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Si fa presto a dire “adozioni”

Si fa presto a dire “adozioni”

di Davide Vairani

Un’Italia senza figli: oltre al calo demografico del 2017, lo scorso anno segna anche il crollo delle adozioni nazionali e internazionali. Un brusco 32% in meno rispetto al 2015.

Sono 805 i bambini adottati da genitori italiani nell’arco del scorso 2017. Nonostante il numero possa sembrare importante – e lo è comunque -, i dati ci dicono che le adozioni (nazionali e internazionali), sono calate del 32% rispetto all’ultimo report ufficiale del 2015. Diminuiscono anche le coppie che hanno scelto di conferire mandato sulle adozioni internazionali: sono passate da poco meno di 3mila nel 2011 a circa mille del 2017 (stima), con un -60% analogo agli ingressi dei bambini. Meno noto è il dato che vede la durata delle procedure balzare sostanzialmente da due a tre anni fra il 2011 e il 2017, con un +44%. Meno ancora la fotografia degli enti autorizzati, scesi da 65 a 62 fra il 2011 e il 2017 (-4,6%) e soprattutto passati da 215 a 184 sedi sul territorio nazionale (-14,4%). In carico agli enti a fine 2017 ci sono oltre 3.300 coppie.

Gli italiani sono diventati meno accoglienti? Sono diminuiti i bambini adottabili? Sbagliato. Indubbiamente la crisi socio-economica degli ultimi dieci anni ha pesato, ma il cuore del problema sta da un’altra parte.

Lo fotografa bene Marco Griffini, presidente dell’associazione Ai.Bi. Amici dei Bambini: “La causa principale è che le adozioni internazionali, come tutto ciò che concerne la politica estera, vivono se c’è una volontà politica di portarle avanti. Ora purtroppo abbiamo assistito in questi ultimi 5 anni a un totale disinteresse della parte politica. L’ultimo governo che ha creduto e ha lavorato sulle adozioni internazionali è stato il governo Berlusconi, con Giovanardi presidente della CAI, che è questa Commissione Adozioni Internazionali, il ‘motore’ vero, vivo di tutto il sistema delle adozioni, che ruota intorno a 62 enti autorizzati, i quali lavorano in tutti i Paesi del mondo”.

Non si tratta di propaganda politica per questo o quel partito, ma della constatazione di un dato di fatto, come bene sanno tutte le coppie adottive.

Alcuni flash documentati da “Vita” parlano da soli. “L’ultima riunione deliberante della Commissione Adozioni Internazionali è stata nel novembre 2013. Poi più nulla, tranne una formale riunione di insediamento nel giugno 2014. Sono passati tre governi (Letta, Renzi, Gentiloni), si sono susseguiti quattro diversi Presidenti della CAI (Kyenge, Renzi, Della Monica per più di due anni, Boschi), ma nessuno ha mai convocato la Commissione Adozioni Internazionali per svolgere quegli importantissimi compiti a cui è chiamata per legge ( l.184 del 1983 e d.p.r 108 del 2007).

Anche la struttura operativa della CAI è ormai praticamente inesistente: manca il direttore, il personale è ridotto al lumicino, il sito è bloccato da più di sei mesi, la linea telefonica dedicata alle famiglie non è attiva, le mail vengono rimandate al mittente, il centralino risponde sempre che non c’è nessuno. Le rendicontazioni dei progetti di prevenzione dell’abbandono non sono state verificate, dal 2011 le famiglie non ricevono i contributi all’adozione e da tre anni non vengono pubblicate le statistiche sulle adozioni. Le delegazioni dei Paesi di provenienza dei bambini che chiedono di essere accolte si sentono rispondere che non è possibile riceverle. Tutto ciò nonostante nel 2015 la legge di stabilità abbia assegnato alle politiche per l’adozione per il 2016 ben 15 milioni di euro, stanziamento quest’anno incrementato di ulteriori 5 milioni. La mancata convocazione della Commissione ha conseguenze molto gravi sull’intero sistema delle adozioni internazionali in Italia: la Commissione Adozioni – organo collegiale composto da una ventina di membri tra cui rappresentanti di ministeri, della conferenza Stato Regioni, da esperti e da tre rappresentanti di altrettante associazioni familiari – ha il compito fondamentale di governare e garantire non solo la realizzazione ma anche la regolarità di tutte le adozioni internazionali in Italia, collaborando con le Autorità straniere dei Paesi di origine dei bambini adottati. La Legge 184 del 1983 parla chiaro a questo proposito: secondo l’articolo 39 la CAI ‘autorizza l’attività degli enti […] vigila sul loro operato, lo verifica almeno ogni tre anni, revoca l’autorizzazione concessa nei casi di gravi inadempienze, insufficienze o violazione delle norme della presente legge’. Se la Commissione non si riunisce non può svolgere questa funzione di controllo e di conseguenza la correttezza delle adozioni è a rischio, così come la tutela dei fondamentali diritti dei bambini adottati e delle loro famiglie” (da “La Commissione Adozioni Internazionali che non c’è” di Paola Crestani, “Vita”, 13 gennaio 2017.

