Imparare l’arte dello Kintsugi

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Le Lettere di Davide Vairani – Imparare l’arte dello Kintsugi
28 Ott 2017 • Blog “Come Gesù”

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, trasformano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Lo riparano valorizzandolo. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia alle spalle può diventare più bello. Per farlo usano una tecnica tramandata da millenni, chiamata“Kintsugi”. Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.

Proteggere. Etimologicamente rimanda al senso del coprire, coprire perché nulla possa essere perso e distrutto per sempre.

Quante volte ci scopriamo a non essere più capaci di reggere l’urto delle paure che la vita ci sbatte a muso duro?

“Suicidarsi con raggiro in Svizzera”: servizio delle Iene. Sullo schermo Tv scorrono le immagini di un uomo che si rivolge ad una clinica svizzera per morire. Si vede una donna e quest’uomo: lui è già sistemato sul lettino. Lascia che la donna le infili l’ago e spieghi, ancora una volta, il funzionamento della valvola: “Deve essere il paziente stesso a manovrare la flebo“, spiega la donna, “diversamente, si tratterebbe di eutanasia”. Prima di aprire il rubinetto, lei rivolge tre domande da protocollo: chiede il nome, la data di nascita e ancora se l’uomo che sta per porre fine alla propria vita sia cosciente di quel che accadrà quando la valvola sarà aperta. Lui risponde di sì. Poi il via libera: “Quando preferisce”. “Non sentirò niente?” – chiede l’uomo come per tranquillizzarsi. La donna lo guarda sorridente e come la mamma per tranquillizzare il bimbo piccolo le sussurra: “Non si preoccupi, non sentirà alcun dolore. Si addormenterà e non sentirà più nulla”. Un letto, una flebo, una dose di pento-barbital-bisodio 30 volte superiore a quella che si usa per le anestesie operatorie. L’ago è ora nella vena dell’uomo. I due si assicurano che tutto funzioni. La donna esce di scena. Lo lascia solo. Solo con un piccolo congegno di plastica che aziona il liquido letale. L’ultimo scalino che divide un uomo dalla propria fine. Trenta secondi, poi dormi. Quattro minuti e si possono firmare i certificati di morte. Il servizio delle “Iene” si sposta su questa donna. Si chiama Erika Preisig. Una donna minuta, scavata, dallo sguardo impassibile e dal naso aquilino, accento svizzero-tedesco un po’ gutturale, come nei film, la donna che ti accoglie nella stanza della morte, il suicidio assistito. Fa impressione vedere sullo schermo Tv la sua calma imperturbabile, la sua parlata lenta e serena mentre si appresta ad uccidere una persona.Una donna normalissima, come tante, con una vita tutto sommato normale. Eppure ad un certo punto della sua vita c’è un tragico evento che la porta a dedicare la propria vita a chi sceglie la morte. Suo padre era malato e depresso. Un giorno uscì di casa senza dire dove andava. Scese verso la ferrovia, a sud del paese. Di lì passa il treno per Zurigo. E così quell’uomo stremato dalla sofferenza decise di buttarsi sui binari e di uccidersi, travolto da quel mostro d’acciaio lanciato a 200 chilometri orari: “Papà saltò sui binari, il treno lo colpì scagliandolo lontano. Non morì e, da quel momento, la vita che aveva voluto finire diventò per lui un supplizio ancora peggiore”.

Quell’uomo seduto sul lettino in attesa della morte non era un malato terminale. Era un uomo depresso, che non sopportava più di vivere. Nessuno in quella clinica ha indagato, verificato. Nulla.

Le immagini televisive mostrano il certificato medico che parla di depressione e l’aggiunta, con una calligrafia differente, di una riga. Una riga che certifica – falsamente – che quell’uomo si trovava in uno stato terminale. Quell’uomo depresso seduto sul lettino in attesa di morire con una dose di pento-barbital-bisodio.

Buio. Tre minuti. E’ finita. La ferita non fa più male.

Un uomo e una donna feriti che scelgono di morire e di aiutare a morire. Tutto legale in Svizzera. Si può fare.

Le difficoltà della vita ci possono ferire, lasciare in noi dei tagli, dei lividi. Tutti noi siamo impastati di terra, siamo vasi sberciati e crepati.

E ogni giorno abbiamo davanti un bivio: essere Kintsugi o pento-barbital-bisodio.

