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“Opzione Benedetto”: per un nuovo cristianesimo

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Qual è il compito dei cristiani nella società di oggi?

Qual è il compito dei cristiani nella società di oggi? di Davide Vairani Visti i tempi bui nei quali ci troviamo a…

“Opzione Benedetto”?

“Opzione Benedetto”? di Davide Vairani Un libro negli Stati Uniti sta suscitando un forte dibattito attorno a questo  tema: “The Benedict Option”…

“The Donatist Option”: contro le accuse di donatismo

“The Donatist Option”: contro le accuse di donatismo di Davide Vairani Rod Dherer, autore del libro “Opzione Bendetto” – del quale ci…

QUAL È IL COMPITO DEI CRISTIANI NELLA SOCIETÀ DI OGGI?

 QUAL È IL COMPITO DEI CRISTIANI NELLA SOCIETÀ DI OGGI? «Opzione Benedetto» ed eresia donatista Di recente negli Stati Uniti è stato…

Focus

Opzione Benedetto

Un libro negli Stati Uniti sta suscitando un forte dibattito attorno a questo  tema: “The Benedict Option” di Ray Oliver «Rod» Dreher. L’“opzione Benedetto” fa riferimento all’esperienza del monachesimo di San Benedetto da Norcia (480 circa – 547).

“Credo che il pessimismo sia oggi semplicemente realismo - scrive Dreher  , ed è meglio ripiegare su una posizione strategica che siamo in grado difendere “. Giunge quindi ad una conclusione senza autocompiacimento: “i gruppi cristiani stessi sono sprofondati in una religione vaga e insipida, adattata ad un ambiente culturale post-cristiano. “[…] Come possiamo produrre una vita civile cristiana quando non produciamo cristiani autentici?”

“Per dirla senza mezzi termini, alla luce delle dinamiche della nostra cultura in rapida evoluzione, penso che sarà sempre più difficile essere un buon cristiano e un buon americano. Per me è molto più importante conservare la fede che preservare la democrazia liberale e l’ordine americano. Idealmente, non dovrebbero esserci contraddizioni, ma le realtà dell’America post-cristiana sfida i nostri ideali antiquati”.

Come un ricercatore ha commentato i risultati di un sondaggio sulla percentuale decrescente di persone che si identificano come cristiane nella popolazione degli Stati Uniti, molto più che il cambiamento demografico è il declino dell’influenza della religione nella società americana (come è già accaduto in Europa) l’elemento cruciale (Arthur E. Farnsely, “Forget the numbers. The big story is that religion has lost social influence”, Religion News Service, 26 maggio 2015). Dreher non solo condivide questo risultato, ma va molto oltre nel valutare l’indebolimento interno del cristianesimo americano.

L'importante dimensione del dibattito di Dreher con l'”opzione Benedetto” non rifuarda tanto le proposte pratiche che egli suggerisce: ciò che conta di più è che la sua analisi della situazione e le conclusioni da trarre da essa sono un punto delicato e mettono in luce le problematiche che i cristiani di sensibilità tradizionale stanno affrontando oggi non solo negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi di eredità culturale e religiosa cristiana, circa le priorità e le modalità di azione per promuovere società che sembrano allontanarsi dai loro ideali.

Questo spiega perché gli articoli di Dreher suscitano discussioni e interesse tra i lettori: aprono la porta a impegni che sembrano più fruttuosi di un’azione politica nel senso partigiano del termine. Danno un significato a tali impegni a lungo termine anche quando le dighe sembrano cedere una dopo l’altra. Denominando questa ridefinizione delle priorità, Dreher offre un’etichetta attorno alla quale possono essere pensati vari progetti e un atteggiamento globale nei confronti dell’ambiente secolarizzato.

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“The Donatist Option”: contro le accuse di donatismo

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“The Donatist Option”: contro le accuse di donatismo

di Davide Vairani

Rod Dherer, autore del libro “Opzione Bendetto” – del quale ci stiamo occupando da qualche giorno-, ha risposto alle critiche mossegli sull’ultimo numero di “Civiltà Cattolica”. In un articolo dal titolo “The Donatist Option” argomenta le sue tesi. Vi proponiamo la traduzione dell’originale in inglese ( “The Donatist Option”, di Rod Dreher, 18 gennaio 2018)

Nel nuovo numero de “La Civiltà Cattolica”, il sacerdote gesuita Andreas Gonçalves Lind ha scritto una lunga critica a “L’Opzione Benedetto”. Non rispondo alla maggior parte dei critici dell’opzione di Benedetto, ma in questo caso è diverso. La venerabile rivista dei gesuiti, con sede a Roma, ha molto peso nel mondo delle élites cattoliche, specialmente sotto questo papa gesuita. Il suo direttore editoriale, padre Antonio Spadaro è uno stretto collaboratore del Papa Francesco, e l’anno scorso l’opzione Benedetto fu da lui condannato in un intervento a Notre Dame. La recensione odierna è negativa, sono grato che la mia tesi venga presa seriamente in considerazione ai più alti livelli della Chiesa cattolica.

Il nocciolo della denuncia di p. Lind è che i  sostenitori dell'”opzione Benedetto” cadano nel donatismo.

Bene, non proprio. L’impero romano era stato ufficialmente cristiano per quasi due secoli nel momento stesso in cui crollò in Occidente. I barbari che rovesciarono il governo imperiale erano anche essi cristiani (certamente ariani, quindi eretici, ma non pagani). La risposta di Benedetto non fu tanto una risposta al paganesimo dilagante, ma al caos derivante dalla caduta dell’ordine romano. E come sostengo nel mio libro, San Benedetto non ha deciso di “rendere grande Roma ancora” o qualcosa del genere. Voleva solo vivere in una comunità di cristiani resilienti e alternativi al vizio e al caos della società in cui vivevano.

Dall'”Opzione Benedetto”: Tutto è cresciuto dal seme di senape della fede piantato da un fedele giovane italiano che non voleva nient’altro che cercare e servire Dio in una comunità di fede costruita per resistere al caos e alla decadenza intorno a loro. L’esempio di Benedetto ci dà speranza oggi, perché rivela ciò che una piccola coorte di credenti che rispondono creativamente alle sfide del proprio tempo e luogo può realizzare incanalando la grazia che fluisce attraverso di loro dalla loro radicale apertura a Dio, e incarnando quella grazia in un modo di vivere distinto”.

Riporto questa parte dal libro che cita una conversazione  con Padre Cassiano, priore del monastero di Norcia:

“Sebbene i monaci qui abbiano respinto il mondo, ‘non c’è solo un no; c’è anche un sì ‘, dice padre Cassiano. ‘Entrambi rifiutiamo ciò che non dà la vita e costruiamo qualcosa di nuovo. E passiamo molto tempo nella ricostruzione, e anche la gente lo vede, motivo per cui la gente affolla il monastero. Abbiamo così tanto coinvolgimento con ospiti e pellegrini che è estenuante. Ma questo è quello che facciamo. Stiamo ricostruendo. Questo è il sì di cui le persone devono sapere”. Ricostruire cosa?, ho chiesto. ‘Per usare la frase di Papa Benedetto, che ha ripetuto molte volte, il mondo occidentale oggi vive come se Dio non esistesse’, dice. ‘Penso sia vero. Frammentazione, paura, disorientamento, deriva, queste sono le caratteristiche ampiamente diffuse della nostra società'”.

Sì, ho pensato, questo è esattamente giusto. Quando abbiamo perso la nostra religione cristiana nella modernità, abbiamo perso la cosa che ci legava insieme tra noi e con i nostri vicini e ci ancorava in entrambi gli ordini, eterno e temporale. Siamo alla deriva nella modernità liquida, senza la direzione di casa.

Il punto di fondo del mio libro è riconoscere la nostra stessa condizione di frammentazione radicale e sradicamento – di cui ha parlato molte volte Papa Benedetto XVI – e di indagare sul carisma e sulla tradizione benedettina per vedere che cosa possiamo fare noi cristiani nel XXI secolo cercando di superare questa condizione.

Ecco, indovinate chi altro crede che siamo in uno stato molto, molto critico. Riporta Austen Ivereigh sull’intervento del Papa ieri sera in Cile:

“Come ho spesso sottolineato, Francesco è, se non cupo, certamente apocalittico su questi tempi. Crede che la società contemporanea affronti sempre più una scelta di vita o di morte. Vede le forze tecnologiche della postmodernità globalizzata che dissolvono i legami di appartenenza, spazzano via le istituzioni e ci trasformano in individui consumati ossessionati dalla gratificazione e sempre più separati e lontani dalle radici culturali e religiose. In una società del genere, come ha detto a Santiago, ‘stanno scomparendoi punti di riferimento che le persone usano per costruire se stessi individualmente e socialmente’, così ‘il nuovo luogo di incontro oggi è il ‘ cloud ‘, caratterizzato da instabilità poiché tutto evapora e quindi perde coerenza’”.

Torniamo all’articolo di “Civiltà Cattolica”. Viene scritto:

“Se è vero che i cristiani contemporanei possono imparare dalla regola benedettina e adattarla ai tempi attuali, è anche vero che esaltare la realtà della persecuzione potrebbe comportare un rischio: quello di percepire il proprio «piccolo gruppo» come la Chiesa vera e migliore delle altre. In definitiva, questo è il rischio dell’arroganza, connesso a un peccato ecclesiale contro l’unità e la comunione”.

Beh, certo, si potrebbe dire questo, e questo è certamente qualcosa a cui fare attenzione. Ma l’essenza del mio libro non è tanto la persecuzione (anche se questo è certamente citato come qualcosa a venire), ma la macinatura della vitalità e convinzione religiosa nella vita di ogni giorno nella modernità liquida. Mi chiedo se questa famiglia cattolica sia davvero così preoccupata del potenziale pericolo che p. Lind cita. Ecco il nocciolo delle sue critiche:

“Senza, ovviamente, cadere nell’eresia, in Dreher si colgono gli echi della voce di Donato: «Se le Chiese di oggi vogliono sopravvivere alla nuova età oscura, devono smettere di “essere normali”. Avremo bisogno di impegnarci più profondamente nella nostra fede, e avremo bisogno di farlo in modi che appaiono strani agli occhi contemporanei. Se riscopriamo il passato, se recuperiamo il culto liturgico e l’ascetismo, se incentriamo la nostra vita sulla comunità ecclesiale e se rafforziamo la disciplina della Chiesa, riusciremo, con la grazia di Dio, a ritornare quel popolo speciale che avremmo sempre dovuto essere. Questo concentrarsi sulla formazione cristiana darà come frutto non soltanto cristiani più forti, ma anche una nuova evangelizzazione, perché il sale riacquisterà il suo sapore”. Nella loro volontà di identificarsi con la Chiesa primitiva dei martiri perseguitati, i donatisti non accettavano un modo diverso di vivere e praticare la fede. Anche nel nuovo contesto storico, in cui la persecuzione era terminata, sentivano che il loro essere perseguitati dava conferma del loro essere i veri e buoni cristiani. Così facendo, quei cristiani scismatici costituirono un piccolo partito di «gente pura». Contrapponendo integer a profanus come la principale differenza tra chi apparteneva e chi non apparteneva alla Chiesa, i donatisti tendevano ad ammettere soltanto membri irreprensibili”. “L’«opzione Benedetto» di Dreher vuole costruire comunità in cui la disciplina è «rafforzata», al fine di assicurare un cristianesimo che si presume più vero e più sano, gli scritti di Agostino indirizzati ai donatisti sottolineano altri aspetti, come, per esempio, la pazienza verso i peccatori, anche in considerazione del valore del mantenimento della comunione”.