Questo il quadro. Ora c’è una nuova compagine nella CAI e staremo a vedere cosa succede.

Ma c’è un altro punto – forse quello più cruciale – sul quale la politica deve decidere da che parte vuole andare una volta per tutte: riconoscere la genitorialità adottiva come tutte le altre forme di genitorialità.

Per le adozioni nazionali le procedure sono a carico dello Stato. Per l’internazionale il costo è sulle spalle della coppia e può arrivare anche a 30.000 euro. La famiglia può detrarre il 50% delle spese ma non basta. Riconoscere allora la genitorialità adottiva come tutte le altre forme di genitorialità significa anche riconoscerne la gratuità. Per questo motivo venti  enti  autorizzati hanno chiesto  al Parlamento che verrà misure per salvare e poi rilanciare le adozioni internazionali: un contributo di 10mila euro per ogni famiglia che adotta, come riconoscimento dell’importanza dell’accoglienza di un minore abbandonato e della genitorialità, in un paese come l’Italia che è in pieno inverno demografico.

Un contributo che sia un segno, nella direzione della gratuità dell’adozione internazionale. “Le Adozioni Internazionali sono un bene per tutti e stanno soffrendo da tempo. Si deve recuperare attenzione e cura delle adozioni internazionali, il cui futuro ci sta a cuore perché ci sta a cuore il destino di migliaia di coppie italiane e soprattutto di migliaia di bambini che nel mondo attendono una famiglia”, ha detto Pietro Ardizzi, che insieme ad Antonio Crinò ha condotto la conferenza come portavoce degli enti: “non vogliamo solo porre il tema ma formulare delle proposte, che ci auguriamo diventino il contenuto operativo dell’azione di governo futura”.

Non si tratta di un bonus o di una regalia elettorale: che adottare sia davvero ‘un bene per tutti’ lo confermano anche i dati economici. I conti che gli enti hanno fatto sono questi: “facendo riferimento alle stime di Federconsumatori, una famiglia con reddito medio netto di 34.000 euro per portare un figlio adottato dai 6 anni (età media dei minori adottati) alla maggiore età investe di tasca propria 119.700 euro. Se il bonus adozione divenisse realtà, 1.500 adozioni costerebbero allo Stato 15 milioni di euro, ma porterebbero maggiori investimenti da parte delle famiglie adottive per 179 milioni di euro, con un saldo positivo di 169 milioni di euro per il Paese. Se si arrivasse alla gratuità dell’adozione, 2mila adozioni (immaginiamo che le adozioni crescerebbero) costerebbero allo Stato 50 milioni di euro stimando un costo medio per adozione di 25mila euro, ma porterebbero a investimenti delle famiglie adottive per 239 milioni di euro, quindi con un saldo di 189 milioni di euro. L’adozione internazionale, dunque, è un ottimo investimento anche per la cassa pubblica”.

Una volta salvate le adozioni, il loro sviluppo dovrà prendere atto che il mondo delle adozioni è cambiato, ad esempio prendendo in considerazione altre forme innovative di accoglienza.

