La Chiesa e il Tempo: affettività e sessualità da rivedere?

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La Chiesa e il Tempo: affettività e sessualità da rivedere?

di Davide Vairani

“Il parroco anti-nozze gay: ‘Abbandonato da tutti, che razza di Chiesa’”. “Il Piccolo” riapre in questi giorni la vicenda che ha coinvolto la comunità di Staranzano, paesino di poco più di settemila anime in provincia di Gorizia. I protagonisti sono fondamentalmente quattro: il parroco, don Francesco Maria Fragiacomo; Marco De Just, giovane capo scout locale dell’AGESCI; don Eugenio Biasol, viceparroco e assistente spirituale degli scout del paese; Mons. Carlo Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia. C’è un quinto protagonista di questa storia che inevitabilmente è rimbalzata sui media nazionali: la comunità di Stazzano.

Un passo indietro. I fatti. Giugno 2017. Marco De Just si è unisce civilmente con il suo compagno Luca. L’episodio ha provocato reazioni diverse nella comunità parrocchiale in cui Marco è impegnato: da un lato, molte persone, insieme al viceparroco don Eugenio Biasol (che è anche l’assistente spirituale degli scout del paese, hanno partecipato alla festa che si è tenuta dopo che l’unione civile è stata celebrata in municipio; dall’altro, don Francesco Maria Fragiacomo che ha scritto sul bollettino parrocchiale un articolo in cui sosteneva che Marco, avendo fatto una scelta che non è in linea con le linee educative della Chiesa, avrebbe dovuto lasciare il suo incarico di capo scout e ha chiesto l’intervento dell’arcivescovo di Gorizia. Pur chiamata in causa, la diocesi non ha rilasciato una dichiarazione formale, anche se il responsabile dell’ufficio stampa della Curia, Mauro Ungaro, ci ha tenuto a ribadire che “sulle unioni civili la posizione della Chiesa è chiarissima: siamo contrari. Su questo caso in particolare non siamo intervenuti perché riguarda un educatore dell’ Agesci e deve essere l’Agesci a intervenire in prima battuta, anche previa verifica interna. Come diocesi non abbiamo voluto alimentare polemiche che rischiano di essere irrispettose nei confronti delle persone coinvolte. Credo che molto presto ci sarà un confronto tra Mons. Redaelli e i vertici nazionali dell’ Agesci tramite l’assistente diocesano degli scout”. L’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani del Fvg (Agesci) per canto suo, chiamata direttamente in causa, ha replicato nei giorni successivi sul profilo Facebook con queste parole che non lasciano spazio ad ulteriori polemiche. “L’Agesci Fvg – si legge nel post – ribadisce la propria fiducia nella comunità capi del Gruppo di Staranzano, in provincia di Gorizia. L’Associazione sottolinea che il discernimento e la decisione in merito alle questioni educative sono in capo alla comunità educante che, sostenuta dalla Chiesa locale, confrontandosi con il Vescovo, saprà valutare ciò che deve essere fatto per il bene dei ragazzi che sono loro affidati avendo come riferimento il Patto Associativo e il Magistero della Chiesa, nel rispetto di tutte le persone coinvolte”. La parrocchia è spaccata in due: metà approva la tesi di don Francesco (il capo scout non può più insegnare ai ragazzi), l’altra metà è con gli scout, nonostante siano al centro di una situazione discutibile per una realtà cattolica legata alla Curia.

