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Frugate, frugate …

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Nei cassetti ogni tanto qualcosa di utile salta fuori …


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“Born to be a Saint!

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“Born to be a Saint!”

Una proposta tutta luminosa per festeggiare la vigilia di tutti i Santi, stasera 31 ottobre.

L’obiettivo? Diffondere nella nostra città, nel nostro gruppo di amici, nei luoghi in cui abitiamo la bellezza della santità e la gioia della fede!

Parola d’ordine? LUCE! Sì, perché tu, proprio tu, sei stato creato per la luce. Ancora di più, sei chiamato ad essere luce, a trasformare la tua vita in un inno di gioia e di bellezza.

E visto che la luce deve diffondersi e illuminare ogni luogo, abbiamo bisogno della tua collaborazione: anche tu puoi creare il tuo piccolo evento per la Notte dei Santi 2017!

È molto semplice, ti spieghiamo la nostra idea in 6 brevi passaggi:

1) QUANDO? La sera del 31 ottobre, vigilia della Festa di tutti i Santi.
2) CHI? Coinvolgi i tuoi amici, il gruppo giovani della parrocchia, il tuo parroco, la tua famiglia, chiunque.
3) COSA? Dai vita ad un momento di preghiera, un’adorazione, un rosario, una testimonianza di luce.
4) COME? Nella gioia e nella festa, accompagnando alla preghiera una cena, un aperitivo, una castagnata, una serata di canti, balli e risate.
5) PERCHÉ? Per seguire le orme dei Santi, uomini e donne come te che hanno scelto di vivere da Figli della Luce!
6) DOVE? Ovunque ti trovi! Illumina la tua piccola parte di mondo, la tua famiglia, la tua città. Ricorda che anche una sola piccola luce può squarciare il buio!

Sei pronto a far brillare la Notte dei Santi? “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.” (Mt 5, 14-16)

KIT della NOTTE DEI SANTI
Ragazzi manca ormai pochissimo!!! Ecco il kit per vivere la Notte dei Santi alla grande anche sui social!!!

ECCO IL KIT per la NOTTE DEI SANTI!!!

Foto copertina “Born to be a Saint”
Personalizza la tua foto profilo da qui  oppure vai sulla tua foto profilo, clicca su “aggiorna” e poi su “scegli un motivo” e cerca #scelgolaluce #lanottedeisanti  #loading

Corxiii. Siamo giovani che hanno deciso di fare della propria vita un capolavoro. Gridando al mondo la Bellezza della Famiglia, della Vita e della Fede. Diffondiamo sui social, e nella vita di tutti i giorni, la Bellezza della Famiglia, della Vita e della Fede. Li trovate su: Facebook  e su internet

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Gaber. Alla ricerca dell’Io

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Gaber. Alla ricerca dell’Io
di Massimo Bernardini
da “Tracce – – Maggio 1999”, ripreso da: http://www.giorgiogaber.org

L’appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un’apparente aggregazione
l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

Uomini
uomini del mio passato
che avete la misura del dovere
e il senso collettivo dell’amore
io non pretendo di sembrarvi amico
mi piace immaginare
la forza di un culto così antico
e questa strada non sarebbe disperata
se in ogni uomo ci fosse un po’ della mia vita
ma piano piano il mio destino
é andare sempre più verso me stesso
e non trovar nessuno.

L’appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l’appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza
è assai di più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male
e non gli basta esser civile.
E’ quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale
con quell’aria più vitale che è davvero contagiosa.

Uomini
uomini del mio presente
non mi consola l’abitudine
a questa mia forzata solitudine
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto un luogo un posto più sincero
dove magari un giorno molto presto
io finalmente possa dire questo è il mio posto
dove rinasca non so come e quando
il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.

L’appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un’apparente aggregazione
l’appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza
è un’esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.

Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.

“Canzone dell’appartenenza”
di Gaber – Luporini
1996 © Warner Chappell Music Italiana

Alcuni amici, vedendo lo spettacolo “Un’idiozia conquistata a fatica – Gaber 98/99”, che sta toccando con grande successo i teatri italiani, sono stati colpiti, tra l’altro dalla Canzone dell’appartenenza di Giorgio Gaber, scritta nel ‘96 e tuttora presente nel suo ultimo spettacolo.

Un tema, una parola, l’appartenenza, che non poteva non incuriosirci; fino al punto di far conoscere la canzone a don Giussani, anch’egli colpito dall’insolita “scoperta” dell’artista milanese, che ha da poco compiuto sessant’anni.

Ce n’era abbastanza per incontrarlo, indagare le sue ragioni e metterle a confronto con quanto suggeritoci da don Giussani in questi anni.

INNANZITUTTO PERCHÉ SCRIVERE UNA CANZONE SU UN TEMA COSÌ INSOLITO?
Sarà insolito, ma io e Sandro Luporini, con cui scrivo da decenni i miei spettacoli, è già la seconda volta che lo affrontiamo. Tutto è cominciato con la “Canzone della non appartenenza”, in cui indicavamo in questa mancanza la radice della falsa solidarietà oggi tanto di moda (“Quando non c’è nessuna appartenenza/la mia normale, la mia sola verità/è una parvenza di altruismo/magari compiaciuto/che noi chiamiamo solidarietà”; n.d.r.). Ma non ci bastava, quindi ci siamo tornati su con un’altra canzone.

PER LA CULTURA DOMINANTE LA PAROLA APPARTENENZA È UNA PAROLA SCOMODA: APPARTENENZA VUOL DIRE ESSERE INTRUPPATI, VUOL DIRE…
Vuol dire semplicemente essere parte di qualcosa.

FORSE È ESATTAMENTE QUESTO CHE ALLA CULTURA DOMINANTE FA PAURA.
Forse perché c’è ancora in giro un fastidioso residuo di collettivismo. Però per quanto ci riguarda, individualismo non è sinonimo di egoismo.

SI PUÒ DIRE CHE IL LAVORO SUO E DI LUPORINI IN QUESTI ULTIMI ANNI SIA STATO QUELLO DI TORNARE AD OCCUPARSI DELL’IO?
Direi proprio di sì, a partire forse dalla scoperta di Max Stirner (filosofo tedesco dell’Ottocento, seguace di Hegel e precursore dell’anarchismo individualistico; n.d.r.), fatta in anni in cui era considerato un inascoltabile, un reazionario. Ci ha interessato, in Stirner, la coscienza della propria unicità come risposta alla massificazione e a qualsiasi processo di collettivizzazione.

SENTA COSA SCRIVE A QUESTO PROPOSITO DON GIUSSANI: “IL SUPREMO OSTACOLO AL NOSTRO CAMMINO UMANO È LA TRASCURATEZZA DELL’IO”. E ANCORA: “NULLA È COSÌ AFFASCINANTE COME LA SCOPERTA DELLE REALI DIMENSIONI DEL PROPRIO IO”.
Io credo di averli sempre fatti i conti con l’io, in fondo già dai tempi di ‘Chiedo scusa se parlo di Maria’, canzone che riaffermava i diritti dell’io in anni in cui l’imperativo morale era occuparsi di tutt’altro: la rivoluzione, la politica…

PERÒ DA QUI COME SI ARRIVA ALL’APPARTENENZA?
Per noi l’appartenenza è considerare che dentro agli altri c’è un pezzo anche di sé. È un concetto nobile di individuo, che va oltre i bisogni primari; anzi che fa del rapportarsi con gli altri un nuovo bisogno primario. Perché fin da quando uno nasce dipende dall’altro.