Leggi:

“10mila euro a ogni famiglia che accoglie, per salvare le adozioni”
di Sara De Carli, “Vita”, 15 febbraio 2018

“Adozioni, la prima fotografia del 2017 ha ancora il segno meno”
di Sara De Carli, “Vita”, 08 gennaio 2018

“Le adozioni in Italia: tutti i segni meno degli ultimi quindici anni”
di Sara De Carli, “Vita”, 13 novembre 2017

“Adozioni in calo, solo colpa della crisi?”
di Daniela Natali, “Corriere della Sera”, 04 Novembre 2011

“La Commissione Adozioni Internazionali che non c’è”
di Paola Crestani, “Vita”, 13 gennaio 2017

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Giovedì 01 Marzo 2018

II Settimana di QUARESIMA (ANNO B)
GIOVEDI’ 01 MARZO 2018

Dal Vangelo di Luca

“In  quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvedranno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi». (Lc 16,19-31)

La vera fede è una risposta personale d’amore e d’abbandono a Dio padre e a Gesù rispetto al quale vogliamo compiere un percorso di conformazione ed adesione rinunciando alla superbia della nostra autoaffermazione, per giungere al riconoscimento della nostra vera dignità di figli, di creature: poveri e bisognosi di tutto e per questo desiderosi e degni dell’abbraccio del Padre che ci riempie e ci sfama in eterno. Il rifiuto del Padre nell’illusione dell’autosufficienza e di un’onnipotenza umana tanto fragile quanto ridicola sono il baratro e l’abisso con cui possiamo costruire un nostro personale inferno fatto di dolore e solitudine.

Preghiamo

(Dal Salmo 1)

R. Beato l’uomo che confida nel Signore.
Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte. R.
Beato l’uomo che confida nel Signore.
È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene. R.
Beato l’uomo che confida nel Signore.
Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina. R.

Un’intimità personale

Il vocabolo “discrezione” trascina con sé un corteo di virtù e di valori, come la prudenza, il tatto, la misura, il rispetto, la sensibilità. Soprattutto la discrezione va a braccetto con la riservatezza , che a sua volta si coniuga con il pudore, nel senso più lato del termine. C’è infatti un’intimità personale che ora è elencata sotto il vocabolario privacy, ma è qualcosa di più profondo, perché racconta la storia segreta, interiore, esclusiva vissuta da ognuno di noi. Essa è sovente custodita nella tomba della propria anima per sempre; tuttavia può essere donata come segno di confidenza assoluta a un’altra persona a cui si è legati da un vincolo di amore e di amicizia. Proprio per questo violare una simile confessione è un atto spudorato, un tradimento voluto.

Preghiera della sera

Come accadde al nostro padre Giacobbe, che vide Dio in faccia, il mio cuore attraverserà le tenebre della notte fino in fondo, e scoprirà il vero tesoro. Abbandonerò tutte le false ricchezze, anche la più piccola delle quali può accecarci al punto di non farci percepire l’annuncio di coloro che sono tornati dai morti, di coloro che hanno attraversato la grande notte del Sabato Santo. Conservami piccino dinnanzi al tuo volto affinché io non conosca la trappola delle ricchezze dell’intelligenza e dell’affettività, quelle del corpo e quelle dell’anima.

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“A Te la giustizia, a me la vergogna”

“A Te la giustizia, a me la vergogna”

19Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. 20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. 21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. 22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti”.

24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. 25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. 26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti. 27Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. 29A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica.

30Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. 31E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. 32Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.

35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. 36Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. 37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. 38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

La Quaresima è un cammino di purificazione: la Chiesa ci prepara alla Pasqua e ci insegna anche a rinnovarci, a convertirci. E possiamo dire che il messaggio di oggi è il giudizio, perché tutti noi saremo sottoposti a giudizio: tutti. Tanto che nessuno di noi potrà fuggire dal giudizio di Dio: il giudizio personale e poi il giudizio universale.

Sotto quest’ottica, la Chiesa ci fa riflettere su due atteggiamenti: l’atteggiamento verso il prossimo e l’atteggiamento con Dio.  In particolare nei riguardi del prossimo ci dice che non dobbiamo giudicare: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati. Di più: perdonate e sarete perdonati”. E il Signore è chiaro in questo.

Certo, ognuno di noi può pensare: “io mai giudico, io non faccio il giudice”. Ma se noi cerchiamo nella nostra vita, nei nostri atteggiamenti, quante volte l’argomento delle nostre conversazioni è giudicare gli altri!. Magari anche un po’ naturalmente viene da dire: “questo non va”. Ma, chi ti ha fatto giudice, a te?.

