb­ito di civiltà, chiu­de le porte della sua casa e lì dentro non vige più nessun rispetto e nessuna li­bertà: e soprattutto chiude il sorriso dei bambini, imponendo la sua visione cupa dell’esistenza.

Viene in mente Karl Popper, il teorico della società aperta, il filosofo a cui molti sostenitori del multiculturalismo si appoggiano.

Scris­se nel suo libro più famoso, La società aperta e i suoi nemi­ci:

“Se estendiamo l’illimitata tolleran­za anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo dispos­ti a difendere una società tollerante co­ntro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saran­no distrutti, e la tolleranza con essi…

Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intoller­anti”.

Non è un gioco di parole, ma una questione di sopravv­ivenza.

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Arrivederci Gloria

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Arrivederci Gloria…

L’ultimo addio a Gloria, la giovane di Frosinone, barbaramente uccisa e lasciata morire su una piazzola della Monti Lepini a Prossedi.

Non dimenticherò il tuo sguardo. 

Vi ricordate di Gloria? 

Leggi qui (clicca): “Non abbiamo il coraggio di sostenere uno sguardo

La bara bianca è stata portata a spalla ed il corteo di parenti ed amici l’ha accompagnata nel suo ultimo viaggio terreno sino alla chiesa della Sacra Famiglia dove sono state celebrate le esequie.

Vi lasciamo all’intervista-testimonianza del sacerdote che ha officiato il rito funebre, vicino, con la sua associazione “Il Giardino delle Rose Blu”, alla famiglia, Don Ermanno D’Onofrio.

 

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Il Ministero della Verità: tentazione sempre presente

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Ministero della Verità: tentazione sempre presente. 

#DavideVairani

ll Ministero della Verità (miniver, in neolingua) è il luogo in cui la storia viene ogni giorno riscritta, per adeguarla alla Verità del partito, rimuovere.

Così accade nel celebre “1984” di George Orwell. Scritto nel 1948, “1984”  descrive una ipotetica società del futuro dominata da tre super-stati e da un sistema di controllo sociale alienante ed invasivo incarnato dal fantomatico Grande Fratello.

Romanzo di fantascienza o profezia di un futuro prossimo a venire?

George Orwell – al secolo Eric Arthur Blair – fu giornalista, scrittore e attivista politico scozzese. Nacque in una colonia britannica indiana nel 1903. Dopo alcuni anni trascorsi a sostenere la ideologia marxista, dovette prendere atto dei limiti della corrispondente espressione politica, assistendo ai risvolti tragici del totalitarismo stalinista.

Nel 1946 scrisse di sé: “Ogni riga che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata pensata contro ogni totalitarismo ed a favore del socialismo democratico.”

I totalitarismi di oggi nel Vecchio Continente non hanno certamente le forme e le sembianze di quanto sperimentato nel corso della storia del Novecento.

Sono più sottili, ma altrettanto invasivi. L’obiettivo è sempre lo stesso: il Potere.

E il primo passo in ogni fora di totalitarismi è la medesima: la censura e il controllo dell’informazione. 

A leggere i giornali in questi giorni, viene da pensare che in Italia non siamo poi così distanti da quanto Orwell descriveva nel 1948.

L’idea di instaurare un controllo della stampa e del web da parte del Potere è una tentazione che spesso esce allo scoperto.

Il ministro Orlando e il presidente Boldrini non hanno certamente il viso mefistotelico dei cattivi da film. Eppure viene da loro la proposta di controllare l’informazione.

La scusa?

Basta insulti e basta discriminazioni!

Nobile sentimento li anima. Che bella una società dove tutti si amano, la pensano allo stesso modo e si mandano bacini bacini sui social.

Peccato che sia una utopia.

In nome del politacally correct, nessuno dovrà mai osare contraddire il Potere. Già, perché in questa utopistica e ideologica società del love is love chi deciderà cosa si può o non si può dire?

Il Potere – ovviamente -. E con il Potere, tutti coloro che rappresentano il politacally correct.

Tranquilli: non vedrete carri armati girare per le strade e nemmeno vedrete loschi figuri seguirmi per strada come nei film di spionaggio. Sarà tutto più semplice. 

Siamo complottisti deliranti da overdose di film di fantascienza? Winston Smith lavorava al Ministero della Verità.

Oltre al Ministero della Verità che si occupava dell’informazione, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti, l’apparato governativo era costituito dal Ministero dell’Abbondanza, responsabile degli affari economici, dal Ministero dell’Amore che manteneva la legge e l’ordine pubblico, e dal Ministero della Pace che si occupava della guerra contro i nemici della comunità.

