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La Croce di Cristo, nemica di ogni ideologia

La Croce di Cristo, nemica di ogni ideologia
12 Ott 2017 • Blog “Come Gesù”

Le Lettere di #DavideVairani

“La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare. Da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro“. “Così come Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio”. “Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del non so”.

L’oncologo Umberto Veronesi nel libro “Il mestiere di uomo” – uscito postumo alla sua recente scomparsa – esprime la posizione dell’uomo contemporaneo di fronte al male e al dolore. Chi non si è mai posto almeno una volta nella vita le stesse domande? Chi oggi non arriva alla medesima convinzione di Veronesi, cioè che “Dio è morto” e l’uomo è solo su questa terra a dovere fare i conti con il male? Chi oggi non ha mai pensato di farla finita quando la sofferenza non è più sopportabile? Chi oggi non ritiene giusto e pietoso concedere la libertà di usare una siringa di Pentotal per assicurare una “dolce morte”?

In una società che censura il ragionare sui “perchè” della vita, porsi le domande essenziali è quanto mai urgente oggi.Sono le risposte alle domande che possono fare la differenza, però. Per la mia, la tua vita.

Il male e il dolore esistono. Possiamo cercare di limitarli, di lottare contro, di pretendere di sconfiggerli con medicine e cure sempre più all’avanguardia. Ma per quanto l’uomo si affanni, rimane un dato evidente: non possiamo eliminare sofferenza e dolore. Ci sono. Con la scienza e la tecnica possiamo lenirne un po’ gli effetti su di noi. E guai se non lo facessimo! Proprio là dove nel tentativo di evitare ogni sofferenza, si cerca di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, proprio là dove si tenta di risparmiarsi la fatica e il dolore delegando il tutto alla medicina e all’estrema scelta di interrompere la vita perchè “insopportabile”, si scivola in una esistenza vuota di senso. Proprio là dove si cerca di scavare nella natura e nella biologia per cercarne le cause e i rimedi – come per il cancro – , si va sbattere contro la vana pretesa dell’uomo di possedere in qualche modo il male e dunque il proprio destino.

Di fronte al dolore che spacca letteralmente il cuore e la mente in due abbiamo tutti paura. Ma può davvero l’uomo vivere senza la certezza che nonostante tutte le apparenze non ci sia un senso ultimo al desiderio di infinita felicità che ci portiamo nel cuore? E’ più ragionevole rassegnarsi ad un destino baro e cinico oppure andare più in là delle apparenze? La vera risposta a questa domanda è il biglietto vincente della lotteria miliardaria, ciò che può fare la diffenza nella mia, nella tua vita.

E’ più ragionevole scansare la sofferenza, fuggire davanti al dolore, cercare di possederlo invano oppure è più ragionevole accettare la tribolazione e in essa trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore in croce? È vero, la croce è arbitraria, irragionevole, contraddittoria, ma proprio per questo è il simbolo più umano che ci sia. È insieme il segno di una delle torture più crudeli mai inventate dall’uomo e dell’atto d’amore più gratuito e sconvolgente della nostra storia; esprime contemporaneamente quanto di più alto e quanto di più basso c’è in ciascuno di noi e proprio per questo può rappresentarci meglio di qualunque altra cosa.

La croce è nemica di ogni ideologia, perché racconta innanzitutto un fatto, un avvenimento: un uomo ha amato tanto da dare la vita. È in se stessa contraddittoria, in questa sua pretesa di protendersi contemporaneamente verso l’alto e orizzontalmente, ma proprio per questo può cogliere ed abbracciare tutta la realtà, perché questa è la medesima contraddizione che ogni uomo porta in sé.

“’La croce è il conflitto di due linee nemiche, di due direzioni inconciliabili. Questa cosa muta che si innalza è un contrasto, una rottura violenta, una lotta nella pietra. Ne abbiamo abbastanza di questo simbolo. La stessa sua forma è una contraddizione’. ‘Quello che tu dici è assolutamente vero’- disse con serietà Michele-. ‘Ma noi amiamo le contraddizioni. L’uomo stesso è una contraddizione: è un animale la cui superiorità sugli altri sta nel fatto che è caduto. Tu dici che questa croce è un eterno contrasto: anche io lo sono. E’ una lotta nella pietra; ma ogni forma di vita è una lotta nella carne.’”.