In realtà, questo giudicare gli altri è cosa brutta, perché l’unico giudice è il Signore. Del resto, Gesù conosce questa tendenza nostra a giudicare gli altri e ci ammonisce: “Stai attento, perché nella misura con cui tu giudichi, sarai giudicato: se tu sei misericordioso, Dio sarà misericordioso con te”. Quindi “non giudicare”.

Possiamo farci questa domanda: nelle riunioni che noi abbiamo, un pranzo, qualsiasi cosa sia, pensiamo della durata di due ore: di quelle due ore, quanti minuti sono stati spesi per giudicare gli altri?. E se questo è il “no”, qual è il “sì”? Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso. Di più: siate generosi, “date e vi sarà dato”.

Ma cosa mi sarà dato? Una “misura buona, pigiata, colma e traboccante”, cioè l’abbondanza della generosità del Signore, quando noi saremo pieni dell’abbondanza della nostra misericordia nel non giudicare.

La seconda parte del messaggio della Chiesa di oggi è l’atteggiamento con Dio. Ed è tanto bello come il profeta Daniele ci dice, come dev’essere l’atteggiamento con Dio: umile (Daniele 9, 4-10). Dunque, tu sei Dio, io sono peccatore: il dialogo con Dio parte sempre da questa adorazione penitenziale: tu sei Dio, io sono peccatore. Scrive infatti Daniele: “Abbiamo peccato e abbiamo operato da malvagi e da empi, siamo stati ribelli, ci siamo allontanati dai comandamenti e dalle tue leggi!”. In una parola, abbiamo peccato, Signore.

Ma proprio questa è l’umiltà davanti a Dio. Ognuno di noi conosce i propri peccati e questo può dirlo davanti a Dio: Signore, ho peccato, sono un peccatore e “a te conviene la giustizia”. Noi sappiamo che la giustizia di Dio è misericordia, ma bisogna dirlo: “A te conviene la giustizia, a noi la vergogna”. E quando s’incontrano la giustizia di Dio con la nostra vergogna, lì c’è il perdono.

Dobbiamo  chiedere la grazia che mai ci manchi la vergogna davanti a Dio: “A te la giustizia, a me la vergogna”. Perché la vergogna è una grande grazia.

da: “La grazia della vergogna”, Papa Francesco, Omelia Santa Marta, 26 febbraio 2018

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Rendere grazie: fonte di salvezza

Le Lettere di Terry – Rendere grazie: fonte di salvezza
25 Feb 2018 • Blog “Come Gesù”

E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie, sempre e in ogni luogo, a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno

E’ tramite queste parole, sentite centinaia di volte, ma evidentemente mai ascoltate che ho ripreso a fare amicizia con le mie radici, e ho ricominciato a guardare il tabernacolo con rinnovata simpatia e curiosità. Dopo un gran terremoto nella mia vita personale, ho mandato a quel paese tutto ciò che mi era stato insegnato: non importa “dove”, o in “chi”, o in “cosa” di ciò che mi è stato trasmesso sta l’errore, quel che conta è che il risultato, ciò che aveva preso posto nel mio cuore, non stava in piedi. Da “brava figliola”, non dico tutta “casa e chiesa” perché in realtà c’erano anche un sacco di amici, feste, montagne, sci, musica, viaggi e altre amenità, l’idea di Dio e di religione che vivevo è letteralmente saltate per aria. Un errore macroscopico di valutazione nel merito del quale ora non entro, mi ha portato verso un matrimonio disastroso e ha condizionato il resto della mia vita. Secondo gli antichi schemi, separata e con un figlio, ovunque mi girassi, vedevo troneggiare il cartello “The end”, ma il richiamo alla Vita dei miei ruspanti 28 anni non ci sentiva proprio. Ho iniziato quindi a rifiutare quel tipo di pensiero che portava avanti quel cartello, e mi sono aperta a tutti gli altri pensieri, fino a quel momento ignorati, censurati, non approfonditi…. perchè evitarli era cosa buona e giusta.

E’ iniziato quindi un viaggio alla ricerca di ciò che avrebbe dato nuovamente senso alla mia vita e mi avrebbe consentito di essere felice, nonostante il dramma che stavo vivendo. Sotto il campanile non trovavo risposte, ma giudizi, compassione, solitudine, che a loro volta suscitavano in me rabbia e ribellione.