TORNO A DON GIUSSANI: “IL BAMBINO VIENE EDUCATO E CRESCE CON UNA PERSONALITÀ BEN FORGIATA PER IL PURO FATTO DI APPARTENERE A SUO PADRE E A SUA MADRE”.
Assolutamente condivisibile. La prima appartenenza è la famiglia, non c’è dubbio. In qualche modo è il conforto di una prima appartenenza che poi si ripeterà chissà come nella vita.

PERÒ DON GIUSSANI NE DESUME UNA LEGGE PIÙ GRANDE E DECISIVA. SCRIVE: “DIVENTARE SEMPRE PIÙ VERI, AUTENTICI, SIGNIFICA CAMBIARE LA NOSTRA FALSA COSCIENZA DI ESSERE PADRONI DI NOI STESSI E ARRIVARE ALLA CONSAPEVOLEZZA DI APPARTENERE TOTALMENTE A UN ALTRO”.
Al mistero, come lo chiamo io, anche se magari con la m minuscola. Mi pare che nella natura umana sia presente una ferita che l’uomo cerca continuamente di rimarginare, pur sapendo che non ci riuscirà mai.

PERCHÉ LA DEFINISCE UNA FERITA?
Che la nostra vita sia dominata dal mistero è una ferita. La nostra ragione non basta a capire quello che ci succede.

E SE INVECE LA RAGIONE FOSSE UN’ULTIMA PORTA, UN’ULTIMA POSSIBILITÀ VERSO IL MISTERO?
Una ragione che non rispetta il mistero non è ragione, ma irrazionalità.

QUINDI SI PUÒ ESSERE UOMINI RAGIONEVOLI, CHE USANO FINO IN FONDO LA PROPRIA RAGIONE, E CONTEMPORANEAMENTE ACCETTARE LA FERITA DEL MISTERO?
È necessario essere così, uomini ragionevoli e proprio per questo coscienti della impossibilità di svelare il mistero. La ricerca continua, non esistono risposte, il mistero ne verrebbe svilito. È questa pretesa di soluzione del mistero che ci allontana da qualsiasi atteggiamento religioso.

E SE INVECE IL MISTERO AVESSE DECISO LUI DI RIVELARSI? NESSUNO PUÒ COMANDARE IL MISTERO.
Non riesco a vedere nel mistero questa volontà di rivelarsi, non ne sono capace.

TORNIAMO ALLA CANZONE DELL’APPARTENENZA. A UN CERTO PUNTO SI RIFERISCE AGLI UOMINI DEL PASSATO CHE AVEVANO “LA MISURA DEL DOVERE E IL SENSO COLLETTIVO DELL’AMORE”.
In effetti la nostra sopravvivenza si è affrancata da quello per cui i nostri avi hanno combattuto, hanno lottato, hanno faticato e fatto figli. Risolto il problema della sopravvivenza, anche la prosecuzione di sé nei figli ci sembra superflua. Però così l’uomo finisce per disgregarsi.

MA NON È CHE PER UN POPOLO COME IL NOSTRO L’AGGREGAZIONE, E DUNQUE L’APPARTENENZA, COINCIDEVANO CON UNA RADICE CRISTIANA? PASOLINI DICEVA…
Ma questo lo dico io: se in qualche modo questi principi cristiani vengono a mancare, si disgrega il senso stesso della civiltà occidentale, che è sostanzialmente civiltà cristiana. Su questo ci siamo legati, su questo abbiamo costruito il nostro mondo. Tutte le opere d’arte che abbiamo davanti da secoli, queste grandi costruzioni, queste cattedrali, sono impossibili persino da pensare senza un luogo in cui tutti sentono che è importante farle. Quando uno parla di valori, di che valori parla? Sì, di valori civici, ma i valori civici da dove nascono?

INSOMMA LEI, DA LAICO, DICE CHE I NOSTRI FONDAMENTI CRISTIANI CE LI DOBBIAMO TENERE ANCORA STRETTI.
Io da laico ritengo che bisogna paragonare i propri principi a quelli di Cristo, perché i nostri valori nascono da lì. Non credo che la civiltà sia molto solida, credo sia un velo sottile che possa saltare da un momento all’altro, la barbarie è a portata di mano. Per questo mi vien quasi da dire che i Balcani sono abitati da gente che ha un diverso rapporto con la vita e la morte. Ma diverso da cosa, da chi? Diverso da una concezione cristiana che sentiamo ancora comune. Credo che quando auspichiamo con leggerezza l’avvento della cosiddetta società multietnica, non ci rendiamo bene conto di cosa comporti in termini di scontro culturale.

A CHI APPARTIENE GIORGIO GABER, CON LE SUE CANZONI, COI SUOI SPETTACOLI?
Esistono due modi di far spettacolo: o vai sul palcoscenico per farti vedere (e quindi affermi te stesso), o ci vai perché cerchi una comunicazione col pubblico. Non dico che con noi in teatro si formi un’appartenenza, ma certo nasce qualcosa che ne fa parte. Sa perché alla fine io grido, faccio queste smorfie, ho queste reazioni? Perché mi vergogno, e mi vergogno perché sono stupito di questo riconoscimento che avviene tutte le sere su cose che io e Luporini abbiamo in qualche modo scoperto per noi stessi. È questo che rende il mio mestiere uno dei più belli che si possano fare. Cosa volere di più, per 120 sere all’anno? Anche gratis.

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L’uomo è fatto di infinito

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L’uomo è fatto di infinito

“Altrettanto nitidamente ricordo quel giorno di febbraio del 1979, era il 21, quando capii in modo definitivo qual era l’unica possibilità per me di essere libero. Ero nella Sala Rossa del Pime (Pontifico istituto opere missionarie) di Milano, con altri seicento studenti universitari. Ero partito da Torino a mezzogiorno e mezza per arrivare in tempo per l’inizio della lezione di don Giussani, l’ottava di quell’anno del suo corso sul Senso religioso. Inizio alle due mezza, un’ora un’ora e mezza di spiegazione e domande e ripartenza per Torino. Il terzo punto della lezione di quel giorno era sulla ‘scomparsa della libertà’.

Rivedo don Giussani che si alza e va alla lavagna alla sua sinistra, prende il gessetto, fa un cerchio e ci disegna dentro un puntino. ‘Ecco, vedete, questo cerchio è il mondo e questo sei tu’ dice rivolto personalmente a ognuno dei seicento presenti. ‘E in questa situazione l’uomo è totalmente schiavo del potere, se l’uomo è solo il risultato della biologia di suo padre e di sua madre non ha alcun diritto di fronte a questo potere.

