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Uccisi per il nome di Gesù

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Uccisi per il nome di Gesù

di Davide Vairani 

«Lo Spirito Santo vi renda capaci di proclamare senza timore il Vangelo sino agli estremi confini della terra.

Maria vi aiuti a restare saldi nella fede, costanti nella speranza, perseveranti nella carità»

Benedetto XVI, 22 febbraio 2006

Se scandisco il nome di Thérèse Deshade Kapangala, vi dice qualcosa?

Probabilmente no, come lo è stato per me fino a prima di scorrere uno ad uno l'elenco dei missionari uccisi nell'anno 2018 redatto dall'Agenzia Fides.

Una ragazza di 24 anni che aveva deciso di iniziare la strada della vita religiosa nella Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Bergamo. Invece è morta il 21 gennaio 2018, crivellata dai proiettili sparati delle forze di polizia fuori dalla chiesa di San Francesco di Sales a Kintambo, un comune a Nord Est di Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo.

"Dopo la messa ho deciso con i sacerdoti presenti di accompagnare la marcia dei laici", così ha raccontato a La Croix Afrique lo zio di Thérese, Padre Joseph Musubao: "Non appena siamo usciti, siamo stati attaccati dalla polizia. Siamo tornati in parrocchia, stando attenti a chiudere il cancello. Ma hanno iniziato a sparare".

Thérèse è una delle sei persone morte nelle manifestazioni anti governative promosse nella Repubblica democratica del Congo dal Comité laïc de coordination: una delle tante marce pacifiche di protesta contro l’ostinazione del presidente Joseph Kabila che – a mandato scaduto e nonostante i tentativi di mediazione della Chiesa – non aveva alcuna intenzione di lasciare il potere.

Appena usciti dalla chiesa hanno trovato l’esercito ad attenderli che ha iniziato a sparare.

Non è bastato neanche tornare a cercare rifugio dentro la chiesa: gli spari sono continuati comunque e hanno colpito proprio Thérèse, mentre cercava di proteggere una ragazzina.

Cantava nel coro e – legatissima alla preghiera del Rosario – faceva parte del gruppo della Legione di Maria.

"Era una persona dolcissima, che si prendeva cura di tutti nella nostra casaha raccontato il fratello -. È una martire, è morta per il nostro Paese".

Thérèse è una dei 40 missionari uccisi nel solo 2018 in tutto il mondo, secondo i dati del report annuale curato dall’Agenzia Fides e appena reso pubblico: quasi il doppio rispetto ai 23 dell’anno precedente.

"Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, nel 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica", annota l'Agenzia Fides.

"Ad ogni latitudine sacerdoti, religiose e laici condividono con la gente comune la stessa vita quotidiana, portando la loro testimonianza evangelica di amore e di servizio per tutti, come segno di speranza e di pace, cercando di alleviare le sofferenze dei più deboli e alzando la voce in difesa dei loro diritti calpestati, denunciando il male e l’ingiustizia.

Anche di fronte a situazioni di pericolo per la propria incolumità, ai richiami delle autorità civili o dei propri superiori religiosi, i missionari sono rimasti al proprio posto, consapevoli dei rischi che correvano, per essere fedeli agli impegni assunti.

Una donna, giovane, morta mentre manifestava per i diritti civili del suo amato Paese.

Ammazzata dalla polizia di uno dei tanti regimi dittatoriali del continente africano.

Non ricordo di averla mai sentita nominare. Non ricordo di avere mai letto un articolo di giornale, una presa di posizione da parte del mondo femminista occidentale.

Non ricordo che in sua memoria si mai levata una mano.

Non mi stupisce, perchè Thérèse è una ragazza cristiana. E allora non fa notizia nel Vecchio Mondo.

Un cristiano ogni 7 vive in un Paese di persecuzione: 300 milioni di persone, "il gruppo di fede maggiormente perseguitato".

Ce lo ricorda il "Rapporto sulla libertà religiosa"di "Aiuto alla Chiesa che Soffre", giunto alla sua XIVma edizione.

"Il successo delle campagne militari contro ISIS ed altri gruppi iper-estremisti  - sottolinea "Aiuto alla Chiesa che Soffre" - ha in qualche modo 'celato' la diffusione di altri movimenti militanti islamici in regioni dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia".

"Il fondamentalismo di matrice islamica è presente in 22 Paesi, in cui vivono in totale un miliardo e 337 milioni di persone.

Se Boko Haram in Nigeria sembra perdere terreno, nel periodo in esame sono aumentate le violenze da parte dei pastori militanti islamici di etnia fulani.

Violenti attacchi anticristiani continuano a verificarsi in Egitto, dove ai quattro gravi attentati avvenuti nel periodo in esame al Cairo, Alessandria, Tanta e Minya, si aggiunge l’attacco terroristico del 2 novembre scorso al bus di pellegrini copti a Minya.

Un’altra piaga che affligge la comunità cristiana egiziana è il rapimento e la conversione forzata all’Islam di adolescenti, ragazze e donne cristiane.

Almeno sette ragazze copte sono state rapite e convertite nell’aprile 2018. La stessa sorte spetta ogni anno a circa 1000 ragazze cristiane e indù in Pakistan.

Quello delle violenze ai danni delle donne è un tema che ACS ha più volte portato all’attenzione e che è denunciato anche dal presente Rapporto. Gruppi militanti islamici che agiscono in Africa e in Medio Oriente, quali ISIS e Boko Haram utilizzano lo stupro e la conversione forzata delle donne come un’arma".

E mentre tutto ciò accade con una recrudescenza che aumenta negli ultimi anni, non si può tacere:

"la cortina di indifferenza dietro la quale le vulnerabili comunità di fede continuano a soffrire, mentre la loro condizione viene ignorata da un Occidente secolarizzato.