Fin da piccolo ho sempre avuto l’idea di essere nato con qualcosa di sbagliato. Qualcosa che mi sentivo addosso, come incollato malamente al mio corpo e alla mia anima. Come se fossi stato da sempre un palazzo con una crepa in mezzo. Una crepa che invece di rimpicciolirsi aumentava giorno dopo giorno. Avete presente le immagini di un dopo terremoto? Case e palazzi sventrati di traverso come da un taglio chirurgico. Un taglio spesso destinato a non rimarginarsi mai. Un taglio che si trasforma piano piano in una ferita impressa nella terra e nelle carni di volti arresi e muti ad un destino avverso. Un destino che si rifiuta di ricucire tutto. Crescendo la crepa pareva approfondirsi e la ferita aprirsi sempre di più. Come nel terremoto. Con la differenza che per me era come se non esistesse un prima e un dopo, ma un mai. Mai felice, mai allegro, mai sereno, mai io.Il terremoto è un evento esterno alla tua vita, un tragico evento, identificabile, che inevitabilmente determina un prima e un dopo nella vita di chi lo subisce. Un prima fatto di luce e un dopo pieno di buio. Non hai scappatoie: o ricominci tutto da capo oppure ti arrendi. La mia ferita non mi dava mai la speranza di potere ricominciare, perché è come se per me non fosse mai esistito un inizio. Per me non esisteva un prima e un dopo. La ferita si allargava, diventava malinconia: poi patologia. Mi svegliavo al mattino con addosso tutta la mia ferita: “non sei capace, non vedi che non riesci a fare nulla?”. Non riuscivo a vedere nulla attorno a me. Non vedevo altro che la mia crepa. Andirivieni di medici, cure, mi sentii meglio; poi di nuovo, a intermittenza, la crepa si evidenziava, dolente, e sussurrava: “non sei guarito, non lo sarai mai”. La chiamano “depressione”. O “mal di vivere”. O .. Ho rinunciato con il tempo a cercarle un nome.

Ogni dolore porta con sé una luce, uno spiraglio, una via d’uscita, di superamento, una possibilità di maggiore conoscenza della propria umanità. Ogni dolore può partorire un miracolo di vita, ogni fragilità, ogni errore, ogni debolezza può aprire una fessura di luce la ferita diventa una feritoia, che si trasforma in finestra verso l’oltre. Preziosa come l’oro.

Proprio la mia crepa – la mia maledettissima crepa – è stata la mia salvezza. Se non ci fosse stata questa mia maledettissima crepa non mi sarei trovato nella condizione di capire che mi ci voleva lo Kintsugi.

Non siamo programmati per auto-distruggerci: io non sono la mia ferita. Io sono di più. Tutto in me grida che sono di più della mia ferita, che c’è di più oltre la mia ferita.

Quel desiderio malinconico e represso di infinita felicità ad un certo punto non è rimasto appeso all’angolo di quella mia crepa come una illusione, ma si è fatto Presenza.

Come canta Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce”. È una salvezza quel muro spezzato, quella falla. Da cui un fiotto di grazia, incontrollato, può entrare e fecondare la terra inaridita e dura.

Per imparare a praticare lo Kintsugi occorre pensarsi come siamo: un vaso che può essere saldato con l’oro. Ma l’oro non ce lo abbiamo noi. Puoi decidere di occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione. Gesù Cristo ci mostra che anche la morte ha una via d’uscita: Lui.

Tommaso riconosce il suo Signore e il suo Dio non tramite un libro, pur se bello. Non tramite un’esperienza estetica, pur se avvolgente.

E’ stata quella ferita, quelle stigmate aperte e conservate con cura dal Risorto che glielo hanno fatto scoprire. La via di Cristo Risorto è la via della Croce. Quelle “ferite”, per la forza dello Spirito Santo, effuso nel cuore dei discepoli, sono diventate “feritoie” di grazia e di luce”.
Trasformare le ferite della vita in feritoia di speranza: dalle ferite, alle feritoie, in un itinerario antropologico, dove le ferite della vita non vengono né mistificate né artificiosamente chiuse. Restano aperte. Restano nel corpo del Risorto. Gesù compie un miracolo, che solo Dio può fare: trasformare il male in bene, le ferite in feritoie, la notte nel giorno.

Per questo la vita che ci è data deve essere vissuta in ogni istante fino alla fine naturale. Perché accada che l’oro possa saldarsi nelle crepe di cui siamo pieni.

“Poiché l’amore è vita/ e la vita è immortale/ se di questo tu dubiti/ non ho altro da mostrarti/ amore/ che il Calvario” – Emily Dickinson.

Sia benedetta questa mia maledetta crepa.

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Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.