C’è un solo caso in cui quel punto è libero da tutto il mondo’- e traccia una X al di fuori del cerchio -. E’ che abbia qualcosa in sé che sia rapporto diretto con l’infinito’, e congiunge con un tratto deciso il puntino dentro il cerchio con la X che lo sovrastava.

Lì ho capito chi ero e ho avuto chiaro che l’unica vera alternativa al potere, a ogni totalitarismo, era la religiosità. Il limite al tentativo di possesso dell’uomo sull’uomo, alla dittatura dell’uomo sull’uomo è il mio legame con l’Essere. Quel che ogni potere che si fa prepotenza odia è la religiosità autentica che il cristianesimo difende”.

di Ubaldo Casotto, da “Il mondo, il puntino, la X (e una spada per accettare il duello), 21 Luglio 2005, “Tempi”

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Halloween sì o halloween no?

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Halloween sì o halloween no?

di #DavideVairani

Halloween sì o halloween no? Non credo che la questione debba porsi in questo modo. Molto più semplicemente,”perchè non altro”? Occorre prendere le cose per ciò che sono e – anzitutto – conoscere bene ciò di cui stiamo parlando. Senza fare crociate in direzioni sbagliate, ma nemmeno facendo finta che alcuni pericoli non si possano insinuare. Insomma, evitare gli estremismi.

Una posizione estrema (e onestamente fuori luogo) è quella a mio avviso del teologo Alberto Maggi*. “Ogni anno, con l’avvicinarsi della festa di Halloween, riprende con forza la crociata degli ultrà cattolici che vedono in questo evento il trionfo del male, una sorta di sabba satanico, popolato da streghe, diavoli, demòni, e ogni altra infernale creatura – sostiene Alberto Maggi-. Questi zelanti crociati sono sempre in guerra, devono continuamente combattere contro qualcuno, e se non trovano il nemico, lo inventano. Per essi la festa di Halloween è un’attrazione irresistibile, non si trattengono e tirano fuori tutta la cattiveria repressa e la violenza verbale contro chi sorride di questa festa. Da che nasce tutto quest’astio? Perché i super cattolici hanno paura del riso? Per costoro, che indubbiamente vivono una loro spiritualità, questa s’intende come qualcosa contrapposta al corpo, alla carnalità, alla materia, qualcosa che entra in conflitto con la felicità umana, quasi che per essere spirituali occorra rinnegare una parte importante ed essenziale della propria vita, quella dei sensi e del piacere. La spiritualità per costoro sembra relegata al mondo dello spirito e non della materia, del divino e non dell’umano, del religioso e non del profano, dell’eterno e non del temporale. Tutto ciò nasce dal fatto che nel cattolicesimo siamo eredi di una spiritualità che distaccatasi dai vangeli ha devastato a volte in maniera irrimediabile la vita dei credenti”.


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C’è del vero in ciò che sostiene Alberto Maggi. Che un certo spiritualismo  gnostico da sempre attraversi la storia della Chiesa è vero. Un dualismo corpo/anima, spirito/materia c’è e c’è sempre stato. Ma francamente non mi pare c’entri molto con il tema di cui stiamo parlando. O – quantomeno-non mi pare centrato.

Non so se sono un ultrà cattolico, ma devo dire che mi piace divertirmi e fare festa.

Proviamo a partire da alcuni dati di realtà. E’ un dato di fatto che per i satanisti, per gli adoratori del Male, Halloween è la festa più importante, il Capodanno, il compleanno di Lucifero, e l’occasione per adescare adepti. Nella notte del 31 ottobre, mentre ingenui ragazzi si illudono di divertirsi innocentemente e allegramente in un gioco sociale, gli occultisti compiono riti sacrileghi e disumani, profanano cimiteri, uccidono neonati, sacrificano esseri umani e animali, compiono messe nere, nascondono droghe e veleno nei dolci e nella frutta che regalano ai bambini.

“Halloween è l’anti−culto cristiano: un invito ad abitare il mondo dei mostri, in amicizia con anime inquiete e terrificanti, intrappolate sulla soglia tra i due mondi, a divertirsi con figure della fantasia horror e demoni del male, invece che cercare la comunicazione con gli angeli della luce e con i santi, testimoni della gioia e dell’amore di Dio”.

Lo sostiene con forza Don Aldo Buonaiuto* il quale, tra le mille attività, ha costituito ed è l’animatore generale del Servizio AntiSette dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. “Quando il mostruoso è considerato piacevole, il terrificante è divertente, l’orrido è appagante, cade il confine tra il bene e il male, la porta del giudizio si spalanca sul baratro mortale – sostiene don Aldo-. Il principe del Male attira nella sua trappola eserciti di giovani e adolescenti perlopiù inconsapevoli, con il piacere del macabro e del mostruoso e dissacrando il senso della morte”.

In una intervista a Luca Collodi, giornalista di Radio Vaticana, don Aldo spiegava alcuni concetti che mi sembrano realistici.

Domanda: Ma in verità, don Buonaiuto, dobbiamo dire che la gente, alla fine, festeggia comunque Halloween senza molti problemi…
“E’ un fenomeno e, per alcuni appunto una festa, che non riguarda la nostra tradizione. Si mischiano aspetti che, sia pure in libertà di coscienza, un cristiano non può non criticare. A partire dall’enorme indotto commerciale prodotto. Fu Papa Sisto IV, nel 1480 a solennizzare definitivamente la Festa di Ognissanti. Perché le superstizioni portavano i contadini, gli allevatori non solo a pregare, ma anche a ingraziarsi questi spiriti delle tenebre all’inizio dell’inverno. Contadini e allevatori ripercorrevano ciò che accadeva al tempo dei druidi, quando questi sacerdoti andavano di casa in casa per chiedere l’offerta. La domanda non era ‘Trick or treat?’, ‘Dolcetto o scherzetto?’, ma era: ‘Offerta o maledizione?’, cioè: ‘Dai l’offerta perché si faccia la festa del principe Samhain, colui al quale il dio Sole deve lasciare il posto affinché ci sia protezione nella famiglia, nel raccolto, nell’allevamento?’. Quindi: ‘Vuoi ingraziarti questo principe delle tenebre chiamato Samhain, oppure preferisci che la maledizione arrivi nella tua casa, nel tuo lavoro?’. Poi, con la presenza in modo particolare degli irlandesi negli Stati Uniti, questa tradizione, superstizione, diventa per un periodo prevalentemente riconducibile al mondo commerciale e ai bambini”.

Domanda: Per padre Bamonte, il responsabile degli esorcisti di tutto il mondo, si tratta di una celebrazione esoterica. E Halloween è il capodanno di satana ..
“Sì. E’ il capodanno di satana perché anche i satanisti hanno un loro calendario. E in questo calendario il mese di ottobre è quello votato all’adescamento di nuovi adepti e alla sua preparazione, perché questo evento viene preparato per tutto il mese. Addirittura, credono che quanti, anche indirettamente, partecipano a questo fenomeno chiamato ‘Halloween’ e che celebrano questo rituale di esaltazione, possano partecipare all’adorazione e al culto di satana”.

