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Famiglie numerose. Abbiamo qualcosa da imparare?

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Famiglie numerose. Abbiamo qualcosa da imparare?

di Davide Vairani

Fa notizia in Italia una coppia che sceglie di avere il dodicesimo figlio, la mettono in copertina sui giornali. L’aretina Francesca Fabbriciani ha dato ieri alla luce il dodicesimo figlio. Si chiama Joseph Jakob l’ultimo bimbo arrivato a casa Fiori. “Joseph Jakob è una grande gioia”, esclamano mamma Francesca e babbo Raffaele. “Mamma da record”, titola il “Corriere d’Arezzo”. E di record in effetti si tratta. Non un record assoluto, ma quasi, in termini di numero di figli.

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Sono le cosiddette “famiglie numerose”, quelle che l’Istat registra nella categoria delle famiglie “con cinque o più componenti”. Sempre di meno in un Paese come il nostro, nel quale i figli sono ancora considerati un costo e non un investimento per il futuro.

Una “questione culturale” che ci portiamo dietro come un pesante fardello. Non solo in politica, ma anche nel sentire comune. Eppure, alla fine dei conti, tutti concordano sul fatto che se andiamo avanti in questo modo rischiamo seriamente di scomparire come società e come popolo. Si chiama “denatalità strutturale”, che porta l’Italia ad essere il fanalino di coda dell’Unione Europea. Come puntualmente fotografa l’Istat, “al 31 dicembre 2016 la popolazione residente in Italia è pari a 60.589.445 unità (29.445.741 maschi e 31.143.704 femmine), oltre 76 mila unità in meno rispetto all’inizio dell’anno”.Il tasso di fecondità totale (TFT), indicatore sintetico della fecondità, nel 2015 scende ancora, rispetto all’anno precedente, e passa da 1,37 a 1,35 figli in media per donna”. Insomma, facciamo sempre meno figli e diventiamo sempre di più un Paese di anziani. Non solo. Il processo di “semplificazione delle strutture familiari” che ha interessato l’Italia negli ultimi decenni “continua a far registrare una crescita del numero di famiglie, alla quale corrisponde una progressiva riduzione della loro dimensione. Nel volgere di vent’anni il numero medio di componenti in famiglia è sceso da 2,7 (media 1995-1996) a 2,4 (media 2015-2016). In particolare, sono progressivamente aumentate le famiglie unipersonali: dal 20,5 per cento al 31,6 per cento; mentre, le famiglie numerose – ovvero quelle con cinque o più componenti – hanno registrato un costante calo (dall’8,1 per cento al 5,4 per cento). Quasi una famiglia su tre è dunque composta da una sola persona”. Le cause? “Ciò è conseguenza di profonde trasformazioni demografiche e sociali che hanno investito il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione, innanzitutto, ma anche l’aumento delle separazioni e dei divorzi, così come l’arrivo di cittadini stranieri che, almeno inizialmente, vivono da soli”. Sulle cause potremmo discutere a lungo, ma indubbiamente una su tutte è rappresentata dal fatto che tutto il sistema di welfare e in generale delle politiche pubbliche di investimento sono tese a scoraggiare qualunque coppia che desideri avere una famiglia ricca di figli. Non a caso le “famiglie numerose” continuano a calare. Facendo due calcoli dai dati Istat, se 25.386 sono il totale delle famiglie italiane, 1.370 di esse sono famiglie numerose, con una stima di almeno 4.800 figli.

Fa notizia in Italia una coppia che sceglie di avere un sacco di figli. Un patrimonio da incentivare e tutelare, verrebbe da dire. In realtà accade esattamente il contrario.

Un esempio su tutti. Vi ricordate le feroci polemiche che suscitò la presenza della famiglia Anania all’edizione di Sanremo nel 2015? Aldilà delle motivazioni che portarono il conduttore Carlo Conti a portarle in prima serata, quello che mi colpì in mezzo a tutte le reazioni negative furono le motivazioni addotte. Manuela Campitelli, giornalista e ideatrice di www.genitoriprecari.it, sulle colonne de “Il fatto quotidiano” scrisse un pezzo molto indicativo rispetto alla “questione culturale” che ancora oggi pesa.