E’ G.K. Chesterton nel romanzo “La sfera e la croce” del 1909 a immaginare questo dialogo tra un anziano monaco, Michele, e Lucifero.

“Paragonate la croce alla forma razionalista per definizione: la sfera – proesgue Chesterton-. Armonica, uguale da ogni lato, perfetta nella sua essenzialità, ma anche chiusa in sé, inaccessibile dal di fuori. La croce non ha l’armonia e l’equilibrio di una sfera non c’è dubbio, ma se vi capitasse di cadere sareste capaci di aggrapparvi ad una sfera? Non è infinitamente più appropriata la Croce a questo scopo? La Croce è il simbolo dei deboli, rappresenta il forte che si fa debole per amore, ed è per questo nemica di ogni totalitarismo”.

Il fatto è che la realtà è irrazionale e per adattarla alla sfera perfetta delle nostre teorie bisogna tagliarne inevitabilmente dei pezzi e va a finire che qualcuno rimane sempre fuori. E, guarda un po’, sono sempre i più deboli: bambini, anziani… Per questo la Croce, sommamente irrazionale, è anche sommamente ragionevole, perché è la sola che può abbracciare l’uomo, tutto l’uomo.

“Come ti stavo dicendo” – seguitò Michele anche quell’uomo aveva adottato l’opinione che il segno del Cristianesimo fosse un simbolo di barbarie e di irragionevolezza. È una storia assai interessante. Ed è una perfetta allegoria di ciò che accade ai razionalisti come te. Egli cominciò, naturalmente, col bandire il crocefisso da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri. Diceva, come tu dici, che era una forma arbitraria e fantastica, una mostruosità; e che la si amava soltanto perché era paradossale. Poi diventò ancora più furioso, ancora più eccentrico; e avrebbe voluto abbattere le croci che si innalzavano lungo le strade del suo paese, che era un paese cattolico romano. Finalmente, si arrampicò sopra il campanile di una chiesa, ne strappò la croce e l’agitò nell’aria in un tragico soliloquio sotto le stelle. Una sera d’estate, mentre ritornava lungo un viale, a casa sua, il demone della sua follia lo ghermì di botto, gettandolo in quel delirio che trasfigura il mondo agli occhi dell’insensato. Si era fermato per un momento, fumando la sua pipa di fronte a una lunghissima palizzata: e fu allora che i suoi occhi si spalancarono improvvisamente. Non brillava una luce, non si muoveva una foglia; ma egli credette di vedere, come in un fulmineo cambiamento di scena, la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci, legate l’una all’altra, su per la collina, giù per la valle. Allora, facendo volteggiare nell’aria il suo pesante bastone, egli mosse contro la palizzata, come contro una schiera di nemici. E, per quanto era lunga la strada, spezzò, strappò, sradicò tutte quelle assi che incontrava sul suo cammino. Egli odiava la croce ed ogni palo era per lui una croce. Quando arrivò a casa era pazzo da legare. Si lasciò cadere sopra una sedia, ma rimbalzò subito in piedi perché sul pavimento scorgeva l’intollerabile immagine. Si buttò sopra un letto; ma tutte le cose che lo circondavano avevano ormai l’aspetto del simbolo maledetto. Distrusse tutti i suoi mobili, appiccò il fuoco alla casa, perché anche questa era ormai fatta di croci; e l’indomani lo trovarono nel fiume”.Lucifero guardò il vecchio monaco mordendosi le labbra. “È vera questa storia?-disse-. “No” – disse Michele – “è una parabola: la parabola di tutti voi razionalisti e di te stesso. Cominciate con lo spezzare la croce, ma finite col distruggere il mondo abitabile. Tu hai detto che nessuno deve entrare nella Chiesa contro la sua volontà e un minuto dopo dici che nessuno ha la volontà di entrarvi. Sostieni che non è mai esistito l’Eden, e il giorno dopo affermi che non esiste l’Irlanda. Cominci con l’odiare l’irrazionale e arrivi a detestare ogni cosa, perché tutto è irrazionale”.