Domanda: Don Bonaiuto, lei ci dice che attraverso un elemento ludico, talvolta di scherzo, si cela un possibile ingresso al mondo dell’occulto?
“Ecco, questo è il messaggio che noi dobbiamo dare a tutti coloro che ci ascoltano. Guai però a estremizzare. E’ infatti pericoloso quel voler per forza vedere il diavolo dappertutto, ma è altrettanto pericoloso l’estremo opposto, quello di banalizzare, ridicolizzare e relativizzare ciò che invece può essere un apripista ad un mondo molto pericoloso. Dalla nostra esperienza, dal numero verde Antisette della Comunità Papa Giovanni XXIII, (800.228.866) vediamo come spesso dietro ai ragazzi ci sia sempre qualche mente diabolica e la presenza di adulti. Quindi attenzione. Un’attenzione in più da parte delle famiglie sui loro figli, proprio perché questo lato oscuro di Halloween non continui a produrre danni in particolare sui giovani”.

La festa di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti sono, invece, l’occasione per riflettere sul mistero della morte nella prospettiva della Resurrezione, come nascita all’immortalità, dove soltanto coloro che hanno vissuto in osservanza alla Parola di Dio, alla luce del suo Amore, potranno vivere la pienezza della gioia eterna. È necessario, anzi, urgente, recuperare e promuovere una cultura della vita, che, con la sua bellezza, offre esempi e modelli di speranza ai molti immersi in quella che Papa Francesco ha definito una “cultura di morte”, ormai imperante, di cui Halloween è uno strumento e una manifestazione.

Questo fenomeno è ambiguo, subdolo, pericoloso, oltre il business commerciale di cui si serve e ci si serve. L’azione di sensibilizzazione critica consiste anche nel valorizzare l’alternativa cristiana ad Halloween, la festa di Ognissanti, così come la luce è la bella alternativa al buio: gli splendidi volti dei Santi invece delle orride maschere degli zombie.


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Torno alla domanda iniziale: halloween sì o halloween no? E la risposta per me è:”perchè non altro”? Si può coniugare festa e divertimento in maniera più sana e realistica.

Un esempio?

“Vestirsi da santo ad Halloween. Nessuna provocazione antisistema, ma una idea che è venuta ad un giovane sacerdote cerrese, don Davide Mobiglia, che ha invitato i bambini dalla prima alla quinta elementare all’oratorio martedì a quella che ha chiamato la Grande festa dei santi. Nessun braccio di ferro con le feste pagane legate alla ricorrenza di Halloween e soprattutto nessuna polemica con la Pro loco che nelle stesse ore, quelle serali, ha organizzato la classica festa in costume. Ma il dubbio che alla parrocchia cerrese la festa delle streghe non piaccia per nulla, tanto da boicottarla chiamando a raccolta i bambini delle elementari, è quantomai legittimo. In oratorio i costumi saranno ben diversi rispetto a quanto prescritto dalla tradizione importata dall’estero della festa di Halloween: niente diavoli, streghe, maghi o zombie. Solo ed esclusivamente bambini vestiti da santi. Seguendo il motto coniato per la festa, «Scegli un santo e vestiti come lui», con tanto di suggerimento: «Ricordati l’aureola». Poi pizzata e caccia al tesoro per le vie del paese”.


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Quindi, niente paura, basta sapere che cosa si fa. E vigilare. Con serenità e fermezza.

*Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

*Don Aldo Buonaiuto. Dopo gli studi di filosofia e di teologia consegue la licenza di specializzazione in antropologia teologica.È tra i volti più noti dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ente internazionale di diritto pontificio e grande realtà della Chiesa diffusa in Italia e nel mondo, fondata da don Oreste Benzi. Don Buonaiuto è stato accanto al fondatore don Oreste Benzi negli ultimi 15 anni della sua vita terrena. All’interno dell’Associazione si è sempre occupato del problema della prostituzione coatta lottando per restituire dignità alle tante donne sfruttate sulle strade, nelle case e nei locali dalle organizzazioni criminali. In tale ambito gestisce una pronta accoglienza per le vittime della tratta e prostituzione. Ha costituito ed è l’animatore generale del Servizio AntiSette dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII con un suo specifico Numero Verde nazionale 800 228866, creato nel 2002 per aiutare le vittime delle organizzazioni settarie. Tale Servizio collabora con le forze dell’ordine e in particolare con la Polizia di Stato attraverso il Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine che, al suo interno, ha istituito la SAS (Squadra Anti Sette). Il Numero Verde AntiSette interagisce con la SAS in tutta Italia per le problematiche inerenti ai culti criminogeni.Antropologo e demonologo, è tra i principali esperti italiani del fenomeno delle sette occulte svolgendo anche consulenze presso le procure e le forze dell’ordine. Ha pubblicato diversi libri tra cui “Le mani occulte” (editore Città Nuova), “La trappola delle sette” (editore Sempre) e “Halloween. Lo scherzetto del diavolo” (editore Sempre). Scrive numerosi articoli, tiene lezioni e realizza convegni di alto rilievo riguardo alla tematica delle sette e della prostituzione. Tra questi “Il fenomeno delle sette in Italia” ad Ancona nel 2007, “Sulla dignità non si tratta” a Roma nel 2009, “L’esperienza religiosa dell’umanità tra libertà e manipolazione” alla Pontificia Università Lateranense di Roma nel 2011, “La trappola delle sette” nel 2011 e “Perché le vogliono schiave? Il fenomeno della tratta e della prostituzione coatta” nel 2012 all’Università di Urbino.

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#Rispettaledifferenze: ci dobbiamo fidare?

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#Rispettaledifferenze: ci dobbiamo fidare?

di #DavideVairani

Ecco i punti chiavi delle “linee guida” riferite all’ormai famigerato articolo 1 comma 16 della legge sulla “buona scuola” e presentate a Roma alla presenza del ministro Fedeli; primato educativo dei genitori, collaborazione tra scuola e famiglia, consenso informato, esplicitazione del concetto secondo cui la differenza uomo-donna è all’origine della vita, no palese e senza ambiguità alle cosiddette “teorie del gender”, chiara e condivisibile definizione di cosa si intenda per stereotipi di genere, importanza di togliere anche dal linguaggio tutte le forme di “mascolinizzazione”, contrasto alla violenza sulle donne e a tutte le forme di discriminazione.

Esce il gender resta il femminismo. Volendo fare un’estrema sintesi, si possono commentare così le linee guida nazionali per l’attuazione del comma 16 della riforma della scuola (legge 107 del 2015) per la promozione dell’educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza di genere. Il testo presentato ieri a Roma dal ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, presenta sicuramente dei notevoli miglioramenti rispetto a quello circolato in via ufficiosa nell’estate del 2016.

Le linee guida presentate si inseriscono all’interno di un piano nazionale per introdurre le scuole il rispetto delle diversità e per contrastare violenze e discriminazioni tra i banchi che prevede, oltre alle linee guide sulla parità di genere, una campagna sui social con l’hashtag #Rispettaledifferenze, un Piano nazionale in 10 azioni, linee di orientamento per prevenire e contrastare il cyberbullismo. 