Gli slogan del partito unico del Grande Fratello erano: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.

Il compito di Winston consisteva nel correggere articoli o notizie pubblicate anche anni prima che non collimavano più con la linea politica attuale dettata dal Grande Fratello. Una volta apportate le rettifiche, il numero del giornale,della rivista o del libro veniva ristampato e la vecchia copia assieme ad ogni traccia dell’avvenuta correzione era gettata in feritoie ubicate in ogni parte dell’edificio ministeriale e soprannominate buchi della memoria dove le fiamme la distruggevano. Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato.

La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva.

Da qualche parte stavano i cervelli pensanti, rigorosamente anonimi, che coordinavano il tutto e fissavano le linee politiche che imponevano di preservare, falsificare o distruggere un determinato frammento del passato. Nel frattempo altri dipartimenti del ministero si occupavano di letteratura, musica, teatro e divertimenti in genere per il proletariato.

Vi si producevano giornali-spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette sentimentali.

Nelle pagine qui sotto, leggiamo di una giornata di lavoro di Winston, protagonista di 1984 di Orwell.

“Emesso il profondo, inconscio sospiro che nemmeno la vicinanza del teleschermo riusciva a fargli reprimere quando iniziava la sua giornata di lavoro, Winston diresse verso di sé il parlascrivi, soffiò via la polvere dal microfono e inforcò gli occhiali, quindi srotolò e fissò insieme quattro cilindretti di carta già caduti dal tubo della posta pneumatica che si trovava sul lato destro del suo tavolo.

Nelle pareti del cubicolo si aprivano tre orifizi: a destra del parlascrivi, un piccolo tubo pneumatico per i messaggi scritti, a sinistra un tubo più grande per i giornali, e al centro, ad agevole portata del braccio di Winston, un’ampia feritoia oblunga protetta da una grata metallica. Quest’ultima serviva a eliminare la carta straccia.

Nell’intero edificio vi erano migliaia, anzi decine di migliaia di feritoie simili, ubicate non solo nelle singole stanze, ma anche nei corridoi, non troppo distanti l’una dall’altra. Per chissà quale motivo le avevano soprannominate “buchi della memoria”. Quando qualcuno sapeva che un certo documento doveva essere distrutto, oppure vedeva per terra un pezzo di carta in tutta evidenza gettato via, automaticamente sollevava il coperchio del buco della memoria più vicino e ve lo lasciava cadere dentro, dove un vortice di aria calda l’avrebbe trasportato fin nelle enormi fornaci nascoste da qualche parte nei recessi del fabbricato.

Winston esaminò i quattro ritagli di carta che aveva srotolato. Ciascuno conteneva un messaggio più lungo di una, due righe, redatto in quella specie di gergo tutto fatto di abbreviazioni (scritto non proprio in neolingua, anche se costituito per la massima parte di parole in neolingua) che al Ministero impiegavano a uso interno. I messaggi erano i seguenti: times 17.3.84 discorso granfrat africa malriportato rettificare times 19.12.83 refusi previsioni pianotrienn quartoquarto 83 refusi verificare numero corrente times 14.2.84 miniabb cioccolato malriportato rettificare times 3.12,83 relaz ordinegiorno granfrat arcipiùsbuono rifer at nonpersone riscrivere totalm anteregistr sottoporre autsup

Con un debole senso di soddisfazione, Winston mise da parte il quarto messaggio: era un affare di responsabilità, complicato, che era meglio sbrigare per ultimo.

Gli altri tre erano roba di ordinaria amministrazione, anche se il secondo avrebbe probabilmente comportato la noiosa consultazione di colonne e colonne di cifre.

Winston digitò “numeri arretrati” sul teleschermo e chiese le copie del «Times» che gli occorrevano e che dopo qualche minuto scivolarono giù dal tubo pneumatico. I messaggi che aveva ricevuto si riferivano ad articoli o notizie che per una qualche ragione si era ritenuto necessario cambiare o, come si diceva ufficialmente, rettificare. Dal «Times» del 17 marzo, per esempio, si evinceva che il Grande Fratello aveva previsto, nel discorso tenuto il giorno prima, che il fronte dell’India meridionale sarebbe rimasto calmo, mentre nell’Africa del Nord ci sarebbe stata presto un’offensiva eurasiatica.