Evvai allora con buddismo, scritti indiani, new age, bioenergetica, shakra, “Segreti” più o meno rivelati, brodi caldi per l’anima, leggi di attrazione: tutte cose interessanti e curiose. Non posso dire che qualcuna di esse mi abbia conquistato veramente, ma qualche spunto buono lo trovavo e certamente facevano viaggiare le mie rotelline. Qualcosa mi porto avanti pure oggi, ma in chiave diversa.

Ora sorrido, ma ricordo che non trovavo la quadra tra quello che, se anche in forma embrionale, era stato il mio rapporto con Gesù e la Madonna e “il mio legame con l’Universo”: ci provavo a connettermi con l’universo, ma aveva così troppo il sapore di niente, era impersonale! Però andavo avanti: non litigavo con i santi in paradiso, semplicemente li ignoravo volutamente.

Tra tutti i vari segreti più o meno rivelati, ve n’era uno che ero riuscita a mettere in pratica e che mi aveva anche portato benefici: quei libri mi avevano insegnato l’importanza della gratitudine. Non entro nel merito dei suggerimenti che davano e delle argomentazioni a sostegno, dico solo che mi sembrava che avessero più senso di altri, soprattutto perché aiutavano ad evitare la “sindrome del lamento”, che per quanto io detestassi, a volte mi coglieva comunque vittima.

Sentendomi un po’ pazzerella, in quelle mattine in cui ero molto incavolata per il fatto di essermi svegliata, e dover ancora vivere una vita che era diventato un peso, mi sono sforzata – controvoglia – a trovare motivi per ringraziare: il destinatario dei ringraziamenti era non pervenuto. I libri dicevano di ringraziare un’entità non ben definita che molti chiamavano Dio, altri dialogavano con l’Universo: io non so bene a chi mi rivolgessi, ma penso che parlassi con il Dio che un tempo era stato amico, ma che facevo finta di non riconoscere.

Comunque: iniziai a ringraziare per le cose più banali, per le giornate di sole, i profumi che sentivo nell’aria, la possibilità di camminare e muovermi, l’opportunità di godere della vista, la telefonata della persona simpatica, la salute, gli amici…. Letteralmente, camminavo per la strada e il cervello viaggiava alla ricerca delle cose per cui essere grata: ça vas sans dire che impegnare il cervello in questo modo piuttosto che alla contemplazione delle proprie disgrazie e preoccupazioni fa bene, a prescindere. Quindi ero triste e vivere mi pesava, ma in un esercizio sgradito di fitness dello spirito, flettevo il mio cervello in contro-tendenza, da pensieri bui a pensieri luminosi. Le flessioni dello spirito. A volte mi sembrava di avere due cervelli in testa e mi domandavo se stavo facendo una cosa sana, ma dopo qualche giorno, le flessioni che tanto stridevano col mio animo, iniziano a diventare un’abitudine e quindi al mattino, all’apertura degli occhi, osservavo il cervello tendere sempre più spontaneamente alla luce, anziché al baratro. Mica male!

Mi sentivo la profetessa del new age! Gagliarda e tronfia come pochi! Il fatidico “segreto” cominciavo a possederlo pure io! E allora vai, in rotta per diventare la body builder della gratitudine! Mi sentivo davvero vittoriosa: altro che Bibbia e Vangelo! Altro che “The end”! Un par di ciufoli! Ora sì che avevo imbroccato la strada giusta! Ovviamente tutte le altre massime di quei libri diventavano il mio pane quotidiano. Stavo bene e m’impegnavo sul serio, però i conti non mi tornavano. L’impersonalità di quel mondo mi pesava, l’idea che dipingeva l’essere umano come se fosse dio, faceva acqua da tutte le parti; l’esperienza mi diceva che noi facciamo acqua da tutte le parti, e che appoggiati solo a noi stessi, non c’erano frasi magiche, auto-suggestioni, trucchetti o altro che tenevano. La loro filosofia costruiva dei bei castelli, ma la sensazione che bastasse poco per farli cadere era netta e invadente. A parte questo, cui non trovavo risposte andavo avanti.

Sullo sfondo di tutto questo c’era sempre il mio mitico padre spirituale che mi lasciava razzolare nei campi vicini senza mai perdermi d’occhio. Lui con me è stato “sacerdote”: ministro del culto, ovvero colui che svolge un compito, una missione in nome di un’entità superiore, nella religione è il tramite di Dio”.