don Francesco Maria Fragiacomo

A distanza di quattro mesi da quei fatti, “Il Piccolo” riporta lo sfogo e l’amarezza del parroco. Don Francesco Maria Fragiacomo sostiene – in una lettera inviata al Decano – che i suoi confratelli lo hanno completamente abbandonato nel momento delle difficoltà pastorali. L’amarezza di don Francesco – scrive sempre “Il Piccolo” – riguarda il fatto che non sia mai arrivato alcun pronunciamento sulla questione da parte della Curia. Si attendeva una decisione in merito dell’arcivescovo di Gorizia, Carlo Maria Redaelli, che non c’è mai stata. E anche l’Agesci nazionale ha passato la patata bollente nelle mani di quello regionale, che a sua volta si è guardata bene a prendere una decisione demandandola agli scout di Staranzano, che vanno avanti ignorando la richiesta di affrontare la questione. E proprio sui social in tanti hanno espresso parole di solidarietà e riconoscenza nei confronti del capo scout, lanciando l’hashtag #iostoconmarcoeluca, altri invece si sono schierati con don Fragiacomo. Sul sito della parrocchia di Staranzano trovano voce le diverse correnti di pensiero. Don Fragiacomo secondo alcuni avrebbe “perso l’occasione per aprire le porte del Signore a tutti senza alcun discrimine”. Un altro utente scrive indignato che il parroco “è riuscito a umiliare quel povero capo scout dopo tutto quello che ha dato alla comunità. Un trattamento così neanche a un mafioso si riserva”. Altri si chiedono “se la relazione andava avanti da 9 anni, perchè la scomunica dal ruolo di capo scout avviene solo ora? (…) Un prete che reagisce ad una manifestazione d’amore con l’odio arretrato e bigotto e che ama stare sotto i riflettori non è degno di essere prete”. In tanti hanno condiviso l’hashtag #iostoconmarcoeluca commentando la vicenda: “La mia famiglia sta con Marco e Luca. Staranzano sta sicuramente con Marco e Luca. Probabilmente anche Dio sta con Marco e Luca”. La madre di una ragazza del gruppo scout in questione si chiede: “Se ora mia figlia vedrà allontanato il suo capo scout, che cosa dovrò dirle? Che i giovani tracciano vie per il futuro coraggiose, gli adulti fingono di porsi all’ascolto e alla prima occasione rinnegano quanto sembrava condiviso? È questo il messaggio educativo che si vuol dare?”. “Loro non sono, e non saranno mai, soli, e la grande vicinanza della comunità in questi giorni l’ha dimostrato – scrive un altro utente -. Marco e luca hanno già vinto. E noi con loro”. In una lettera aperta, Grazia di 16 anni scrive: “Tutta la comunità scout di Staranzano è con Marco ed è disposta a tirare fuori artigli e denti per proteggere Marco e il suo compagno”. Ma c’è anche chi sostiene la posizione del parroco: “Per la dottrina cattolica si è comportato con coerenza”. E ancora: “Lo scout sarà accolto come educatore e solo forse più umanamente in altra associazione scoutistica non confessionale; con grande soddisfazione dei genitori dei ragazzi”, e chi sottolinea che “la coerenza con l’etica cattolica, soprattutto pe un educatore credente, non è un optional”. Per concludere c’è chi cita papa Francesco, ricordando le parole del pontefice: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà chi sono io per giudicarla?”.

“Che fiducia posso avere dei miei confratelli – scrive don Francesco – che nel momento delle difficoltà invece di essere vicini e solidali sono assenti, lontani o addirittura contro. Invece di essere in sintonia sul messaggio del Vangelo, ne sono in piena dissonanza con dottrine, prassi, metodi e stile completamente diversi”. E aggiunge: “Invece di sostenermi in un caso scandaloso che compromette gravemente il messaggio educativo buono verso i giovani, superficialmente minimizzano, ti accusano, ti sparlano alle spalle o ti canzonano pubblicamente su giornali nazionali, dandoti del ‘giovane parroco’. Ho 56 anni e in seminario, invece, sono entrato a 32. Prima ho vissuto tutte le esperienze dei giovani di oggi. Dai 16 ai 24 anni sono stato non credente, ho studiato, ho fatto diversi lavori, ho insegnato, ho fatto il militare, sono stato fidanzato. Dopo la conversione con la preghiera – aggiunge – conquistato dalla bellezza, grandezza e verità della vita cristiana ho deciso di dare totalmente la vita al Signore. Ho intrapreso la strada verso il sacerdozio perché mi sentivo fortemente chiamato a servirlo come pastore di anime. E mi sento ancora e sempre più chiamato a esserlo. Non ho mai messo in dubbio che questa è la strada che Dio vuole per me, ora più che mai. E ne sono felice”. “Ora mi domando – chiude – che razza di Chiesa è questa? Cosa offre? Quali grandi ideali presenta ai giovani? Dapprima noi preti dovremo farci un serio esame di coscienza su cosa abbiamo proposto ai giovani. Non so se verrò ancora alle prossime riunioni del decanato”.

