Posted in #Moments of life

Asia e Cori: un inno alla vita, il migliore augurio per il 2018

Asia e Cori: un inno alla vita, il migliore augurio per il 2018

di Davide Vairani

Al termine di un anno che sta per andare si è soliti ripercorrerlo come in un film per trattenere fatti, immagini, pensieri accaduti che ci hanno emozionato e colpito almeno per un attimo. Poi arriva il nuovo anno e tutto ricomincia come prima, come se il tempo azzerasse lo score e ci permettesse ogni anno di ricominciare da capo in cerca di nuove emozioni e poi di altre ancora. Perdiamo così il memorare, il senso del custodire in silenzio nel cuore per ruminare ciò che ci accade nel continuum della storia della nostra vita.

Mi piace allora trannere nel cuore – in questo 2017 che sta consumando le ultime ore – due donne: Asia Bibi e Cori Salchert. Non le troverete in alcuna classifica sui media perchè non fanno notizia. Asia e Cori, due donne diverse, due storie diverse. Entrambe un inno alla vita, sempre e comunque, anche quando tutto sembra cospirare contro. Con una certezza incrollabile: il Signore non dimentica il suo patto.

Asia Naurīn Bibi è una donna cristiana cattolica condannata a morte in Pakistan con l’accusa di aver offeso il profeta musulmano Maometto. Più di 3.000 giorni in carcere. La vicenda risale al 14 giugno 2009. Asia Naurīn Bibi è una lavoratrice agricola a giornata. Quel giorno è impegnata nella raccolta di alcune bacche. Scoppia un diverbio con le lavoratrici vicine, di religione musulmana. A lei era stato chiesto di andare a prendere dell’acqua. Ma un gruppo di donne musulmane l’avrebbe respinta sostenendo che Asia, in quanto cristiana, non avrebbe dovuto toccare il recipiente. Il 19 giugno, le donne denunciano Asia Bibi alle autorità sostenendo che, durante la discussione, avrebbe offeso Maometto. Picchiata, chiusa in uno stanzino, stuprata, è infine arrestata pochi giorni dopo nel villaggio di Ittanwalai, nonostante contro di lei non ci sia nessuna prova. Viene condotta nel carcere di Sheikhupura. Asia Bibi ha sempre negato le accuse e ha replicato di essere perseguitata e discriminata a causa del suo credo religioso.

Aveva una sola via: convertirsi all’Islam. Non ha mai voluto farlo. L’11 novembre 2010, oltre un anno dopo l’arresto, il giudice di Nankana Sahib, Naveed Iqbal, emette la sentenza, nella quale esclude «totalmente» la possibilità che Asia Bibi sia accusata ingiustamente, aggiungendo inoltre che «non esistono circostanze attenuanti» per lei. La famiglia ha presentato ricorso contro la sentenza avanti l’Alta Corte di Lahore. Nel dicembre 2011 una delegazione della Masihi Foundation (Mf), ONG che si occupa dell’assistenza legale e materiale di Asia Bibi, ha visitato la donna in carcere. Le sue condizioni di igiene personale erano terribili e le sue condizioni di salute, sia fisica che psichica, sono apparse critiche. Secondo Haroon Barkat Masih, direttore internazionale di Mf, Asia Bibi ha comunque espresso parole di perdono nei confronti dei suoi accusatori: “In primo luogo vivevo frustrazione, rabbia, aggressività. Poi, grazie alla fede, dopo aver digiunato e pregato, le cose sono cambiate in me: ho già perdonato chi mi ha accusato di blasfemia. Questo è un capitolo della mia vita che voglio dimenticare”.

“I cristiani sono considerati blasfemi perché non praticano la fede islamica. Per questo ogni insinuazione o accusa sono sufficienti per colpirli. La legge offre loro questa possibilità, questa copertura”. A parlare è Sardar Mushtaq Gill, difensore per anni di Asia Bibi, costretto alla fuga all’estero all’inizio del 2017 per il suo impegno contro una legge iniqua e per la battaglia per restituire dignità e libertà alla sua vittima più nota. Che cosa l’odissea di Asia Bibi può dirci della situazione dei cristiani e sull’applicazione della “legge antiblasfemia”? “Il sistema legale pachistano è limitato, debole e influenzato da un numero di fattori. In questa situazione, la sopravvivenza dei cristiani in Pakistan è a rischio, giorno dopo giorno. Ricordo che solo per l’anno in corso sono tre i casi registrati contro cristiani per blasfemia – dice Sardar Mushtaq Gill in una intervista ad “Avvenire”-. Praticamente per i cristiani non c’è libertà di religione, libertà di espressione, e uguaglianza”.