Un giorno forse racconterò un aneddoto di quanto lui fu per me “sacerdote”, certamente era il mio unico vero contatto con Dio. Quando parlavo con lui e parlavamo di Dio, non negavo che era “quel brutto tipo lassù che mi aveva fatto tanto arrabbiare e col quale non parlavo più, quel brutto tipo che diceva di amare la croce e la sofferenza”, non negavo il Suo esserci e la Sua esistenza. In presenza del direttore spirituale Dio c’era: non mi piaceva, ma c’era! A parte lui, ad un certo punto ho deciso di rimettere piede in chiesa per proteggere la creatura di pochi anni che mi guardava aspettandosi tutto il meglio del mondo: volevo proteggerlo dai miei casini interiori. Meglio l’illusione di un Dio che la totale mancanza di Dio: questo era il mio ragionamento. Quindi ho ricominciato a frequentare la S. Messa domenicale, fino a quando….

E’ veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie, sempre e in ogni luogo,
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno

E’ veramente cosa buona e giusta rendere grazie!
Sempre e in ogni luogo!
Nostro dovere e fonte di salvezza!

AMEN! Accidenti! AMEN! Amen! Amen! E COSI’ SIA!!!

Ma cavoli!!! Erano 30 anni che lo sentivo tutte le settimane e, in certi periodi, pure più volte in una settimana e non avevo inteso! Non avevo mai ascoltato! Non avevo mai capito!

Non so se mi sentivo più idiota o più contenta! So solo che mi sono sentita esplodere il cuore in petto! Anche il mio Dio lo diceva, e pure prima di tutti gli altri strani profeti!

Ma allora…..chissà quali e quante altre cose erano nascoste nel vangelo e nella Bibbia, o negli scritti dei santi e che io non avevo inteso! Ma allora…forse potevo ri-conoscere la mia strada, anche sotto il campanile! Ma allora tutto ciò che comunque io avevo nel mio cuore…. non era tutto da buttare via! Allora c’era qualcosa da salvare! Allora dovevo cercare, e volevo trovare!

E lo dico e lo ripeto: E’ veramente cosa buona e giusta rendere grazie! Sì lo è, l’ho provato sulla mia pelle! Sempre e in ogni luogo! Sì ovunque: in cucina, in macchina, in metropolitana, in qualunque momento, qualsiasi cosa tu stia facendo, dalla più bella, alla più triste! Nostro dovere e fonte di salvezza! La parola “dovere” non mi piace, ma va bene, conoscendo gli effetti, al di là delle flessioni di ginnastica che possono far bene al corpo, esistono le flessioni dello spirito, che aiutano a sentirsi vivi e a reggere le fatiche della vita. “Fonte di salvezza”! Sì, una grande, grandissima salvezza: ci permette di emergere dal grigiume di tutto ciò che ci abbatte e ci appesantisce. E di certo è stata la mia di salvezza! Anche se l’ispirazione proveniva da altri lidi!

Rendere grazie salva: sempre e in ogni luogo!

Credo proprio che siano state queste parole a farmi ri-sentire “a casa” quando entravo in una chiesa ed è da lì, da un cammino di gratitudine, nonostante tutto, che è iniziato il mio ritorno a casa, e ancora sono in viaggio.

Veramente Dio usa “la qualunque” per riprendersi le sue pecorelle: pure gli scritti new age!

Deo gratias!

Radicata a Milano, ma cittadina del mondo. Prima di tutto sono mamma, purtroppo single da quasi subito. Contrariamente al mio sogno di essere moglie e madre di una famiglia numerosa, la vita mi ha costretta a diventare capo-famiglia single, una professionista e ora pure imprenditrice. Da sempre svolgo lavori di “servizio alla persona” e, al di là dei più diversi ambiti professionali così attraversati, il comun denominatore è che mi appassiono al cuore delle persone che incontro, alla loro storia e al loro vissuto. Per me la scrittura è introspezione e il confronto è crescita. Amo definirmi devota miscredente perché il mio cammino è strano: a gambero, a zig-zag, non scontato, non sempre ligio, in ricerca, nel quale però cerco sempre di avere onestà intellettuale.