Pareva, però, che l’Alto Comando eurasiatico avesse scatenato l’offensiva nell’India meridionale e lasciato in pace l’Africa del Nord. Era quindi necessario riscrivere un passo del discorso del Grande Fratello in modo da fargli prevedere quello che era poi accaduto. Altro esempio: il «Times» del 19 dicembre aveva pubblicato le previsioni ufficiali relative alla produzione di svariati beni di consumo negli ultimi tre mesi del 1983, col quale si concludeva anche il secondo anno del Nono Piano Triennale. Il giornale di oggi riportava i dati della produzione effettiva, dai quali traspariva che le previsioni erano grossolanamente errate, in ogni dettaglio. Il compito di Winston consisteva nel rettificare i dati originali, facendoli coincidere con quelli odierni.

Quanto al terzo messaggio, esso faceva riferimento a un errore molto semplice, che si poteva sistemare in due minuti. Pochissimo tempo prima, a febbraio, il Ministero dell’Abbondanza aveva promesso (le fonti ufficiali avevano parlato di “categorico impegno”) che nel corso del 1984 non ci sarebbe stata alcuna riduzione nel razionamento del cioccolato. In realtà, come Winston sapeva bene, per la fine della settimana la razione di cioccolato sarebbe stata ridotta da trenta a venti grammi: bastava sostituire alla promessa originaria l’avvertenza che forse per il mese di aprile si sarebbe dovuti ricorrere a una riduzione della razione di cioccolato.

Finito che ebbe con questi tre messaggi, Winston attaccò con una graffetta a ogni specifica copia del «Times» le correzioni dettate al parlascrivi, dopodiché le spinse nel tubo. Poi, con un movimento ormai divenuto quasi inconscio, accartocciò i messaggi originali e qualsiasi appunto che aveva personalmente preso e li fece cadere nel buco della memoria, dove le fiamme li avrebbero divorati.

Sapeva soltanto approssimativamente quello che accadeva nel labirinto invisibile al quale portavano i tubi pneumatici. Una volta che fossero state raccolte e ordinate tutte le correzioni che si erano imposte per un particolare numero del «Times», il numero in questione veniva ristampato, mentre la copia originale veniva distrutta e sostituita negli archivi da quella nuova. Un simile processo di alterazione continua non era applicato solo ai giornali, ma anche a libri, periodici, manifesti, film, commenti sonori, cartoni animati, fotografie, insomma a ogni scritto o documento passibili di possedere una qualche rilevanza politica o ideologica. Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. In tal modo si poteva dimostrare, prove documentarie alla mano, che ogni previsione fatta dal Partito era stata giusta; nello stesso tempo, non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. In nessun caso era possibile, una volta portata a termine l’opera, dimostrare che una qualsiasi falsificazione avesse avuto luogo. La sezione più ampia dell’Archivio, di gran lunga più grande di quella in cui lavorava Winston, era formata da persone il cui unico compito consisteva nel reperire e acquisire tutte le copie di quei libri, giornali o altri documenti che, essendo state sostituite, era necessario distruggere.

Un numero del «Times» che era stato forse riscritto una dozzina di volte a seguito di cambiamenti nella linea politica o in conseguenza di profezie errate del Grande Fratello era ancora lì, in archivio, con la sua data originaria, e non esisteva nessun’altra copia che potesse contraddirlo.

Anche i libri venivano ritirati e riscritti in continuazione, poi ristampati senza ammettere che vi fosse stato apportato un qualsiasi cambiamento. Perfino le istruzioni scritte che Winston riceveva e delle quali si sbarazzava non appena non gli servivano più non affermavano mai, né lasciavano dedurre, che si dovesse compiere un qualsiasi atto di falsificazione: facevano puntualmente riferimento a lapsus, errori tecnici, citazioni imprecise, errori di stampa che dovevano essere corretti per amore della precisione.