Che tipo di pressioni o di azione può essere esercitata dall’esterno per arrivare a una soluzione del dramma di Asia Bibi? “Una soluzione è la pressione sul governo di Islamabad. L’altra sono manifestazioni all’estero per la sua liberazione. Ancor più importante è che le autorità agiscano in modo attivo per la sua salvezza, come successo in passato per altri incriminati”.

Cori Salchert è un’ex infermiera del Wisconsin di 51 anni che ha deciso, insieme al marito Mark, di adottare una bambina in fin di vita nel 2013 per poi prenderne con sé altri sei, di cui alcuni sono già morti. Ci racconta la sua storia Benedetta Frigerio dalle colonne de “La Nuova Bussola Quotidiana”. “Lei che da piccola vide sua sorella malata, ricoverata in ospedale e separata dalla sua famiglia, e che crescendo cominciò ad avere rimorsi, capì che il punto non era cambiare il passato, ma ‘donarlo a Dio affinché lo redima’, ha spiegato la donna intervistata da American Snippets. E così fu quando nel 2003 cominciò a lavorare in un hospice accompagnando le persone a morire.

Qualche anno dopo, però, Cori, che si era assentata dal lavoro solo negli anni di crescita dei suoi otto figli naturali, cominciò a soffrire di una malattia autoimmune. Per qualche anno, costretta a letto senza rimedi, cominciò a pregare così: ‘Dio non vedo nulla di buono in questo male, devi fare tu’. Finché un medico riuscì a trovare una cura. E se già anni prima la donna aveva chiesto al marito di poter adottare i bambini malati e abbandonati dai genitori, ma la risposta fu ‘abbiamo già otto figli e facciamo loro home school, non è possibile’, dopo tutta quella sofferenza e le preghiere della moglie, arrivò una chiamata improvvisa in cui si chiedeva ai coniugi di adottare una bimba malata e la risposta di Mark fu positiva. La piccola Emmalynn visse 50 giorni: ‘L’abbiamo accompagnata e ora danza in paradiso. Le dicevo: ‘Non è questa casa tua, noi ti stiamo accompagnando a casa ed è morta nelle mie braccia’ … e si sarà svegliata in Cielo, dove non c’è pena né affanno. È là e non è da sola’, ha continuato l’infermiera piangendo. Poi, nel 2014, il giorno del suo compleanno, ‘come a dirmi che era un regalo di Dio, arrivò Charlie’, che proprio come Charlie Gard secondo i medici, dato che respirava con un ventilatore e aveva il cervello completamente danneggiato, doveva morire. Invece ha compiuto quest’anno tre anni”.

“Non posso cambiare il fatto che stanno per morire, ma posso assicurarmi che non debbano morire da soli’, dice Cori. “Nulla di tutto ciò è facile, ma ne vale davvero la pena.” Cori ha creato un sito web e una pagina facebook “Safe Haven 4 Babies” in cui parla del suo viaggio di cura dei bambini con bisogni speciali . Il sito afferma: “La nostra famiglia e altre famiglie sono pronte e disponibili e desiderano ricevere bambini con una prognosi limitante della vita o diagnosi terminale e amarli per il tempo che hanno prima di morire”.

Posted in #Actuality

La “zia” Bonino causa di tutti i mali. Mah, sì, però …

La “zia” Bonino causa di tutti i mali. Mah, sì, però …

di Davide Vairani

“Gli amici si scelgono, i parenti si subiscono. Noi italiani oltre ai parenti di sangue dobbiamo sopportare zia Emma, quell’Emma Bonino che si è autodefinita ‘zia d’Italia’. Tutti avremmo voluto uno zio d’America, colui che finalmente ci avrebbe arricchito. E invece ci tocca la zia di Bra, che ci ha impoverito (patrona del divorzio e dell’aborto è corresponsabile del crollo demografico che ha moltiplicato la spesa pensionistica e sanitaria e dunque le tasse). Non paga, adesso vuole appropriarsi di un titolo che non le spetta. Un’ipotesi etimologica fa derivare ‘zia’ dalla radice sanscrita che significa ‘allattare’. Difficile immaginare Emma Bonino dare il latte a un bimbo, più facile immaginarla mentre gli dà la morte, anche perché rispunta ovunque la foto anni Settanta in cui introduce una pompa di bicicletta nel ventre di una donna incinta. Alla creatura che quel giorno finì nei rifiuti non venne concesso il tempo di dire né zia né mamma. Un capezzolo non lo succhiò mai. Emma Bonino la prossima volta si autodefinisca onestamente, lasci in pace il latte, le tette, i parenti e utilizzi una qualsivoglia parola il cui etimo racchiuda il significato di ‘uccidere’: una vecchia militante del partito radicale, avanguardia dell’estinzione, non avrà difficoltà a trovarla”.