Ecco il problema – ed è un problema che si è ripresentato nella retorica di questo papa. Ci sono cattolici rigidi ed estremisti? Assolutamente sì. Ma Francesco e i suoi sostenitori hanno un’abitudine terribile e profondamente ingiusta nel denunciare come “rigidi” preti e laici che semplicemente credono nella fede cattolica e vogliono viverla come è autorevolmente proclamata e, in alcuni casi, anche nella sua più antica forma liturgica.

È stato detto che l’esperienza di Francesco in Argentina con i preti conservatori più severi lo ha reso di riflesso ostile verso qualsiasi cosa che assomigli alla tradizione. Può darsi. Non lo so. Ma lasciatemi citare alcuni passaggi di un mio articolo dello scorso anno in risposta alle critiche di Padre SPadaro ad “Opzione Benedetto” (Does Pope Francis Oppose The Benedict Option?”, di Rod Dherer, 11 Ottobre 2017)

4. Negli Stati Uniti, il cattolicesimo è in declino più veloce di qualsiasi altra chiesa. “E – forse più preoccupante per la chiesa –  per ogni cattolico convertito, più di sei cattolici lasciano la chiesa”.
5. In termini di catechesi e identità cattolica, la Chiesa cattolica statunitense si trova in una situazione catastrofica. Ecco alcuni estratti del libro del sociologo cristiano Christian Smith circa la gioventù cattolica: ‘Ecco le cattive notizie: poco più della metà dei giovani cresciuti da genitori che si definiscono ‘cattolici’ liberali smettono di andare alla Messa interamente quando diventano “adulti emergenti” – una nuova categoria demografica che significa o adolescenza prolungata o età adulta ritardata, definita qui in Young Catholic America da diciotto a ventitré anni. Il quadro non è poi così tanto migliore per i ragazzi dei cattolici ‘tradizionalisti’. Sebbene solo un quarto di quei giovani adulti affermi di aver smesso completamente di andare a messa, solo il 17% afferma di andare ogni settimana, e in generale, la loro fedeltà all’appartenenza alla chiesa e alla partecipazione sembra quasi sbiadita quanto i bambini di coloro che sono definiti
liberali disinvolti”.

Ho fatto molti viaggi negli Stati Uniti e all’estero facendo ricerca e parlando del mio libro. Ascolto ripetutamente lo stesso messaggio, non importa dove mi trovo: i giovani adulti che ancora si identificano come cristiani sanno poco o nulla della fede cristiana, sia in termini di contenuto che in termini di come praticarlo nella vita quotidiana. Nella misura in cui hanno ancora fede, di solito questa risulta essere interamente di natura emozionale, sentimentale. Quindi: quando sento burocrati religiosi della Chiesa come padre Spadaro che dice al mondo di rilassarsi, che va tutto bene, che le preoccupazioni dei cristiani come me “non hanno alcun rapporto con la realtà”, mi rendono furioso. È un tentativo di anestetizzare i fedeli. È una bugia egoistica, ed è una bugia che costerà a molte persone le loro anime.

Eppure, p. Lind è preoccupato per i “rigidi” cattolici che vogliono praticare il cattolicesimo ortodosso e crescere i loro figli per credere, fedeli cattolici. Che tempo viviamo! P. Lind cita sant’Agostino contro i donatisti: “Mentre l’«opzione Benedetto» di Dreher vuole costruire comunità in cui la disciplina è «rafforzata», al fine di assicurare un cristianesimo che si presume più vero e più sano, gli scritti di Agostino indirizzati ai donatisti sottolineano altri aspetti, come, per esempio, la pazienza verso i peccatori, anche in considerazione del valore del mantenimento della comunione.

Agostino nota l’arroganza di coloro che vogliono separare i buoni dai cattivi, il «giusto» dall’«ingiusto» prima del tempo opportuno. In questo contesto chiede «umiltà», «pazienza» e «tolleranza». L’umiltà appare una virtù cristiana fondamentale, senza la quale all’interno del corpo mistico di Cristo non sono possibili l’unità e la comunione. Il vescovo di Ippona si basa in larga misura sull’autorità di Cipriano, e mostra come questo martire abbia tentato di accogliere opinioni diverse al fine di mantenere l’unità della Chiesa. L’«opzione Benedetto» non implica automaticamente l’arroganza che Agostino percepiva nell’atteggiamento dei donatisti. Tuttavia l’appello a un «rafforzamento della disciplina nella Chiesa» riecheggia la rigidità morale donatista. Inoltre, la volontà di costruire piccole comunità di «cristiani forti» potrebbe cancellare l’importanza di virtù cristiane quali l’umiltà, la pazienza e la tolleranza – che risaltano negli scritti di Agostino –, compromettendo la comunione tra i credenti e la formazione di relazioni di pace nel mondo”.

Questo è un errore elementare di p. Lind. Sta confondendo la convinzione donatista che la Chiesa dovrebbe essere strettamente una comunione di puri con la credenza cattolica cristiana di base che dovremmo cercare di essere santi. Tutti i peccatori sono benvenuti nella Chiesa, perché la Chiesa ha dentro di sé nessuno che è senza peccato. La vita cristiana è un pellegrinaggio verso la crescita in Cristo. Tutti inciampiamo, ma è per questo che confessione e perdono servono. Si ha l’impressione che i cristiani come p. Lind non si preoccupino della santità. Sicuramente questo non è vero, ma mi sforzo sinceramente di comprendere ciò che pensano sia la Chiesa e la vita con Cristo.

Sto pensando in questo momento a un amico cattolico che si trova in quella che potreste definire una scuola laica e la comunità della vita di fede. Ha detto che alcuni dei parroci della sua diocesi lo guardano dall’alto in basso, anche se i suoi membri sono tutti fedeli partecipanti alla messa. Il mio amico mi ha detto che quando il suo prete lo ha sfidato a questo proposito, ha risposto che il gruppo si è sentito obbligato a riunirsi in modo che loro e i loro figli possano imparare e praticare la pienezza della fede, che non stavano entrando nelle loro parrocchie e nelle scuole diocesane. Quel prete sentiva che l’esistenza della comunità era un giudizio su di lui e il modo in cui la burocrazia cattolica gestiva se stessa (gestendo il declino, più o meno). E sai cosa: quel prete aveva ragione! Ma i genitori di quella comunità sono responsabili di trasmettere la fede ai loro figli, non per i sentimenti di quel prete.

Continua P. Lind: “Un’ulteriore caratteristica dell’atteggiamento donatista che molto colpì il teologo domenicano Yves Congar verte sull’ostilità nei confronti delle istituzioni secolari. I donatisti tendevano a rifiutarsi di collaborare con le autorità dell’Impero, che per loro rappresentavano dei poteri pagani. Nella loro prospettiva teologica, la purezza di una pratica cristiana implicava il rifiuto di partecipare, collaborare o impegnarsi con i pagani nelle loro istituzioni non cristiane. In questo senso, i donatisti erano effettivamente una «polis parallela». Al contrario, i cattolici come Agostino rimasero legati ad alcune istituzioni imperiali e si sentirono costretti a considerare i donatisti dei cristiani scismatici.

Questo accento sulla purezza, quale precauzione contro ogni contaminazione da qualsiasi elemento esterno all’ambiente cristiano, è connesso con l’interpretazione che i donatisti davano del concetto teologico di «cattolicità». Secondo loro, «cattolico» indicava perfezione e pienezza sacramentale. In questo senso, i donatisti ritenevano che il vero cattolicesimo fosse limitato alla loro Chiesa locale e piccola, nel Nord Africa. Seguendo la teologia di Ottato, Agostino proponeva un’altra interpretazione di «cattolicità», mettendo in evidenza l’universalità come unità di tutta la Chiesa in quanto corpo mistico di Cristo. Egli insisteva sul fatto che le Chiese locali sparse in tutto il mondo dovrebbero essere in comunione, al fine di realizzare le profezie bibliche in merito all’efficacia dell’annuncio della risurrezione di Cristo. Tutto sommato, l’argomentazione di Agostino cercava di dimostrare che i donatisti, quand’anche fossero stati più virtuosi di tutti gli altri fedeli cristiani, non avrebbero mai potuto avere l’esclusiva della vera Chiesa. Egli voleva far capire che isolarsi da altri cristiani e dalla società in generale non era un segnale positivo.

Sebbene Dreher non auspichi l’isolamento delle comunità cristiane, la sua «opzione Benedetto» esige «separazione» dai poteri politici e dalle istituzioni secolari, al punto di sviluppare il più possibile la vita all’interno di istituzioni cristiane, in cui gli imprenditori cristiani assumano in prevalenza lavoratori appartenenti alle proprie Chiese[17]. Inoltre, l’accento posto sugli aspetti negativi della tecnologia e di internet può essere inteso come un monito a non essere contaminati dalla cultura pagana. Quindi, questa opzione potrebbe «chiudere» le comunità cristiane.

In tal senso, per Dreher, il principio della difesa della libertà religiosa serve a stabilire la possibilità di esistere e di agire per istituzioni conformi all’«opzione Benedetto». Dreher non si mostra interessato a instaurare un vero dialogo con chi ha un retroterra culturale e religioso diverso e segue stili di vita differenti. Risulta difficile finanche immaginare una possibilità di collaborazione con persone di opzioni diverse. Di conseguenza, sull’«opzione Benedetto» grava uno sguardo pessimista nei confronti della società contemporanea. Sebbene sia essenziale l’affermazione della libertà religiosa, se si vuole che i cristiani possano praticare la loro fede, Dreher non sembra interessato a mostrare l’importanza del dialogo vero, che scaturisce da quella dignità umana da cui derivano tutte le libertà. Per quanto internet possa essere «la tecnologia più radicale, distruttiva e rivoluzionaria» che un cristiano deve evitare e limitare, soprattutto per quanto riguarda i bambini, l’opzione di Dreher non propone un modo di vivere dentro questo nuovo «luogo» e di evangelizzarlo”.