In realtà, pensò Winston mentre rimetteva a posto le cifre fornite dal Ministero dell’Abbondanza, non si trattava neanche di falsificazione, ma solo della sostituzione di un’assurdità con un’altra. La massima parte del materiale col quale avevate a che fare non aveva relazione di sorta con alcunché nel mondo reale, nemmeno quel tipo di rapporto che perfino la menzogna esplicita può vantare. Le statistiche, tanto nella loro versione originaria che in quella rettificata, erano un puro e semplice parto della fantasia. In molti casi ve le dovevate cavare dal cervello da soli. Le proiezioni fatte dal Ministero dell’Abbondanza, per esempio, avevano fissato a 145 milioni di paia la produzione di scarpe per il trimestre in corso. Era poi pervenuta la notifica che la produzione effettiva era stata di 62 milioni. Winston, tuttavia, nel riscrivere la proiezione, aveva ridimensionato la cifra portandola a 57 milioni, in modo che si potesse dire, come al solito, che si era andati oltre la cifra stabilita. In ogni caso, 62 milioni era una cifra che non si accostava alla verità più di 57 o 145 milioni. Con ogni probabilità, non era stato prodotto neanche un paio di scarpe. Con probabilità anche maggiore, nessuno sapeva, né gli importava granché saperlo, quante paia di scarpe fossero state prodotte. Quello che tutti sapevano era che ogni trimestre veniva prodotto sulla carta un quantitativo astronomico di scarpe, mentre una buona metà della popolazione dell’Oceania andava a piedi nudi. Lo stesso valeva per ogni tipo di dato, piccolo o grande, per il quale esistesse una qualsiasi documentazione. Tutto svaniva in un mondo fitto di ombre, nel quale diventava incerto perfino in che anno si fosse”. 

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Madda, dimmelo, dov’è Dio?

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Le Lettere di Maddalena – Madda, dimmelo, dov’è Dio?

di Maddalena Fabbri* -25 Agosto 2017 – Blog “Come Gesù”

Negli ultimi mesi, amici, amiche e conoscenti mi hanno rivolto questa domanda. Il motivo c’è: siamo stati spettatori di episodi dolorosissimi di vita, capaci di far tremare i polsi anche a una statua di ghiaccio.

Il 2017 è stato un anno durissimo, e ancora non è finito. Una serie impressionante di lutti. Un’amica cara, malata di cancro da anni, con un bimbo piccolo, è volata in Cielo. Pochi giorni prima è mancato il marito, per la stessa malattia. Il loro bimbo ha perso entrambi i genitori nel giro di un mese. Questa storia ha toccato da vicino me e amiche comuni. Poi c’è stato un amico di mio padre, poi un altro ancora (cui sono legati ricordi della mia infanzia). Persino la cartolaia “di zona”, amica di mia madre (mi ha visto crescere) è morta improvvisamente. Che dire degli attentati, della guerra in Siria, dei bimbi uccisi? Che dire di quello che è accaduto recentemente a Barcellona, in Finlandia, in Germania?

Madda, dov’è Dio? Premessa: sono “la Madda”. Non una teologa fine, né una filosofa. Sì, ho fatto il liceo e l’Università, ma la vita mi ha portata da un’altra parte. Passo le giornate dimenticandomi degli appuntamenti dal pediatra, cercando di seguire i compiti dei miei figli, continuando a riempire il frigorifero che si svuota alla velocità della luce (forse dentro c’è un mostro che si alimenta di salame e prosciutto), chiacchierando con le amiche al telefono mentre cerco di stirare in modo quasi decente (chiaro che poi non possa lamentarmi dei dolori alla cervicale). Ci sono i bimbi da accompagnare a catechismo, alle lezioni di judo, agli incontri scout. Ci sono le riunioni a scuola, i tentativi di non bruciare l’arrosto….

Confesso, quasi mi stupisco quando mi viene fatta questa domanda. Perché mi chiedi questo, amica? Perché a me? Con quale autorità posso risponderti? Nessuna, direi. Poi penso. E ripenso. Sono una convertita.

Ho passato più di vent’anni a pormi anche io, lo stesso, identico interrogativo; ho passato anni ed anni con tanta amarezza dentro, davanti agli episodi di dolore cui ho assistito. Dove sei, Signore? Non siamo ipocriti. Ci si commuove, alle notizie dei bimbi che muoiono in Siria. Ma altrettanto vero è che, quando si tratta di persone nel nostro entourage, il discorso cambia. Sparisce la vaghezza determinata dalla distanza anche solo territoriale. Qui si parla dell’amico di famiglia, dell’amica, della cartolaia, persino. Sono una convertita “neofita”. Alle prime armi, dunque. “Una stagista”.

Però… Quello che penso ora è lontano mille anni luce rispetto a quello che pensavo anche solo qualche anno fa. Ai tempi ero la prima a pormi così, in tono quasi provocatorio: “Dimmelo, dimmelo, avanti, tu che credi di avere tutte le certezze della vita: dimmelo come fa Dio ad assistere impotente a questo dolore, senza far nulla, Lui che è buono! Avanti, sparamela la risposta, che tanto non me la sai dare!” Lo ammetto, e ammetterlo mi costa.