Non conosco le persone protagoniste di questa vicenda e pertanto mi tengo a debita distanza dal giudicare chi abbia fatto bene, chi è nel giusto e chi ha sbagliato. Non è questo il punto. Non si tratta – a mio parere – di brandire la spada della giustizia che divide buoni e cattivi, salvi e maledetti, ortodossi ed eterodossi, progressisti e tradizionalisti, e così via. Il manicheismo è una eresia e una tentazione sempre in agguato.

La Traditio della Chiesa sul tema omosessualità, famiglia e matrimonio è chiarissima. Il Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II° nel 1992 nei tre paragrafi (2357, 2358 e 2359) dedicati alla omosessualità sottolinea: “2357 L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, [Cf Gen 19,1-29; Rm 1,24-27; 1Cor 6,10; 1Tm 1,10 ] la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati; 2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione; 2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.”

E sulla famiglia e matrimonio altrettanto chiaro. Nel capitolo I. La famiglia nel piano di Dio – Natura della famiglia, i paragrafi 2201, 2202 e 2203 – ad esempio -: “2201 La comunità coniugale è fondata sul consenso degli sposi. Il matrimonio e la famiglia sono ordinati al bene degli sposi e alla procreazione ed educazione dei figli. L’amore degli sposi e la generazione dei figli stabiliscono tra i membri di una medesima famiglia relazioni personali e responsabilità primarie; 2202 Un uomo e una donna uniti in matrimonio formano insieme con i loro figli una famiglia. Questa istituzione precede qualsiasi riconoscimento da parte della pubblica autorità; si impone da sé. La si considererà come il normale riferimento, in funzione del quale devono essere valutate le diverse forme di parentela; 2203 Creando l’uomo e la donna, Dio ha istituito la famiglia umana e l’ha dotata della sua costituzione fondamentale. I suoi membri sono persone uguali in dignità. Per il bene comune dei suoi membri e della società, la famiglia comporta una diversità di responsabilità, di diritti e di doveri”.

Il punto è uno solo: perché troppi sacerdoti, laici, consacrati, gerarchie e via discorrendo si vergognano della Chiesa? Al punto che un sacerdote come don Frangiacomo (e tanti altri sparsi qua e là per l’Italia) si sentono non solo lasciati soli, ma addirittura accusati di non avere misericordia?

Non ho la risposta. Mi limito a registrare la tentazione sempre più frequente di mettere in discussione nella sostanza il depositum fidei da parte di troppe parti del “mondo cattolico”, come se la Chiesa non fosse al passo con i tempi e per questo avesse bisogno di una riverniciatura. Nella sostanza, non nelle modalità pastorali con le quali vivere il cristianesimo oggi. Ha ragione Papa Francesco, infatti, quando dice che la Traditio non va tenuta in naftalina, non è una roba da museo e tantomeno una manualistica da applicare come il codice di diritto. Ma la sostanza non può cambiare. Verità nella Carità, ma anche Carità nella Verità.

Che reazioni ci sono state in questi quattro mesi? Ne cito due che – in forme e modi differenti tra loro – mi lasciano alquanto perplesso e sbigottito.