La maggior parte dei governi occidentali non ha provveduto a fornire la necessaria e urgente assistenza ai gruppi di fede minoritari, in particolare alle comunità di sfollati che desiderano tornare a casa nelle rispettive nazioni dalle quali sono stati costretti a fuggire".

Non dimentichiamo il volto di Thérèse Deshade Kapangala: impariamo che cosa significa dare letteralmente la vita in nome di Cristo.

Leggiamo i nomi e le vite di questi martiri e invochiamo la loro intercessione, perchè possiamo avere la lealtà qui, in questo Vecchio Occidente che vuole cancellare dal cuore dell'uomo il desiderio di infinita felicità, di testimoniare senza sosta che è davvero possibile vivere così.

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Gender neutral language per il Parlamento UE

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Gender neutral language per il Parlamento UE

di Davide Vairani 

"Gender-neutral language is a generic term covering the use of non-sexist language, inclusive language or gender-fair language. The purpose of gender-neutral language is to avoid word choices which may be interpreted as biased, discriminatory or demeaning by implying that one sex or social gender is the norm. Using gender-fair and inclusive language also helps reduce gender stereotyping, promotes social change and contributes to achieving gender equality"

da: "Gender Neutral language in the European Parliament", 2018

Per promuovere l'uguaglianza di genere ("gender equality") è necessario l'utilizzo di un linguaggio "non-sexist and gender inclusive".

Il Parlamento dell'Unione europea prosegue la linea inaugurata nel 2008 per imporre un "Gender neutral language in the European Parliament": è il titolo delle nuove linee guida approvate negli scorsi giorni, in occasione del decimo anniversario dei primi indirizzi in materia dell'UE.

Il meccanismo purtroppo lo conosciamo bene: occorre manipolare il linguaggio comune, distorcerne grammatica e significato, per giungere alla creazione di una neo-lingua.

Le linee guida originali raccomandavano ad esempio la rimozione di termini quali ‘Miss’ e ‘Mrs’ ("signorina" e "signora") nel caso in cui potessero offendere qualsiasi persona che si ritiene essere donna. Stessa sorte per termini come ‘sportsman’ e ‘statesman’ ("sportivo" e "statista"), da sostituire senza se e senza ma con i più neutrali "atleti" e "leader politico"Lungo questa direzione, le nuove direttive dell'UE raccomandando di rimuovere tutti i termini nei quali compaia"man", quali ‘businessman’‘businesswoman’, ‘fireman’, ‘stewardess’, ‘layman’ e addirittura ‘policeman’ e ‘policewoman’.  Preferibile utilizzare ‘executive’, ‘firefighter’, ‘flight attendant’, ‘layperson’, e ‘police officer’.

"Il linguaggio neutrale è più che una questione di correttezza politica", recita la guida. “Il 'Gender-neutral' o 'gender-inclusive language' è molto di più di una semplice questione di 'political correctness'", recitano le linee guida. "Il linguaggio riflette e influenza in modo potente gli atteggiamenti, i comportamenti e le percezioni".

Political leaders” dovrebbe essere preferito a “statesmen” e "items should be called 'artificial' or 'synthetic' rather than 'man-made'", cioè gli artefatti dovrebbero essere chiamati "artificiali" o "sintetici" piuttosto che "fatti dall'uomo". “Businessperson” dovrebbe essere preferito a “businessman” o "businesswoman”.

Le linee guida sono uscite per la prima volta a novembre 2018, ma erano perlopiù indirizzate agli interpreti, a cui è stato consigliato di utilizzare termini neutrali rispetto al genere nelle traduzione tra le lingue.

Da oggi, funzionari e deputati al Parlamento con sedi a Bruxelles e Strasburgo dovranno esercitarsi non poco per rispettare le regole del "gender-neutral language".

Nel momento in cui l'UE ha iniziato a creare politiche e linee guida basate su un linguaggio fatto di termini coniati in base a come le persone sentono di essere, ha aperto una diga ad infinite alterazioni linguistiche basate esclusivamente sui capricci soggettivi degli attivisti politicamente corretti.

Con esiti paradossali, al punto da non riuscire davvero a comprendersi. Tradurre in forma comprensibile le sintassi della neo-lingua gender inclusive diventa una impresa.

Un esempio banale?

Prendo una frase dal testo inglese delle linee guida dell'UE e provo a farne una traduzione in italiano comprensibile.

Si legge:

"'Chair' should be used instead of Chairwoman. 'Chairperson' is discouraged because 'the tendency has been to use it only when referring to women'".

Traduco:

"Il termine 'Presidenta' è preferibile su tutti da utilizzare, quando tale incarico istituzionale sia riferito ad una donna.

Usare 'Chairwoman' risulterebbe infatti discriminante e non inclusivo.

E neppure 'Presidentessa' risulta neutrale, in quanto è chiaro che lo si utilizza solo ed esclusivamente riferito ad una donna.

Lo stesso termine'Presidente' dovrebbe essere evitato: è evidente che nel linguaggio corrente ci si riferisca tendenzialmente ad un uomo, come se tale incarico e tale funzione potesse essere svolto solo ed esclusivamente da un uomo-maschio e non da una donna, qualsiasi essa sia".

A parte la Boldrini, chi parla in questo modo?

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Asia #Bibi: libera per non essere libera

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Asia #Bibi: libera per non essere libera

di Davide Vairani 

Mi chiedo cosa stia facendo ora quella piccola donna forte. Mi chiedo dove sia e come sta vivendo queste poche ore che ci separano dalla memoria della Nascita del Salvatore.

La vita di Asia #Bibi è indubbiamente uno dei segreti meglio custoditi in Pakistan.