Questa è una flagrante mistificazione del mio lavoro. L’idea della “polis parallela” è così descritta nelmio libro:

“[Il dissidente ceco Vaclav] Il contributo distintivo di Benda al movimento dissidente fu l’idea di una “polis parallela” – una società separata ma porosa che esistesse accanto all’ordine ufficiale comunista. Flagg Taylor, filosofo politico americano ed esperto di movimenti dissidenti cechi, afferma che “il punto di Benda era che i dissidenti non potevano semplicemente protestare contro il governo comunista, ma dovevano sostenere un impegno positivo con il mondo”. A grave rischio per se stesso e la sua famiglia (lui e sua moglie avevano sei figli), Benda rifiutò la ghettizzazione. Non vedeva alcuna possibilità di collaborazione con i comunisti, ma respingeva anche il quietismo, ritenendolo un fallimento nel mostrare la giusta preoccupazione cristiana per la giustizia, la carità e portando testimonianza evangelica a Cristo nella pubblica piazza. Per Benda, l’ingiunzione di Havel di “vivere nella verità” poteva significare solo una cosa: vivere da cristiani in comunità. Benda non ha sostenuto la ritirata in un ghetto cristiano. Ha insistito sul fatto che la polis parallela deve comprendere se stessa come una lotta per “la conservazione o il rinnovamento della comunità nazionale nel senso più ampio del termine – insieme alla difesa di tutti i valori, le istituzioni e le condizioni materiali a cui l’esistenza di tali una comunità è vincolata”.

P. Lind vorrebbe che i suoi lettori credessero che io stavo dicendo ai cattolici e agli altri cristiani di ritirarsi dal mondo per evitare la contaminazione. Infatti, nel contesto della narrativa del libro, la “polis parallela” si sarebbe originata soprattutto quando ai cristiani non è permesso di essere cristiani nella pubblica piazza. Nel libro, parlo di cristiani che frequentano le imprese cristiane come un modo per proteggere quegli imprenditori quando i loro mezzi di sussistenza sono minacciati dalla legge o dalle consuetudini.

Forse questo non ha senso per padre Lind, che insegna presso l’Università dei Gesuiti di Namur, in Belgio. Non so come sia la situazione per quanto riguarda la Chiesa e lo Stato in Belgio. Qui negli Stati Uniti, però, siamo in un periodo in cui le università e le istituzioni cristiane dovranno affrontare severe sanzioni se non comprometteranno i loro insegnamenti e le pratiche interne per conformarsi al dogma LGBT e all’ideologia di genere. Stiamo vedendo alcune aziende cristiane distrutte. Come scrivo nel libro e come p. Lind ignora nel suo saggio di recensione: Tutti gli insegnanti della scuola pubblica, i professori universitari, i medici e gli avvocati dovranno affrontare una tremenda pressione per capitolare di fronte a questa ideologia posta come condizione per l’impiego. Lo stesso faranno gli psicologi, gli assistenti sociali e tutti coloro che lavorano nell’assistenza; e, naturalmente, fioristi, fotografi, sostenitori e tutte le imprese che sono soggette alle leggi pubbliche”.

Come ho chiarito nel libro, non si tratta di speculazioni oziose. Ho intervistato un certo numero di professori di legge e professionisti in questi campi. Vedono cosa sta arrivando, anche se padre Lind non lo fa. C’è molto di più nel suo pezzo, ma chiuderò con questo: sull’«opzione Benedetto» grava uno sguardo pessimista nei confronti della società contemporanea. Sebbene sia essenziale l’affermazione della libertà religiosa, se si vuole che i cristiani possano praticare la loro fede, Dreher non sembra interessato a mostrare l’importanza del dialogo vero, che scaturisce da quella dignità umana da cui derivano tutte le libertà. Per quanto internet possa essere «la tecnologia più radicale, distruttiva e rivoluzionaria» che un cristiano deve evitare e limitare, soprattutto per quanto riguarda i bambini, l’opzione di Dreher non propone un modo di vivere dentro questo nuovo «luogo» e di evangelizzarlo”.

Bene, ha ragione: ho una visione pessimistica delle società contemporanee. Come può un piccolo cristiano ortodosso che presta attenzione non essere pessimista? Diamine, anche papa Francesco, nella parola del suo biografo, è “apocalittico”! Ovviamente Dreher vuole parlare con gli altri. L’opzione Benedetto richiede esplicitamente una collaborazione aperta tra cristiani e altri (menziono in particolare gli ebrei) che condividono la nostra posizione controculturale nei confronti del mondo, se non le nostre convinzioni teologiche – ma non ho alcun interesse ad idee assimilazioniste fallite dei gesuiti moderni. Quelli potevano sembrare ragionevoli nel 1968, ma sappiamo quali sono i frutti di quell’approccio: collasso.

Ho fiducia che i cattolici che vogliono che la loro fede sopravviva a questa particolare apocalisse, e vivano nei loro figli, e nei figli dei loro figli, si uniranno a me e agli altri cristiani di buona volontà nel tentativo di creare un nuovo sentiero, fuori dalle rovine del cristianesimo contemporaneo. Sarà uno shock per molti, ma ci sono tradizioni pre-1965 all’interno della Chiesa cattolica che in realtà hanno qualcosa da dire ai cattolici di oggi – e a tutti i cristiani. Questo è il messaggio principale di The Benedict Option. Il mio approccio è senza dubbio imperfetto e accolgo con favore la correzione. Ma preferisco provare qualcosa di serio per resistere alle pia strategie di capitolazione.

 

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QUAL È IL COMPITO DEI CRISTIANI NELLA SOCIETÀ DI OGGI?

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 QUAL È IL COMPITO DEI CRISTIANI NELLA SOCIETÀ DI OGGI?

«Opzione Benedetto» ed eresia donatista

Di recente negli Stati Uniti è stato pubblicato un volume dal titolo The Benedict Option, che ha suscitato un grande dibattito[1]. Il nome fa riferimento a san Benedetto da Norcia (480 circa – 547). The New Yorker lo ha definito come «il più discusso e il più importante libro religioso del decennio»[2]. Il volume sostanzialmente tenta di proporre una maniera in cui i fedeli cristiani e le loro comunità possano non soltanto salvaguardare i loro princìpi e le loro tradizioni religiose, ma anche prosperare in una società molto secolarizzata. Vale dunque la pena soffermarsi su questo libro per valutarne i contenuti.

Andreas Gonçalves Lind, “Civiltà Cattolica”, Quaderno 4022, pag. 105 – 115, Anno 2018 -Volume I

L’autore del volume è Ray Oliver «Rod» Dreher, scrittore statunitense cinquantenne, giornalista della rivista The American Conservative e collaboratore di riviste e quotidiani quali la National Review e The Wall Street Journal. Dreher, con «l’opzione Benedetto», sembra suggerire che i cristiani, all’interno di comunità «locali» e «piccole», dovrebbero prepararsi a vivere in una società postcristiana, operando come una «polis parallela», in grado di «esercitare le virtù» come forza «contro-culturale» all’interno di un mondo che respinge nettamente il cristianesimo.

L’autore ha il merito di trattare il problema della vita cristiana di fronte alla sfida della secolarizzazione crescente. È lodevole anche il suo intento di immaginare nel mondo attuale una vita cristiana non individualistica, ma comunitaria. Altrettanto encomiabile è il suo desiderio di dare una testimonianza cristiana. L’«opzione» di Dreher è una sorta di ri-adattamento della regola e del carisma di san Benedetto ai nostri tempi.

Ispirandosi a Dopo la virtù (1981) di Alasdair MacIntyre, Dreher fonda l’«opzione Benedetto» su una narrazione che interpreta la storia del passato e il nostro tempo presente. Vengono messi in parallelo i «secoli oscuri» successivi alla caduta dell’Impero romano e la nostra presunta era postcristiana. Secondo Dreher, nel fondare il suo Ordine monastico san Benedetto «rispondeva» al «crollo della civiltà romana». Quella risposta consisteva nella ricreazione di piccole comunità di uomini virtuosi, in cui la civiltà sarebbe stata conservata per prosperare in epoche successive[3].

In questo senso l’autore sostiene, con una certa finezza stilistica, che i cristiani in Occidente dovrebbero «separarsi» dall’«ordine ufficiale», senza però allontanarsi completamente dalla società. Non si tratta di costruire una «comunità chiusa». Dreher insiste piuttosto sulla costruzione di «pratiche comuni» e di «istituzioni» che siano in grado di «rovesciare» l’«isolamento» vissuto dalle comunità di fedeli cristiani oggi[4].

Anche se l’«opzione Benedetto» potrebbe essere accettabile all’interno della società americana contemporanea, essa certo sembra essere basata su una narrazione del carisma benedettino molto semplificata e discutibile. Secondo Dreher, «l’opzione politica Benedetto parte dal riconoscere che la società occidentale è post-cristiana»[5]. E fonda questa opzione nel nostro tempo, non soltanto interpretando le società occidentali contemporanee come inizio di un’«oscura era post-cristiana», ma affermando altresì che la regola di san Benedetto è una risposta al paganesimo[6].

Il rischio del «piccolo gruppo»

Tuttavia va anche detto che il padre del monachesimo occidentale, nonostante gli elementi originali della sua regola, si è inserito in una tradizione preesistente. Il monachesimo cenobitico apparve e fiorì non principalmente come una «risposta» alla caduta dell’Impero romano nell’oscura età barbarica, ma durante l’epoca imperiale cristiana, subito dopo la fine della persecuzione della Chiesa primitiva.

Di fatto, come già prima di lui Pacomio e Basilio, san Benedetto per lo più non agiva in modo reattivo, in risposta ai pagani incolti che stavano distruggendo l’Impero[7], ma in continuità con la cosiddetta «tradizione del martirio bianco». I monaci cenobiti ricercavano un modo per offrire a Dio la loro vita, in un contesto storico posteriore e diverso rispetto a quello della primitiva Chiesa dei martiri.

I sostenitori dell’«opzione Benedetto», come già descritto, tendono a scorgere un’analogia tra i secoli oscuri successivi all’epoca romana e la nostra società. È difficile restare indifferenti al tono «apocalittico» con il quale Dreher espone la sua tesi. I «secoli oscuri» del nostro tempo, l’inevitabilità del diventare «più poveri» e «più emarginati», la necessità di imparare dagli oppositori della tirannide comunista in Cecoslovacchia, l’impiego di termini come «politiche antipolitiche» oppure «polis parallela», la previsione di perdere «carriere» a causa di sottili «persecuzioni», la sottolineatura dei danni della tecnologia, di internet e della pratica sessuale libertina… tutte queste affermazioni vengono fatte all’interno della narrazione di una Chiesa perseguitata, in analogia a quanto è accaduto ai primi martiri.

Se è vero che i cristiani contemporanei possono imparare dalla regola benedettina e adattarla ai tempi attuali, è anche vero che esaltare la realtà della persecuzione potrebbe comportare un rischio: quello di percepire il proprio «piccolo gruppo» come la Chiesa vera e migliore delle altre. In definitiva, questo è il rischio dell’arroganza, connesso a un peccato ecclesiale contro l’unità e la comunione.