famiglia-nania-palermo-sanremo2015-450x285 Famiglie numerose. Abbiamo qualcosa da imparare?“Ieri sera a Sanremo, insieme alla canzone italiana, è andata in scena la famiglia italiana – scriveva in “Sanremo 2015 e la numerosa famiglia Anania? Basta crederci”-. Quella straordinariamente ma (sottinteso) altrettanto naturalmente, formata da 16 figli. Quella che viene portata ad esempio, perché sicuramente è un caso straordinario, ma (il messaggio dietro le righe era esplicito) comunque un modello. Quella che d’improvviso disegna sul piccolo schermo genitori di seria A e di serie B, quest’ultimi sono quelli che non hanno voluto rischiare. Già è vero, 16 figli, tanto di cappello. Solo una puntualizzazione. Non si tratta di coraggio, né di naturalezza. Per loro si tratta di fede e la fede non è né un dovere o un obbligo costituzionale, né un diritto acquisito, né non può essere portata da esempio. Men che meno in prima serata, sul primo canale di una tv pubblica, in mondo visione. Se per alcuni esiste la Provvidenza, a tutti gli altri che rimane? L’Italia del family day, di Sanremo, Dio e le famiglie numerose, è la stessa che lascia a casa le donne quando diventano madri, perché non sono più produttive. E dopo aver lasciato a casa le madri, lascia a casa dall’asilo anche i figli. L’Italia delle dimissioni in bianco, del congedo parentale maschile di un giorno (a fronte, ad esempio, dei 480 giorni svedesi, di cui almeno 60 usufruiti dai papà). L’Italia dei padri assenti perché la genitorialità è culturalmente imposta come un’attività di cura al femminile. L’Italia di Save the Children, che disegna l’Atlante dell’infanzia a rischio dove la mancanza degli spazi di socialità dedicati ai più piccoli, sta determinando un impoverimento sociale, culturale ed economico senza precedenti. L’Italia del rapporto ‘Mamme nella crisi’, sempre di Save the Chidren, secondo cui l’indice di povertà della madre è il primo fattore di impoverimento dei figli. Il Paese dove quasi 2 donne su 3 sono senza lavoro se ci sono 2 figli e dove 800.000 mamme hanno dichiarato di essere state licenziate durante la maternità”.

“Era compito di Sanremo dire tutto questo – aggiungeva la Campitelli -? Magari no, ma neanche di venirci a dire in prima serata quanti figli sia giusto fare o quanto sia esemplare farne molti. Non spacciateci la normalità per norma. La vera norma sono i genitori precari, senza nido, senza contratto e senza welfare e le gravidanza precarie, quelle dai mille lavori e dai mille euro al mese. Nessuno può dirci quanti figli avere, che siano 16 o tre. Nessuno può lanciare (in modo più o meno subdolo) un messaggio del genere. Anche perché i numeri che pesano sono altri e raccontano di un crollo demografico senza precedenti nel 2013, dove si è toccato il minimo storico di 514mila nuovi nati in Italia (42 mila in meno rispetto all’anno precedenti). E non sarà Sanremo a raccontarci che con tanti figli è difficile certo, ma che in fondo è possibile rischiare. La maternità e la paternità sono prima di tutto una scelta individuale e un diritto e non dovrebbero mai implicare un rischio. Soprattutto il rischio di povertà”.

Ebbene sì, una gran parte delle famiglie numerose sono credenti. Ebbene sì, potrà sembrare strano, ma sono famiglie come tutte le altre, che vivono momenti e fasi difficili e momenti di gioia, con i problemi quotidiani di tutte le famiglie moltiplicati – però – per enne figli.

“Ringraziamo il Signore, grazie allo Spirito Santo”, continuava a ripetere il papà Aurelio sul palco dell’Ariston mentre un Carlo Conti evidentemente in difficolà chiedeva loro come potevano arrivare alla fine del mese con così tanti figli. La famiglia Anania è l’ennesima occasione per fare propaganda religiosa in diretta tv tra lo stupore del pubblico presente in sala e davanti alle televisioni.

Questo il clima che si respirava nel 2015 con quell’apparizione a Sanremo.

Quello che in realtà non si vuole vedere è il fallimento catastrofico del modello autodeterminista che negli ultimi decenni si è fatto sempre più strada nella mentalità comune e nella politica. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti: l’Italia sta scomparendo perchè non si fanno figli. E se non si fanno figli non esiste ricambio generazionale, se non esiste ricambio generazionale arriverà un momento preciso nel quale non sarà più possibile sostenere chi sarà già in pensione e al tempo stesso sarà impensabile per i giovani immaginare un futuro. I sintomi di questa catastrofe demografica li stiamo già vedendo oggi, solo un cieco o una persona in mala fede non se ne rende conto. Piaccia o meno, ma la maternità e la paternità non sono nè un diritto e nemmeno solo una scelta individuale. Esiste il diritto di un bambino ad avere un papà ed una mamma e non il contrario. E avere o non avere figli (tanti o pochi che siano) non è solo una scelta dei singoli, una scelta individuale. Generare figli ha una inevitabile ricaduta non soltanto sul modello di società e di Paese che si va a costruire, ma soprattutto sull’idea di communitas che vogliamo. Siamo esseri in relazione e non monadi. Piaccia o meno, le scelte del singolo hanno una strutturale ed inevitabile relazione con le scelte di tutti.

Le famiglie numerose sono un modello da seguire senza se e senza ma? Esistono famiglie di serie A e famiglie di serie B? Ma per favore, non raccontiamoci balle. Non cerchiamo alibi per evitare di fare i conti con noi stessi e con l’idea di persona e di mondo che vogliamo.

A nessuno viene chiesto di avere fede per forza. Ma viene richiesto almeno di rifiletterci sopra. Faccio notare – per inciso – che  “la povertà assoluta cresce fra le famiglie numerose con figli minorenni”. Lo certifica sempre l’Istat nell’Annuario statistico. “Nel 2016, le famiglie in condizione di povertà assoluta sono 1,6 milioni, per un totale di 4,7 milioni di individui poveri (il 7,9% dell’intera popolazione). Le famiglie che vedono peggiorare le loro condizioni rispetto all’anno precedente sono quelle numerose, soprattutto coppie con 3 o più figli minori (da 18,3% del 2015 a 26,8% del 2016). L’incidenza di povertà assoluta è più elevata fra i minori (12,5%) e raggiunge il suo minimo fra le persone di 65 anni e più (3,8%)”.