Finanziamenti previsti? Con il Piano presentato oggi  – si legge sul sito del Miur – vengono stanziati 8,9 milioni di euro per progetti e iniziative per l’educazione al rispetto e per la formazione delle e degli insegnanti. In particolare, 900.000 euro serviranno per l’ampliamento dell’offerta formativa, 5 milioni (fondi PON) per il coinvolgimento di 200 scuole nella creazione di una rete permanente di riferimento su questi temi. Altri 3 milioni sono messi a disposizione per la formazione delle e dei docenti”. (clicca qui per avere più informazioni).

Leggi anche:

Presentato Piano per l’educazione al rispetto, Fedeli: emanate anche Linee Guida prevenzione violenza di genere

In primis va detto che nel nuovo testo i riferimenti al genere vanno intesi nell’ambito della differenza sessuale tra maschile e femminile, non solo, ma si specifica chiaramente che “tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo le ideologie gender”. Dunque, tutta la cosiddetta educazione di genere viene fatta rientrare nella promozione delle pari opportunità e nella lotta alla violenza sulle donne. Chiarezza in tal senso viene fatta fin dal primo articolo del documento in cui si afferma che “Nascere uomini o donne crea appartenenze forti, è la pietra angolare dell’identità, informa di sé l’intero orizzonte esistenziale: è la prima condizione con cui ogni individuo si pone, e ne riceve opportunità e risorse ma anche limiti. Tutti gli aspetti della vita quotidiana ne sono connotati”.

Significativo anche il passaggio sulla costruzione dell’identità attraverso l’incontro con l’altro ad iniziare dalla figura materna: “Nell’esperienza soggettiva delle persone l’incontro con l’alterità si colloca all’inizio del tempo di vita: dall’esperienza dell’essere tutt’uno con la madre si esce nella lenta necessaria costituzione di una soggettività separata”. In poche righe vengono smentiti gli assunti ideologici per cui non si nasce uomini e donne ma si costruisce l’identità tramite condizionamenti culturali.

Peccato che subito dopo questi passaggi che allontanano definitivamente le istanze delle frange più estreme dei gruppi lgbt, il testo vira verso una visione femminista dai connotati molto ideologici. Lascia quasi sbalorditi la parte in cui la tradizione occidentale è indicata come qualcosa che contribuisce a soggiogare l’universo femminile: “Secoli di patriarcato hanno rappresentato le donne come naturalmente subordinate agli uomini, avvalendosi di dicotomie come quelle di mente/corpo, soggetto/oggetto, logica/istinto, ragione/sentimento, attività/passività, pubblico/privato e assegnando agli uomini le prime caratteristiche, alle donne le seconde”. “Secondo questa millenaria tradizione”, si legge ancora, “le donne sarebbero soggetti deboli, incapaci di pensiero astratto”. Risulta perfino troppo facile smontare questa tesi ricordando che l’Europa con la sua cultura cristiana e umanista è stata la culla di ogni diritto che ha dato dignità alla donna. Per gli stessi motivi stupisce che non sia stato inserito nemmeno un cenno sui rischi legati alla mercificazione del corpo delle donne e alla pornografia dilagante tipiche della nostra contemporaneità.

Con il pretesto di esaltare le differenze c’è poi un intero paragrafo con le raccomandazioni sul lessico e “l’adeguamento dell’uso della lingua al nuovo status assunto dalle donne in campo professionale e istituzionale”. In questa parte delle linee guida è possibile leggere passaggi di questo tenore: “È opportuno ricordare, inoltre, che definire una donna con un termine maschile in settori rilevanti della società come le istituzioni e i livelli professionali apicali, ne opacizza la presenza fino a farla scomparire”. Oppure: “Adeguare il linguaggio al nuovo status sociale, culturale e professionale raggiunto dalle donne, e quindi al mutamento dell’intera società, si pone oggi come un’azione urgente e necessaria”.

 

Ad ogni modo va registrato che riguardo alle forme di discriminazione il documento si attiene a quelle a cui fa riferimento l’articolo 3 della costituzione (non c’è alcuna fuga in avanti che allude a nuovi reati d’opinione) inoltre si menziona l’art. 30 della Carta che riconosce il primato educativo dei genitori.

Le reazioni delle realtà pro family

Il presidente del Comitato Nazionale Difendiamo i Nostri Figli, Massimo Gandolfini ha manifestato una moderata soddisfazione perché “non si lascia spazio a interpretazioni fantasiose e si garantisce che l’ideologia gender non entrerà nelle scuole”. Gandolfini guarda ora al patto educativo di corresponsabilità (Pec) che sarà presentato il 21 novembre: “Questo dovrà rendere concreto quanto pronunciato in linea teorica nelle linee guida e dovrà prevedere il consenso preventivo informato sulle attività sensibili”.

La possibilità di esonero da controverse iniziative scolastiche resta infatti fondamentale, poiché come è doveroso riconoscere che a livello nazionale è stata evitata l’istituzione di una cornice normativa tesa a favorire l’introduzione del gender così è necessario non illudersi che, a livello locale, autorità politiche e scolastiche smetteranno di ideare e proporre progetti per la colonizzazione ideologica degli studenti. Dunque l’impegno per la libertà educativa è ancora all’inizio ma segna qualche punto a suo vantaggio.

“Riguardo al progetto sull’educazione al rispetto e alle linee guida presentate oggi, mi piace notare che si chiede alla scuola un forte impegno per prevenire e contrastare tutte le forme di discriminazione, nella direzione indicata dall’art. 3 della Costituzione: le discriminazioni legate al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alle condizioni personali e sociali. Di grande rilievo è poi l’educazione alla cittadinanza digitale e la lotta al cyberbullismo, a cui siamo fortemente richiamati dall’attualità quotidiana”. Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Cei (Unesu), commenta al Sir il piano nazionale per l’educazione al rispetto. “Per raggiungere questi obiettivi – osserva -, il Ministero afferma chiaramente che le scuole devono fare la parte che spetta loro, con un’azione trasversale alle diverse discipline, senza sostituirsi alle famiglie, ma in continua sinergia con esse. Un’alleanza più stretta e non burocratica tra scuola e famiglia, che evidenzi la primaria responsabilità dei genitori e il compito degli insegnanti”.