Madda, dov’è Dio? Potrei risponderti in mille modi, amica. In primis è nell’Eucarestia. E’ lì che mi aspetta, il mio Gesù. Con la sua carne e il suo sangue. Aspetta anche me, proprio me! “C’è da impazzire d’amore”, direbbe un Santo a me caro. E’ ciò che mi dà la gioia profonda, quella che non va mai via, anche quando piango e provo dolore. Tutto quell’Amore… Anche per me, capisci? Anche per me! Ne esco stordita, se ci penso. C’è da perderci la testa.

Ma tu forse non ci credi, lo so. Beh, poi il Signore è fantasioso. Siccome sa di avere a che fare con una figlia un po’ confusionaria, mi viene incontro con modalità assolutamente inaspettate. Questo accade nel quotidiano. Nell’arco di una giornata, è capace di rispondermi anche attraverso una frase del mio figlio piccolo: “Mamma, sai cosa mi stupisce di più di Gesù? E’ che cambia i cuori”.

Poi c’è la mia amica bellissima, intelligentissima, molto bionda e molto saggia (un mio pilastro: a volte non ci fosse lei a consigliarmi non saprei che pesci pigliare) che mi ricorda spesso: “il Signore parla coi fatti”. E’ così. Mi cambia i piani, le carte in tavola. E’ come se avessi apparecchiato una tavola con il coltello a destra, e la forchetta a sinistra, e dopo poco ritrovassi le posate nel cassetto. Questa è la mia vita ordinaria di adesso.

Lui mi fa capire che c’è. La sua presenza la vedo nelle persone, spesso. Negli amici, fratelli nella fede , marito e moglie da anni che si guardano come fossero al primo appuntamento; nei genitori mai stanchi di accudire il bimbo malatissimo (anzi, mi correggo: in realtà stanchissimi, devastati dalla stanchezza, ma che non mollano, e sono sempre capaci di sorridere); nella coppia di anziani che viene a Messa in Parrocchia con il figlio sulla sedia a rotelle, che per spingere quella sedia ci vuole una bella forza, e loro sono anziani, ma sono sempre in prima fila per fare la Comunione; negli occhi limpidi dei sacerdoti, che vivono la loro vita per un Amore più grande… La loro devozione e il loro amore mi commuovono.

In realtà la sua Presenza l’ho vista anche negli occhi di mia madre che stava per morire, anche se avevo otto anni. L’ho vista pure in quelli di mio padre, aggrappato alla Croce fino alla fine. Quando è morto il babbo io l’ho capito che c’era il Signore, con lui. Ma non volevo accettarlo. E qui si entra in un campo minato, perché non sono felice quando racconto questo aspetto di me. Il mio orgoglio era una bestia feroce (non vorrei sprecare tempo a dire che anche adesso c’è, e mi dà il suo da fare), avevo messo il Signore in disparte, accantonato, ma allo stesso tempo mi arrabbiavo da morire con Lui e gli chiedevo dove fosse.

Ci sono delle risposte vere, ci sono. Amica mia, non ti aspettare da me quelle filosofiche, non tiriamo in ballo il motore immobile di Aristotele o le cinque prove (erano cinque?) di San Tommaso D’Aquino. Noi, tutti noi, non ne vogliamo sapere di soffrire. Lasciamo stare poi quando si tratta dei bambini. Ovvio, che ci si accapponi la pelle. Il mistero del dolore.

E Dio che ha fatto? Non è venuto a toglierlo. E’ venuto a viverlo, riempiendolo di senso. Non si scappa. E’ lì, la Croce. Me lo immagino, mentre mi dice: “Maddalena, io ero a farmi torturare per un tempo che mi è sembrato eterno. Quando ero là in cima, inchiodato, e avevo male ovunque, in tutto quel sangue -un fiume di sangue- vedevo la mia Mamma piangere, e mi si spezzava il cuore.”

L’altro giorno ascoltavo una canzone (ultimamente non so che mi è preso, con questa storia delle canzoni: a volte penso che il Signore mi parli anche attraverso quelle) e pensavo che la Madonna e suo Figlio stessero dialogando tra di loro, sul Gòlgota. “Siamo nella stessa lacrima, come un sole e una stella, Luce che cade dagli occhi…In questo dolore, niente di sbagliato, niente…” Il dolore innocente. Eccolo.