Il solito caustico e tagliente Camillo Langone dalle colonne de “Il Foglio”. Uno che non la manda mai a dire e – devo dire – che questo è un aspetto del suo scrivere che mi piace molto. Poi c’è il Langone che si scaglia contro i nemici della ragione e della fede con un furore tutto suo, come in questo caso contro Emma Bonino.

Non che abbia torto, chiariamolo subito.

Trovo – tuttavia – semplificativo e controproducente l’uso dell’armamentario della migliore ars retorica ed apologetica contro il nemico ricettacolo di tutti i mali. Non tanto (o non solo) perchè si rischia solo di buttarla sull’invettiva personale caricaturando in maniera anche cattiva “il nemico”, ma perchè – soprattutto – si rischia di camuffare la realtà.

Langone sa infatti che su aborto e divorzio la Bonino e i Radicali hanno indubbiamente avuto un ruolo importante, ma sa anche altrettanto bene che le leggi sul divorzio e sull’aborto passarono con il contributo (determinante) di molti cattolici.

Il 12 e il 13 maggio del 1974 gli italiani dissero “no” all’abrogazione della legge sul divorzio, confermando quindi l’esistenza dell’istituto introdotto in Italia nel 1970 con la legge Fortuna-Baslini, dal nome dei deputati Loris Fortuna, socialista, e Antonio Baslini, liberale, primi firmatari delle proposte poi abbinate nel corso dell’iter parlamentare. Si trattò del primo referendum abrogativo della storia repubblicana, quello che finora ha raggiunto il quorum maggiore di votanti, l’87,72 per cento. I Si presero 13.157.558 di voti (40,74%), i No 19.138.300 di voti (59,26%) Governo Rumor V, il trentesimo governo della Repubblica Italiana, il terzo della VI legislatura. Rimase in carica dal 15 marzo 1974 al 23 novembre 1974, per un totale di 254 giorni, ovvero 8 mesi e 9 giorni. Coalizione di governo: DC, PSI, PSDI. La Democrazia Cristiana aveva 135 seggi al Senato e 266 seggi alla Camera. Il Partito Comunista solo 74 seggi al Senato e 179 alla Camera. I Radicali non erano nemmeno in Parlamento. Il grande sconfitto di quella competizione elettorale fu il segretario della Democrazia cristiana Amintore Fanfani, che aveva fortemente voluto il referendum. “Grande vittoria della libertà”, titolò con enfasi L’Unità. “È una grande vittoria della libertà, della ragione e del diritto – dichiarò il segretario comunista Enrico Berlinguer – una vittoria dell’Italia che è cambiata e che vuole e può andare avanti”. Fanfani affermò l’ossequio della Dc “alle decisioni che gli elettori hanno liberamente preso”. Avvenire aprì titolando “Hanno prevalso i no”, ma nell’occhiello ricordava che “milioni di italiani hanno votato contro il divorzio”. Paolo VI, pur evitando appelli in contrasto con l’obbligo del silenzio elettorale, non rinunciò ad evocare la questione, affacciandosi dalla finestra del Palazzo apostolico a mezzogiorno di quella domenica 12 maggio per la preghiera del Regina coeli: “Noi non romperemo ora il silenzio di questa giornata, destinata per gli Italiani alla riflessione decisiva, in rapporto con uno dei più gravi doveri per i credenti e per i cittadini, in ordine al bene della famiglia. Noi -disse il Papa- inviteremo soltanto a mettere questa espressa intenzione, implorante sapienza, nella nostra odierna preghiera alla Madonna”.

17 maggio del 1981. Il popolo italiano è chiamato a pronunciarsi, mediante referendum, sull’abrogazione della legge 194, approvata il 22 maggio del 1978, che consentiva l’interruzione della gravidanza entro i primi novanta giorni. Alla Democrazia Cristiana non basterà il sostegno della Chiesa. Il 68% dei votanti confermerà la legge sull’aborto. Governo Forlani, il trentottesimo governo della Repubblica Italiana, il terzo dell’VIII legislatura. Il governo rimase in carica fino al 29 giugno 1981. Coalizone al governo:DC, PSI, PSDI, PRI. La Democrazia Cristiana aveva 138 seggi al Senato e 262 alla Camera. I Radicali – entrati in Parlamento per la prima volta nel 1976 – avevano 2 seggi al Senato e 18 alla Camera. Il PCI 109 seggi al Senato e 201 seggi alla Camera.