Filippo Savarese, Presidente di “CitizenGo” e componente di “Generazione Famiglia” scrive sul suo profilo Facebook: “Con le Linee guida sul comma 16 portiamo a casa un risultato sudato e importante. Chi? Tutti noi che abbiamo attivamente fatto il nostro nell’ultimo anno, tanto pubblicamente quanto privatamente, perché l’impianto folle della prima bozza fosse ribaltato, come accaduto, nonostante restino ancora serissime criticità da monitorare con attenzione chirurgica. Ciascuno sa il fatto suo e, in buona fede, può immaginare l’impegno degli altri. Sul merito delle Linee guida uscirà un comunicato lunedì firmato da Generazione Famiglia, Comitato Art. 26, Non Si Tocca La Famiglia e ProVita, in cui diremo cosa ci soddisfa e cosa, decisamente, no. Resta comunque aperto un altro tavolo e un’altra partita fondamentale al MIUR sulla riforma del Patto Educativo di Corresponsabilità. Nei prossimi giorni affiderò a uno scritto più articolato una riflessione sulla necessità di sciogliere il nodo ormai troppo ingarbugliato che lega tra loro quelle che ormai sono incontestabilmente le due “scarpe” ai piedi dell’associazionismo laicale cattolico, e che rischia di farci inciampare senza distinzioni “tutti giù per terra” se non impareremo a fare sì ciascuno il suo passo, ma almeno nella stessa direzione e senza sgambetti autolesionisti. Per il resto, per quanto mi riguarda, il nostro impegno contro l’Ideologia Gender si concederà – forse – una qualche pausa quando, sperando in una vasta maggioranza pro-family nel prossimo Parlamento, avremo bonificato tutti i testi normativi ripristinando la dizione di “sesso” ovunque sia stata sostituita dal concetto ormai impazzito e fuori controllo di “genere”. Abbiamo sengnato un gol. Bene. Palla al centro”.

Fortemente critico Mario Adinolfi, Presidente del Popolo Della Famiglia e  direttore de “La Croce” quotidiano: “NOI NON CI FIDIAMO DI VALERIA FEDELI”, scrive sul suo profilo facebook. “Un principio di precauzione che abbiamo appreso in questi anni è: mai fidarsi dei politici di professione. Come Popolo della Famiglia non ci uniamo ai gridolini di giubilo di qualche amico per una vaga concessione testuale sul tema del gender nelle scuole. Siamo abituati purtroppo a guardare ai fatti concreti, alla sostanza delle cose. E la ciccia nelle “Linee guida per la prevenzione della violenza di genere” sta nel titolo e negli stanziamenti economici previsti da Valeria Fedeli. Sotto elezioni un ministro non ha interesse a farsi nemici e se ha da concedere una espressione lessicale lo fa senza problemi, una con il pelo sullo stomaco abituata a mentire come la Fedeli però noi la conosciamo bene e proprio non ci compra con una frasetta.

Qui le chiacchiere sono chiacchiere, poi arrivano i fatti. Vengono stanziati quasi nove milioni di euro per una serie di ambigui progetti di “educazione al rispetto” e il pensiero vola immediatamente a quel “gioco del rispetto” che diede il via all’invasione delle teorie gender nelle scuole dell’infanzia. Poi scorriamo i nomi dei testimonial della campagna “Rispetta le differenze” e scopriamo che si va dall’ateo militante platealmente anticattolico Piergiorgio Odifreddi ad una raffica di piccole star del mondo dello spettacolo accomunate dalla militanza sotto il bandierone arcobaleno caro alla lobby lgbt. Approfondiamo ancora un po’ e notiamo che il Piano di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia sarà emanato solo tra un mese, mentre la Fedeli già si produce in dichiarazioni ai giornali di questo tenore: “Queste Linee guida sono frutto di un lavoro di confronto importante, portato avanti con l’obiettivo di trovare il massimo equilibrio e la più ampia condivisione. Quello che mi rende particolarmente orgogliosa è non solo aver formalmente attuato una prescrizione normativa, ma aver dato alle scuole uno strumento culturale importantissimo per combattere le disuguaglianze e gli stereotipi: la legge 107 punta a rendere centrale l’educazione al rispetto e alla libertà dai pregiudizi, riconoscendo dignità a ogni persona, senza esclusioni, nell’uguaglianza di diritti e responsabilità per tutte e tutti”.

Uhm. Quando noi del Popolo della Famiglia leggiamo “combattere gli stereotipi” in ambito scolastico mettiamo subito mano (metaforicamente) alla pistola. Non dimentichiamo che la famiglia naturale è stata definita stereotipo, la necessaria presenza del papà e della mamma per ogni bambino è stata considerata uno stereotipo, la distinzione tra maschio e femmina è stata raccontata in questi “corsi contro la violenza di genere” come uno stereotipo. E allora questi 8,9 milioni di euro per la “educazione al rispetto” con cui si pagano intanto i cachet agli Odifreddi e alle icone della comunità Lgbt, sicuri che siano una grande vittoria per il popolo del Family Day?

Proprio sicuri sicuri? Noi del Popolo della Famiglia non ci fidiamo di questo governo e di Valeria Fedeli. La conosciamo da vicino, conosciamo le sue idee nel profondo. Sotto elezioni il lupo si può anche travestire da agnello, ma la sua finalità è nota. E quei soldi non andranno certo a promuovere la bellezza della famiglia naturale. Poiché sono come al solito bei milioni di euro presi dalle nostre tasche, permetteci la perplessità. Questi politici qui non godono in alcun modo della nostra fiducia. Ancora una volta si rischia di farsi fregare da qualche moina, quando la sostanza sarà altra. Do you remember legge Cirinnà?”.

“Avenire” lascia il commento a Luciano Moia, il quale dopo aver tessuto le lodi e sottolineato le tante positività contenute, scivola in una considerazione che forse avrebbe fatto meglio ad evitare (“Educazione al rispetto, ecco le nuove linee guida della scuola”). “Il timore che le cosiddette “teorie del gender” entrassero ufficialmente in una legge che riguarda la scuola non era infondato – scrive Moia – . Su queste pagina abbiamo documentato puntualmente, da almeno cinque anni a questa parte, la subdola infiltrazione di testi, prassi, teorie finalizzate a propagandare un’antropologia alternativa e del tutto inaccettabile. Dai tristemente noti libretti diffusi dal Dipartimento delle pari opportunità, alle proposte alternative di formazione extracurriculare, alle conferenze tutte orientate a diffondere in modo unilaterale la “cultura” di una sessualità fluida, intercambiabile e indefinita, sono stati purtroppo numerosi gli episodi problematici. Leggere quindi nelle bozze delle “Linee guida” – almeno quelle fatte circolare ufficiosamente nel mesi scorsi – che la scuola avrebbe dovuto tra l’altro puntare alla «decostruzione degli stereotipi di genere» aveva fatto balzare sulla sedia chi era a conoscenza di tutto questo pregresso. Che significa attribuire ad affermazioni così cariche di ambiguità? Da qui proteste e polemiche contro le “linee guida” del Miur. Occorre però dire, che fin da subito, il ministero aveva escluso qualsiasi riferimento alle cosiddette “teorie del gender”. Sia Fedeli sia Giannini avevano assicurato – senza però mai metterlo nero su bianco – che il profilo educativo delle linee guida su violenza di genere e educazione alla parità non avrebbe fatto riferimento a concetti divisivi. L’associazionismo più consapevole – quello che fa riferimento al Forum delle famiglie – ha avuto il coraggio di non esasperare i toni, la pazienza di verificare il testo punto per punto, il buon senso di formulare contro-proposte accettabili che, al termine di un confronto comunque utile e costruttivo, è sfociato in un documento ragionevole e privo di ambiguità. Più che proteste di piazza sono serviti moderazione e disponibilità al dialogo”.