Gesù non aveva fatto niente! La Madonna non aveva fatto niente! Solo Bene, infinito Bene! Eppure erano lì, a soffrire insieme, in un dolore così gigantesco! Anche la Madonna ha sofferto enormemente, tutte le volte che penso a quello che ha provato Lei, mi sento male. Da mamma.
Viene spontanea allora la domanda… Ma come: Dio ha fatto soffrire anche la sua Mamma? Dove era Dio, in quel momento? Era là. Sulla Croce. Per Amore. “Dio è morto”… Mi capita di scorgere questa frase, scritta un po’ ovunque. “Ma è risorto, accidenti”, mi viene da aggiungere. E la sua Mamma è con Lui, ora.

Un’ immagine che mi dà conforto, tanto conforto, è pensare a Gesù, alle porte del Cielo, con le braccia spalancate ed un ginocchio a terra, che accoglie in un abbraccio tutti i bimbi innocenti, morti prematuramente, e le persone buone e sante, e anche quelle meno buone e meno sante, che però gli hanno chiesto perdono. Tutte. La vita qui, sulla terra, non è eterna, facciamocene una ragione. E’ un soffio. Poi c’è l’altra.

Dio è qui, ora, a soffrire con noi. Ma è anche di là, ad aspettarci. Ed io ho pure un po’ di nostalgia, e spero che abbia misericordia di me.
Lo voglio anch’io, quell’abbraccio.

*Maddalena Fabbri è nata a Milano, il 5 settembre 1971. È sposata e ha tre figli. Laureata in giurisprudenza, ha svolto la pratica professionale per poco tempo. Ha preferito iscriversi all’albo ”delle mamme”. Vive a Milano.

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Non abbiamo il coraggio di sostenere uno sguardo 

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Non abbiamo il coraggio di sostenere uno sguardo 

di #DavideVairani

Questa è una storia come tante. Una storia vera, che forse troverete su qualche travolto di giornale a pagina 22.

Non fa notizia. Una storia di ordinaria e tragica follia.

La follia del quotidiano che nessuno vuole vedere dietro le tendine chiuse di un anonimo palazzone di periferia.

Una macchina stride improvvisa sull’asfalto di una notte calda. Entra di corsa in una piazzola di un albergo ai bordi della statale 156.

Gloria sta morendo.

Non c’è tempo, non c’è più tempo. I cinque a bordo di una BMW escono e fanno stendere per terra Gloria nel tentativo disperato di soccorrerla.

Arrivano intanto i medici e i sanitari del 118 chiamati venti minuti prima. Non riescono a rianimarla.

Gloria, 23 anni, due figli, muore.

Gloria fa la prostituta sul litorale di Anzio. È morta a Prossedi, poco lontano.

In quella BMW c’erano i suoi aguzzini: i genitori e il suo compagno egiziano.

Oltre ai suoi due piccoli  innocenti figli.

Gloria, da Frosinone dove abitava, ogni mattina raggiungeva il litorale di Anzio insieme ad alcuni familiari. Poi loro si prendevano cura di una frutteria con il suo compagno, mentre lei veniva accompagnata sulla Nettunense, dove si prostituiva tra Anzio e Campo di Carne di Aprilia. 

Pare che la giovanissima sia stata picchiata selvaggiamente, proprio dove lavorava, da un cliente e che lei non abbia chiesto aiuto fino a che i suoi familiari non sono venuti a prenderla.

Con lei in auto, nel viaggio di ritorno da Anzio a Frosinone, c’erano dei parenti stretti, tra cui due bambini, i suoi figli.

Ed è stato proprio uno di loro, cioè il conducente della Bmw, un egiziano che possiede una frutteria ad Anzio, a chiamare i soccorsi. La donna stava già male sul litorale, poi le sue condizioni sarebbero peggiorate chilometro dopo chilometro. Giunti sulla piazzola vicina a un noto albergo a Prossedi, i cinque si sono fermati e sarebbe stato proprio l’uomo a stendere la donna sull’asfalto nell’estremo tentativo di soccorrerla. Anche i medici e i sanitari del 118, però, non sono riusciti a rianimarla.

I Carabinieri, arrivati da Prossedi, Sonnino, Terracina e Latina stanno indagando senza sosta. L’autopsia, che sta svolgendo il medico legale, si spera possa fornire elementi utili alle indagini.

I contorni della morte non sono ancora chiari: l’unica certezza è il quadro umano allucinante in cui costei viveva, con i “parenti” o “amici” che la portavano in macchina a prostituirsi e l’andavano a riprendere con i due figlioletti sul sedile di dietro.

Possibile che nessuno si sia mai accorto di nulla?

Gloria viveva in un quartiere popolare di Frosinone, dov’era nata.