Questa la realtà dei fatti. I cattolici del partito unico della Balena Bianca sono sempre stati maggioranza in Italia fino al crollo del sistema dei partiti tradizionali nel 1992-1993 con Tangentopoli, sono sempre stati appoggiati di fatto dalla Chiesa cattolica. Eppure. Eppure sono sempre stati minoranza sui temi eticamente sensibili, su quelli che chiamiamo ancora – con una espressione ruiniana – “valori non negoziabili”. I cattolici oggi, maggioranza nel governo Renzi 1 e 2, con un Premier e un Presidente della Repubblica entrambi cattolici (fatto mai accaduto prima nemmeno nella Democrazia Cristiana), hanno infilato una dietro l’altra: unioni civili, divorzio breve, biotestamento.

Non ce l’ho con Camillo Langone. Non avercela, caro Langone, ma inveire contro una persona sola fingendo che questa sia la causa di tutti i mali diventa solo un alibi per nascondere le responsabilità anzitutto dei cattolici in Italia. Diventa un alibi per non leggere la storia e capire come oggi sia pensabile e possibile ricostruire una presenza pubblica dei cattolici per il bene di questo nostro amato Paese.

Posted in #Actuality

PDF ALLE ELEZIONI, DATE FONDAMENTALI

PDF ALLE ELEZIONI, DATE FONDAMENTALI
di Mario Adinolfi

Ora che le Camere sono state sciolte sarà utile per ogni membro del Popolo della Famiglia conoscere la scansione del calendario che ci porterà tra appena 65 giorni alle elezioni politiche. Sarà un election day, ciò vuol dire che si voterà contemporaneamente anche per le amministrative comprese importanti elezioni regionali. Come Pdf ci concentreremo prevalentemente sul fondamentale voto per Camera e Senato, senza escludere comunque una presenza anche alle amministrative ove possibile. Il calendario che segue riguarda però le scadenze per le elezioni politiche.

30 DICEMBRE 2017. Si tiene l’assemblea nazionale del Popolo della Famiglia dalle 11.45 al Centro Congressi Cavour di via Cavour 50a a Roma. Possono partecipare gli iscritti al Pdf, chi non è iscritto può accedere dopo essersi iscritto all’ingresso. L’iscrizione in sede di assemblea vale per i 12 mesi successivi ed è un pre-requisito anche per essere candidato alle elezioni. Chi non avesse ricevuto la tessera ma è in regola con l’iscrizione può ritirarla all’ingresso. I lavori saranno trasmessi in diretta Facebook, si voterà per alzata di mano con la tessera. Eventuali ordini del giorno e mozioni devono pervenire alla presidenza entro l’inizio dell’assemblea nazionale (email adinolfi@gmail.com) ed essere sottoscritti da almeno 25 iscritti. I lavori dell’assemblea nazionale termineranno nel pomeriggio per consentire a tutti di rientrare a casa per la serata. Il Centro Congressi Cavour dista 5 minuti a piedi dalla Stazione Termini di Roma.

19 GENNAIO 2018. Si consegnano ufficialmente al ministero dell’Interno i simboli dei partiti e movimenti politici. Il presidente nazionale, depositario per statuto del simbolo del Popolo della Famiglia, lo consegnerà al Viminale al mattino insieme al programma elettorale del movimento, nel pomeriggio è prevista la tappa elettorale a Cavarzere in Veneto. Certamente non per coincidenza il 19 gennaio si ricorda la memoria di San Mario martire.