E’ più ragionevole scansare la sofferenza, fuggire davanti al dolore, cercare di possederlo invano oppure è più ragionevole accettare la tribolazione e in essa trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore in croce?

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“Terza Conferenza Nazionale della Famiglia”

“Terza Conferenza Nazionale della Famiglia”

di #DavideVairani

Si è aperta oggi a Roma la “Terza Conferenza Nazionale della Famiglia” organizzata dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri con il supporto dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia (28 e 29 Settembre 2017). 

Con buona pace deile tante associazioni e dei gruppi di volontariato, con buona pace degli amici del Forum Nazionale delle Famiglie, con buona pace delle speranze e attese di politiche strutturali per la famiglia e i figli, anche questa volta finirà in tutto fumo e niente arrosto.

E’ un film già visto. Ve lo dico da operatore sociale. C’ero a Firenze  nel 2007 alla prima Conferenza Nazionale con l’allora Ministro Bindi, c’ero a Milano nel 2010 con l’allora Ministro Giovanardi. Tanto lavoro preparatorio, tanti gruppi di lavoro che hanno comportato sforzi e sacrifici enromi da parte di tanti volontari ed operatori e alla fine? Nulla.

Questa terza Conferenza Nazionale è nata non solo in ritardo (sarebbe prevista ogni due anni …), ma è stata partorita male ed è iniziata malissimo.

Viene infatti programmata solo qualche mese fa’ dall’allora Ministro per la famiglia Enrico Costa quasi alla chetichella. Costa si dimette dal Governo, Gentiloni prima annuncia che no si farà più, poi – a seguito delle pressioni mediatiche (“Avvenire” in primis) e del Forum Nazionale delle Associazioni Famigliari – il Premier torna sui suoi passi e annuncia il suo sì.

Iniziata malissimo. Guarda un po’, oggi è la gionata mondiale dell’aborto. La Croce quotidiano oggi titola: “Aborto o famiglia? Gentiloni scelga”. “Voluta dal governo Gentiloni, nella giornata in cui esponenti della sua maggioranza (dalla Cgil a Emma Bonino) partecipano a manifestazioni di piazza e iniziative della cosiddetta ‘Giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro’. Aborto e famiglia sono termini antitetici e Paolo Gentiloni giocherà ancora una volta sul filo dell’ambiguità”.

L’ambuità. L’ambiguità sta ancora una volta sulla non volontà di fare una scelta netta: vogliamo investire sul futuro del nostro Paese sì o no? Se sì, inevitabilmente si deve investire sulla famiglia fatta da uomo e donna e sui figli che da essa vengono generati. Vogliamo parlare del programma della due giorni? Si  prevede una plenaria introduttiva nella prima mattinata, cinque gruppi di lavoro in contemporanea nel pomeriggio, coordinati da membri del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia e una plenaria conclusiva la mattina del secondo giorno. Fra le relazioni, ci saranno quella del Presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, e del presidente dell’INPS, Tito Boeri. Confermata la presenza del premier Paolo Gentiloni; della presidente della Camera, Laura Boldrini e del sindaco di Roma, Virgina Raggi. La tavola rotonda politica conclusiva vede gli interventi di PierCarlo Padoan, ministro dell’economia, Valeria Fedeli, ministra dell’istruzione, Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, Antonio Decarlo, presidente ANCI, Maria Elena Boschi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il duo Boldini&Fedeli è l’immagine dell’ambiguità dei governi Renzi1  e Renzi2: Buona Scuola e gender e unioni civili.