Nessuno l’ha mai guardata negli occhi

Scorrendo su Facebook trovo il suo profilo. Una foto mi colpisce subito.

È Gloria con i suoi due piccoli cuccioli sorridenti. Gloria non sorride. I suoi occhi sono vuoti, come rassegnati e senza speranza.

E fanno pensare a come può essere tragica la vita per una ragazza che si ritrova a battere in strada appena ventenne.

E come può esserlo per due bambini che si ritrovano al mondo presumibilmente senza un padre, con una mamma che viene loro tolta prima che quasi si rendano conto di averla. E che un giorno sapranno che faceva la prostituta ed è stata uccisa.

E fanno pensare a quanti occhi l’hanno guardata: chi per possedere, chi per sfruttarla, chi per voltarsi indietro perché “non sono affari miei, non voglio problemi”.

Forse sarebbe bastato uno sguardo coraggioso per salvarla da una vita disperata senza vie d’uscita. O forse no. 

Gloria, se puoi, perdonaci.

Che la terra ti sia lieve.

Una preghiera.

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Quando si riconosce l’evidenza

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Quando si riconosce l’evidenza

Mauro Coruzzi, in arte Platinette, ha rilasciato un’intervista interessante al giornalista Antonello Piroso de La Verità

“Io non sono un prodotto mediatico, creato in laboratorio a uso e consumo del pubblico”: comincia così l’intervista di Coruzzi, 62 anni.

“Avevo capito chi fossi già a metà anni ’70, a vent’anni, quando con il nome di battaglia di Oscar Selvaggia io e altre sciamannate costituimmo il primo collettivo italiano di teatro omosessuale: le Pumitrozzole”.

Tanti i ricordi della giovane età:

“Ci infiltravamo nelle manifestazioni dei metalmeccanici come cozze in un’impepata, ma non per solidarietà con le loro lotte sindacali.

Si rimediava sempre qualcosa: erano gli anni del libero amore, si finiva dietro un portone e via, cotta e mangiata. Erano gli anni pre-Aids, al massimo ti ritrovavi con qualche piattola, niente di drammatico”.

Coruzzi tocca poi temi di attualità, a cominciare dalla legge sulle unioni civili approvata lo scorso anno:

“Sembra non si possa prescindere dall’unanimismo che fa dire che la legge Cirinnà è una conquista di civiltà.

Non lo è, perché io rifiuto questa brama di normalizzazione: è un orrore”.

E rincara la dose:

“Per gli omosessuali volere un figlio è soddisfare un desiderio egoistico: non per citare il solito Pier Paolo Pasolini e la sua analisi dell’omologazione, ma mi rifiuto di inchinarmi a questa logica per cui poi si arriva alla corsa per un figlio di Elton John e Nichi Vendola”.

Un solo momento nella storia della politica italiana ha entusiasmato Platinette:

“Quando ho visto Marco Pannella cercare l’intesa con Silvio Berlusconi ho avuto un orgasmo. Finalmente, ho pensato, la lotta per i diritti civili si può sposare con la difesa del capitale d’impresa: si poteva essere gay e di destra”.

Platinette è stata anche colei che ha fatto outing su Tiziano Ferro, dichiarandone pubblicamente l’omosessualità da lui (allora) taciuta.

Si giustifica così:

“Lo sapevano tutti nell’ambiente. Ormai aveva i paparazzi alle calcagna che gli facevano la posta aspettandolo fuori dai locali gay, sono arrivati a offrire soldi perfino a me per tirargli una specie di trappola, puoi immaginare dove io li abbia mandati.

A quel punto ho pensato che era meglio squarciare il velo del non detto, accelerando il processo di liberazione. È una tentazione che mi prende ogni volta che vedo sbandierare da certi personaggi in modo menzognero il machismo da copertina”.

Non manca la stoccata, poi, a Arcigay:

“Mai voluto aderire a un’associazione che difende al contempo i cacciatori e le finocchie”.

Nel futuro, forse, il primo talent italiano per drag queen:

“Ho girato l’Italia vera, di provincia, ho fatto 200 provini con la mia società di produzione scoprendo personaggi e storie incredibili: il padre di famiglia barbuto che si esibisce come Lorella Cuccarini, o il marito che si fa cucire gli abiti di scena dalla moglie”.

E bravo Mauro Coruzzi: i figli non si pagano.