La tentazione donatista e la reazione di Agostino

Era esattamente questa la tentazione dell’eresia donatista. Il «donatismo» fu un movimento religioso sorto in Africa, nel 311, dalle idee del vescovo di Numidia Donato di Case Nere. Esso nacque proprio in un’epoca di persecuzioni. Donato muoveva una dura critica nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano e che avevano consegnato ai magistrati romani i Libri sacri. Secondo i seguaci di Donato i sacramenti amministrati da questi vescovi non sarebbero stati validi. Questa posizione presupponeva, dunque, che i sacramenti non avessero efficacia di per sé, ma che la loro validità dipendesse dalla dignità di chi li amministrava.

Come ha notato il teologo Yves Congar, i donatisti esaltavano l’atto del martirio, tendevano alla rigidità e alla purezza morale, e manifestavano una forte ostilità verso le autorità e le istituzioni secolari[8]. Per i donatisti, la persecuzione della Chiesa è stata un criterio importante per corroborare la propria appartenenza alla vera Chiesa di Cristo. Essi infatti erano orgogliosi di essere perseguitati e si sentivano legati alla Chiesa dei martiri. Va aggiunto che questo sentimento era del tutto giustificato dalla violenta opposizione che le autorità imperiali avevano scatenato contro di loro[9].

Sant’Agostino si oppose alla loro teologia sacramentale, citando Cipriano – il grande martire elogiato dagli scismatici –, al fine di dimostrare che il martirio e, in generale, la persecuzione sono fruttuosi soltanto quando richiesti dalla grazia e vissuti in unione con la Chiesa. Secondo il vescovo di Ippona, unità, carità e umiltà sono intrinsecamente legate tra loro. Pertanto, chi è scismatico cade in un peccato ecclesiale, rompendo l’unità (e, di conseguenza, la carità e l’umiltà)[10]. Per Agostino, il grande peccato degli scismatici sarebbe quello dell’orgoglio o dell’arroganza: il credere che uno sia giusto in contrapposizione a tutti gli altri, distruggendo in questo modo la comunione.

Da una parte, Agostino propone una teologia più articolata e coesa di quella dei donatisti, mostrando loro che le sole persecuzioni potrebbero non attestare la loro fedeltà alla Chiesa di Cristo: per cercare l’unità sono indispensabili la carità e l’umiltà. D’altra parte, egli sembra trovare un modo coerente per lodare il martirio della Chiesa primitiva, riuscendo al tempo stesso ad adattare le pratiche e le tradizioni della Chiesa alla nuova epoca storica.

Al termine di questa controversia, la Chiesa scelse di reintegrare, dopo alcune penitenze, i traditores piuttosto che cacciarli via[11].

Quando la rigidità è a costo dell’unità e della pace

Senza, ovviamente, cadere nell’eresia, in Dreher si colgono gli echi della voce di Donato: «Se le Chiese di oggi vogliono sopravvivere alla nuova età oscura, devono smettere di “essere normali”. Avremo bisogno di impegnarci più profondamente nella nostra fede, e avremo bisogno di farlo in modi che appaiono strani agli occhi contemporanei. Se riscopriamo il passato, se recuperiamo il culto liturgico e l’ascetismo, se incentriamo la nostra vita sulla comunità ecclesiale e se rafforziamo la disciplina della Chiesa, riusciremo, con la grazia di Dio, a ritornare quel popolo speciale che avremmo sempre dovuto essere. Questo concentrarsi sulla formazione cristiana darà come frutto non soltanto cristiani più forti, ma anche una nuova evangelizzazione, perché il sale riacquisterà il suo sapore»[12].

Nella loro volontà di identificarsi con la Chiesa primitiva dei martiri perseguitati, i donatisti non accettavano un modo diverso di vivere e praticare la fede. Anche nel nuovo contesto storico, in cui la persecuzione era terminata, sentivano che il loro essere perseguitati dava conferma del loro essere i veri e buoni cristiani. Così facendo, quei cristiani scismatici costituirono un piccolo partito di «gente pura». Contrapponendo integer a profanus come la principale differenza tra chi apparteneva e chi non apparteneva alla Chiesa, i donatisti tendevano ad ammettere soltanto membri irreprensibili.

La ferma risposta di Agostino

Alla loro rigidità e all’enfasi sull’ascetismo Agostino diede alcune risposte che può essere molto utile rileggere oggi. Il vescovo di Ippona fa due distinzioni, che i donatisti non erano in grado di fare. In primo luogo, distingue tra la Chiesa storica presente e quella futura escatologica. La Chiesa pura, costituita soltanto da uomini irreprensibili, si avvera alla fine dei tempi nell’ecclesia qualis futura est. Adesso, nell’epoca presente, Dio è paziente e permette a diversi tipi di uomini e donne di partecipare all’ecclesia talis nunc est. La Chiesa presente è pro mixta societas, ovvero una società frammista di persone buone e cattive. Una Chiesa è formata da credenti migliori e peggiori (o non tanto virtuosi)[13].

Mentre l’«opzione Benedetto» di Dreher vuole costruire comunità in cui la disciplina è «rafforzata», al fine di assicurare un cristianesimo che si presume più vero e più sano, gli scritti di Agostino indirizzati ai donatisti sottolineano altri aspetti, come, per esempio, la pazienza verso i peccatori, anche in considerazione del valore del mantenimento della comunione.

Agostino nota l’arroganza di coloro che vogliono separare i buoni dai cattivi, il «giusto» dall’«ingiusto» prima del tempo opportuno. In questo contesto chiede «umiltà», «pazienza» e «tolleranza». L’umiltà appare una virtù cristiana fondamentale, senza la quale all’interno del corpo mistico di Cristo non sono possibili l’unità e la comunione. Il vescovo di Ippona si basa in larga misura sull’autorità di Cipriano, e mostra come questo martire abbia tentato di accogliere opinioni diverse al fine di mantenere l’unità della Chiesa[14].

L’«opzione Benedetto» non implica automaticamente l’arroganza che Agostino percepiva nell’atteggiamento dei donatisti. Tuttavia l’appello a un «rafforzamento della disciplina nella Chiesa» riecheggia la rigidità morale donatista. Inoltre, la volontà di costruire piccole comunità di «cristiani forti» potrebbe cancellare l’importanza di virtù cristiane quali l’umiltà, la pazienza e la tolleranza – che risaltano negli scritti di Agostino –, compromettendo la comunione tra i credenti e la formazione di relazioni di pace nel mondo.

L’enfasi sulla «purezza» e l’ostilità verso le istituzioni secolari

Un’ulteriore caratteristica dell’atteggiamento donatista che molto colpì il teologo domenicano Yves Congar verte sull’ostilità nei confronti delle istituzioni secolari. I donatisti tendevano a rifiutarsi di collaborare con le autorità dell’Impero, che per loro rappresentavano dei poteri pagani. Nella loro prospettiva teologica, la purezza di una pratica cristiana implicava il rifiuto di partecipare, collaborare o impegnarsi con i pagani nelle loro istituzioni non cristiane.

In questo senso, i donatisti erano effettivamente una «polis parallela». Al contrario, i cattolici come Agostino rimasero legati ad alcune istituzioni imperiali e si sentirono costretti a considerare i donatisti dei cristiani scismatici.

Questo accento sulla purezza, quale precauzione contro ogni contaminazione da qualsiasi elemento esterno all’ambiente cristiano, è connesso con l’interpretazione che i donatisti davano del concetto teologico di «cattolicità». Secondo loro, «cattolico» indicava perfezione e pienezza sacramentale. In questo senso, i donatisti ritenevano che il vero cattolicesimo fosse limitato alla loro Chiesa locale e piccola, nel Nord Africa.

Seguendo la teologia di Ottato, Agostino proponeva un’altra interpretazione di «cattolicità», mettendo in evidenza l’universalità come unità di tutta la Chiesa in quanto corpo mistico di Cristo[15]. Egli insisteva sul fatto che le Chiese locali sparse in tutto il mondo dovrebbero essere in comunione, al fine di realizzare le profezie bibliche in merito all’efficacia dell’annuncio della risurrezione di Cristo[16].

Tutto sommato, l’argomentazione di Agostino cercava di dimostrare che i donatisti, quand’anche fossero stati più virtuosi di tutti gli altri fedeli cristiani, non avrebbero mai potuto avere l’esclusiva della vera Chiesa. Egli voleva far capire che isolarsi da altri cristiani e dalla società in generale non era un segnale positivo.

Sebbene Dreher non auspichi l’isolamento delle comunità cristiane, la sua «opzione Benedetto» esige «separazione» dai poteri politici e dalle istituzioni secolari, al punto di sviluppare il più possibile la vita all’interno di istituzioni cristiane, in cui gli imprenditori cristiani assumano in prevalenza lavoratori appartenenti alle proprie Chiese[17]. Inoltre, l’accento posto sugli aspetti negativi della tecnologia e di internet può essere inteso come un monito a non essere contaminati dalla cultura pagana. Quindi, questa opzione potrebbe «chiudere» le comunità cristiane.

In tal senso, per Dreher, il principio della difesa della libertà religiosa serve a stabilire la possibilità di esistere e di agire per istituzioni conformi all’«opzione Benedetto». Dreher non si mostra interessato a instaurare un vero dialogo con chi ha un retroterra culturale e religioso diverso e segue stili di vita differenti. Risulta difficile finanche immaginare una possibilità di collaborazione con persone di opzioni diverse.

Di conseguenza, sull’«opzione Benedetto» grava uno sguardo pessimista nei confronti della società contemporanea. Sebbene sia essenziale l’affermazione della libertà religiosa, se si vuole che i cristiani possano praticare la loro fede, Dreher non sembra interessato a mostrare l’importanza del dialogo vero, che scaturisce da quella dignità umana da cui derivano tutte le libertà. Per quanto internet possa essere «la tecnologia più radicale, distruttiva e rivoluzionaria» che un cristiano deve evitare e limitare, soprattutto per quanto riguarda i bambini[18], l’opzione di Dreher non propone un modo di vivere dentro questo nuovo «luogo» e di evangelizzarlo.

Guardando alla controversia donatista, appare chiaro che l’opzione di Agostino, in particolare, e la Chiesa cattolica, in generale, non sono pensate per stabilire distinzioni tra l’essere un buon cittadino e l’essere un buon cristiano. Naturalmente, come cristiani, dobbiamo essere prudenti nel collaborare con le persone e con le istituzioni secolari. Possiamo rifarci alla metafora di Dreher: i cristiani non devono «bruciare incenso a Cesare»[19]. Tuttavia, trovare modi che «non compromettano» le nostre «coscienze» cristiane, nel contesto dell’«opzione Benedetto», rischia di impedire lo sviluppo di sane relazioni con tutti gli uomini di buona volontà e l’impegno sociale insieme ad essi. Una giusta attenzione per le devozioni della religiosità popolare e una propensione a un dialogo aperto al di fuori della Chiesa sembrano giustificare, quantomeno, opzioni diverse da quella di Dreher.