Da quando è stata rilasciata il 31 ottobre 2018, la giovane donna accusata di aver bestemmiato contro Maometto, vive nella massima discrezione per sfuggire a coloro che l'hanno minacciata e continuano a minacciarla.

Dieci anni di carcere, l'assoluzione e di nuovo la carcerazione. In attesa di non si sa che cosa.

Sono certo che Asia stia pregando in silenzio, da qualche parte in una cella sperduta pakistana. Libera per non essere libera.

Da giovedì 1° novembre, il giorno dopo la sua assoluzione, migliaia di manifestanti e fanatici sono scesi in piazza. Guidati dai leader del TLP (Tehreek-e-Labaik Pakistan), i fondamentalisti islamici hanno bloccato le principali arterie delle principali città del Pakistan per tre giorni.

Di fronte alla rabbia e alla violenza delle proteste, il governo ha vietato ad Asia Bibi di lasciare il paese per non aggravare la situazione.

Secondo diverse fonti, la giovane donna vivrebbe nella zona di Islamabad in attesa di un visto per lasciare il paese.

"Asia e il marito vivono in una residenza sotto alta sorveglianza situata intorno alla capitale e sorvegliato da autorità pakistane", spiega Anne-Isabelle Tollet, giornalista e autore di due libri su Asia Bibi, al quotidiano francese "La Croix".

"Per ovvi motivi di sicurezza, è assolutamente impossibile per loro lasciare le loro case", aggiunge.

Per John Newton, un membro del consiglio della sezione inglese di "Aiuto alla Chiesa che Soffre", che ha ospitato il marito di Asia e la sua figlia maggiore nel mese di ottobre 2018: "In realtà, lei rimane prigioniera delle persone che avrebbero voluto toglierle la vita se si fosse avventurata fuori. In altre parole, è libera solo in teoria".

Lo stesso vale per i suoi cari, a partire dalle sue figlie. "I bambini sono altrettanto minacciati da alcuni estremisti come i loro genitori", dice Anne-Isabelle Tollet.

Un'opinione condivisa da John Newton. E per una buona ragione: "Secondo le nostre informazioni, piccoli gruppi solcano ogni giorno il paese per trovare i parenti di Asia Bibi", dice. "La loro tecnica è sempre la stessa: suonano alle porte degli abitanti con le foto. Se Asia e i suoi cari non ricevono il permesso di lasciare rapidamente il paese, potrebbero essere catturati".

Anche Saiful Malook, l'avvocato difensore di Asia Bibi, si trova in una zona segreta. Il 3 novembre 2018 ha lasciato il Pakistan a causa delle minacce di morte a cui era stato sottoposto. Prima di salire su un aereo diretto per l'Olanda, ha detto che era "impossibile rimanere in Pakistan nello scenario attuale". Da allora, è migrato in un altro paese occidentale. Per l'avvocato è necessario che stia  in un luogo sicuro per continuare a distanza la battaglia legale che porterà all'autorizzazione a lasciare il territorio pakistano per Asia.

Il 4 novembre 2018, Ashiq Masih, marito di Asia Bibi, ha chiesto asilo politico a diversi capi di stato.

In una dichiarazione filmata e trasmessa ai media internazionali, ha invocato aiuto a diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Canada.

Per questa piccola donna forte le istituzioni internazionali stanno in silenzio perchè hanno paura. La chiamano "diplomazia", un lungo e faticoso intessere di relazioni e pressioni dietro le quinte. A volte funziona, altre no. Altre ancora è solo una parola usata dai politici per non rivelare la realtà, cioè che non si sta facendo un bel nulla.

Non so se mai accadrà che un giorno Asia potrà tornare a vivere serenamente insieme ai suoi cari. Non lo so.

Mi chiedo che cosa stia pensando ora Asia.  Mi chiedo che cosa stiano pensando ora tutti quelli che la vogliono ammazzare:"Dov'è il tuo Dio, ora?".

Se solo la potessero guardare negli occhi, probabilmente si sorprenderebbero nel vedere che il suo Dio è lì con lei e che non l'ha mai abbandonata un istante.

Probabilmente.

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Le sorprese di Dio

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Le sorprese di Dio

di Padre Gigi #Maccalli

Padre Gigi Maccalli scriveva agli amici, un anno fa.

"Quante volte ho detto e predicato che Dio è imprevedibile. Ci sorprende ed è sempre nuovo.

Ma stavolta mi ha completamente spiazzato! Mai e poi mai me lo sarei aspettato così sorprendente.

Le avevo detto che sarebbe andata in Italia per fare quella operazione al cuore che non era possibile avere in Niger e al tempo stesso avrebbe fatto Natale lontano.

Non pensavo proprio così lontano! È partita per il cielo l’11 dicembre scorso, a un mese esatto dalla sua partenza da Niamey.

Speravamo tutti che presso l’ospedale del Bambin Gesù di Roma avrebbe avuto le cure necessarie e quella operazione al cuore indispensabile per darle una speranza di vita altrimenti improbabile.

Dawa Myriam è andata a far Natale in cielo. Se lo sentiva e l’aveva anche detto al telefono l’ultima volta che ci siamo sentiti, insieme ai suoi genitori venuti apposta dal villaggio per poter parlare con lei: “Domani me ne torno a casa”.

La notte stessa, le sue condizioni di salute si sono irreversibilmente degradate ed è volata via come un angelo. Solo post mortem si è potuto appurare che una grave malattia autoimmune minava da tempo la sua esistenza.