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Le canzoni di Chieffo, profezia per la Chiesa di oggi

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Le canzoni di Chieffo, profezia per la Chiesa di oggi

di Luigi Negri*

da: “La Nuova Bussola Quotidiana”

Il 19 agosto del 2007, all’età di 62 anni, moriva Claudio Chieffo, l’indimenticato cantautore che – dal momento dell’incontro con Gioventù Studentesca di don Luigi Giussani all’inizio degli anni ’60 – ha composto oltre cento canzoni che sono diventate patrimonio di tutto il mondo cattolico. Molte di queste sono anche comunemente usate nella liturgia. A dieci anni dalla morte vogliamo ricordarlo con monsignor Luigi Negri, a cui era legato da una lunga e profonda amicizia.

Carissimo amico,

in questa continua presenza di te, che è uno dei grandi conforti della mia esistenza, sono due le frasi profetiche delle tue canzoni che si rinnovano e si approfondiscono ogni giorno di più.

La prima è quella indimenticabile visione del «popolo che canta la sua liberazione». Il popolo non canta i suoi successi, i suoi progetti, le sue strategie, i suoi sentimenti, i suoi risentimenti, che avviliscono l’esistenza umana in tutti i suoi aspetti. Il popolo canta il miracolo del Signore che fa di noi una umanità nuova, ci lega a Sé e in questo stretto legame a Lui nasce quello che già l’antico scrittore pagano Plinio ricordava al suo imperatore: una «entità etnica sui generis», frase poi ripresa dal beato Paolo VI in uno straordinario intervento nell’udienza generale del 28 giugno 1972.

Noi siamo il popolo del Signore. Questo non cancella i limiti, le fatiche, i dolori, le tensioni; ma la radice della nostra esistenza è quella per cui ci alziamo ogni giorno – come ci ricordava don Giussani -, ci diamo da fare tutta la giornata, amiamo i nostri fratelli, ci sentiamo spinti dentro il nostro cuore dal desiderio di comunicare Cristo a tutti quelli che ci sono accanto. Tutto questo non è un mondo strano, è il mondo di Dio cui siamo chiamati a partecipare.

Tu l’hai cantato questo popolo di Dio con toni indimenticabili, e fino agli ultimi giorni della tua vita – segnata così duramente dalla malattia – hai portato nel mondo la letizia di una vita rinnovata che si approfondisce ogni giorno. E nell’approfondirsi tende irresistibilmente a diventare fattore di comunicazione agli uomini, nella certezza che soltanto in questa comunicazione, che è missione – la grande parola di Giussani che tu hai ripreso infinite volte nei canti –, l’uomo di questo tempo, come di ogni tempo, può trovare la rivelazione definitiva della sua umanità.

È una novità che vince ogni giorno il male, che supera ogni giorno la meschinità, che restituisce ogni giorno alla nostra vita le dimensioni della fede, della speranza, della carità in cui diventa esperienza la vita divina che ci è stata concessa in dono dal momento del nostro Battesimo.

L’altra grande frase è: “I nemici di un tempo tornano vincitori” (dalla canzone “La guerra”, ndr).

Io sono lungi dal giudicare la vita della Chiesa, della cristianità, in cui ci sono tanti fattori di novità e tanti fattori di crisi.

So soltanto che inaspettatamente e imprevedibilmente sono tornati ad essere in posizione preminente e prevalente nella vita della cristianità coloro che per anni avevano contestato silenziosamente – e quindi anche ipocritamente – la grande novità del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, il magistero che ridava alla Chiesa il suo protagonismo nella storia, la sua inevitabile responsabilità di aprire ogni giorno il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo.

“A tutti parlo di te” – Mostra al Meeting 2017
 
Contestavano silenziosamente come se si trattasse di un integralismo, di una incapacità di distinguere i piani, di una incapacità di rispettare la coscienza degli altri. Oggi c’è un settore della cristianità che è ritornato a prima di Giovanni Paolo II, quindi a tutte le incertezze, le fatiche della interpretazione autentica e corretta del Concilio in cui tensioni ed esagerazioni sono state perpetrate accanto ad altri tentativi positivi.

Oggi c’è un settore della cristianità che ripropone la presenza cristiana non come una presenza che investe il mondo della certezza della fede, nel limpido giudizio che Cristo e solo Cristo è il senso del cosmo e della storia; ma una presenza che si schiera accanto al mondo, su cui non propone nessun giudizio assumendo soltanto delle iniziative caritative e sociali.

E questo, per chi ha vissuto la grande stagione di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI è certamente un sacrificio.

È il sacrificio che offro ogni giorno al Signore per la conversione del mio cuore, per il bene della Chiesa e dell’umanità.

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

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