27-28 GENNAIO 2018. Si consegnano ufficialmente le liste nei 63 collegi plurinominali Camera, nei 34 collegi plurinominali Senato e nelle ripartizioni continentali Estero. In Italia in ogni collegio plurinominale dovranno essere raccolte non meno di 375 e non più di 500 firme, insieme alle liste plurinominali si presenteranno i nomi dei rappresentanti del Popolo della Famiglia nei poco meno di 400 collegi uninominali tra Camera e Senato in cui è diviso il Paese. I candidati possono non essere residenti nel territorio in cui si candidano, è esclusa dalla legge la possibilità di candidarsi sia alla Camera che al Senato, sono consentite fino a 5 candidature in liste plurinominali ma la candidatura nel collegio uninominale è unica. Le liste plurinominali devono essere in rigorosa alternanza di genere, i capilista maschi non possono essere più del 60% rispetto alle femmine, stessa proporzione deve essere rispettata nei collegi uninominali. Le firme di residenti nel collegio plurinominale devono essere certificate da uno di questi soggetti: notaio, cancelliere del tribunale con delega, consigliere comunale con delega del sindaco (limitatamente ai cittadini del comune in cui è eletto), avvocato cassazionista del foro competente per territorio. Per iniziare la raccolta firme occorre attendere la modulistica prodotta dal ministero dell’Interno. Ogni candidato dovrà preliminarmente firmare un’accettazione di candidatura, poi di ogni cittadino sottoscrittore della lista nel collegio plurinominale dovrà essere raccolto il certificato elettorale nel comune di residenza. Poiché i collegi plurinominali sono molto vasti e comprendono spesso più comuni, si consiglia di concentrare la raccolta firme in uno o due comuni, per evitare di dover andare a raccattare certificati elettorali in decine di comuni differenti. Ogni incartamento che verrà consegnato alla Corte d’Appello del comune principale del collegio plurinominale dovrà dunque contenere: le accettazioni di candidatura dei candidati, i loro certificati elettorali, le firme certificate degli elettori sottoscrittori delle liste raccolte in un atto principale e in più atti separati, i loro certificati elettorali, la delega all’utilizzo del simbolo che sarà inviata ai presentatori della lista a cura della presidenza nazionale.

1 FEBBRAIO 2018. Dopo i controlli di legittimità formale sulle liste, per quelle ammesse si apre ufficialmente la campagna elettorale e con essa entra in vigore la legge sulla par condicio televisiva, che assicurerà un minimo di copertura mediatica nazionale alle istante del Popolo della Famiglia, sia a livello locale che nazionale. Si consiglia comunque ogni struttura territoriale del Pdf di dotarsi da subito se non di un ufficio stampa strutturato, almeno di canali di rapporto diretto con i giornalisti delle redazioni dei quotidiani, delle radio e delle tv locali per trasmettere giornalmente notizie sulle attività del Popolo della Famiglia sul territorio. La campagna elettorale sarà tutta sul simbolo, i nomi dei candidati sono prestampati sulla scheda, per votare Popolo della Famiglia bisogna semplicemente fare una croce sul simbolo ed è il simbolo quello che bisogna far conoscere, visto che ad oggi ai più è sconosciuto.

17 FEBBRAIO 2018. Scatta il divieto di pubblicazione per i giornali come su tv, radio e web dei sondaggi elettorali.

2 MARZO 2018. Si chiude la campagna elettorale.

4 MARZO 2018. Si vota.

23 MARZO 2018. Prima seduta delle nuove Camere, speriamo con gli eletti del Popolo della Famiglia a Camera e Senato.

25-26 MARZO 2018. Costituzione dei gruppi parlamentari. Elezione dei presidenti di Camera e Senato.

2 APRILE 2018. Avvio delle consultazioni del presidente della Repubblica al Quirinale per la formazione del nuovo governo.

In appena 90 giorni potremmo trovarci davanti ad un’Italia trasformata dalla grande sorpresa di un’affermazione del Popolo della Famiglia al voto, che si tiene a 65 giorni esatti da adesso. Vale la pena di essere protagonisti di questa lotta per il cambiamento, per la famiglia, per la vita.

Posted in #Actuality

Famiglie numerose. Abbiamo qualcosa da imparare?

Famiglie numerose. Abbiamo qualcosa da imparare?

di Davide Vairani

Fa notizia in Italia una coppia che sceglie di avere il dodicesimo figlio, la mettono in copertina sui giornali. L’aretina Francesca Fabbriciani ha dato ieri alla luce il dodicesimo figlio. Si chiama Joseph Jakob l’ultimo bimbo arrivato a casa Fiori. “Joseph Jakob è una grande gioia”, esclamano mamma Francesca e babbo Raffaele. “Mamma da record”, titola il “Corriere d’Arezzo”. E di record in effetti si tratta. Non un record assoluto, ma quasi, in termini di numero di figli.

Sono le cosiddette “famiglie numerose”, quelle che l’Istat registra nella categoria delle famiglie “con cinque o più componenti”. Sempre di meno in un Paese come il nostro, nel quale i figli sono ancora considerati un costo e non un investimento per il futuro.