Che questo viaggio fosse per lei un’opportunità lo speravamo fortemente, anche se aleggiava un’ombra di dubbio e di questo i genitori ne erano ben coscienti… forse più di me!
La mamma più volte mi ha ripetuto: “è nelle mani di Dio, se Lui vuole tornerà”. Così è tornata da dove è venuta: ad Dio mia piccola regina, come usavo chiamarla in lingua locale “o pobado”
Dawa Myriam desiderava tornare per fare Natale con noi, aveva chiesto di tenerle da parte il “pagne” e il piatto forte della festa.

Con mia grande sorpresa, dopo la messa natalizia della notte, il catechista mi mette in mano 5 faraone: “Da parte del papà di Dawa per la festa di Natale!”.

È sempre speciale la festa in Africa. E quest’anno ho celebrato il giorno di Natale proprio nel suo villaggio di Linlingu. I muri della cappella hanno vibrato al ritmo dei tam tam e della danza. Non c’erano luminarie né addobbi speciali, ma tanta gioia e canti di festa. Un popolo di gente semplice che vive di cose semplici. In questo presepe vivente, ho voluto che fosse visualizzato anche il mistero di Natale.

Così si sono seduti accanto all’altare due giovani genitori col figlioletto Joël di appena due settimane. Guarda caso, nato proprio la mattina di quell’11 dicembre che è stato per Myriam l’ultimo suo giorno di vita su questa terra. Dopo aver invocato i santi e gli amici del cielo Joël è stato battezzato e accolto, tra gli applausi, dalla grande famiglia dei credenti.

La tela della vita è un intreccio di due fili: gioie e pene. I genitori di Joël avevano perso lo scorso anno Raphaël; morto prima di raggiungere l’anno di vita.

La gioia di Natale non cancella il mistero del dolore, ma l’assume e lo rigenera. A Natale rinasce la speranza che tiene per mano le sue sorelle maggiori, la fede e l’amore. Solo i pastori hanno udito gli angeli cantare in cielo la notte di Natale, ma in molti hanno udito il dolore affranto delle donne di Betlemme che hanno pianto i santi innocenti.

Natale tra lacrime di gioia e di dolore che si sciolgono insieme in un unico abbraccio, nel fiume della vita.

Così è la vita in missione: un intreccio di esperienze ed emozioni forti che raccontano la bellezza dell’avventura umana che persino Dio ha voluto condividere e abbracciare"

Fraternamente,
P. Pierluigi Maccalli, Bomoanga - Niger

Fonte: SMA - Società delle Missioni Africane

Il presepio vivente realizzato da p. Gigi per la notte di Natale. La piccola Dawa Myriam, di cui si parla nella lettera.

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Oh My God!

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Oh My God!

di Davide Vairani

A distanza di 24.216 mesi, come è possibile conservare memoria viva di un avvenimento?

Solo se c'entra con la tua vita, oggi, adesso, qui, ora!

Diversamente, finisce per perdersi nel buco nero dei fatti e gesta delle ordinarie vite umane o per rimanere incastrato tra i trilioni di avvenimenti raccolti in un libro di storia.

La storia della Natività di Gesù Cristo sta scomparendo dalla memoria dei giovani britannici.

Un sondaggio, condotto dalla società di ricerca OnePoll per conto di Hotels.com, ha rilevato che solo il 16%  di 2.000 cittadini britannici di età compresa tra i 21 e i 38 anni si dichiara sicuro di conoscere i dettagli della Natività.

Più di un terzo non sa che Gesù (39%), Giuseppe e Maria (37%) o l'Angelo Gabriele (49%) hanno avuto un ruolo.

Addirittura il 6% pensa che Babbo Natale abbia realmente preso parte alla nascita di Gesù. 

Meno del 10% dei giovani è stato in grado di nominare i doni dei tre Magi, cioè oro, incenso e mirra.

Si prendano pure con le dovute cautele, eppure i dati che escono da questo sondaggio non sembrano proprio delle bufale. Vari sondaggi condotti negli ultimi anni hanno documentato il declino della fede cristiana in Gran Bretagna.

In uno studio pubblicato nel 2017 da "ComRes", si è  scoperto che solo il 6% degli adulti britannici poteva essere classificato come cristiano praticante. Tra questi, il  55% non legge mai la Bibbia. Un terzo di coloro che si definiscono comunque "cristiani" ha dichiarato di non andare mai in chiesa, mentre il 29% ha affermato di non pregare mai.

Il sondaggio ha intervistato 8.150 adulti nel Regno Unito tra il 17 marzo e il 31 marzo del 2017 ha concluso che il 53% della popolazione si dichiara non religiosa. Dato che sale vertiginosamente al 71% dei giovani  con età tra i 18 e i 24 anni.

Oh My God!

Fonti:

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Questo Natale sii te stesso

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"Ho quasi sessantaquattro anni e anch’io sono passato per la vostra età e ho un po’ la presunzione di essermela portata dietro. Per questo è giusto, forse, che abbia accettato questo dialogo.

Ricordo che una volta a una assemblea di gente matura chiesi: «Che cosa vuol dire essere adulti?». Attesi per molti minuti la risposta che non venne, e dissi la mia.

Essere adulti vuol dire generare, riprodurre.

Certo, riprodurre dal punto di vista biologico, ma soprattutto dal punto di vista del significato del vivere.

Ed essere giovani vuol dire avere fiducia in uno scopo. Senza scopo uno è già vecchio. Infatti la vecchiaia è determinata da questo: che uno non ha più scopo.

Mentre chi ha quindici, vent’anni, magari inconsciamente, è tutto teso a uno scopo, ha fiducia in uno scopo.

Questo rivela un’altra caratteristica dei giovani. È la razionalità. Essi lo sono molto più degli adulti.