Ancora. Il Senatore Sergio Lo Giudice (sì, sempre lui, quello che ha comprato un bambino per spacciarlo come figlio suo e del suo compagno, uno dei passionari insieme alla Cirinnà delle unioni civili) scrive sull’HuffPost: “Maria Elena Boschi, a cui Gentiloni ha affidato fra l’altro le deleghe alla famiglia e quelle ai diritti e alle pari opportunità, incontrerà le associazioni Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow, escluse dalla terza conferenza nazionale della famiglia che avrà inizio giovedì 28 a Roma. La scelta fatta dall’ex ministro è stata di invitare alcune associazioni, di certo assai rappresentative della comunità Lgbti, come Arcigay e Agedo – l’associazione dei genitori di gay, lesbiche e trans – ma di tenere fuori quelle specifiche delle famiglie con figli, come Famiglie Arcobaleno e la Rete Genitori Rainbow. Come se le famiglie con figli non fossero esattamente il target di riferimento dell’evento. La frittata è fatta e la conferenza – come sembra – si svolgerà negli attuali assetti, senza lasciare nessuna traccia nel Paese com’è avvenuto con i due tristi precedenti. L’incontro fra le associazioni escluse e Maria Elena Boschi può essere invece un’occasione utile per ribadire l’impegno del governo nella tutela di quei “figli senza diritti” a cui i tribunali italiani stanno riconoscendo il legame giuridico con entrambi i genitori dello stesso sesso anche sulla base del comma 20 della legge sulle unioni civili, ma che rimangono ancora discriminati dalle modalità inique di riconoscimento della responsabilità genitoriale previste dalla nostra legislazione per i figli di coppie dello stesso sesso. Questa è una buona notizia, perché significa che il governo e in particolare la Boschi, che sulle questioni relative ai diritti Lgbti ha dimostrato da tempo grande attenzione, intendono farsi carico di un’esclusione dal forte sapore discriminatorio”.

Penso non ci sia molto altro da commentare.

Detto tutto questo, seguiròi n ogni caso i lavori di questa due giorni: almeno per capire concretamente a che cosa si giungerà.

Sono previsti cinque workshop dedicati a:

  1. Centralità del ruolo delle famiglie come risorse educative
  2. Crisi demografica e rapporto fra il quadro nazionale e le tendenze internazionali
  3. L’evoluzione della famiglia fra diritto e società
  4. Armonizzazione famiglia/lavoro e nuove politiche di welfare
  5. Proposte e prospettive per un fisco a sostegno delle famiglie.

E’ possibile per chi vuole seuirge i lavori in diretta streaming:

Sul sito del Dipartimento per le Politiche della famiglia è possibile scaricare i materiali preparatori e i lavori dei gruppi: clicca qui

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GIORNATA MONDIALE SULL’ABORTO: L’ABORTO NON E’ UN DIRITTO …

GIORNATA MONDIALE SULL’ABORTO: L’ABORTO NON E’ UN DIRITTO …
di #DavideVairani

Oggi 28 settembre è la data fissata per la surreale “giornata mondiale sull’aborto”.

Come scrive Mario Adinolfi oggi su #LaCroce quotidiano – “non bastano evidentemente i 56 milioni di aborti all’anno censiti dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Serve una giornata mondiale per chiedere ‘l’aborto libero’. Il modello che gli organizzatori hanno in mente è l’aborto a nascita parziale, procedura per fortuna illegale nella totalità degli Stati, ma praticato in alcune cliniche Planned Parenthood degli Stati Uniti sotto l’egida legale della storica sentenza Roe vs. Wade del 1973 della Corte Suprema, nonostante interventi normativi che dal 2003 hanno provato a limitarlo se non a vietarlo”.

Di che cosa stiamo parlando? Cos’è il “partial birth abortion”, la nuova frontiera dell’aborto “libero” che viene richiesta dalla giornata mondiale dell’aborto del 28 settembre?