Una “questione culturale” che ci portiamo dietro come un pesante fardello. Non solo in politica, ma anche nel sentire comune. Eppure, alla fine dei conti, tutti concordano sul fatto che se andiamo avanti in questo modo rischiamo seriamente di scomparire come società e come popolo. Si chiama “denatalità strutturale”, che porta l’Italia ad essere il fanalino di coda dell’Unione Europea. Come puntualmente fotografa l’Istat, “al 31 dicembre 2016 la popolazione residente in Italia è pari a 60.589.445 unità (29.445.741 maschi e 31.143.704 femmine), oltre 76 mila unità in meno rispetto all’inizio dell’anno”.Il tasso di fecondità totale (TFT), indicatore sintetico della fecondità, nel 2015 scende ancora, rispetto all’anno precedente, e passa da 1,37 a 1,35 figli in media per donna”. Insomma, facciamo sempre meno figli e diventiamo sempre di più un Paese di anziani. Non solo. Il processo di “semplificazione delle strutture familiari” che ha interessato l’Italia negli ultimi decenni “continua a far registrare una crescita del numero di famiglie, alla quale corrisponde una progressiva riduzione della loro dimensione. Nel volgere di vent’anni il numero medio di componenti in famiglia è sceso da 2,7 (media 1995-1996) a 2,4 (media 2015-2016). In particolare, sono progressivamente aumentate le famiglie unipersonali: dal 20,5 per cento al 31,6 per cento; mentre, le famiglie numerose – ovvero quelle con cinque o più componenti – hanno registrato un costante calo (dall’8,1 per cento al 5,4 per cento). Quasi una famiglia su tre è dunque composta da una sola persona”. Le cause? “Ciò è conseguenza di profonde trasformazioni demografiche e sociali che hanno investito il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione, innanzitutto, ma anche l’aumento delle separazioni e dei divorzi, così come l’arrivo di cittadini stranieri che, almeno inizialmente, vivono da soli”. Sulle cause potremmo discutere a lungo, ma indubbiamente una su tutte è rappresentata dal fatto che tutto il sistema di welfare e in generale delle politiche pubbliche di investimento sono tese a scoraggiare qualunque coppia che desideri avere una famiglia ricca di figli. Non a caso le “famiglie numerose” continuano a calare. Facendo due calcoli dai dati Istat, se 25.386 sono il totale delle famiglie italiane, 1.370 di esse sono famiglie numerose, con una stima di almeno 4.800 figli.

Fa notizia in Italia una coppia che sceglie di avere un sacco di figli. Un patrimonio da incentivare e tutelare, verrebbe da dire. In realtà accade esattamente il contrario.

Un esempio su tutti. Vi ricordate le feroci polemiche che suscitò la presenza della famiglia Anania all’edizione di Sanremo nel 2015? Aldilà delle motivazioni che portarono il conduttore Carlo Conti a portarle in prima serata, quello che mi colpì in mezzo a tutte le reazioni negative furono le motivazioni addotte. Manuela Campitelli, giornalista e ideatrice di www.genitoriprecari.it, sulle colonne de “Il fatto quotidiano” scrisse un pezzo molto indicativo rispetto alla “questione culturale” che ancora oggi pesa.

“Ieri sera a Sanremo, insieme alla canzone italiana, è andata in scena la famiglia italiana – scriveva in “Sanremo 2015 e la numerosa famiglia Anania? Basta crederci”-. Quella straordinariamente ma (sottinteso) altrettanto naturalmente, formata da 16 figli. Quella che viene portata ad esempio, perché sicuramente è un caso straordinario, ma (il messaggio dietro le righe era esplicito) comunque un modello. Quella che d’improvviso disegna sul piccolo schermo genitori di seria A e di serie B, quest’ultimi sono quelli che non hanno voluto rischiare. Già è vero, 16 figli, tanto di cappello. Solo una puntualizzazione. Non si tratta di coraggio, né di naturalezza. Per loro si tratta di fede e la fede non è né un dovere o un obbligo costituzionale, né un diritto acquisito, né non può essere portata da esempio. Men che meno in prima serata, sul primo canale di una tv pubblica, in mondo visione. Se per alcuni esiste la Provvidenza, a tutti gli altri che rimane? L’Italia del family day, di Sanremo, Dio e le famiglie numerose, è la stessa che lascia a casa le donne quando diventano madri, perché non sono più produttive. E dopo aver lasciato a casa le madri, lascia a casa dall’asilo anche i figli. L’Italia delle dimissioni in bianco, del congedo parentale maschile di un giorno (a fronte, ad esempio, dei 480 giorni svedesi, di cui almeno 60 usufruiti dai papà). L’Italia dei padri assenti perché la genitorialità è culturalmente imposta come un’attività di cura al femminile. L’Italia di Save the Children, che disegna l’Atlante dell’infanzia a rischio dove la mancanza degli spazi di socialità dedicati ai più piccoli, sta determinando un impoverimento sociale, culturale ed economico senza precedenti. L’Italia del rapporto ‘Mamme nella crisi’, sempre di Save the Chidren, secondo cui l’indice di povertà della madre è il primo fattore di impoverimento dei figli. Il Paese dove quasi 2 donne su 3 sono senza lavoro se ci sono 2 figli e dove 800.000 mamme hanno dichiarato di essere state licenziate durante la maternità”.