Un giovane vuole le ragioni. E lo scopo è la ragione per cui uno cammina. Per dire la parola grossa, che può sapere di romantico, l’ideale. Se uno non l’ha, è vecchio. Nel vecchio il sangue non scorre più bene, comincia l’arteriosclerosi. Il sangue non è più così veloce. E ogni tanto fa grumi. Se uno non ha uno scopo fa grumi, non si protende più.

Anche voi potete: potete far grumo sulla moda, sulla ragazza, sul disco, sul panino.

I grumi sono lo scetticismo. Pensateci.

Uno non ha uno scopo, e davanti alla realtà dice: «Chi me lo fa fare, sta’ calmo».

Così, davanti a chi è premuto dentro da una gioia ed è tutto proteso, di fronte a chi è vivo, il vecchio fa: «Eh, poi imparerai, vedrai, vedrai la vita».

Nel vecchio non c’è più niente di sicuro, è freddo. Le vene, il sangue non sono più caldi come prima. E il vecchio non ha più presa con la vita. Copre allora questo disinteresse per la vita con la scetticità. Ah, se si potesse farla a pugni con chi introduce i giovani allo scetticismo. Sarebbe l’ideale, è l’unico modo per discutere con chi è scettico. Non si può, ci mancherebbe altro, ma se si potesse…"

 

Perché non bisogna mai essere tranquilli? È vero che lei augura sempre questo?

"Se uno nasce in Groenlandia o in Nuova Zelanda tutti capiscono che è un uomo perché ha una grinta, una faccia da uomo.

Ma la madre, insieme alla faccia, dà a lui un’altra faccia che lo fa uomo, qualcosa dentro, quel che la Bibbia chiama «cuore».

La parola «cuore» sintetizza le urgenze che mettono in moto l’uomo. L’esigenza della felicità.

Vi confesso che una tra le prime cose che mi hanno persuaso del cristianesimo è stata la considerazione in cui era tenuta la felicità. È difficilissimo trovare persone che parlino di felicità sul serio. Parla così quasi soltanto il sentimento materno, quando i bambini sono piccoli.

L’esigenza di felicità, di giustizia, di amore, dell’essere soddisfatti nel senso tenero e totale del termine: questo è il cuore.

E il cuore è vivo, non è mai fermo, e quando raggiungi qualcosa non si ferma, e sei daccapo. Mai tranquillo. Non nel senso di ansioso, ché sarebbe malattia.

C’è una frase, tra quelle attribuite a Cristo negli Agrafa e da qualche critico ritenute autentiche, che dice: «Venni tra loro, e li trovai tutti ubriachi. Nessuno di loro aveva sete». Questa è la tranquillità che non va!

Se vuoi bene a una donna, e ti metti tranquillo, stai attento che la puoi perdere: non la conquisti più, non la capisci più, non la godi più.

Invece se le dici «tu», e sei vivo, se non sei tranquillo, e sai che non è una persona qualsiasi (nessuno è qualsiasi), non hai mai finito di incontrarla per anni e anni.

Così, di fronte alla società, di fronte alla vita della gente, come si può essere tranquilli?"

«Vi confesso che una tra le prime cose che mi hanno persuaso del cristianesimo è stata la considerazione in cui era tenuta la felicità. È difficilissimo trovare persone che parlino di felicità sul serio»

Per un giovane è normale avere un ideale come un’utopia dinanzi a sé. Poi diventa maturo e… come fa a mantenere il cambiamento?

"Comincio con il dirti che ideale e utopia non sono la stessa cosa.

L’utopia è una parola che rappresenta negli intellettuali quello che nei ragazzi è il sogno.

L’utopia ha lo svantaggio di essere piena di presunzione, il sogno almeno ha in sé qualcosa della malinconia che – lo diceva Dostoevskij – è meglio di tante «soddisfazioni».

Ma sogno e utopia nascono dalla testa, dalla fantasia.

Invece l’ideale è il centro della realtà.

L’ideale è quella soddisfazione verso cui ti lancia il cuore, qualcosa di infinito che si realizza in ogni istante.

Come una strada che ha una grande meta, e tu camminando, passo dopo passo, già la rendi presente. Così l’ideale cambia la vita di momento in momento. A sessant’anni può cambiarla in modo più suggestivo che a venti, perché l’ideale si fa più evidente, più potente.

La parola «Dio» è uguale a Ideale.

L’ideale si distingue dal sogno perché nasce dalla natura, nasce nel cuore dell’uomo.

Perciò non tradisce. Seguilo, non ti tradirà.

Sogno e utopia ti portano via dalla vita.

 

Ideale allora è il mistero di Dio. Ma io non sono ancora credente. Come faccio a sapere di avere incontrato Cristo?

"Ragazzo, mi metti proprio kappaò. Mi metti kappaò, perché se io ti dico com’è veramente, che io ho incontrato Cristo e lo incontro tuttora nella compagnia della gente che come me l’ha riconosciuto; se ti dico questo non t’ho ancora detto niente, perché per te non è ancora esperienza, mi capisci?

Ma se io ti dico che per me Cristo è l’ideale, capisci che c’è un nesso tra me e questo Cristo.

E quest’uomo, nato duemila anni fa, mi fa vivere e mi esalta, mi tiene su, mi cambia. Mi cambia perché è presente. Lo diceva Tommaso d’Aquino: «L’essere è là dove agisce». Se io sono cambiato, vuol dire che è presente.

Ma com’è difficile parlare di questo. Perché nessuno capisce più le parole degli altri, si usano parole che non si sanno, si giudicano cose che non sono mai passate attraverso l’esperienza.

La questione grave del mondo d’oggi è la sincerità, e il pericolo più grave per i giovani è la doppiezza.

La stragrande maggioranza di voi è nata dentro una tradizione cristiana, eppure l’avete abbandonata, giudicata senza averla affrontata. Avete sostituito gli interrogativi, che in greco si chiamano problemi, con il dubbio.