La prima. Durante il Consiglio presbiterale diocesano del 22 giugno 2017, monsignor Carlo Redaelli, che di Gorizia è arcivescovo, ha deciso di affrontare la questione con un lungo intervento che ha poi riproposto due giorni dopo durante il Consiglio pastorale della diocesi. Riprendo solo il passaggio finale. “Il terzo momento che il cardinal Martini ci richiamava, sempre a partire dall’analogia con l’esperienza della Chiesa di Gerusalemme, è quello di arrivare a una soluzione pratica che tenga conto delle verità fondamentali, rispetti il cammino di ciascuno e faccia maturare una reale comunione, superando tensioni e contrasti, spesso enfatizzati dalla passione e dall’emozione. Un primo suggerimento che mi sento di offrire è quello di darci tempo. Un tempo necessario per lasciare decantare emozioni, giudizi affrettati, reazioni a caldo e un po’ sopra le righe. Non certo un tempo per dimenticare o a fare finta di niente: sarebbe irresponsabile. Un tempo invece utile per le persone direttamente coinvolte per rivedere con calma i passi compiuti, verificarne le conseguenze (volute o non volute), ricalibrare le proprie scelte. Il tutto con autenticità e libertà e avendo davanti agli occhi il Signore, il bene della Chiesa e delle concrete comunità implicate. Un tempo ampio anche per l’AGESCI e per altre realtà ecclesiali di carattere educativo che devono affrontare tematiche nuove, come ad esempio la necessità di proporre oggi determinati valori con un approccio diverso rispetto al passato o anche di dover pensare a una formazione e a un accompagnamento degli stessi propri educatori, che talvolta compiono scelte personali, in particolare in tema di affetti, che fino a poco tempo fa non erano quasi ipotizzabili o comunque erano percepite come evidentemente incompatibili con il proprio compito. Insisto perché siano queste realtà ecclesiali a operare il necessario discernimento e a giungere ad alcune indicazioni condivise e sagge, non per sottrarmi al mio impegno di pastore (che, per altro, partecipo con i sacerdoti, i diaconi e i cristiani più impegnati, come i membri del consiglio pastorale diocesano), ma per evitare che un mio pronunciamento possa essere visto come un intervento “autoritario” dall’alto e quindi accolto ‘obtorto collo’, e non invece come aiuto a discernere e compiere la volontà di Dio, o utilizzato quasi come alibi per evitare ai soggetti ecclesiali interessati la fatica, ma anche la positività, di un cammino non facile di discernimento. Un secondo suggerimento che mi permetto di presentare soprattutto alla comunità di Staranzano e alle altre realtà vicine più direttamente implicate, è quello di utilizzare anzitutto un saggio consiglio di sant’Ignazio, maestro di discernimento del cardinal Martini e di papa Francesco: ‘ogni buon cristiano dev’essere più pronto a salvare una affermazione del prossimo che a condannarla’ (Esercizi spirituali n. 22). Intendo cioè invitare a un atteggiamento di disponibilità gli uni verso gli altri, che parta dal presupposto della buona fede reciproca, trovi occasione di dialogo pacato e sincero, abbia la pazienza dell’ascolto, riannodi una comunione che resta vera anche in presenza di diverse sensibilità e accentuazioni”.