“Semplice – scrive sempre Mario Adinolfi -, è la possibilità per la donna di prendere la decisione di abortire sino alle ultime settimane di gravidanza. Ad oggi le varie legislazioni nazionali permettono l’interruzione volontaria di gravidanza fino al quinto mese in genere, l’Italia è più restrittiva e si ferma al terzo mese, anche se con il trucco dell’aborto ‘terapeutico’ si finisce molto più in là. L’interpretazione della sentenza della Corte Suprema americana consegna però uno scenario infame secondo cui il nascituro non avrebbe diritti e sarebbe parte del corpo della donna che potrebbe farne quello che vuole fino al momento della nascita. In base a questa interpretazione la pratica dell’aborto a nascita parziale prevede l’induzione del parto anche al nono mese di gravidanza, un parto che viene indotto in posizione podalica stando attenti a mantenere la testa del nascituro all’interno del grembo della donna che non riesco a definire materno, per poi introdurre uno speciale forcipe e schiacciare la testa del bimbo per provocarne la morte completando poi il parto con l’espulsione del corpicino ormai senza vita”.

Occorre chiamare le cose per quello che realmente sono.

Parliamoci chiaro: aborto ‘libero’, in una condizione in cui tutte le altre modalità sono di fatto ormai praticate, significa via libera al partial birth abortion e all’idea che l’interruzione volontaria di gravidanza sia compiuta senza alcuna limitazione. Per questo sono in programma marcette di femministe, deliranti manifestazioni per abbattere il diritto all’obiezione di coscienza dei medici garantito dalla legge 194 (su questo fronte è vergognosamente attiva la Cgil, con dossier che falsificano i dati, non a caso bocciati in tutte le sedi compresa quella che doveva essere amichevole del Consiglio d’Europa) e vengono lanciati appelli come quello dell’associazione Luca Coscioni che chiede il via libera all’aborto farmacologico ambulatoriale: ‘La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza ha bisogno di un tagliando’, dice la prima firmataria che è Emma Bonino”.

Vorrei sommessamente sottolineare due questioni sul tema.

La prima. A chi -come Saviano e i tanti maitre a penser de i “falsi miti di progresso”- insiste nel sostenere che in Italia l’aborto sia un diritto, vorrei semplicemente che si andassero a leggere per bene la “Legge 22 maggio 1978, n. 194 ‘Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza (Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, n. 140)”

I primi due articoli sono sufficienti.

Articolo 1Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Articolo 2I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, fermo restando quanto stabilito dalla stessa legge, assistono la donna in stato di gravidanza:

  1. informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;
  2. informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;
  3. attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);
  4. contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita. La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori.

Lo spirito della Legge n. 194 non è primariamente quello di incentivare le donne a ricorrere alla pratica dell’aborto. Al contrario. L’enunciato dei primi due articoli – come abbiamo visto – non solo ribadisce il riconoscimento da parte dello stato delv alore sociale della maternità, ma addirittura impegna le istitutioni pubblche in primis a tutelarela  vita umana fin dal suo inizio. Che significa – allora – lche “lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile” attraverso i consultori famigliari (tra lefunz ioni dei quali rientra anche  il contribuire “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza” anche eventualmente dopo la nascita? Significa che per lo stato italiano una donna può ricorrrere all’aborto, che è legale l’aborto, ma che al tempo stesso occorre fare di tutto affinchè una donna possa generare la vita. Concordo allora con Emma Bonino quando dice a Vanity Fair che “La legge 194 ha bisogno di un tagliando”, ma per motivies attamente opposti. Domanda: concretamente, quanto lo stato italiano sta investendo su una cultura di vita, quanto sta investendo sulla famigliaquanto,  sta investendo sul’accompagnamento socio-economico alle donne?

La seconda. Perchè una donna decide di abortire? Quanto l’aborto è – davvero – una scelta convinta? Perchè di questo mipia cerebbe che si discutesse con serietà. L’aborto non è mai una scelta, ma spesso e troppe volte una dolorosa costrizione. Che lascia segni indelebili nel cuore di ogni donna.

Se su 1.265 donne incerte o intenzionate ad abortire, ben 955 (ossia il 75%) hanno poi dato alla luce il bambino grazie a un supporto psicologico, morale, ma anche a un aiuto economico, allora la strada per combattere l’aborto, e in qualche modo anche la denatalità del nostro Paese, non è poi così difficile.