E questo è sleale.

Perché o il dubbio è conseguenza di una ricerca oppure è un preconcetto vigliacco.

Me la sento continuamente proiettata addosso questa slealtà: cioè che le parole non sono accettate per quel che significano.

Capita anche a proposito di Dio.

Un esempio.

Insegnavo religione al liceo Berchet. Il giorno prima avevano dato a teatro Il diavolo e il buon Dio di Sartre. Ed ecco che i miei avversari vengono in classe armati – perché era sempre una battaglia la scuola di religione – del libretto e leggevano dei passi di Sartre. Hanno letto quel che han voluto.

E poi gli ho detto: «Ah, sì? Quello è un Dio così cretino che potrà essere il Dio di Sartre. Non è il mio Dio. Sarei cretino se credessi in un Dio così».

«Se io ti dico com’è veramente, che io ho incontrato Cristo e lo incontro tuttora nella compagnia della gente che come me l’ha riconosciuto; se ti dico questo non t’ho ancora detto niente, perché per te non è ancora esperienza»

don Luigi Giussani, “Realtà e giovinezza. La sfida”

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In bocca al lupo, Mentana

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In bocca al lupo, Mentana

di Davide Vairani

La nascita di un nuovo giornale è sempre da accogliere con entusiastica approvazione ed è quasi una sorta di dovere civico seguirne - almeno - i primi passi.

Un progetto editoriale, una redazione di giornalisti, rubriche e approfondimenti - preparati, masticati e pubblicati - aggiungono infatti un nuovo sguardo di osservazione e giudizio sulla realtà.

Nel tritatutto dell'informazione globalizzata del "fai da te", un giornale è - o almeno dovrebbe essere - un presidio di salvaguardia dall'omologazione, indipendentemente dal conviderne o meno la linea editoriale. 

E' con queste aspettative in testa che ho atteso di compiere il primo click sulla nuova "creatura" web di Enrico Mentana.

Dopo cinque mesi dall’annuncio  e 15mila curriculum scremati, "Open" è ufficialmente online. 

Poco prima delle 6:30 del mattino, è lo stesso direttore del Tg di La7 ad inaugurare la sua nuova creatura:

"Era una scommessa e anche una promessa. Far nascere un giornale direttamente sul web: un triplo salto generazionale, per la tecnologia, per l'età di coloro che sono stati scelti per realizzarlo, e per quella di chi vorremmo lo leggesse, insieme a quanti magari giovani non sono più, ma hanno ancora fame di nuova informazione.

Un post giornale, aperto al nuovo, alle contaminazioni, aperto 24 ore al giorno, aperto ai contributi e alle critiche. OPEN, appunto.

Gratis, e vivendo sulle entrate pubblicitarie. Senza un euro dello Stato, né di aiuti né di provvidenze, in libertà.

Senza pregiudizi e senza tifare né gufare. 

OPEN ha come editore una società senza scopo di lucro. 

Se grazie a chi lo legge intascherà più soldi di quanti il fondatore ha versato, quegli utili saranno reinvestiti nel giornale, per assumere altri giovani e cercare di migliorare la qualità del prodotto.

Da oggi ci proviamo, col vostro aiuto".

Impresa indubbiamente coraggiosa e - per questo motivo - applausi ogni qualvolta si apre un nuovo canale di informazione .

Doppio applauso alle intenzioni:

“L’ambizione è di fare con Open un’informazione libera, verace, senza steccati, che può essere un bene per tutti quanti", scrive Mentana.

Triplo applauso per una delle poche iniziative che vogliono scommettere sui giovani: 

"La generazione degli anni '50 e '60 ha potuto realizzare il sogno di fare i giornalisti, quel che è ormai precluso anche ai più bravi tra i giovani di oggi”. 

“L'obiettivo sarà offrire uno strumento per tutti, anche per chi ha abbandonato o non ha ancora preso la buona abitudine di informarsi con continuità, e soprattutto per quelle nuove generazioni quasi sempre snobbate e ignorate dal sistema Italia. Sarà aperto al nuovo, aperto a tutte le idee, aperto a tutti i contributi.”

Insomma, tutte premesse bene auguranti. 

Cronaca, sport, economia, inchieste ed approfondimenti vari ci sono tutti: grafica un po' spartana, essenziale, ma di indubbio appeal per il target principale cui vuole rivolgersi "Open", i giovani, appunto.

"Le nostre storie" è la rubrica che attira subito la mia attenzione e che - penso - dovrebbe meglio rappresentare la mission di questa nuova testata di informazione.

Clicco.

Sono postati sette articoli: sei di questi hanno per tema il "gender fluid" e uno il diritto al suicidio assistito, almeno così intendo dall'esplicito richiamo nel titolo a Dj Fabo.

Clicco ancora e li scorro uno ad uno.

"Generazione gender fluid: l'identità (sessuale) è mia"è il pezzo che fa da apri pista a quella che viene definita dai giornalisti di "Open" una "inchiesta sul gender fluid", cioè "storie ed emozioni dei giovani italiani che non si identificano nei generi maschile e femminile".  

Ragazzi come Gabe, per i quali "non sono solo il maschile e il femminile a definire la propria identità di genere: c'è un 'terzo genere', una realtà vissuta, da protagonista od osservatore, con sempre più naturalezza da chi ha meno di 25 anni". E' il gender fluid: il "non sentirsi rappresentati da entrambi i generi binari", "il rifiuto dell'appartenenza rigida all’uno o all’altro" (in "Gender fluid, Gabe: 'La mia transizione in un genere non definito'").