La seconda. Luciano Moia dalle colonne di “Avvenire” così scriveva qualche mese fa’ (“Scout gay, un caso da affrontare”, domenica 20 agosto 2017). “Non si tratta solo di stabilire se il capo scout in questione abbia offerto una testimonianza di vita coerente con i valori dell’associazione e quindi con la proposta cristiana sul matrimonio e sulla famiglia, ma anche di riflettere in modo responsabile sull’efficacia di una proposta educativa a proposito di affettività e sessualità che dev’essere probabilmente riformulata e riattualizzata, a partire dalla riflessione più ampia che tutta la comunità cristiana vuole e deve fare. Lo accennava già l’arcivescovo di Gorizia, Carlo Roberto Maria Redaelli, nella lunga lettera indirizzata sul caso del capo scout al Consiglio presbiterale e a quello pastorale: ‘Si è di fronte a questioni nuove e complesse circa le quali la riflessione ecclesiale è ancora iniziale o comunque non del tutto matura, i pareri non sono concordi, le prassi pastorali non ancora ben definite’. (…) Ecco perché la riflessione non può e non deve coinvolgere soltanto l’Agesci ma tutte le realtà ecclesiali e associative impegnate sul delicatissimo crinale dell’emergenza educativa. Del resto, anche l’arcivescovo di Gorizia si era chiesto se nell’episodio erano ravvisabili aspetti di grazia. Non certo per giustificare in modo semplicistico i comportamenti delle persone coinvolte nel caso di Staranzano – come qualche censore de noantri ha banalmente osservato – ma per trasformare un episodio comunque difficile e imbarazzante in uno spunto per riflettere, per ripensare alla coerenza della strada fatta, per chiedersi come colmare un ritardo educativo che appare finalmente nelle sue autentiche e drammatiche dimensioni. Un’occasione preziosa offerta evidentemente non solo all’Agesci, ma anche a tutte le realtà ecclesiali di carattere educativo, per avviare nuovi percorsi e nuove iniziative che non siano né casuali né episodiche. Da qui la proposta di un tavolo di confronto sul tema dell’educazione alla sessualità e all’affettività invitando a un’ampia riflessione – con modalità e tempi tutti da definire – realtà come l’Azione cattolica, le Federazioni degli oratori, gli istituti e le congregazioni impegnate nella pastorale giovanile e familiare, le associazioni dei genitori, le aggregazioni, i movimenti familiari, gli esperti che si sono già occupati del tema. Non si tratta di rivoluzionare la teologia morale a proposito degli atti omosessuali – compito che in ogni caso non tocca alle associazioni – né di stabilire un nuovo elenco dei permessi e dei divieti. Bensì di affrontare in modo originale e inclusivo, adeguato alle richieste dei tempi, il problema dei percorsi educativi. E allo stesso tempo verificare la possibilità di un approccio che non si riduca più alla normatività sterile del ‘si può’, ‘non si può’. Senza per questo confondere le esigenze del discernimento con formule eticamente assolutorie. Riflessione comunque difficile, tutta da condurre sul crinale di una gradualità rispettosa delle condizioni di via di ciascuno. Per questo occorre un approccio culturale innovativo che, soprattutto sul fronte della pastorale per le persone omosessuali, sappia uscire dalla sudditanza nei confronti del pensiero laico troppo spesso segnato dalla contrapposizione. Da una parte i cosiddetti ‘omosessualisti’, dall’altra i fautori dell’omosessualità come patologia. Esiste una via mediana capace di valorizzare per esempio la categorie dell’’amicizia disinteressata’ – di cui parla anche il Catechismo (n.2359) – nella consapevolezza che la sessualità può essere vissuta in modi differenti pur rimanendo espressione d’amore? Esiste la possibilità di mettere a punto modelli capaci di valorizzare il bene che, al di là dell’orientamento sessuale, esiste in ogni persona che percorre sinceramente il suo cammino di fede? Se l’obiettivo è offrire a tutti, ‘indipendentemente dall’orientamento sessuale’ (Amoris laetitia, n.250), ipotesi di vita buona, queste domande non potranno essere dimenticare dall’Agesci, dalle associazioni e dalle altre realtà ecclesiali che si preparano a riflettere insieme, con uno sguardo che vada ben oltre i confini dei gruppi scout di Gorizia”.

Quindi, in soldoni, che cosa viene proposto? “Riflettere in modo responsabile sull’efficacia di una proposta educativa a proposito di affettività e sessualità che dev’essere probabilmente riformulata e riattualizzata, a partire dalla riflessione più ampia che tutta la comunità cristiana vuole e deve fare”. Con “discernimento, preghiera, rispetto del cammino di ciascuno, disponibilità l’uno verso l’altro, ascolto, comunione”. Con “un approccio culturale innovativo che, soprattutto sul fronte della pastorale per le persone omosessuali, sappia uscire dalla sudditanza nei confronti del pensiero laico troppo spesso segnato dalla contrapposizione”.
Ma di cosa stiamo parlando? Il mio insegnante delle elementari avrebbe segnato con la matita rossa se avessi svolto il tema assegnatomi in questo modo. E avrebbe aggiunto un bel cinque motivandolo così: “Fuori tema”.