E le ingiustizie sociali?

L’«opzione Benedetto» corre anche il rischio di «stabilire» (o «ri-stabilire») comunità e pratiche cristiane forti a scapito di un’assistenza sociale organizzata. Ovviamente, le pratiche e le istituzioni cristiane non vanno ridotte ad attività sociali in stile «Ong». Tuttavia, ciò non significa che le pratiche e le istituzioni cristiane possano restare indifferenti verso i poveri e i più emarginati nella società occidentale e, anzi, in tutto il mondo.

Secondo Yves Congar, i donatisti non si preoccupavano molto delle ingiustizie sociali[20]. Il libro di Dreher sembra trovare il modo di salvaguardare, animare e attivare pratiche cristiane, ma non è facile scorgere come tali pratiche possano tener conto dell’«opzione preferenziale per i poveri».

Nel contesto della crescente globalizzazione, i fedeli cristiani potrebbero optare per l’ampliamento delle loro relazioni con altre comunità, anche al di fuori delle loro Chiese, al fine di accrescere le sinergie per la costruzione della pace e della giustizia. Questo potrebbe anche essere un modo per vivere, praticare e testimoniare le virtù cristiane e la vera fede.

L’importanza dell’umiltà e della misericordia

Dreher afferma che «l’opzione Benedetto in ultima analisi deve essere una questione di amore»[21]. Nessuno che si riconosca nella tradizione cristiana potrebbe dissentire su questa affermazione. E tuttavia l’«opzione Benedetto» non è immune dai rischi ricorrenti che sono insiti nella rigidezza morale e nelle forze controculturali. Il rischio principale di tali atteggiamenti riguarda la mancanza di comunione, di unità e di pace all’interno della Chiesa e con la società in cui viviamo.

Per papa Francesco, la misericordia è «il messaggio di Gesù», «è il messaggio più forte del Signore»[22]. Se Agostino ha disapprovato la rigidità che i donatisti adottavano a scapito dell’unità della Chiesa, anche oggi papa Francesco si adopera per introdurre pratiche più misericordiose verso le ferite e le difficoltà che gli uomini e le donne contemporanei sperimentano. Questo atteggiamento spirituale non può essere ridotto a una strategia politica: ha un fondamento biblico e teologico.

Rispondendo a Pietro che gli domanda quante volte il discepolo debba perdonare, Gesù dice: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22). Dopo aver detto questo, Gesù racconta la parabola del «servo spietato», il quale, pur avendo ricevuto il perdono del suo padrone, è incapace di perdonare il proprio prossimo. Alla fine, egli viene condannato dal suo padrone (cfr Mt 18,23-35).

Per il Papa, «la parabola contiene un profondo insegnamento per ciascuno di noi. Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli»[23]. Forse, nell’impegno per ristabilire «piccole» comunità nelle quali i membri siano cristiani «forti» e agiscano come una sorta di «società parallela», i credenti potrebbero discostarsi da tale criterio. Di fronte a Dio e al mondo intero, i cristiani devono essere credibili nel testimoniare la natura misericordiosa di Dio, rendendone possibile l’esperienza all’interno di istituzioni cristiane.

Non c’è alcun dubbio che quella del secolarismo sia una grande sfida per le comunità cristiane. Papa Francesco sta rispondendo alla secolarizzazione del mondo attuale con un atteggiamento umile, con un dialogo seguìto da gesti di bontà e di maggiore comprensione verso tutti: un’«opzione» veramente evangelica per i cristiani di oggi.

Note

[1].      R. Dreher, The Benedict Option. A Strategy for Christians in a Post-­Christian Nation, New York, Sentinel, 2017.

[2].      J. Rothman, «Rod Dreher’s monastic vision», in The New Yorker (www.newyorker.com/magazine/2017/05/01/rod-drehers-monastic-vision), 1° maggio 2017.

[3].      Cfr R. Dreher, The Benedict Option…, cit., 2-4; 16-18.

[4].      Cfr ivi, 88-96.

[5].      Ivi, 12 s.

[6].      Si potrebbe dire che l’appello di Alasdair MacIntyre a «un altro san Benedetto, senza dubbio molto diverso» venga formulato nel contesto del contrasto tra due tradizioni morali: quella liberale e quella aristotelica. Mentre cerca di mostrare l’intelligibilità e la possibilità della seconda, egli propone l’esempio di san Benedetto. In questo senso, la prospettiva di MacIntyre presume che vi siano uomini e comunità non cristiane virtuose. Inoltre, egli è consapevole dei pericoli insiti nel parallelismo tra la nostra epoca e la caduta dell’Impero romano. Infatti, riconosce anche che il parallelismo tra la buia età pagana successiva alla caduta dell’Impero romano e la nostra società occidentale contemporanea tende a essere troppo riduttivo: «È sempre rischioso tracciare paralleli troppo precisi fra un periodo storico e un altro, e fra i più fuorvianti di tali paralleli vi sono quelli che sono stati tracciati fra la nostra epoca in Europa e nel Nordamerica e l’epoca in cui l’Impero romano declinava verso i secoli oscuri» (A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, Roma, Armando, 2007, 314).

[7].      Cfr M. Dunn, The Emergence of Monasticism. From the Desert Fathers to the Early Middle Ages, Oxford, Blackwell, 2003.

[8].      Cfr Y. Congar, «Introduction générale aux traités anti-donatistes de Saint Augustin», in Œuvres de Saint Augustin. Traitésanti-donatistes. Vol. I, Paris, Desclée de Brouwer, 1963, 29 s.

[9].      Cfr ivi, 17; 45.

[10].    Cfr Agostino, s., Sul battesimo contro i Donatisti, l. II, 4-6.

[11].    Ciò conferma la visione che papa Francesco ha della storia della Chiesa: «Due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare […]. La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione» (Amoris laetitia [AL], n. 296). Sulla controversia con i donatisti, cfr anche J. L. Narvaja, «Sant’Agostino a proposito della tradizione e dello sviluppo del dogma», in Civ. Catt. 2017 I 390-400.

[12].    R. Dreher, The Benedict Option…, cit., 101 s.

[13].    Cfr Y. Congar, «Introduction générale aux traités anti-donatistes de Saint Augustin», cit., 62-64; 95 s.

[14].    Cfr Agostino, s., Sul battesimo contro i Donatisti, l. IV, 12-13; l. VI, 2; 7; 35.

[15].    Cfr Y. Congar, «Introduction générale aux traités anti-donatistes de Saint Augustin», cit., 77 s.

[16].    Cfr Agostino, s., Sul battesimo contro i Donatisti, l. I, 4.

[17].    Cfr R. Dreher, The Benedict Option…, cit., 176-194.

[18].    Cfr ivi, 218-236.

[19].    Ivi, 179 s.

[20].    Cfr Y. Congar, «Introduction générale aux traités anti-donatistes de Saint Augustin», cit., 35.

[21].    R. Dreher, The Benedict Option…, cit., 237.

[22].    Francesco, Il nome di Dio è misericordia, Milano, Piemme, 2016.

[23].    Id., Misericordiae Vultus. Bolla d’indizione del Giubileo della misericordia, 11 aprile 2015, n. 9.

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.. E correndo mi incontrò lungo le scale..

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 .. E correndo mi incontrò lungo le scale..

Lui e lei due chiacchiere non banali nella corsa frenetica del quotidiano

M. – “Ti racconto quello che mi è successo ieri: in una giornata apparentemente normale, come un improvviso raggio di sole è venuta a trovarmi una persona che non vedevo da più di vent’anni. Abbiamo parlato a lungo. Ci siamo raccontate la nostra vita, come se ci vedessimo dal giorno prima. Abbiamo condiviso il nostro modo di vedere, di vivere. Abbiamo scoperto che ciò che ci unisce va oltre, è un accidentato e impantanato cammino, una meta. Con tutte le nostre fragilità e i nostri errori.

La sera mi scriveva: ‘questa è un’amicizia preziosa, di quelle con le quali magari non si condivide la quotidianità ma l’Eternità. Una di quelle fuori dal tempo… Dio rimane il punto fermo e mantiene vivo un rapporto a prescindere da tutto, tale per cui il tempo diventa un fattore relativo…’. La famosa ‘Compagnia’ cui fai riferimento spesso tu, quando parli e scrivi, citando don Giussani…

La Comunione dei Santi! Che coinvolge anche le anime del Cielo, che partecipano alla nostra vita, facendo il tifo per noi, vivendo le nostre gioie e i nostri dolori…Che coinvolge le anime del Purgatorio, che pregano per noi, mentre noi preghiamo per loro… Sai, io non penso che esista il caso.

Proprio ieri -guarda un po’- mi imbattevo in una meravigliosa omelia del Papa, che mi ha folgorato. ‘La Chiesa, nella sua verità più profonda, è comunione con Dio, familiarità con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna: questa relazione tra Gesù e il Padre è la ‘matrice’, in questa fornace ardente di amore che è la Trinità, allora possiamo veramente diventare un cuore solo e un’anima sola tra di noi, perché l’amore di Dio brucia i nostri egoismi, i nostri pregiudizi, le nostre divisioni interiori ed esterne. L’Amore di Dio brucia anche i nostri peccati.(…) Questa unione tra noi va al di là e continua nell’altra vita. E’ una unione spirituale che nasce dal Battesimo, non viene spezzata dalla morte, ma, grazie a che Cristo è risorto, è destinata a trovare la pienezza nella vita eterna. C’è un legame profondo e indissolubile tra quanti sono ancora pellegrini in questo mondo, fra noi, e coloro che hanno varcato la soglia della morte per entrare nell’eternità. Tutti i battezzati quaggiù sulla terra, le anime del Purgatorio e tutti i beati che sono già in Paradiso formano una sola grande Famiglia’.

Un cuore solo e un anima sola! Lo trovo commovente, come una partecipazione al Cuore di Cristo che è carne viva…

D. – “E’ vero quello che scrivi. Più va avanti il tempo e più mi rendo conto che siamo impastati di infinito. C’è come un filo sottile che anche quando non lo vediamo e non lo sentiamo ci lega all’Infinito dal quale veniamo. E ogni tanto ci accadono giornate come quella che mi racconti tu, nelle quali sperimenti concretamente questa unione senza spazio né tempo che ci tiene attaccati all’Infinito. E allora fai di tutto perché giornate così durino nel tempo, cerchi di ricreare le “condizioni” che ti hanno permesso di vivere con gusto.

Siamo impastati di infinito, ma il peso della finitezza ci butta e ributta per terra. E allora altro che Comunione dei Santi!

Non ci può essere comunione senza compagnia. E’ la compagnia, fatta di volti in carne ed ossa nei quali ci imbattiamo per ragioni misteriose, che aiuta la libertà, la libertà di dipendere amabilmente da Colui che fa nuove tutte le cose, Cristo.