A nessuno viene chiesto di vivere nel pauperismo più assoluto. Ma a tutti viene chiesto almeno di riflettere. Sono le prime – le famiglie numerose – a battersi per un sistema di welfare più equo, capace di riconoscere nei figli un investimento riducendo il carico fiscale in proporzione al numero dei figli in una famiglia, attraverso strumenti quali il quoziente famigliare al posto dell’ISEE. Le famiglie numerose sono le prime a battersi perchè essere madre e padre oggi non comporti il rischio sempre più pesante di cadere in una situazione di povertà cronica. Con una differenza, che può scandalizzare: nonostante tutto questo, continuano a credere che sia cosa buona, giusta e bella investire sui figli.

“Siamo felicissimi – spiega Francesca Fabbriciani – di questo ulteriore dono da parte del Signore. Veramente io l’ho desiderato molto. Il bambino si chiama Joseph perché ho pregato San Giuseppe perché intercedesse presso Dio per un altro figlio. Jakob perché Giacobbe è il padre del Giuseppe dell’antico testamento, altra figura molto amata da me e mio marito e pure il padre di San Giuseppe si chiamava Giacobbe”.Adesso sono 13 anni – racconta Francesca – che siamo famiglia in missione. Dio ci ha fatto tante grazie ed è stato molto generoso con noi. Non guarda alle nostre capacità, davvero molto limitate, ma nonostante noi, porta avanti il suo piano di amore. E poter prendere parte alla creazione è una grande gioia”. La famiglia Fiori Fabbriciani cresce ancora e la super mamma è addirittura già nonna. Il neonato Joseph Jakob è infatti già zio. La sorella Giuditta lo scorso aprile ha già regalato una nipotina – Rosalie – ai nonni Francesca e Raffaele facendo salire di grado i bisnonni Giusy e David e la trisnonna Vera di 88 anni. Adesso il nuovo fiocco azzurro a casa Fiori-Fabbriciani si aggiunge a Giuditta, la primogenita di 20 anni, Giosuè (19), Stefano (17), Elia (15), Susanna (14), Giovanni Paolo (12), Abraham (10), Beniamino (9), Miriam (7), Maria Maddalena (5) e Teresa Benedetta (4).

A me colpisce la luce che brilla negli occhi di tanti genitori di famiglie numerose. E i sorrisi che portano con sè. Ogni famiglia che nasce contiene e mantiene in sé una grande sfida: la vera sfida non sta nell’allontanare ogni possibile fatica e sofferenza da sé e dai figli, ma nel trovare insieme una strada per camminare a testa alta e con il cuore lieto nell’avventura della vita tutta intera.

oXJIXXUPKpHc_s4-mb Famiglie numerose. Abbiamo qualcosa da imparare?Che questa strada esista, che questa strada sia possibile nella gioia come nel dolore e che sia “per sempre”, è il tema centrale del libro “La fatica e la gioia”, edizione Cantagalli, a cura di Cattaneo, Cristofari e Palmieri. In realtà più che di un libro si tratta della vita messa su carta di 47 famiglie. Sono famiglie tutte diverse tra loro, con storie di vita a volte opposte e che pure non si conoscono le une con le altre, ma che, insieme, diventano testimoni di un fatto straordinario: l’amicizia con il Signore come centro, strada e meta del loro cammino insieme. Un’amicizia concreta e vissuta giorno per giorno. Un’amicizia in cui si svela il destino di felicità che attende ognuno di noi: oggi, domani e per sempre. Ci sono storie di famiglie numerose, anzi numerosissime. Come quella di Alberto e Giuseppina con i loro dodici figli o quella di Sacha e Cristina che di pargoli ne hanno dieci. E poi ancora, Emanuele e Renata che si sono “fermati” a otto. Nei loro racconti si tocca con mano cosa significa che il matrimonio e l’apertura alla vita siano una cosa sola e che fidarsi della Divina Provvidenza è un fatto possibile, per davvero. Leggere per credere, cosa dice uno di loro, Emanuele: “Non ricordo un momento in cui ci siamo aperti alla vita, come si dice spesso, forse in questo consiste l’anomalia delle famiglie numerose. Semplicemente non ci siamo mai chiusi, non abbiamo mai trovato un valido motivo per aspettare. Goderci la vita e rimandare un figlio, frutto della nostra unione, non aveva alcun senso”.

A nessuno viene chiesto di credere in Dio. Non è questo il punto. Chi storce il naso provi almeno ad incontrale, a stare qualche ora con loro, con i loro figli, a vivere con loro una giornata tipo. Forse chi storce il naso avrà motivi ragionevoli per ricredersi un po’. Non avete tempo? Vi consiglio di leggere almeno il libro “La fatica e la gioia”.

 

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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.
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