Sono andato a rileggermi quello che il parroco di Stazzano scrisse sul bollettino parrocchiale: “Come cittadino ognuno può fare ciò che gli consente la legge dello Stato. Come cristiano, però, devo tener conto di quale sia la volontà di Dio sulle scelte della mia vita. Come educatore cristiano, in più, devo tener conto della missione e delle linee educative della Chiesa e della mia Associazione cattolica”. “Nella Chiesa tutti sono accolti, ma le responsabilità educative richiedono alcune prerogative fondamentali, come condividere e credere, con l’insegnamento e con l’esempio, le mete, le finalità della Chiesa nei vari aspetti della vita cristiana. Sulla famiglia la Chiesa annuncia la grandezza e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna. Come cristiani, dunque, siamo chiamati ad annunciare il modello di famiglia indicata da Gesù”. Un atteggiamento di una laicità piena, non escludente e di richiamo al vero. Non mi risulta che il capo scout sia stato cacciato dalla comunità, stigmatizzato per il fatto di essere omosessuale, rifiutato e condannato al fuoco dell’Inferno.

Ma è così difficile capire che la condanna della propaganda omosessualista e il giudizio sugli atti omosessuali non è in contrasto con l’accoglienza delle persone, ma anzi, significa volere il vero Bene delle persone? “Richiamare qualcuno alla castità – ha scritto Costanza Miriano inGay scout dell’Avvenire”– significa dirgli ‘tu sei chiamato a un amore più grande’, e io, Chiesa, ti accompagno nel tuo cammino per arrivarci. La tua verità non è nella tua tendenza sessuale, sia che sia etero sia che sia omo, cioè che qualcosa nella tua storia abbia incrinato il disegno di Dio su di te. Inoltre il Papa in ‘Amoris Laetitia’ quando parla delle famiglie delle persone omosessuali parla delle famiglie di origine, mai e poi mai si è sognato di definire famiglia un’unione civile. E scrive che coloro che manifestano la tendenza omosessuale devono avere gli ‘aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio sulla loro vita’. Non scrive benediciamo le unioni civili, ma accompagniamo le persone che vivono questa tendenza alla ricerca di Dio. Parla di ricerca, di un cammino da fare, della ricerca di un percorso per chi cerca Dio pur dovendo fare i conti con una condizione, che, l’esperienza lo dice, può anche essere temporanea, perché ancora nessuno ha dimostrato l’esistenza di una omosessualità innata. Fermiamoci dunque davanti al mistero che è ogni persona. Sono d’accordo. Non giudichiamo le persone, come non siamo in grado di fare neppure con noi stessi. Non condanniamo, come Gesù non ha condannato. Ma ricordiamo che il giudizio che Gesù ha dato sulla realtà, al quale cerca da due millenni di conformarsi la Chiesa, è invece un giudizio chiarissimo sulle cose, un giudizio che è un aiuto alla nostra fragilità, alla fatica che il cammino per conformarci a quel giudizio ci chiede. Giudicare non è una brutta parola, anzi, da quando Cristo è venuto a dircelo morendo per amore nostro, il giudizio, la Verità, ci rende liberi. Dal nostro peccato, dalle nostre schiavitù. Flessibilità e inclusività e accoglienza sono per gli uomini, non per le loro bugie che li condannano alla sofferenza. Ci sono tante piccole realtà cattoliche che da anni, nel silenzio, cercano di accompagnare le persone omosessuali, come Courage, Luca Di Tolve, Chiara Atzori, e psichiatri come Tonino Cantelmi che cercano di affrontare la cosa nella libertà dal pensiero unico”.

Aggiungo. Credo che i nostri pastori debbano “riflettere in modo responsabile sull’efficacia di una proposta educativa a proposito di affettività e sessualità” circa l’accompagnamento delle persone che scelgano la vita matrimoniale e la decisione di costruire una famiglia.

Vogliamo parlare dei corsi pre-matrimoniali? Vogliamo parlare dell’accompagnamento della Chiesa alla vita adulta, alla genitorialità, alla responsabilità educativa nei confronti dei figli, alle proposte di vita su affettività e sessualità nella coppia?

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.