Forse ti domanderai “che cosa c’entra con la Comunione dei Santi”  la compagnia. Vedi, se non si sperimenta una compagnia così fatta, si rischia di confinare la Compagnia dei Santi (comunione e compagnia vanno a braccetto) in una metafora oleografica rincuorante ma inconsistente per la nostra vita.

Mentre scrivo mi rendo conto che parlare di “compagnia” oggi si rischia solo il sentimentalismo. Si frequenta chi ci suscita simpatia, chi la pensa come me, chi in qualche modo ci dà corda. Una compagnia ridotta a stare insieme finchè il tempo ci fa durare insieme. Al primo attrito salta tutto. Gli affetti si misurano in quantità di emozioni, durano finchè c’è innamoramento, poi scivolano piano piano in un lento e malinconico separarsi. Quando mi guardo però allo specchio mi sento da solo e al tempo stesso mi brucia dentro il desiderio di una compagnia perfetta per la mia vita, una compagnia infinita.

Diciamocelo con onestà: quante volte cerchiamo una compagnia di persone per affidare loro le nostre speranze? Come se fosse la compagnia a darti una pienezza di vita raggiungibile, come se questa pienezza potessi attingertela magicamente lì. Il gruppetto in Parrocchia, il gruppetto con il quale vado a Messa oppure esco la sera, etc. Se ci guardiamo, io e te, ad esempio, la compagnia che ne sta nascendo si lascia identificare prima di tutto per un tipo di affezione che non so definire se non nuova per me: in essa domina su qualsiasi altro sentimento la stima dell’altro, la disponibilità ad aiutare, un’amorosità disposta a soccorrere l’altro, a condividerne sempre il bisogno, nella percezione fisica del tempo e dello spazio come via al Destino. Perché? Perché io e te siamo buoni e bravi, perché abbiamo scoperto delle affinità che ci fanno superare gli attriti con pazienza? Anche, forse (non certamente io, che mi incavolo con una frequenza vergognosa). Perché abbiamo riconosciuto una Presenza, perché questa Presenza ha messo in gioco libertà, intelletto, ragione e giudizio. Non è niente di meno di questo, la compagnia, cioè la dimensione del cristiano.

Quante volte non è l’amorosità e la condivisione a essere la stoffa della compagnia? Quando capita così, allora non è una compagnia cristiana, si sfascia tutto, tutto si divide e la compagnia favorisce solo sedimenti di gruppetti inutili. Una volta un gruppo di universitari domandò a don Giussani come mai li stava mettendo in guardia dal pericolo dell’utopia: ‘Dov’è che noi adesso affermiamo un’utopia? Dopo il ’68 era l’utopia marxista, adesso che utopia abbiamo?”. Giussani ricorda di avere risposto: “L’utopia della vostra compagnia o – nel migliore dei casi – di amicizia, come laicamente si parla di Stato, si parla di sindacato… Adesso sembra, tante volte, che noi mettiamo la nostra speranza nella compagnia, in una compagnia”. A questo punto ha esclamato: ”Non è affatto per creare compagnia che noi siamo qui!! Noi creiamo compagnia per affermare una Presenza, una Presenza che è in questa compagnia, perché [siccome l’ora era finita e dovevo andare via, ho terminato dicendo in modo brutale] della vostra compagnia io me ne infischio’.

M. – “Tornerei un attimo al ‘filo sottile’ di cui parli, che mi dà la percezione di un Disegno del Signore, di un progetto non determinato da noi, cui noi aderiamo usando la libertà e la ragione, e quindi… il cuore. Aprendo il cuore, e ‘lasciandoci fare’, ci sorprendiamo in un cammino che porta a Dio e che permette alla compagnia la condivisione in Cristo. E’ il Signore che ci ‘consiglia’ di soccorrere l’altro, (e non un ‘altro’ generico, ma proprio, come dire, una persona particolare in un momento particolare) di stargli vicino quando serve, di condividere con lui la gioia e la fatica.

Riflettevo sull’essenza del Cristianesimo, sull’’et-et’, la relazione. Non si può essere Cristiani da soli…

Ho trovato per caso questo: ‘Ogni giorno mi ricordo di te e ti mando altre lettere… Benedetta Comunione dei Santi! Fa parte del nostro cammino, figlio mio, vivere questa unione di famiglia soprannaturale, che fa sì che ciascuno partecipi delle preghiere, sacrifici e fatiche degli altri’ (San Josemaría Escrivá, lettera a Emiliano Amann, Burgos 5-III-1938).

La famiglia soprannaturale! E poi…Poi, ti confesso, c’è l’aspetto commovente, che mi sorprende da togliere il fiato: io sono convinta, convintissima che in tutto questo meraviglioso abbraccio di Amore ci siano le anime del Cielo, che partecipano, con sudore e lacrime alla nostra vita. E lo dico, non solo con riferimento a quelle del Purgatorio, che pregano per noi, delle cui lacrime non ci sorprendiamo. Mi riferisco anche a quelle del Cielo, che rimangono ‘in tensione‘, con le braccia distese e rivolte a noi, e che ci accompagnano pregando e anche un pochino…vivendo la nostra vita. A volte penso che piangano, non perchè non siano felici Lassù. Ma proprio perché partecipando all’Amore di Cristo, sono coinvolte con la partecipazione alla Carne Viva del Suo Cuore. Non dimentichiamolo: Gesù è in Cielo con il Suo Cuore di Carne….

Cristo piange per noi, perchè sappiamo bene che non ci toglie il dolore, ma lo vive con noi, non lasciandoci soli. E penso che la partecipazione alle lacrime dei fratelli sia una forma grande di Amore: ti ricordi quanto pianse Gesù per Lazzaro? Ecco, penso che anche I Santi facciano così, in un abbraccio di Amore Universale. E allora, che cosa mai ci può togliere la speranza? A noi, peccatori recidivi, imbranati, orgogliosi e capricciosi, e (parlo per me) anche un po’ ottusi, il sapere che non siamo mai soli, neanche un attimo, è ciò che fa la differenza. E penso che anche noi siamo chiamati a questo: alla partecipazione con la preghiera, ma anche con l’affetto vivo dell’amicizia (che comporta gioia, ma anche sofferenza, a volte), alla vita dei fratelli che il Signore, per Volontà sua, mette sul nostro cammino e che rende la compagnia…Compagnia.

D. – “Sorrido mentre ti leggo. Perché è una Grazia vivere quello che tu stai cercando di descrivere. E’ un dono che passa attraverso il tuo io più intimo, non è – come dire? – una visione estatica o il ripetere il Catechismo. No. E’ il tuo io messo potentemente in azione dalla Grazia, il tuo io che valuta ciò che ti accade, che usa tutto di te per comprendere affinchè possa accadere di nuovo. E’ il tuo cuore in azione, cioè intelligenza, spirito, corpo, tutto ciò di cui siamo fatti.

“Noi creiamo compagnia per affermare una Presenza, una Presenza che è in questa compagnia”, diceva don Giussani. Vedi di che pasta è fatta la compagnia? Da volti in carne ed ossa a volti celesti, senza spazio e senza tempo. E come si fa a non volere per la mia vita una cosa così, una cosa come ti sta accadendo? Tu mi insegni come si sta dentro una compagnia, mi insegni a domandare, a mendicare ogni giorno che accada l’impossibile, cioè una Presenza.

Io sono più rozzo. Le mie gambe sono ancora troppo trascinate a terra per toccare anche solo con un dito la bellezza di una Grazia così. Aiutami a mendicare ancora di più.

C’è una vecchia canzone di Francesco Guccini che ogni volta che la ascolto mi disegna con precisione imprevista i miei limiti e le mie zavorre. Vorrei regalartela, perché non so usare bene le parole per dire come – spesso – mi sento dentro. Fa così:
“Vedi cara, è difficile spiegare,
è difficile parlare dei fantasmi di una mente.
Vedi cara, tutto quel che posso dire
è che cambio un po’ ogni giorno, è che sono differente.
Vedi cara, certe volte sono in cielo
come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà.
Vedi cara, è difficile a spiegare,
è difficile capire se non hai capito già…
Vedi cara, certe crisi son soltanto
segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire.
Vedi cara certi giorni sono un anno,
certe frasi sono un niente che non serve più sentire.
Vedi cara le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi con dovuta proprietà.
Vedi cara è difficile a spiegare,
è difficile capire se non hai capito già…
Non capisci quando cerco in una sera
un mistero d’ atmosfera che è difficile afferrare,
quando rido senza muovere il mio viso,
quando piango senza un grido, quando invece vorrei urlare,
quando sogno dietro a frasi di canzoni,
dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà…
Vedi cara è difficile a spiegare,
è difficile capire se non hai capito già..”

M. – Ehi, non esagerare! No no non è affatto così.  Pensiamo solo di essere due amici un po’ ammaccati che cercano di stare con Cristo! Grazie per questo confronto con te!

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La pazienza dell’amore

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Le Lettere di Cèline C. – La pazienza dell’amore
25 Gen 2018 -Blog “Come Gesù”

Sono qui che scalpito. Non ho paura di raccontarlo. Vi capita mai di avere una tale fiducia nella capacità di amore di un amico da vivere come un’impazienza di fronte alla sua inconsapevolezza del suo amore, di fronte alla sua sfiducia, alla sua paura, alla sua tiepidezza, al suo sguardo limitato sulla sua capacità, alla sua incapacità di mostrarlo quell’amore?

Il suo limite è una spada nel suo fianco che si conficca anche nel tuo e non te ne dai pace. Soffri con lui e per lui. Tocchi il suo dolore con una tale forza da sospendere il pensiero su di te e pensare solo a lui e ti manca il fiato. Ti sembra uno spreco tutto quel suo amore imploso, tenuto lì solo per paura di far soffrire o paura di soffrire o mancanza di consapevolezza.

E tu sei lì, disposto a esporti col cuore aperto, disposto a tutto, pur di vedere quell’amore che piano piano prende coraggio, piano piano si vede, piano piano si tocca, sei disposto a tutto per poter donare la fiducia che hai in quell’amore.

Quando si è disposti a tutto, non si dorme la notte. La mente rimbalza alla ricerca di un modo, di uno spiraglio, di una via, di una parola che apra il cuore.

Mi sembra quasi di vedere cosa può esserci in un cuore: a sinistra un fiume infuocato, un fiume di fiamme rosse e gialle, le cui fiamme si scavalcano, saltano, impetuose, possenti, corrono velocissime, un fiume che ti brucia solo a guardarlo. A destra un altro fiume, un fiume blu, un fiume d’acqua limpida che corre a velocità media, che ogni tanto si insinua in qualche anfratto per riprendere velocità.

I due fiumi sono l’amore e la pazienza. Senza la pazienza l’amore non mette radici. Senza la pazienza il seme non può crescere.

E questo è il punto. Non basta il fuoco dell’amore per amare, l’amore senza pazienza non è amore, anzi brucia e basta, consuma e non dà la vita, la toglie. Ti travolge in tormenti inutili, che non portano a nulla.