“Era compito di Sanremo dire tutto questo – aggiungeva la Campitelli -? Magari no, ma neanche di venirci a dire in prima serata quanti figli sia giusto fare o quanto sia esemplare farne molti. Non spacciateci la normalità per norma. La vera norma sono i genitori precari, senza nido, senza contratto e senza welfare e le gravidanza precarie, quelle dai mille lavori e dai mille euro al mese. Nessuno può dirci quanti figli avere, che siano 16 o tre. Nessuno può lanciare (in modo più o meno subdolo) un messaggio del genere. Anche perché i numeri che pesano sono altri e raccontano di un crollo demografico senza precedenti nel 2013, dove si è toccato il minimo storico di 514mila nuovi nati in Italia (42 mila in meno rispetto all’anno precedenti). E non sarà Sanremo a raccontarci che con tanti figli è difficile certo, ma che in fondo è possibile rischiare. La maternità e la paternità sono prima di tutto una scelta individuale e un diritto e non dovrebbero mai implicare un rischio. Soprattutto il rischio di povertà”.

Ebbene sì, una gran parte delle famiglie numerose sono credenti. Ebbene sì, potrà sembrare strano, ma sono famiglie come tutte le altre, che vivono momenti e fasi difficili e momenti di gioia, con i problemi quotidiani di tutte le famiglie moltiplicati – però – per enne figli.

“Ringraziamo il Signore, grazie allo Spirito Santo”, continuava a ripetere il papà Aurelio sul palco dell’Ariston mentre un Carlo Conti evidentemente in difficolà chiedeva loro come potevano arrivare alla fine del mese con così tanti figli. La famiglia Anania è l’ennesima occasione per fare propaganda religiosa in diretta tv tra lo stupore del pubblico presente in sala e davanti alle televisioni.

Questo il clima che si respirava nel 2015 con quell’apparizione a Sanremo.

Quello che in realtà non si vuole vedere è il fallimento catastrofico del modello autodeterminista che negli ultimi decenni si è fatto sempre più strada nella mentalità comune e nella politica. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti: l’Italia sta scomparendo perchè non si fanno figli. E se non si fanno figli non esiste ricambio generazionale, se non esiste ricambio generazionale arriverà un momento preciso nel quale non sarà più possibile sostenere chi sarà già in pensione e al tempo stesso sarà impensabile per i giovani immaginare un futuro. I sintomi di questa catastrofe demografica li stiamo già vedendo oggi, solo un cieco o una persona in mala fede non se ne rende conto. Piaccia o meno, ma la maternità e la paternità non sono nè un diritto e nemmeno solo una scelta individuale. Esiste il diritto di un bambino ad avere un papà ed una mamma e non il contrario. E avere o non avere figli (tanti o pochi che siano) non è solo una scelta dei singoli, una scelta individuale. Generare figli ha una inevitabile ricaduta non soltanto sul modello di società e di Paese che si va a costruire, ma soprattutto sull’idea di communitas che vogliamo. Siamo esseri in relazione e non monadi. Piaccia o meno, le scelte del singolo hanno una strutturale ed inevitabile relazione con le scelte di tutti.

Le famiglie numerose sono un modello da seguire senza se e senza ma? Esistono famiglie di serie A e famiglie di serie B? Ma per favore, non raccontiamoci balle. Non cerchiamo alibi per evitare di fare i conti con noi stessi e con l’idea di persona e di mondo che vogliamo.

A nessuno viene chiesto di avere fede per forza. Ma viene richiesto almeno di rifiletterci sopra. Faccio notare – per inciso – che  “la povertà assoluta cresce fra le famiglie numerose con figli minorenni”. Lo certifica sempre l’Istat nell’Annuario statistico. “Nel 2016, le famiglie in condizione di povertà assoluta sono 1,6 milioni, per un totale di 4,7 milioni di individui poveri (il 7,9% dell’intera popolazione). Le famiglie che vedono peggiorare le loro condizioni rispetto all’anno precedente sono quelle numerose, soprattutto coppie con 3 o più figli minori (da 18,3% del 2015 a 26,8% del 2016). L’incidenza di povertà assoluta è più elevata fra i minori (12,5%) e raggiunge il suo minimo fra le persone di 65 anni e più (3,8%)”.

