L’era della “passioni disincantate”

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L’era della “passioni disincantate”

di Davide Vairani

L’era delle “passioni tiepide”, anzi “disincantate”: i giovani di fronte alla vita e al futuro. E’ il sociologo Ilvo Diamanti ad esprimere questo giudizio a commento dell’ultimo sondaggio Demos – COOP per Repubblica (“No a politica e religione, per i giovani è l’era delle passioni tiepide”, 30 Ottobre 2017) che prova a mettere a confronto ansie, dubbi ed aspettative in un confronto tra i giovani tra il 15 e 24 anni del 2017 con quelli di quindici anni prima.

Generazioni che hanno sempre più paura del futuro. E come dare loro torto? Vivere un presente incerto (lavoro, casa, fare famiglia..) non aiuta a sognare, a guardare il domani e il dopo-domani (la vecchiaia) con speranza e serenità. Sintomatica – a tal proposito – l’idea di giovinezza che si ha in mente: “La giovinezza, secondo gli italiani, si allunga sempre più – scrive Diamanti -. Quanto più gli anni passano. Fra coloro che non superano i 36 anni, la giovinezza finisce poco più avanti: a 42 anni. Poi, via via che gli anni passano, anche la giovinezza si allunga. Fino a 62 anni, per coloro che hanno superato 71 anni. La ‘generazione della ricostruzione’. Parallelamente, si allontana anche la soglia della vecchiaia. Tanto che, secondo i più anziani, pardon, i ‘meno giovani’, si diventa ‘vecchi’ solo dopo aver compiuto 80 anni”.  E’ drammatico, se pensiamo che nella media dei Paesi UE il concetto di giovinezza non va oltre i 20-25 anni di età.

Tabelle

La famiglia resta sempre il “luogo rifugio” per i giovani italiani. “Luogo” dal quale vorrebbero migrare per costruirsi un futuro, ma non possono. “Tre su quattro, fra quanti hanno fino a 24 anni, li considerano molto importanti. Nel 2003 erano poco più di uno su due. Segno evidente che il sostegno della famiglia è necessario, ma, al tempo stesso, aumenta, la domanda di in-dipendenza. Di crescere e auto- realizzarsi. Di affermarsi e ‘fare carriera’. Obiettivo ambìto dal 41% dei più giovani: quasi 10 punti in più rispetto ai primi anni 2000. Una speranza che, per essere realizzata, li spinge a guardare – e andare – altrove”. Andare altrove. Ma dove e come?

Generazioni di giovani che si sentono sempre più soli. “I più giovani, insieme ai giovani-adulti, i millennials, sono la generazione della rete, la generazione più globalizzata. Abituati a comunicare a distanza. E a orientarsi verso ‘altrove’, sostenuti dai genitori. E dai nonni. Per questo non riescono a sfuggire al senso di solitudine, che grava su tutta la società. Certo, i giovani-più-giovani sono sostenuti e aiutati da reti amicali più fitte. Ma i loro fratelli maggiori, i giovani-adulti, la “generazione del millennio”, ne soffrono più degli altri. Nel sondaggio di Demos-Coop, il 39% di essi, quasi 4 su 10, ammettono di ‘sentirsi soli’. D’altra parte, internet e i social media permettono di restare sempre in contatto con gli altri. Gli amici. Ma sei tu, davanti al tuo schermo. Da solo. Oppure in mezzo agli altri. A comunicare. Da solo. Con il tuo smartphone”.

La società, la politica, la religione? “La politica: non interessa più quasi a nessuno. Anche fra i più giovani. Presso i quali la componente che considera importante la politica non va oltre il 14%. Poco sopra alla media generale. Sono lontani i tempi della ‘contestazione’. La stessa ‘generazione dell’impegno’ – del ’68 – appare disillusa. Elisa Lello, in una ricerca pubblicata alcuni anni fa, ha parlato di una ‘triste gioventù’, (Maggioli, 2015). Insomma, non c’è più fede. Soprattutto fra i più giovani. Lo ha spiegato Franco Garelli, studioso delle religioni giustamente ri-conosciuto, in un testo dal titolo esplicito: ‘Piccoli atei crescono’ (Il Mulino, 2016). L’indagine di Demos- Coop lo conferma, visto che la religione è ritenuta importante solo dal 7% della ‘generazione della rete’. Un quarto, rispetto alla popolazione nell’insieme. Meno di un terzo rispetto al 2003”.

Ci sarebbe molto da riflettere. Per noi adulti e genitori, anzitutto. Perchè questa la società che stiamo consegnando in mano ai nostri figli. Non possiamo pretendere che siano loro – i giovani – a fare ciò che non siamo riusciti a fare noi (dal punto di vista generazionale, non personale). Consegniamo macerie e ci attendiamo che siano loro – i giovani – a riconsegnare speranza nel futuro?

 

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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.