Questo comprendo. Che “essere disposti a tutto” deve comprendere anche essere disposti ad abbracciare con pazienza il silenzio, la distanza, il rifiuto di chi non ti vuole accanto, di chi ti offende, di chi non ha bisogno di te o ha paura di ammettere di aver bisogno di te. Deve comprendere l’attesa, la speranza, la speranza paziente.

E significa soprattutto riconoscere che il nostro cuore è ancora più bisognoso di quello degli altri, ancora più limitato, significa capire che lo stare con l’amico rispettando i suoi tempi è tutto l’amore che puoi provare per quell’amico. Non ti è chiesto altro. Non devi avere pretese, devi solo imparare a vivere le stesse attese del suo cuore.

E’ nell’attesa che l’amore cresce e diventa grande, diventa vero.

Penso all’amore delle madri che si nutre di pazienza. La madre non pretende che il figlio cresca in fretta, gode di ogni briciola della vita del figlio. Non ha fretta di vedere il figlio camminare, lo ama soprattutto quando lo vede a terra. Non lo rialza subito, non lo rialza sempre, lo guarda con tutta la sua fiducia e aspetta che si rialzi da solo.

Questa pazienza d’amore è un cammino lungo, altrettanto lungo di quello che tocca a chi deve uscire dalla paura, dal torpore, dalla sfiducia.

Sorrido, perché l’amore è curioso, ti spiazza sempre. Quando ti incammini sul suo sentiero, lungo gli argini del fiume, capisci che non c’è un percorso obbligato, unilaterale. Che il fiume rosso e il fiume blu possono incrociarsi, scavalcarsi, unirsi. Che non c’è regola. Che non c’è tempo. Che è eternità vissuta nel “qui e ora” e per ognuno è un percorso unico, irripetibile, il percorso di chi può incontrare veramente l’altro solo nel “ti sto davanti e sto con te”.

E questa capacità così ampia di accoglienza può arrivare solo per grazia. Non siamo noi che ce la possiamo dare da soli. E’ Lui che ce la dona, facendoci sentire il Suo amore, continuamente.

E’ Lui che, per primo, alimenta il Suo amore infuocato con le acque limpide della Sua pazienza misericordiosa, è Lui che ci insegna l’attesa, che placa la nostra pretesa col Suo “stare con noi”. Un paradosso, che l’acqua possa alimentare il fuoco! Un paradosso di grazia, di fiumi di grazia che senza di Lui potremmo non sperimentare mai!

M. Céline C. – Nata in un piccolo paese, si trasferisce in diverse città d’Italia per studio e per lavoro. Da sempre amante dell’arte e della poesia. Moglie, madre, lavora in tutt’altro ambito ma prepotentemente la passione per la scrittura ogni tanto si riappropria di uno spazio importante. M.Céline C. ha un’autentica passione per le relazioni umane. Fondamentalmente disobbediente, diretta, schietta. I suoi brani mostrano sempre quella “sicura insicurezza” che da sempre sperimenta nella vita.

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PdF: il programma elettorale completo

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"Il programma elettorale de IL POPOLO DELLA FAMIGLIA parte dall’insegnamento di San Giovanni Paolo II secondo cui attraverso il prisma dei bisogni della famiglia si comprendono i bisogni dell’intera società.

Alla luce di queste parole e dell’ispirazione proveniente dalla dottrina sociale della Chiesa IL POPOLO DELLA FAMIGLIA, movimento cristianamente ispirato ma pienamente laico e aperto a tutte le persone di buona volontà credenti e non credenti, evidenzia come principale tragedia del Paese la denatalità e l’attacco sistematico alla famiglia che per l’articolo 29 della Costituzione repubblicana è riconosciuta come “società naturale fondata sul matrimonio”.

La soluzione programmatica che indica IL POPOLO DELLA FAMIGLIA è tornare a investire sul valore famiglia, su giovani e lavoro, cioè sul futuro, partendo dal riconoscimento del ruolo decisivo della donna madre. Proponiamo l’istituzione del reddito di maternità (1.000 euro al mese di indennità per le donne italiane che decideranno di dedicarsi in via esclusiva alla cura della famiglia), l’aumento degli assegni familiari, la riforma fiscale detta del “quoziente familiare”, l’incremento dei fondi per i 3.8 milioni di disabili italiani ormai pressoché totalmente a carico della famiglia, la libertà scolastica e la riforma detta del “costo standard” perché sono i genitori a dover scegliere in che scuola educare i loro figli senza dannosi aggravi e dunque parificando realmente la scuola pubblica non statale a quella statale, anche per frenare il diffondersi dell’ideologia gender surrettiziamente nelle classi. IL POPOLO DELLA FAMIGLIA è per il diritto universale a nascere e contro l’aborto, per la cura dei malati e deboli contro l’eutanasia, per l’abrogazione delle leggi su divorzio breve, buona scuola, unioni civili e biotestamento.

Si chiede di riscrivere completamente il patto con l’Europa, a partire dal diritto universale a nascere e dalla proclamazione delle radici cristiane, ricordando che le politiche per la famiglia sono di competenza nazionale e l’investimento sulla famiglia è condizione per far rifiorire l’economia italiana anche attraverso il mercato interno, con immediate ricadute positive in termini di occupazione. Fondamentale è investire sulla sicurezza, dare maggiore dignità ai salari delle forze dell’ordine, anche per una gestione severa di flussi migratori che stanno diventando insostenibili.

La cultura della vita e della famiglia, contro le culture mortifere, è anche cultura della casa portatrice della proposta di intangibilità della abitazione familiare. Il reperimento di risorse attraverso la lotta all’evasione fiscale, la valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale, la limitazione degli sprechi della pubblica amministrazione, la lotta alla corruzione, la confisca dei beni derivanti da una guerra senza tregua alla criminalità organizzata, la partecipazione ai bandi per progetti europei che nei prossimi sette anni potrebbero far arrivare in Italia 45 miliardi di euro, sono tutte proposte prioritarie che fanno parte di un programma di governo del paese che in questa campagna elettorale viene sottoposto al giudizio degli italiani.

Il 4 marzo prossimo sapremo se un milione di italiani avrà deciso di portare i pidieffini in Parlamento per far realizzare loro questo programma per la vita e per la famiglia, per il rilancio dell’Italia".

Puoi scaricarle il programma elettorale del Popolo della Famiglia cliccando direttamente qui

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“Rosatellum bis”: che, ‘se magna?

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“Rosatellum bis”: che, ‘se magna?

di Davide Vairani

A quaranta giorni dalle elezioni politiche del prossimo 4 Marzo 2018, pare proprio che  gli italiani ci abbiano capito poco di come funziona il nuovo sistema elettorale, il famigerato Rosatellum bis.

A rivelarlo un sondaggio telefonico commissionato dal quotidiano “Il Giornale” ad Eumetra MR realizzato qualche giorno fa’ (17 gennaio 2018).

“Alle prossime elezioni che si terranno all’inizio di Marzo verrà adottato un nuovo sistema elettorale chiamato “Rosatellum”, di cui hanno parlato i media. Per quel che ne sa, ritiene di avere compreso la logica e i meccanismi che regolano il Rosatellum?” – la domanda.

Su un campione di 800 casi, le risposte sono state:

Risposta %
“Non sapevo che ci fosse un nuovo sistema elettorale” 37%
“So che c’è un nuovo sistema elettorale, ma non ne conosco i meccanismi” 40%
“So che c’è un nuovo sistema elettorale con un pezzo di maggioritario e uno di proporzionale, ma non so molto di più”  9%
Non risponde 10%
Totale 100%

 

 

 

 

 

 

 

Votate ciò che vi aggrada, ma andare a votare non solo è un diritto/dovere di  ogni cittadino, ma il disinteressarsi totalmente della politica – per ragioni anche comprensibili – fa solo il gioco di una politica fatta di potentati e di potere personalistico.

Comprendere come funziona il nuovo meccanismo elettorale può aiutare ad un voto più consapevole.

Ecco cosa prevede il Rosatellum bis (in pillole)

Poco più di un terzo dei deputati (231) eletti in collegi uninominali maggioritari, in cui i partiti si coalizzano, e gli altri in modo proporzionale in listini bloccati di due-quattro nomi.

Ecco il “Rosatellum 2.0”, che prende il nome dal capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato, approvato dalla commissione Affari costituzionali della Camera. È una sorta di Mattarellum “rovesciato”, un mix tra maggioritario e proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona:

COLLEGI MAGGIORITARI: saranno 231 collegi, pari al 36% dei Seggi della Camera. I partiti si potranno coalizzare per sostenere un comune candidato.

PROPORZIONALE: dei restanti 399 deputati, 12 continueranno ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere, con metodo proporzionale. In Italia un deputato è eletto in Valle d’Aosta in un collegio uninominale; i restanti 386 deputati saranno eletti con metodo proporzionale in listini bloccati di 2-4 nomi. Il testo delega il governo a definire questi collegi plurinominali, che potrebbero essere circa 65. Le Circoscrizioni, importanti per il recupero dei resti, saranno 28. In Senato saranno 20.

SOGLIA: nella parte proporzionale la soglia sarà al 3% sia alla Camera che al Senato.

UNA SCHEDA, VOTO UNICO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di un voto disgiunto), con il ’Rosatellum 2.0’ ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Barrando sul simbolo del partito il voto andrà al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale.

VOTO DISPERSO: I voti degli elettori che avranno barrato il nome del solo candidato del collegio uninominale saranno distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio

SCORPORO: non è previsto lo scorporo come accadeva invece nel Mattarellum.

TRENTINO ALTO ADIGE: rimane il testo come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno: sei collegi uninominali e cinque proporzionali.

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“Opzione Benedetto”?

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“Opzione Benedetto”?

di Davide Vairani

Un libro negli Stati Uniti sta suscitando un forte dibattito attorno a questo  tema: “The Benedict Option” di Ray Oliver «Rod» Dreher. L’“opzione Benedetto” fa riferimento all’esperienza del monachesimo di San Benedetto da Norcia (480 circa – 547). Dreher  tenta sostanzialmente di proporre una maniera in cui i fedeli cristiani e le loro comunità possano non soltanto salvaguardare i loro princìpi e le loro tradizioni religiose, ma anche prosperare in una società molto secolarizzata.

Ne abbiamo parlato qui: “Qual è il compito dei cristiani nella società di oggi?”, 23 Gennaio 2017

Nel 1979 fu fondata la “Majorité moral”, la più nota organizzazione della “nuova destra cristiana” americana. Il nome scelto la definisce bene: questi gruppi sono convinti che la maggioranza degli americani siano in fondo conservatori e che sia necessario restituire loro un potere usurpato dai media “liberali”, attraverso un’alleanza tra diverse tradizioni religiose (evangelici, cattolici, mormoni …). In numero mai visto prima, i cristiani conservatori sono entrati nel gioco politico in nome dei loro ideali per influenzare gli orientamenti della società. Oggi, scrive Linker, questi gruppi non hanno più l’ottimismo degli anni ’80, non si sentono più attratti dal Partito Repubblicano, nel quale hanno cercato di trasmettere le loro convinzioni per farle entrare nei loro programmi elettorali. Si sono accorti che la maggioranza della popolazione accetta le unioni dello stesso sesso, si rendono conto che sono in realtà una minoranza e che la società adotta norme che, dal loro punto di vista, sono sempre più anticristiane.