"Per me gender fluid vuol dire sentire di non corrispondere al cento per cento né al genere maschile né al genere femminile", racconta Alvaro, venticinque anni, nato e cresciuto a Milano, chelavora in uno studio di fotografia con suo padre. 

"Mentre sorseggia un succo di mirtillo, racconta un'adolescenza di solitudine, spesa a cercare risposte sulla sua identità" (in "Gender fluid, Alvaro: 'Il non binario è la risposta a un'adolescenza di solitudine'").

Marcello, diciannove anni, studia all’Istituto Europeo di Design a Milano. È originario di Trani, cittadina pugliese a meno di un’ora da Bari.

"Il trasferimento ha segnato una svolta nel suo modo di essere, lasciandolo libero di giocare con il suo genere senza dover fare i conti con contesto e pregiudizi" (in "Gender fluid, Marcello: 'I vestiti sono solo pezzi di tessuto'").

La narrazione passa poi a toccare la storia di Elia, trentun'anni, che vive in Liguria e lavora in un supermercato.

"Biologicamente femmina, ha deciso di utilizzare un nome maschile".

"Quando ho scelto di cambiare anche il nome di battesimo, non è stato facile spiegare alla mia famiglia che non volevo diventare un uomo", racconta nel pezzo "Gender fluid, Elia: 'Sono l'unica persona non binaria che io conosca'".

Poi, il pezzo intitolato: "Restituiamo a Dj Fabo il diritto alla bellezza"Una sorta di è un inno alla "morte dignitosa".

Due fotografie di Fabiano: una mamma col suo bambino. "Ma questa non è un'immagine come le altre, come quelle di ogni album di famiglia", si legge.

"Quella mamma si chiama Carmen, il suo piccolo Fabiano. Noi lo abbiamo conosciuto con un diminutivo, e soprattutto quando non c'era più. Se pubblichiamo questa foto di dj Fabo, andato a morire in Svizzera per porre fine a un'ingiustizia, è per restituire a un uomo morto giovane e a sua mamma il diritto alla bellezza.

È un fatto che per lui, Fabo, così come per Piergiorgio Welby, e per altri che si sono trovati rinchiusi in un corpo che non rispondeva più loro, la storia e l'informazione sono state crudeli. Le immagini del loro strazio sono diventate l'emblema di battaglie civili importanti. Per questo è giusto ricordare Fabo come era per chi l'ha messo al mondo e amato.

La Corte costituzionale ha dato tempo fino al prossimo settembre al parlamento per varare una legge sul fine vita e sul suicidio assistito. Non è affatto certo che ce la si farà.

L'emozione e la spinta provocate dalla vicenda di dj Fabo - la cecità, la paralisi, la scelta di morire, il viaggio finale in Svizzera con l'aiuto a infrangere leggi inumane di Marco Cappato - si sono col tempo affievolite.

Ma non tra i giovani.

Al momento della verità sarà un dovere richiamare senatori e deputati a non tirarsi indietro.

Una battaglia anche nel nome di quel soldatone di leva ritratto ancora accanto alla sua mamma, e caduto in difesa della dignità umana".

Che dire?

La storia personale di ciascuno va sempre rispettata e mai giudicata. Non mi permetterei mai di farlo e - dunque - non lo faccio nemmeno questa volta.

"Open" vuole essere un giornale, vuole fare informazione. Raccontare storie di vita è sempre importante, perchè dietro ogni storia c'è una persona che vive, soffre, spera. 

Ma  qui, dove sta la novità, Mentana? Ci ritrovo il solito polpettone che il mainstreaming ci impone ogni giorno spacciandolo per verità assoluta: siamo quello che ci sentiamo di essere e niente e nessuno deve condizionare le nostre scelte, i nostri desideri e le nostre volontà.

Vivere o morire, essere uomo o donna dipendono solo ed esclusivamente da ciascuno di noi e tutti devono potere avere il diritto di potere scegliere quando e come vivere e morire, quando e come essere uomo o donna o tutti e due o nessuno dei due.

Saranno anche le storie di giovani (e sono certo che lo siano), ma non basta "dare la voce ai giovani" per fare un giornale, per fare informazione.

In bocca al lupo, Mentana.

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Posted in #Identità

Triptorelina e ideologia gender

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Triptorelina e ideologia gender

di Davide Vairani

 

Visto che l'identità sessuale negli adolescenti appare sempre più incerta e le statistiche mediche riportano dati impressionanti sul fenomeno che riguarda quei bambini o bambine che esprimono un forte desiderio di appartenere al genere opposto del proprio sesso di nascita, il Comitato Nazionale di Bioetica, interpellato dall'Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), ha dato il via libera all'uso della Triptorelina il 13 luglio scorso (con un unico voto contrario, quello di Assuntina Morresi.

La Triptorelina  è un farmaco utilizzato solo per il cancro, farmaco capace di bloccare l'attività dell'ipofisi. L'utilizzo di tale farmaco su adolescenti affetti da disforia di genere dovrebbe avere lo scopo di procurare loro un blocco temporaneo, fino a un massimo di qualche anno, dello sviluppo puberale, con l’ipotesi che ciò “alleggerisca” in qualche modo il travagliato percorso di definizione della loro identità di genere.

E' atteso da settimane il pronunciamento dell'Aifa in merito, cioè sul dare o meno il via libera all'approvazione (e diffusione) di tale farmaco per "curare" la disforia di genere nei bambini e adolescenti.

Siamo - dunque - allo sdoganamento totale dell'ideologia gender (perchè questo è il vero tema)?

Non lo so.

Mi limito ad osservare tre questioni (con una certa preoccupazione).