Sono i dati presentati nei mesi scorsi alla Camera dei Deputati sull’attività svolta nel 2016 dai 349 Centri di aiuto alla Vita sparsi su tutto il territorio nazionale.

Ebbene. Che cosa ci dicono questi dat?

“La prima causa d’aborto è la crisi economica (49%), il dato sale al 75% se si sommano le difficoltà per mancanza di lavoro o di alloggio. Eppure, se le donne vengono ascoltate, aiutate e supportate, il trend si inverte: grazie ai Cav, nel 2016 sono nati 8.301 bambini, 13mila sono state le donne gestanti assistite durante il periodo della gravidanza, e oltre 17mila le mamme aiutate con varie tipologie di servizi. Le donne in difficoltà hanno per lo più tra i 25 e 34 anni (55%), sono prevalentemente casalinghe (40%) o senza lavoro (35%)”.

Questi dati – spiega Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per Vita italiano – testimoniano come, attraverso la semplice azione dei nostri volontari, sia possibile diminuire il dramma dell’aborto. Un fenomeno che ogni anno segna la scomparsa di circa 87mila persone, tante quante ne vivono in una città come Udine”.

 

I Centri di aiuto alla Vita negli ultimi 20 anni (dal 1997 al 2016) sono aumentati del 49% e operano ormai su tutto il territorio nazionale. La densità maggiore è al Nord: 187 i centri, uno ogni 174mila abitanti; nel Centro ne sono presenti 65, mentre al Sud e nelle Isole sono attivi 97 Cav.

La Lombardia si conferma la regione con il maggior numero di bambini nati grazie ai Cav (38 ogni 100mila abitanti) e di mamme assistite (66 ogni 100mila abitanti). Le donne ricevono assistenza ma anche sostegno economico: grazie al Progetto Gemma, che permette l’adozione temporanea a distanza di madri in difficoltà, dal 1994 al 2016 ben 22mila donne hanno avuto un contributo mensile per 18 mesi.

L’alternativa all’aborto dunque esiste, manca però una reale sinergia tra le istituzioni. “Solo il 5% delle donne che si rivolge ai Cav – denuncia Gigli – è inviato dai consultori pubblici: il segno del fallimento della legge 194″. Il 61% delle donne contatta il Cav nel secondo trimestre della gravidanza. A spingere le donne a chiedere aiuto sono per lo più gli amici (25% dei casi), oppure le parrocchie (17%) e le associazioni (7%). Sul tema della vita, le forze politiche non riescono a fare fronte comune. “Spesso le donne rinunciano all’aborto già dopo il primo incontro – racconta Mario Sberna, deputato del gruppo Des-Cd, e marito di una volontaria del Cav di Brescia –. Purtroppo questa non è una legislatura pro vita. C’è un continuo e sistematico lavorìo contro la famiglia. I bonus sporadici, per esempio, non hanno a che fare con la maternità, ma noi dobbiamo riportare nel nostro Paese speranza e futuro”.

Senza una strategia comune a favore della natalità, però, le possibilità di riuscirci scarseggiano. “Nei prossimi vent’anni le donne in età feconda si ridurranno di circa 3 milioni – puntualizza Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca –. Questo determinerà, a fecondità invariata, circa 60 mila nati in meno rispetto a oggi. Occorre recuperare il patrimonio demografico perduto rimettendo al centro la famiglia e rilanciando la natalità come investimento della società. È importante non disperdere il giovane capitale umano e raccontare la crisi demografica sui media, sensibilizzando la popolazione”.

Per chi non lo sapesse, i Cav non ricevono alcun aiuto economico statale. Stanno in piedi con i volontari e le donazioni.

 

Per i casi urgenti esiste il servizio nazionale SOS VITA, che risponde alnumero verde 800813000 gratuito, attivo 24 ore su 24, che registra e smista le richieste ricevuto smistandole ai CAV di competenza territoriale.

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