Su questo sfondo, alcuni intellettuali conservatori ritengono che sia giunto il momento di ridefinire le priorità. In un articolo pubblicato a febbraio 2015 sulla rivista “First Things”, Rod Dreher scrive: “Credo che il pessimismo sia oggi semplicemente realismo, ed è meglio ripiegare su una posizione strategica che siamo in grado difendere “. Giunge quindi ad una conclusione senza autocompiacimento: “i gruppi cristiani stessi sono sprofondati in una religione vaga e insipida, adattata ad un ambiente culturale post-cristiano. “[…] Come possiamo produrre una vita civile cristiana quando non produciamo cristiani autentici?”

“Per dirla senza mezzi termini, alla luce delle dinamiche della nostra cultura in rapida evoluzione, penso che sarà sempre più difficile essere un buon cristiano e un buon americano. Per me è molto più importante conservare la fede che preservare la democrazia liberale e l’ordine americano. Idealmente, non dovrebbero esserci contraddizioni, ma le realtà dell’America post-cristiana sfida i nostri ideali antiquati”.

I cristiani americani devono ammettere che vivono in mezzo alle rovine, sostiene Dreher, e si devono attrezzare a mantenere viva la fede nelle buie epoche future. Non si tratta, sostiene Dreher, di rinunciare all’azione politica per coloro che hanno la vocazione a farlo, né di isolarsi fisicamente dal mondo esterno (sebbene ciò possa rappresentare in alcuni casi una possibilità), ma occorre concentrarsi principalmente su un progetto “contro-culturale”, al fine di preservare e trasmettere ciò che deve essere e resistere attraverso la cultura. Le comunità collegate a questi ideali possono essere organizzate attorno a centri spirituali (ad es. i monasteri), ma anche – più spesso – intorno a parrocchie, scuole o vari gruppi.

In una recente intervista, Dreher ha sostenuto che non possiamo permetterci il lusso del disimpegno e che dobbiamo “proteggere le nostre istituzioni nel miglior modo possibile”, ma che ciò non è abbastanza: “Restiamo coinvolti nel mondo esterno, ma procediamo contestualmente ad una ritirata strategica”, ad una presa di distanza dalla cultura secolarizzata” (“Rod Dreher explains the ‘Benedict Option’”, World, 3 giugno 2015).

Rompendo con il mito della “nazione cristiana” che anima alcuni ambienti americani, Dreher si rifiuta di legare indissolubilmente la causa dello spirito dei cristiani tradizionalisti alle fortune o alle disgrazie politiche del partito repubblicano: egli sostiene che, anche se il matrimonio gay non ha riscontrato un’approvazione spropositata e anche se i repubblicani controllano tutti i rami del governo, l'”opzione Benedetto” resta necessaria, “perché la logica e il progresso della modernità laica hanno scavato la fede cristiana dal di dentro” (“The Benedict Option & Antipolitical Politics”, The American Conservative, 19 maggio 2015 – il concetto di “politica anti-politica” è preso in prestito da un testo di Vaclav Havel del 1984).

Non si tratta di diventare “l’ala conservatrice sociale e religiosa del partito repubblicano in esilio”. L'”opzione Benedetto” non vuole essere solo una reazione alle vicende politiche, ma la risposta alla percezione di un crollo spirituale, culturale e sociale. Le radici di questo sono più profonde delle evoluzioni degli ultimi cinquant’anni:

“Quello che molti, molti conservatori sociali e religiosi non riescono a capire è che cose come il matrimonio gay, il poliamismo o il transgender non sono perversioni dei classici principi liberali su cui è stata fondata l’America, ma sono estensioni logiche. Il giudice Anthony Kennedy ha espresso il sentimento di molti americani – probabilmente la maggior parte di loro – dicendo, in un incoerente passo della sentenza Casey del 1992: “Nel cuore della libertà c’è il diritto di definire il proprio concetto di esistenza, significato, universo e mistero della vita umana. “Questo è il risultato logico del liberalismo, il punto in cui si dissolve in atomizzazione e incoerenza” (in “Saving the Benedict Option from the Culture War”,The American Conservative, 5 giugno 2015).

Perché chiamarla “opzione Benedetto”?

Dreher lo ha spiegato in un articolo pubblicato il 12 dicembre 2013 in “The American Conservative”. Di fronte al collasso dell’Impero Romano, nel sesto secolo, San Benedetto non si era semplicemente ritirato dal mondo: le comunità monastiche fondate da lui e dai suoi successori divennero luoghi di pace, pietà ed erudizione, a partire dalle quali la civiltà europea ha potuto gradualmente trovare una identità.

L’idea dell’opzione Benedetto gli è venuta dalla conclusione di un libro del filosofo Alasdair MacIntyre, “After Virtue” (1981), nella quale l’autore evocava la possibilità di “un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso”, per aiutare a costruire “forme locali di comunità in cui la civiltà e la vita intellettuale e morale potessero essere conservate attraversando le nuove epoche oscure”.

Dreher specifica che non si tratta di imitare l’impresa di San Benedetto, ma di prenderne alcuni aspetti dello spirito che animò San Benedetto. Nel suo articolo del dicembre 2013 cita i circa 100 laici cattolici americani che si stabilirono alla periferia dell’abbazia benedettina di Clear Creek, in Oklahoma, una fondazione monastica con uno spirito tradizionale. I figli di queste famiglie sono stati educati lontano dalla dominante cultura popolare americana. Un altro esempio è la comunità di Eagle River, in Alaska: negli anni ’80, questi evangelici sono entrati nella Chiesa ortodossa e oggi circa 70 famiglie vivono la propria vita in un villaggio vicino alla loro chiesa e alla loro scuola parrocchiale.

Per l’osservatore delle correnti religiose nel mondo contemporaneo, il progetto non può non ricordare il modello di “enclave” portato alla luce dai ricercatori dell’ambizioso Fundamentalism Project dell’Università di Chicago (1987-1995), i cui risultati sono stati presentati in cinque spessi volumi di contributi vari. Una delle caratteristiche dell’approccio “fondamentalista”, nel senso generico adottato dal Fundamentalism Project, è una “cultura dell’enclave”: “l’esterno è inquinato, contagioso, pericoloso” – in questi modi di pensare – con la modernità. Queste enclavi non sono sempre fisiche e mantengono collegamenti di varia intensità con il mondo esterno di cui diffidano” (Gabriel A. Almond, R. Scott Appleby e Emmanuel Sivan, Strong Religion: The Rise of Fundamentalisms in the World, University of Chicago Press, 2003, Capitolo 1).

La somiglianza con certe esperienze fondamentaliste, in particolare quelle del protestantesimo americano, è stata naturalmente segnalata dai critici di Dreher – i critici principalmente all’interno delle correnti cristiane conservatrici.

Dreher ribatte che il suo approccio è diverso e che non si tratta di demonizzare il mondo esterno o di fuggire da esso o di abbracciare un quietismo, ma di coltivare un’interiorità (“nuova e concentrata interiorità”), rafforzando la vita di comunità mentre si sviluppa anche una testimonianza per il mondo esterno. Va detto, tuttavia, che la lettura di diversi articoli di Dreher non sempre consente di cogliere chiaramente come vede l’equilibrio tra le due dimensioni: a volte il lettore ha l’impressione di una tensione irrisolta.

La principale critica rivolta a Dreher è la difficoltà di discernere cosa significherebbe realmente l’attuazione di una “opzione Benedetto”: nonostante gli esempi citati da Dreher, molti dei suoi critici ritengono che il concetto resti teorico, una costruzione astratta. Anche i suoi riferimenti all’ideale dell’approccio benedettino sono criticati da un punto di vista storico. In un’analisi che è allo stesso tempo critica e comprensiva (“The American Conservative”, 19 maggio 2015), Noah Millman ritiene che la natura un po’ vaga del progetto di Dreher derivi dal suo tentativo di presentarlo a cristiani di fedi diverse: lo stesso Dreher aderisce alla Chiesa ortodossa, ma la maggior parte dei suoi lettori sono probabilmente cattolici o protestanti.

Dreher intende sviluppare le sue osservazioni in modo strutturato in un libro, dal momento che sono, per il momento, riflessioni sparse in diversi articoli. Resta da vedere se ciò gli consentirà di sviluppare un progetto strutturato, sebbene questo non sia realmente l’obiettivo, perché non si tratta di creare un’organizzazione, ma piuttosto di incoraggiare una moltitudine di iniziative a livello di base, da un’osservazione che vuole essere lucida e intransigente.

Come un ricercatore ha commentato i risultati di un recente sondaggio del Pew Center sulla percentuale decrescente di persone che si identificano come cristiane nella popolazione degli Stati Uniti, molto più che il cambiamento demografico è il declino dell’influenza della religione nella società americana (come è già accaduto in Europa) l’elemento cruciale (Arthur E. Farnsely, “Forget the numbers. The big story is that religion has lost social influence”, Religion News Service, 26 maggio 2015). Dreher non solo condivide questo risultato, ma va molto oltre nel valutare l’indebolimento interno del cristianesimo americano.

A mio avviso, l’importante dimensione del dibattito di Dreher con l'”opzione Benedetto” non è tanto il modo in cui questo autore chiarirà la sua visione pratica: ciò che conta di più è che la sua analisi della situazione e le conclusioni da trarre da essa sono un punto delicato e mettono in luce le problematiche che i cristiani di sensibilità tradizionale stanno affrontando oggi non solo negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi di eredità culturale e religiosa cristiana, circa le priorità e le modalità di azione per promuovere società che sembrano allontanarsi dai loro ideali. Questo spiega perché gli articoli di Dreher suscitano discussioni e interesse tra i lettori: aprono la porta a impegni che sembrano più fruttuosi di un’azione politica nel senso partigiano del termine. Danno un significato a tali impegni a lungo termine anche quando le dighe sembrano cedere una dopo l’altra. Denominando questa ridefinizione delle priorità, Dreher offre un’etichetta attorno alla quale possono essere pensati vari progetti e un atteggiamento globale nei confronti dell’ambiente secolarizzato.

Linker ha indubbiamente ragione nel credere che l'”opzione Benedetto” e altre proposte simili attirino sempre più l’attenzione, anche se probabilmente sono destinate ad attirare solo una minoranza di gruppi cristiani conservatori: l’approccio di Dreher non solo mette in discussione gli orientamenti della società secolare, ma, più profondamente, la realtà del cristianesimo americano nelle sue espressioni più diffuse.

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