La prima. Non nascondiamoci dietro ad un dito: è una questione profondamente politica. Vale la pena ricordare che il Cnd è un organo consultivo della Presidenza del Consiglio dei ministri, che svolge sia funzioni di consulenza presso il Governo, il Parlamento e le altre istituzioni, sia funzioni di informazione nei confronti dell'opinione pubblica sui problemi etici emergenti. E le nomine dei suoi componenti vengono fatte direttamente ogni quattro anni dal Presidente del Consiglio stesso.

Stessa cosa vale per l'Aifa, che è un ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica. Opera in autonomia, trasparenza ed economicità, sotto la direzione e la vigilanza del Ministero della salute e del Ministero dell'economia e delle finanze. Collabora con le Regioni, l'Istituto superiore di sanità, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, le associazioni dei pazienti, i medici, le società scientifiche, il mondo produttivo e distributivo del settore.

La seconda. Ma di che farmaco stiamo parlando? I dubbi degli esperti negli otto centri italiani che seguono le linee guida dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere sono tutt’altro che risolti. Anzi. Ci si continua con insistenza a chiedere se davvero il ricorso alla molecola sintetica che inibisce l’ormone dello sviluppo testicolare e ovarico, bloccando di fatto l’adolescenza in attesa di “cambiare sesso”, possa essere la soluzione decisiva nei casi di disforia di genere. Sul punto, infatti, le perplessità sono davvero parecchie. E proprio per fare chiarezza in proposito, è stato da poco diffuso un articolato documento dell’associazione Scienza & vita e del Centro studi Rosario Livatino, che vale la pena leggere per intero (clicca qui).

In esso, si pone anzitutto una questione di metodo, sottolineando come, prima di essere messo in commercio, ogni farmaco attraversi un complesso iter di sperimentazione, al fine che ne siano valutate l’efficacia e la sicurezza; ma nel caso della triptorelina mancano sia gli studi clinici, sia i follow-up a lungo termine per evidenziare eventuali rischi a seguito della sua prolungata somministrazione

"Da giuristi e medici siamo preoccupati per il consenso informato del minore e della sua famiglia, in mancanza di vere informazioni scientifiche, in un clima culturale condizionato da elevata pressione ideologica verso la cancellazione della identità di genere maschile, femminile", scrive il Centro Studi Livatino.

La terza. Di cosa stiamo parlando? In Italia c’è un giovane su 9mila affetto da disturbi dell’identità di genere. Sindrome dalle cause incerte, in cui si mescolano radici biologiche e psicosociali, la cui persistenza al termine dell’adolescenza oscilla tra il 12 e il 27%, con diversità molto accentuate tra maschi e femmine.

Vuol dire che su dieci preadolescenti a cui viene diagnosticata la disforia di genere – diagnosi comunque difficile, delicata e spesso controversa – 7-8 risolveranno il loro disturbo al termine dell’età dello sviluppo. Due o tre invece continueranno a sentirsi ingabbiati in un sesso biologico diverso rispetto alla loro identità psicologica.

Il ricorso alla triptorelina permetterebbe di minimizzare i disturbi psicologi del ragazzo/a in attesa di arrivare poi alla 'riassegnazione chirurgica del sesso' al compimento dei 18 anni. Perché prima della maggiore età la legge italiana, saggiamente, vieta il cosiddetto cambio di sesso.

Evidente che una scelta del genere che investe, oltre a quelli biologici, aspetti psicologici, etici, religiosi, non si possa fare in modo superficiale o affrettato.

Anche perché esistono tuttora domande a cui nessuno sa rispondere: cosa succede se, dopo due o tre anni di trattamento con la triptorelina – il minino per ottenere qualche risultato – un adolescente cambia idea? Il suo sviluppo ormonale riprenderà regolarmente? E la fertilità sarà mantenuta? E come riallineare lo sviluppo cognitivo, che nessuno può arrestare, con quello puberale che nel frattempo è stato sospeso chimicamente?

"Disforia di genere indica quella condizione clinica nella quale si riscontra una percezione di sé del paziente alterata, una dissomiglianza nell’unicum della propria identità formata dall’insieme di autocoscienza, sessualità corporea ed esternazione sociale di sé maschi o di sé femmine; situazione ancor differente dal generico transgender, oramai diffusa espressione generica per indicare colui che ostenta tale discrepanza fra sesso corporeo e psichico.

Attualmente, un laborioso divenire normalizzante di quanto descritto, ha naturalizzato tale esigenza, cercandone ulteriori legittimazioni nel contesto civile e giuridico, il quale è chiamato a tollerare il diritto di attenersi al genere maggiormente conforme a quanto sentito in quel determinato momento, sentore coerentemente in coercizione con la staticità oggettiva della rappresentazione del sé, altrimenti cadrebbe nella connotazione sessuale genetica, gonadica d’origine, le quali spesso cercano adiacenza con l’espressione agognata del sesso piacente per sé.

Si confonde globalmente l’architettonica complessità della sessualità che per ciascun essere umano è totalizzante, rispondente a quanto può esprimere dell’invisibile che incarna (a dimostrazione di ciò si vedano i numerosi casi in letteratura di scontentezza fallimentare provata dal paziente a seguito degli interventi di riassegnazione del sesso gonadico, condotti per ripristinare uno status agevole e armonico, che non riesci a decretarsi a causa del forte contrasto con quello psichico).

Occorre domandarsi, allora, se questo contatto socio-culturale predominante con la sessualità, il medesimo che va cavalcando retoriche politiche sull’uguaglianza fondata anzitutto nell’emarginazione della diversità, abbracci un pieno senso di libertà o, viceversa, agisca con fare dispotico sul corpo poiché letto come scisso dalla persona e, perciò, manipolabile?

[Continua ...]

Giulia Bovassi, in "Poter essere, vuoto di prescrizioni oggettive: dal gender all’età biologica", Blog "Il Pensiero Forte"

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