A nessuno viene chiesto di vivere nel pauperismo più assoluto. Ma a tutti viene chiesto almeno di riflettere. Sono le prime – le famiglie numerose – a battersi per un sistema di welfare più equo, capace di riconoscere nei figli un investimento riducendo il carico fiscale in proporzione al numero dei figli in una famiglia, attraverso strumenti quali il quoziente famigliare al posto dell’ISEE. Le famiglie numerose sono le prime a battersi perchè essere madre e padre oggi non comporti il rischio sempre più pesante di cadere in una situazione di povertà cronica. Con una differenza, che può scandalizzare: nonostante tutto questo, continuano a credere che sia cosa buona, giusta e bella investire sui figli.

“Siamo felicissimi – spiega Francesca Fabbriciani – di questo ulteriore dono da parte del Signore. Veramente io l’ho desiderato molto. Il bambino si chiama Joseph perché ho pregato San Giuseppe perché intercedesse presso Dio per un altro figlio. Jakob perché Giacobbe è il padre del Giuseppe dell’antico testamento, altra figura molto amata da me e mio marito e pure il padre di San Giuseppe si chiamava Giacobbe”.Adesso sono 13 anni – racconta Francesca – che siamo famiglia in missione. Dio ci ha fatto tante grazie ed è stato molto generoso con noi. Non guarda alle nostre capacità, davvero molto limitate, ma nonostante noi, porta avanti il suo piano di amore. E poter prendere parte alla creazione è una grande gioia”. La famiglia Fiori Fabbriciani cresce ancora e la super mamma è addirittura già nonna. Il neonato Joseph Jakob è infatti già zio. La sorella Giuditta lo scorso aprile ha già regalato una nipotina – Rosalie – ai nonni Francesca e Raffaele facendo salire di grado i bisnonni Giusy e David e la trisnonna Vera di 88 anni. Adesso il nuovo fiocco azzurro a casa Fiori-Fabbriciani si aggiunge a Giuditta, la primogenita di 20 anni, Giosuè (19), Stefano (17), Elia (15), Susanna (14), Giovanni Paolo (12), Abraham (10), Beniamino (9), Miriam (7), Maria Maddalena (5) e Teresa Benedetta (4).

A me colpisce la luce che brilla negli occhi di tanti genitori di famiglie numerose. E i sorrisi che portano con sè. Ogni famiglia che nasce contiene e mantiene in sé una grande sfida: la vera sfida non sta nell’allontanare ogni possibile fatica e sofferenza da sé e dai figli, ma nel trovare insieme una strada per camminare a testa alta e con il cuore lieto nell’avventura della vita tutta intera.

Che questa strada esista, che questa strada sia possibile nella gioia come nel dolore e che sia “per sempre”, è il tema centrale del libro “La fatica e la gioia”, edizione Cantagalli, a cura di Cattaneo, Cristofari e Palmieri. In realtà più che di un libro si tratta della vita messa su carta di 47 famiglie. Sono famiglie tutte diverse tra loro, con storie di vita a volte opposte e che pure non si conoscono le une con le altre, ma che, insieme, diventano testimoni di un fatto straordinario: l’amicizia con il Signore come centro, strada e meta del loro cammino insieme. Un’amicizia concreta e vissuta giorno per giorno. Un’amicizia in cui si svela il destino di felicità che attende ognuno di noi: oggi, domani e per sempre. Ci sono storie di famiglie numerose, anzi numerosissime. Come quella di Alberto e Giuseppina con i loro dodici figli o quella di Sacha e Cristina che di pargoli ne hanno dieci. E poi ancora, Emanuele e Renata che si sono “fermati” a otto. Nei loro racconti si tocca con mano cosa significa che il matrimonio e l’apertura alla vita siano una cosa sola e che fidarsi della Divina Provvidenza è un fatto possibile, per davvero. Leggere per credere, cosa dice uno di loro, Emanuele: “Non ricordo un momento in cui ci siamo aperti alla vita, come si dice spesso, forse in questo consiste l’anomalia delle famiglie numerose. Semplicemente non ci siamo mai chiusi, non abbiamo mai trovato un valido motivo per aspettare. Goderci la vita e rimandare un figlio, frutto della nostra unione, non aveva alcun senso”.

A nessuno viene chiesto di credere in Dio. Non è questo il punto. Chi storce il naso provi almeno ad incontrale, a stare qualche ora con loro, con i loro figli, a vivere con loro una giornata tipo. Forse chi storce il naso avrà motivi ragionevoli per ricredersi un po’. Non avete tempo? Vi consiglio di leggere almeno il libro “La fatica e la gioia”.