Come dire: se lisciamo tutti il pelo al potere forse otteniamo qualcosa. Affermazione molto pericolosa..

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Popolo dimenticato

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Popolo dimenticato

di Renato Farina per “Libero”

Il Senato ha approvato in via definitiva una legge elettorale nuova fiammante, né proporzionale né maggioritaria, come dire un vino né bianco né rosso, da cui uno crederebbe derivi la qualifica mediana di rosatellum, per il vezzo italiano di latinizzare le boiate.

Il nomignolo in realtà viene da chi l’ha inventata, Rosato, un ragioniere renziano, e delle due qualifiche quella che tranquillizza è la prima, poiché la parola “rag.” avvicina la politica alla popolazione. Pare non ci fosse nulla di meglio in circolazione.

Ne dubitiamo: a noi il ballottaggio alla francese sarebbe piaciuto, ma è  stato bocciato come antidemocratico dalla Corte costituzionale, che se traslocasse in Francia detronizzerebbe Macron e, se non fosse già morto, anche De Gaulle. Dunque accontentiamoci. Del resto una legge elettorale ci vuole, e qualunque essa sia non si è ancora trovata quella che porti alla vittoria un partito che non ha voti.. 

Detto questo, constatiamo che il Parlamento ha dimostrato di saperci fare nelle cose attinenti a se stesso: è riuscito a sistemare la questione del suo futuro in quattro e quattr’otto. Dopo aver trascurato l’Italia per quasi cinque anni con la scusa di dover sistemare al meglio le istituzioni, senza combinare un tubo, in una settimana ha ramazzato una legge qualsiasi, mettendo d’accordo chi fino a un istante prima si era scannato per le virgole dell’Italicum. Una rapidità fenomenale, che formalizza la distanza siderale tra politica politicante e popolo popolante. 

Esempi: con forza impressionante la volontà di lombardi e veneti si è espressa per l’autonomia? Risposta: bene, bravi, 7 +, ma non si cambia, la Costituzione non consente questo e quello, comunque non adesso, ciao popolo, ci si vede nella prossima vita.

Legittima difesa? Le scartoffie ammuffiscono, mentre le case si svaligiano, e chi si difende va a processo. Testamento biologico? Di sicuro, lasciano i moribondi nel loro brodo, hanno staccato la spina alla legge.

Ed ecco che in Senato si alza la voce del presidente emerito Napolitano. Ma il suo sgomento non si concentra sui malati, sui rapinati, sui sentimenti repressi delle “masse popolari” di epica memoria. Ma no,  la sua amarezza vibrante è tutta per il premier Gentiloni che ha subito “pressioni” per far marciare a tutta birra il rosatellum. Trapela che anche Mattarella sarebbe molto accorato per la medesima angosciante ragione. Al che commentatori di rango, come l’eccellente Stefano Folli, hanno sostenuto che la parte della ragione è quella dei tre signori sopracitati, veri capisaldi delle istituzioni contro la sfacciataggine di chi fa valere la forza dei numeri in Parlamento, con spregio di regole consolidate. 

Un momento. La questione sarà interessante dal punto di vista del galateo, ed è avvincente la discussione di quale debba essere il ripieno delle brioche, ma Master chef è su un altro canale. E poi che Napolitano accusi le pressioni degli altri è il capovolgimento della frittata più spettacolare della storia repubblicana.. Quanto a Gentiloni e Mattarella non si capisce da che pulpito possano esibire i loro alti lai: sono l’esito centrifugato proprio di questo Parlamento cui debbono carica e legittimità grazie ai medesimi rapporti di forza che adesso guardano con sussiego dolente. 

Siamo gente volgare, noialtri. Ma riteniamo che il problema oggi non siano le regole ammaccate del palazzo con arazzi e pennacchi, ma il danno costante inflitto all’istituzione primaria, la più alta e bassa, più lunga e larga di tutte, che si chiama popolo, fatto di persone, coi loro guai e i loro desideri. C’è una paratia che si frappone tra le sceneggiate ripetitive del teatrino, e la volontà palpabile della gente comune, calpestata sempre e comunque.

L’ultimo documento di questa inimicizia costante e crescente tra la suprema crème di Stato e il popolo bue, ce lo fornisce la Corte costituzionale.  Ha sentenziato: 1) il governo Monti non aveva il diritto di spennare i pensionati con i contributi di solidarietà, 2) ma – dato che la cifra è grossa e c’è la crisi mondiale – lo Stato non deve restituire il malloppo. La sintesi è mia e piuttosto furente, ma la sostanza è esattamente questa. L’Inps, senza che alcun governo abbia mai rimediato a questo sopruso, si accolla infatti assistenza e pensioni sociali, sottraendoli ai denari versati da lavoratori e imprese per la previdenza. Invece di pescare risorse dalla fiscalità generale, la Consulta benedice la pratica dell’ombrello infilato come d’abitudine dove e a chi lo si è capito.

Intanto Napolitano si sente offeso per le pressioni subite dal povero Gentiloni. Ci si spezza il cuore.

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Imparare l’arte dello Kintsugi

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Le Lettere di Davide Vairani – Imparare l’arte dello Kintsugi
28 Ott 2017 • Blog “Come Gesù”

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, trasformano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Lo riparano valorizzandolo. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia alle spalle può diventare più bello. Per farlo usano una tecnica tramandata da millenni, chiamata“Kintsugi”. Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.

Proteggere. Etimologicamente rimanda al senso del coprire, coprire perché nulla possa essere perso e distrutto per sempre.

Quante volte ci scopriamo a non essere più capaci di reggere l’urto delle paure che la vita ci sbatte a muso duro?

“Suicidarsi con raggiro in Svizzera”: servizio delle Iene. Sullo schermo Tv scorrono le immagini di un uomo che si rivolge ad una clinica svizzera per morire. Si vede una donna e quest’uomo: lui è già sistemato sul lettino. Lascia che la donna le infili l’ago e spieghi, ancora una volta, il funzionamento della valvola: “Deve essere il paziente stesso a manovrare la flebo“, spiega la donna, “diversamente, si tratterebbe di eutanasia”. Prima di aprire il rubinetto, lei rivolge tre domande da protocollo: chiede il nome, la data di nascita e ancora se l’uomo che sta per porre fine alla propria vita sia cosciente di quel che accadrà quando la valvola sarà aperta. Lui risponde di sì. Poi il via libera: “Quando preferisce”. “Non sentirò niente?” – chiede l’uomo come per tranquillizzarsi. La donna lo guarda sorridente e come la mamma per tranquillizzare il bimbo piccolo le sussurra: “Non si preoccupi, non sentirà alcun dolore. Si addormenterà e non sentirà più nulla”. Un letto, una flebo, una dose di pento-barbital-bisodio 30 volte superiore a quella che si usa per le anestesie operatorie. L’ago è ora nella vena dell’uomo. I due si assicurano che tutto funzioni. La donna esce di scena. Lo lascia solo. Solo con un piccolo congegno di plastica che aziona il liquido letale. L’ultimo scalino che divide un uomo dalla propria fine. Trenta secondi, poi dormi. Quattro minuti e si possono firmare i certificati di morte. Il servizio delle “Iene” si sposta su questa donna. Si chiama Erika Preisig. Una donna minuta, scavata, dallo sguardo impassibile e dal naso aquilino, accento svizzero-tedesco un po’ gutturale, come nei film, la donna che ti accoglie nella stanza della morte, il suicidio assistito. Fa impressione vedere sullo schermo Tv la sua calma imperturbabile, la sua parlata lenta e serena mentre si appresta ad uccidere una persona.Una donna normalissima, come tante, con una vita tutto sommato normale. Eppure ad un certo punto della sua vita c’è un tragico evento che la porta a dedicare la propria vita a chi sceglie la morte. Suo padre era malato e depresso. Un giorno uscì di casa senza dire dove andava. Scese verso la ferrovia, a sud del paese. Di lì passa il treno per Zurigo. E così quell’uomo stremato dalla sofferenza decise di buttarsi sui binari e di uccidersi, travolto da quel mostro d’acciaio lanciato a 200 chilometri orari: “Papà saltò sui binari, il treno lo colpì scagliandolo lontano. Non morì e, da quel momento, la vita che aveva voluto finire diventò per lui un supplizio ancora peggiore”.

Quell’uomo seduto sul lettino in attesa della morte non era un malato terminale. Era un uomo depresso, che non sopportava più di vivere. Nessuno in quella clinica ha indagato, verificato. Nulla.

Le immagini televisive mostrano il certificato medico che parla di depressione e l’aggiunta, con una calligrafia differente, di una riga. Una riga che certifica – falsamente – che quell’uomo si trovava in uno stato terminale. Quell’uomo depresso seduto sul lettino in attesa di morire con una dose di pento-barbital-bisodio.

Buio. Tre minuti. E’ finita. La ferita non fa più male.

Un uomo e una donna feriti che scelgono di morire e di aiutare a morire. Tutto legale in Svizzera. Si può fare.

Le difficoltà della vita ci possono ferire, lasciare in noi dei tagli, dei lividi. Tutti noi siamo impastati di terra, siamo vasi sberciati e crepati.

E ogni giorno abbiamo davanti un bivio: essere Kintsugi o pento-barbital-bisodio.

Fin da piccolo ho sempre avuto l’idea di essere nato con qualcosa di sbagliato. Qualcosa che mi sentivo addosso, come incollato malamente al mio corpo e alla mia anima. Come se fossi stato da sempre un palazzo con una crepa in mezzo. Una crepa che invece di rimpicciolirsi aumentava giorno dopo giorno. Avete presente le immagini di un dopo terremoto? Case e palazzi sventrati di traverso come da un taglio chirurgico. Un taglio spesso destinato a non rimarginarsi mai. Un taglio che si trasforma piano piano in una ferita impressa nella terra e nelle carni di volti arresi e muti ad un destino avverso. Un destino che si rifiuta di ricucire tutto. Crescendo la crepa pareva approfondirsi e la ferita aprirsi sempre di più. Come nel terremoto. Con la differenza che per me era come se non esistesse un prima e un dopo, ma un mai. Mai felice, mai allegro, mai sereno, mai io.Il terremoto è un evento esterno alla tua vita, un tragico evento, identificabile, che inevitabilmente determina un prima e un dopo nella vita di chi lo subisce. Un prima fatto di luce e un dopo pieno di buio. Non hai scappatoie: o ricominci tutto da capo oppure ti arrendi. La mia ferita non mi dava mai la speranza di potere ricominciare, perché è come se per me non fosse mai esistito un inizio. Per me non esisteva un prima e un dopo. La ferita si allargava, diventava malinconia: poi patologia. Mi svegliavo al mattino con addosso tutta la mia ferita: “non sei capace, non vedi che non riesci a fare nulla?”. Non riuscivo a vedere nulla attorno a me. Non vedevo altro che la mia crepa. Andirivieni di medici, cure, mi sentii meglio; poi di nuovo, a intermittenza, la crepa si evidenziava, dolente, e sussurrava: “non sei guarito, non lo sarai mai”. La chiamano “depressione”. O “mal di vivere”. O .. Ho rinunciato con il tempo a cercarle un nome.

Ogni dolore porta con sé una luce, uno spiraglio, una via d’uscita, di superamento, una possibilità di maggiore conoscenza della propria umanità. Ogni dolore può partorire un miracolo di vita, ogni fragilità, ogni errore, ogni debolezza può aprire una fessura di luce la ferita diventa una feritoia, che si trasforma in finestra verso l’oltre. Preziosa come l’oro.

Proprio la mia crepa – la mia maledettissima crepa – è stata la mia salvezza. Se non ci fosse stata questa mia maledettissima crepa non mi sarei trovato nella condizione di capire che mi ci voleva lo Kintsugi.

Non siamo programmati per auto-distruggerci: io non sono la mia ferita. Io sono di più. Tutto in me grida che sono di più della mia ferita, che c’è di più oltre la mia ferita.

Quel desiderio malinconico e represso di infinita felicità ad un certo punto non è rimasto appeso all’angolo di quella mia crepa come una illusione, ma si è fatto Presenza.

Come canta Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce”. È una salvezza quel muro spezzato, quella falla. Da cui un fiotto di grazia, incontrollato, può entrare e fecondare la terra inaridita e dura.

Per imparare a praticare lo Kintsugi occorre pensarsi come siamo: un vaso che può essere saldato con l’oro. Ma l’oro non ce lo abbiamo noi. Puoi decidere di occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione. Gesù Cristo ci mostra che anche la morte ha una via d’uscita: Lui.

Tommaso riconosce il suo Signore e il suo Dio non tramite un libro, pur se bello. Non tramite un’esperienza estetica, pur se avvolgente.

E’ stata quella ferita, quelle stigmate aperte e conservate con cura dal Risorto che glielo hanno fatto scoprire. La via di Cristo Risorto è la via della Croce. Quelle “ferite”, per la forza dello Spirito Santo, effuso nel cuore dei discepoli, sono diventate “feritoie” di grazia e di luce”.
Trasformare le ferite della vita in feritoia di speranza: dalle ferite, alle feritoie, in un itinerario antropologico, dove le ferite della vita non vengono né mistificate né artificiosamente chiuse. Restano aperte. Restano nel corpo del Risorto. Gesù compie un miracolo, che solo Dio può fare: trasformare il male in bene, le ferite in feritoie, la notte nel giorno.

Per questo la vita che ci è data deve essere vissuta in ogni istante fino alla fine naturale. Perché accada che l’oro possa saldarsi nelle crepe di cui siamo pieni.

“Poiché l’amore è vita/ e la vita è immortale/ se di questo tu dubiti/ non ho altro da mostrarti/ amore/ che il Calvario” – Emily Dickinson.

Sia benedetta questa mia maledetta crepa.

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